22.06.2017 Storie

Lo scudetto del basket alla Reyer e il ricordo di quel gigante bambino che fece esplodere la Misericordia. E conquistò un musicista come John Renbourn

La Reyer in campo sul parquet della Misericordia, tra gli affreschi del Sansovino, in un’immagine degli Anni Settanta

Ma-rie-to! Ma-rie-to!

Un treno da Venezia a Pordenone, l’incontro casuale, nei primi anni Ottanta, con un musicista inglese leggendario in tournée, che adoravo e che un paio d’anni prima, all’indomani di un suo concerto, avevo guidato in una passeggiata indimenticabile per le calli di Venezia. Lui che mi saluta calorosamente, si ricorda della passeggiata ma soprattutto di una storia che gli avevo raccontato. E che mi chiede di riraccontare. Quella del gigante bambino che con un gesto distratto fece esplodere d’entusiasmo la palestra affrescata dal Sansovino, che all’epoca era il palazzetto dello sport del basket veneziano.

Ora che la Reyer Venezia ha finalmente vinto lo scudetto del basket, quell’episodio mi è tornato in mente. E chissà se quell’incontro era stato un segno premonitore, sulla potenza del raccontare che è poi diventato il mio mestiere con Italiani di Frontiera.

Il musicista che adoravo e adoro era John Renbourn,  ricordato con un post in occasione della sua morte nel marzo 2015, perchè il suo colto incrocio di folk, rock e musica antica non ha smesso di conquistarmi, al punto da aver fatto da sottofondo a innumerevoli presentazioni Italiani di   Frontiera.

John Renbourn in concerto

Dal vivo John era raffinato e dolce come la sua musica. E su quel treno sul quale c’eravamo rivisti per caso, lui mi aveva presentato a un altro chitarrista leggendario in tournée con lui, lo scozzese Bert Jansh con cui aveva fondato negli anni Sessanta i mitici Pentangle. Bert era abbastanza fuso e finse cortesemente  di riconoscermi, mentre non c’eravamo mai visti. John gli parlò di quella passeggiata a Venezia. E volle riascoltare la storia bizzarra di Marieto.

Quasi due metri di statura ma l’espressione ingenua del bambino, Marieto era uno dei tanti lavoratori che percorrono calli, ponti e campi veneziani trasportando merci con un carretto. Sembrava che lo conoscessero tutti,  a Venezia, per quella combinazione di aria infantile e portamento allampanato. Così quando lo incrociammo su un ponte, raccontai a John la storia che lo colpì così tanto.

Ai tempi del liceo, anni Settanta, mi era capitato più volte di entrare in quel bizzarro incrocio fra paradiso e inferno che era la palestra della Misericordia, affrescata dal Sansovino e riadattata a palasport. Un parquet che forse sembrava il paradiso, con quelle meravigliose decorazioni, specie ai campioni d’oltreoceano poco abituati a tanta antica bellezza. Ma che si trasformava in inferno visto il tifo incandescente che la squadra di casa, la Reyer, scatenava, al punto da divenire di regola la “bestia nera” di club più blasonati, all’epoca Simmenthal Milano, Ignis Varese e Forst Cantù, che si contendevano lo scudetto ma a Venezia lasciavano spesso le penne.

Gli spalti potevano contenere poche centinaia di spettatori ed erano così stretti che per arrivare sulle gradinate opposte all’ingresso i tifosi dovevano camminare sui bordi del parquet. E fu lì che poco prima di un incontro fece il suo ingresso Marieto. Così popolare, con quella sua aria distaccata e dinoccolata, che in pochi secondi tutto il palasport all’unisono iniziò a ritmare:”Ma-rie-to, Ma-rie-to!”.

Forse nessuno in città avrebbe ottenuto la stessa testimonianza di affetto di quel gigante con la faccia da bambino. Ma è la sorte a scrivere a volte episodi irripetibili. Così, ai giocatori che stavano già scaldandosi sotto i tabelloni sfuggì un pallone, finendo proprio tra i piedi di Marieto, che camminava godendosi senza batter ciglio il coro in suo onore. Lui non restituì il pallone ai giocatori: dall’angolo, quasi senza guardare e con una disinvoltura sbalorditiva, tirò a canestro facendo centro senza nemmeno toccare i ferro! La Misericordia che era già incandescente esplose come un vulcano, mentre lui prendeva posto senza curarsi troppo dei cori e degli applausi.

Io non dimenticherò mai quell’espressione distaccata, quello scoppio di gioia collettiva. E questa storia, che anni dopo tanto era piaciuta anche a un artista colto e raffinato come John Renbourn.


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