Carlo di Rudio: un Forrest Gump dell’Ottocento il conte bellunese scampato a Little Bighorn

Carlo di Rudio

Centosessant’anni fa, il diciotto marzo, a Milano si accese la scintilla della ribellione antiaustrica.
Era il 1848, cominciavano le celebri Cinque Giornate.
Per Carlo Camillo di Rudio, all’epoca solo un ragazzo, fu l’inizio di una Odissea semplicemente incredibile, che lo trasformo’ in un Forrest Gump dell’Ottocento, dal Risorgimento italiano al Far West. Onnipresente, capace di uscire indenne da mille peripezie. Prima di emigrare in America, combattere con i nordisti nella Guerra di Secessione, entrare nel Settimo Cavalleria di Custer e… salvarsi a Little Bighorn!
Una storia avvincente, scoperta da Cesare Marino che l’ha meticolosamente ricostruita in “Dal Piave a Little Big Horn” (1996 Alessandro Tarantola editore). E che Italiani di Frontiera vuole ricordare.
Rampollo di una nobile famiglia bellunese, nel 1848 di Rudio ha 16 anni ed e’ cadetto al collegio austriaco di Milano, quando la citta’ e’ sconvolta dalle Cinque Giornate.
Il destino di diventare ufficiale al servizio dell’imperatore non fa per lui. Uscendo dalla citta’ in rivolta, con l’esercito che ripara verso Verona e il Quadrilatero, per due volte e’ sconvolto dalle atrocita’ dei soldati croati che marciano al suo fianco, che uccidono due donne italiane in stato di gravidanza. Cosi’, nottetempo, decide col fratello di vendicare quelle violenze ammazzando uno dei due aguzzini. E passa con i patrioti.
Tarchiato, temperamento focoso, di Rudio inizia una vera Odissea risorgimentale. Dall’effimera Repubblica di Venezia con i Cacciatori delle Alpi a quella di Roma, dove conosce Mazzini, con i garibaldini.
Sfugge ai francesi attraversando a piedi tutta la Francia travestito da sacerdote. Arriva a Londra e sopravvive solo grazie alla sua tempra ad una pugnalata quasi letale. E li’ si sposa.
Ma tornato in Italia, scopre che gli austriaci lo fanno passare per una loro spia e amareggiato dalla diffidenza dei compatrioti ripiega su Parigi. Dove nel 1858 si fa coinvolgere da Felice Orsini nel fallito attentato a Napoleone III. Strage di soldati e di cavalli ma l’imperatore e’ salvo ed i congiurati vengono catturati la notte stessa. Condannato alla ghigliottina, di Rudio e’ gia’ sul patibolo quando in extremis la pena gli viene commutata in ergastolo, da scontare alla Cayenna.
Di lì, incredibilmente, riesce a fuggire dopo poco più di un anno, con un’evasione di gruppo in cui e l’unico a sopravvivere ad un’epidemia.
Tornato dalla moglie in Europa, decide di imbarcarsi per New York, dove arriva nel 1864 con in tasca una lettera di presentazione di Mazzini. C’è la Guerra Civile e si arruola nell’esercito nordista, ufficiale al  comando di un reparto di soldati di colore.
A fine conflitto, di Rudio entra nel prestigioso Settimo Cavalleria.
George Armstrong Custer lo stima ma diffida della sua fama di aristocratico rivoluzionario. Sarà la sua salvezza: il 25 giugno 1876 a Little Bighorn, di Rudio non e’ nel gruppo di Custer, che viene sterminato ( di quel gruppo l’unico a sopravviere sara’ il trombettiere mandato in extremis a chiedere rinforzi: John Martin, alias Giovanni Martini, italiano ovviamente, emigrato salernitano).
Il conte bellunese riesce a mettersi in salvo dopo un giorno e mezzo trascorso nascosto nella boscaglia, dove assiste al macabro rituale della mutilazione dei cadaveri da parte delle squaw pellerossa. Per questo sara’ testimone chiave nell’inchiesta sul massacro.
Congedato, di Rudio riuscirà a godersi finalmente la pensione, con moglie e figlie, riverito come una celebrità nella comunità italiana in California. Sino alla morte, nel 1910.
“Charles C. DeRudio major, 7 Cavalry, November 1, 1910″, e’ scritto sulla sua lapide. Al cimitero militare sulla collinetta del Presidio, a San Francisco, a poca distanza dal Golden Gate Bridge.

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Giornalista curioso. Dall'Italia alla California e ritorno. Per inseguire lo spirito d'impresa degli italiani di ieri e di oggi