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IdF e Stanford Alumni: quel filo che lega la storia dell’università californiana all’Italia… anzi, a Venezia

Lunedì 17 maggio un appuntamento di grande prestigio per Italiani di Frontiera, per una presentazione nella sede Cisco di Vimercate (grazie David Bevilacqua, ad Cisco e grande amico di IdF!) per la sezione italiana di  Stanford Alumni, gli italiani che hanno studiato nell’università californiana, promosso da HRCommunity.

Beh è il giorno giusto per raccontare una storia scoperta tutta online, dopo il ritorno in Italia.

C’ero passato più volte, davanti a quella chiesa nell’Università di Stanford. Aveva qualcosa di stranamente familiare. La curiosità mi è rimasta. E solo qualche mese fa,  inseguendo tracce diverse su web, ho scoperto il curioso legame dell’ateneo californiano con l’Italia. Anzi, con Venezia,

Le Università di Padova e Bologna erano già vecchie di secoli, quando nel 1883 Leland Stanford (1824-1893) e la moglie Jane portano in Italia il loro unico figlio, Leland jr, per uno di quei viaggi di formazione che tutti i facoltosi americani compivano nel Vecchio Continente.

Piu’ che facoltoso, Stanford era ricchissimo. Uno dei quattro “Big Four” di San Francisco, i quattro magnati delle ferrovie che accumularono immense fortune nell’ultima tappa della corsa all’Ovest, collegando con la strada ferrata la costa est alla California, di cui Stanford, attivo senatore repubblicano, fu anche governatore.

In quel 1883 gli Stanford visitano anche Venezia, restando impressionati dal restauro del mosaico della basilica di San Marco. A realizzarlo erano stati gli artigiani di Antonio Salviati (1816-1890), imprenditore vicentino laureato in legge, che per primo aveva intuito le potenzialità internazionali dei vetri veneziani, mettendosi in affari con antiquari inglesi e aprendo una vetreria prestigiosa.

E’ così che gli Stanford  conoscono Maurizio Camerino, artista del mosaico, giovane direttore della vetreria Salviati che parla bene l’inglese. Pochi mesi dopo, a Firenze, Leland jr che ha contratto di tifo, forse in Grecia, muore. E’ il 18 marzo 1884. Non aveva  ancora 16 anni. Camerino corre a Firenze e si occupa di tutte le procedure burocratiche della coppia, sconvolta dal dolore.

Sulla strada del ritorno, gli Stanford,  straziati, decidono di devolvere alla memoria del figlio il loro enorme patrimonio e le loro tenute a sud di San Francisco. Dicendo, secondo la leggenda: “I figli della California saranno i nostri figli”.

Il 14 maggio 1887, giorno in cui Leland jr avrebbe compiuto 19 anni, viene posta la prima pietra dell’Università a lui intitolata, che apre i battenti il primo ottobre 1891. La madre ha preparato un discorso per la cerimonia di inaugurazione ma sopraffatta dall’emozione non riesce a pronunciarlo.

Due anni dopo, 1893, Leland Stanford muore e Jane gli subentra nel ruolo di amministratrice dell’università, riuscendo a superare enormi problemi finanziari. E’ lei, nel 1900, a scegliere proprio Salviati per i mosaici della Memorial Church al centro dell’ateneo. La chiesa dedicata al marito viene inaugurata nel 1903 ma i lavori per le preziose decorazioni sono così complessi da richiedere altri due anni. E Salviati ha interrotto per tre anni ogni altra attività per dedicarsi ai mosaici della chiesa, che con quelli del museo furono considerati la più grossa commessa mai ordinata negli Usa.

Quando stavamo a Palo Alto, ci siamo passati in bicicletta, davanti allo Stanford Mausoleum, poco distante dalla chiesa, dove Jane è sepolta con figlio e marito. Una morte sospetta la sua, il 28 febbraio 1905, a Honolulu, a 76 anni. Aveva da poco  compiuto un viaggio attorno al mondo raccogliendo oggetti per il museo, aveva appena istituito un fondo per vendere tutti i suoi gioielli e finanziare la biblioteca dell’Università. “Mi hanno avvelenato…”, disse prima di andarsene. Nel suo corpo e nel bicarbonato che usava furono trovate tracce di stricnina. Che però all’epoca veniva usata anche come farmaco. Il mistero è rimasto irrisolto, anche se un libro inchiesta qualche anno fa ha sostenuto che l’ipotesi dell’omicidio fosse stata accantonata in modo frettoloso.

Dal 1913, Maurizio Camerino, diventato socio della vetreria Salviati, si dedica alla riparazione degli enormi danni causati alle decorazioni della chiesa di Stanford dal terremoto del 1906, sostituendo interamente i mosaici esterni. Forse a qualcosa il sisma è servito, visto che la facciata viene rifatta senza la dedica originale voluta dalla Stanford per il marito, ingombrante come un’insegna al neon, sostituita da una più discreta lapide. E solo all’inizio del 1917 a lavori conclusi la chiesa viene considerata ultimata, per la prima volta nella sua storia.

Riconoscente per gli incarichi ottenuti, Camerino aveva portato all’Università anche una nuova donazione di mosaici e di preziosi vetri veneziani, dopo che quelli consegnati in precedenza erano andati in buon parte distrutti nel terremoto. Lasciando così un prezioso tocco veneziano non solo nei mosaici e nella facciata della chiesa ma anche nel museo di Stanford. Arricchito nel 1992 da tre acquerelli, studi preliminari per i mosaici della chiesa, realizzati all’epoca da Antonio Paoletti, artista capo di Salviati e donati all’università dai discendenti di Camerino.

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