Idee sul futuro da visionari del passato. In tour con ospiti speciali e due cimeli P101 Olivetti e Apple 1

Mai successo di condividere un palco… con due cimeli. Nel vero senso della parola, due ritrovati tecnologici di un’altra epoca. Presentare ed esporre due macchine leggendarie che hanno fatto storia è l’ennesima occasione per parlare attraverso la tecnologia delle idee, dei pensieri e delle visioni di chi quelle macchine ha saputo progettare e realizzare. A Ivrea la prima tappa di un evento che girerà l’Italia Si chiama “Da 101 a 1” l’evento lanciato lo scorso 11 aprile al Laboratorio Museo Tecnologicamente di Ivrea, scrigno di tesori Olivetti dalle macchine da scrivere e da calcolo all’elettronica, sorta di “numero zero” di un progetto ideato da Fondazione 101 di Crespi d’Adda e Italiani di Frontiera che verrà riproposto in un tour in località italiane che hanno avuto un ruolo importante nella storia dell’innovazione, prendendo a pretesto le ricorrenze dei 60 anni dell’uscita sul mercato del primo personal computer, la leggendaria P101 Olivetti e dei 50 anni dal lancio di Apple 1, il PC che ha segnato il battesimo di quello che è diventato il colosso informatico di Cupertino. Due anniversari occasione di conoscenza e riflessione sui visionari che hanno cambiato le nostre vite realizzando strumenti rivoluzionari.  Oggi cimeli rari, un modello di Olivetti P101 e uno di Apple 1 verranno esibiti e fatti funzionare ad ogni evento, dopo aver rievocato con ospiti qualificati in un dialogo col pubblico storie di ieri per cogliere prospettive e aspetti culturali che ci aiutino a guardare al domani. Come ricordare il contributo di grandi innovatori e visionari traendo spunti dal futuro dalla loro straordinaria esperienza? Gastone Garziera celebrato con StartupItalia ultimo testimone dell’impresa P101 Olivetti E’ un percorso che su StartupItalia assieme al direttore Giampaolo Colletti abbiamo anticipato, rendendo omaggio a Gastone Garziera, ultimo superstite del leggendario team che realizzò il primo persona computer P101 Olivetti, dedicandogli articoli, un’intervista live a cura di Likeabee e un premio Special Award P101 al #SIOS25. Abbiamo pure ricordato come grazie a Damiano Airoldi, ideatore della Fondazione 101, di Gastone sia stato pure realizzato un avatar, gemello digitale in grado di preservarne la straordinaria memoria. Gastone è stato ospite d’onore pure del primo evento “Da 101 a 1” a Ivrea, al quale  RaiNews ha dedicato un servizio per il TG Rai del Piemonte realizzato da Federica Burbatti. Prossimo appuntamento col Vintage Computer Festival a Nettuno Il format si appresta a girare l’Italia, a cominciare dal prossimo weekend, sabato 23 e domenica 24 maggio a Nettuno (Roma) nell’ambito del Vintage Computer Festival Italia. Se coraggio, tenacia, straordinaria inventiva sono state, come abbiamo ricordato nei nostri articoli, fra le caratteristiche di quel manipolo di visionari capace di realizzare il primo pc in Ollvetti quasi in clandestinità, la storia dell’inizio di Apple è soprattutto quella di un incrocio fra due personaggi geniali con competenze complementari: nessuno dei due avrebbe potuto raggiungere il successo senza l’altro. Wozniak un genio, Jobs un visionario «La genialità di Steve Wozniak è stata quella di ridurre e concentrare in una sola scheda la quantità di componenti necessari all’epoca per un computer, cosa che aveva già fatto per un gioco di Atari, facendo così vincere a Steve Jobs una scommessa… di cui non condivise con lui il premio incassato dalla software house», ricorda Paolo Cognetti , informatico, collezionista e divulgatore, figura di punta nel campo della storia dei computer, che sarà ospite dell’evento a Nettuno. «L’obiettivo di Wozniak era però quello di realizzare un computer semplice da donare ai soci dell’Homebrew Computer Club. La genialità dell’altro Steve fu quella di intuire che si trattava di una macchina rivoluzionaria. E di pensare che quella macchina andava venduta. Quindi Apple 1 non fu il primo computer ma il primo costruito in modo geniale e semplificato e poi sostenuto e venduto da un genio del marketing. All’epoca c’erano altri computer innovativi ma non poterono contare su questa combinazione di due  genialità», racconta ancora Paolo. Il progetto “Da 101 a 1” ha avuto un prologo riservato agli autentici patiti di Vintage Computer. Lo scorso 1 aprile infatti nella sede di Trezzo d’Adda di MMN che ospita una splendida raccolta di cimeli, in un evento esclusivo con ospiti illustri come Massimo Banzi, cofondatore di Arduino, a 50 anni esatti dalla sua nascita è stato riacceso un raro modello di Apple 1. Tutto questo in un’avvincente presentazione curata da Claudio Parmigiani fondatore di 8-bit Lab nato a Torino nell’ambito del Temporary Museum, primo e unico laboratorio al mondo in grado di restaurare e rimettere in funzione i computer creati nella Silicon Valley nel decennio 1975-1985, un incontro aperto da un saluto in video di David Pogue, che ha appena pubblicato negli Usa “Apple. The First 50 Years”. Dopo Nettuno (Roma), il prossimo il 25-27 ottobre “Da 101 a 1” sarà all’IT Director Forum di Richmond a Rimini. In cantiere altre tappe a Vinci, Torino  Pisa, che ha di recente celebrato i 40 anni della prima connessione Internet italiana avvenuta proprio dalla città della torre pendente e Asolo (Treviso) che proprio fra i colli trevigiani aveva aperto uno stabilimento Brionvega, azienda in sintonia con la filosofia Olivetti. E forse in dicembre pure a Gubbio, in un inedito collegamento ideale tra visionari dell’informatica e un innovatore davvero rivoluzionario: San Francesco. Qui l’articolo su StartupItalia

Brionvega ad Asolo, la “Fabbrica della Bellezza” fra Olivetti e Apple

#SteveJobs aveva otto anni quando tra le colline, non di Cupertino California ma di #Asolo Treviso, un ex operaio trevigiano emigrato, diventato imprenditore d’avanguardia, decise nel 1963 di aprire un secondo stabilimento nella sua terra d’origine. Giuseppe Brion con la moglie Onorina Tomasin e un altro socio producevano dal 1945 a Milano in zona Città Studi apparecchi elettronici col marchio Vega e dal 1959 alla tecnologia elettronica avevano iniziato ad abbinare un design industriale raffinato. A uno dei migliori collaboratori, l’architetto Marco Zanuso, fu affidata la progettazione della fabbrica di Asolo, che ideata in quel 1963 in cui il marchio divenne #Brionvega, fu inaugurata nel 1967, un anno prima della morte del suo fondatore. Considerato ancor oggi un gioiello di architettura industriale, lo stabilimento ospitò una “fabbrica-comunità” in stile #Olivetti, modello d’avanguardia nelle relazioni industriali: servizi ai dipendenti e attenzione alle loro esigenze, salari alti ed equiparati fra uomini e donne (che erano maggioranza), persino la filodiffusione in fabbrica… Negli anni, l’azienda premiata più volte col Compasso d’Oro sfornò pezzi entrati nell’immaginario collettivo e oggi in grandi musei: dalla celebre “Radio Cubo” firmata da Zanuso assieme al tedesco Richard Sapper, autori anche del televisore portatile Algol 11 esposto al MoMa di New York, al radiofonografo RR126 disegnato da Achille e Pier Giacomo Castiglioni (così ambito che anni fa fu assegnato all’asta per oltre 300mila euro a un collezionista d’eccezione…David Bowie!) sino al Memphis disegnato nel 1980 da Ettore Sottsass. Una stagione gloriosa ma breve (l’azienda già a metà anni Settanta fu lentamente risucchiata nella crisi dell’elettronica italiana), rievocata ora in una piccola bellissima mostra sino al primo maggio al museo civico di Asolo proposta dalla Pro Loco, tra pezzi rari uno più bello dell’altro, gli scorci dello stabilimento catturati dall’obbiettivo di Gianni Berengo Gardin, le testimonianze commosse in video degli ex dipendenti. “Una storia mai raccontata, di quella che per noi era la Apple degli anni Sessanta”, dice Daniele Ferrazza, giornalista che di Asolo è stato sindaco, presentando la mostra “La Fabbrica della Bellezza”, di cui è curatore e che dopo Asolo si appresta a girare l’Italia.

“Quando Steve Jobs presento’ il mio video…” Enza Sebastiani, una filmmaker ad Apple

Partecipare ad una presentazione del leggendario Steve Jobs, fondatore di Apple, con migliaia di persone. Vedere sullo schermo alle sue spalle un fotogramma del proprio video, sentire Jobs che lo presenta, dicendo che e’ stato realizzato da una persona “molto dotata”. Anche se non ne fa il nome. E’ quanto accaduto a Enza Sebastiani, filmmaker romana, in California dall’inizio degli anni Novanta, da poche settimane QA Engineer per il Consumers Applications Team ad Apple, dove e’ stata a lungo consulente nel settore video. Qui e qui i suoi lavori. Qui invece Enza in una divertente parodia sexy, “Parah Salin” e una sua campagna pubblicitaria per i gelati di Ben & Jerry, AmeriCone Dream che ha chiamato “There Is No Spoon”. DUE MONDI DA ROMA A LOS ANGELES – Sono venuta da Roma in California nel dicembre del 1991 con la speranza di fare la scuola di cinema e fare film. La Ucla (University of California, Los Angeles) aveva il numero chiuso in cinematografia, cosi’ intanto ho studiato English for Professional Communications, e corsi come sceneggiatura, montaggio, improvvisazione teatrale e persino tiro con l’arco arco, nell’incredibile campus dell’Ucla, che sembra uscire da un libro di Harry Potter. Belle esperienze, ma tra Roma e Los Angeles ci sono stati di mezzo diversi pianti. Due mondi. Mi piaceva andare in bicicletta e camminare, ma a Los Angeles non camminava nessuno e mi guardavano dalle loro macchine come un marziano. Pero’ il sogno non e’ mai svanito. DA HOLLYWOOD AD APPLE – Per vivere a Los Angeles devi esserci nato… io ci sono rimasta sino a fine 1992, trasferendomi poi a San Francisco, che avevo visto da turista, innamorandomene. Ho studiato cinema al San Francisco City College e intanto scrivevo e giravo i primi cortometraggi in Super 8 e 16 millimetri. Poi sono tornata a Los Angeles, dove ho fatto uno stage lavorando nella produzione di Propaganda Film (“1000 Acres”). Era il 1996, allora si giravano video musicali e film in 35 millimetri, riprendendo simultaneamente in analogica per far vedere al regista cosa si stava girando. Gestivo il deck analogico sul set. Negli ultimi 10 anni tutto e’ cambiato, in digitale. Fra 1996 e 1999 ho anche fatto provini, fra una produzione e l’altra, lavorando in video musicali, pubblicita’, TV sitcom (News Radios) e in un bel film di Hbo, “Wallace”, su George Wallace, senatore dell’Alabama, interpretato da Gary Senise. Tornata a San Francisco, i miei amici italiani Francesco e Luigi, del ristorante Il Fornaio erano andati tutti alla sede Apple di Cupertino a gestire il Cafe’ Mac su richiesta personale di Steve Jobs, il CEO di Apple. Mi chiesero di aiutarli nella gestione del locale, dove i clienti sono passati da 150 a 1.600 al giorno. E in tre mesi ho conosciuto tutti, compreso Steve Jobs, che veniva spesso a mangiare li’. E’ cosi’ che sono stata assunta come Advertising Budget Coordinator. STEVE JOBS PRESENTA IL MIO FILM – In quel 1999 Jobs aveva introdotto iMovie, il software che ha rivoluzionato il mondo del montaggio digitale. Quando ho visto per la prima volta la presentazione di iMovie fatta da Steve e ho visto quanto era facile fare una dissolvenza mi sono venute le lacrime, pensando ai nostri film in superotto, fotogrammi piccolissimi, mi ci ero persa gli occhi a lavorarci, una dissolvenza era difficile e per un effetto di qualsiasi tipo dovevi fare tutto in manuale… mi sono detta: basta, ora devo cominciare a fare tutti quei progetti che non ho mai iniziato per questione di budget. Sono stata una pioniera del digitale. Anche se e’ considerato un consumer product, iMovie ti permette di fare tanto. Con l’ultima generazione appena introdotta iMovie 8.0 sta veramente diventando qualcosa di magico. E’ nel pacchetto iLife ’09, ho lavorato su questo prodotto come QA engineer per un anno. Ma il software professionale di montaggo di Apple e’ Final Cut Pro, che ti permette di creare un intero lungometraggio, come hanno fatto i fratelli Coen con “Non e’ un Paese per vecchi” o “Brokeback Mountain” diretto da Ang Lee. Nel Novembre del 2000 ho girato in 35mm un cortometraggio, “Swing Dance” che scrissi per due motivi: l’amore per la danza e la vita in genere, ma anche per mostrare come e’ facile creare video sul Mac. Convertii il filmato in digitale, lo importai poi lo montai con iMovie, lasciandone una copia alla segretaria di Steve Jobs, come “regalo di Natale 2000”. Senza ottenere risposta. Poi mi arrivo’ l’invito alla presentazione innaugurale di Macworld 2001 al Moscone Center di San Francisco, dove 5000 persone fra stampa e VIP si vedono rivelare le nuove generazioni di hardware (computers) e software (programmi) disegnati e prodotti proprio qui alla Apple. Steve ha un carisma unico, un’energia travolgente che ti porta dentro al pianeta Apple, facendoti capire l’importanza della tecnologia su un piano creativo e di business. E quella volta, mentre parlava di un sistema rivoluzionario per distribuire video, chiamato iDVD, sullo schermo appare un fotogramma del mio video, “Swing Dance”. Durante la sua presentazione ad un certo punto fa vedere uno spezzone del mio filmato dicendo: “Questo e’ stato fatto con iMovie, su un Mac by da una dipendente Apple mollto dotata”. Grande emozione. Anche se Steve non mi ha neanche nominata per via di Public Relations e di strette corporate policies… Chi ricorda il film “Almost Famous”? Ma poco dopo fui invitata da Steve Jobs a lavorare nel suo Product Marketing Team come Video Communications Specialist, per monitorare, aiutare a migliorare e incrementare l’uso di iMovie. Uno dei progetti che ho disegnato e che e’ stato adottato subito, e’ stata l’“iMovie Gallery”, l’antenato di Youtube, una galleria virtuale su apple.com che ospitava video e commenti di utenti Apple. Il 14% del traffico totale di apple.com veniva generato prioprio dall’iMovie Gallery. In meno di 3 mesi la data base aveva oltre 10.000 utenti attivi. Un altro progetto che atterro’ sulla mia scrivania e’ stata la produzione di un video sul Firewire su richiesta dell’Academy Awards di Hollywood, per la categoria

Straordinarie innovatrici quelle musiciste veneziane del ‘700 oggi sugli schermi con “Primavera”

Erano bambine abbandonate da madri indigenti, nella Venezia del Settecento allevate da un istituto di carità, molte di loro furono avviate allo studio della musica, le più dotate diventarono straordinarie musiciste grazie a un maestro d’eccezione: Antonio Vivaldi. Un’emozione veder ricostruito sullo schermo in questi giorni una delle storie  più suggestive  raccontate da anni con Italiani di Frontiera (anche in un podcast e di recente pure in un esperimento con l’Intelligenza Artificiale). Quella delle “Figlie di Choro“, eccezionali musiciste veneziane dell’Ospedale della Pietà, dove Vivaldi insegnò per molti anni, protagoniste di  “Primavera“, film in sala da Natale per la regia di Damiano Michieletto. Un bel film, in cui però non compare un tratto essenziale di questa storia: l’eccezionale contributo che alcune di queste musiciste diedero al rinnovamento della musica grazie al loro talento di polistrumentiste. Ne ho parlato qualche giorno fa in una bella intervista di Angela Pederiva sul Gazzettino di Venezia (giornale… di famiglia! ci abbiamo lavorato io, mio papà Gibo e mio nonno Roberto, ci lavora oggi mio fratello Gianpaolo) e in due interventi alla Rai del Veneto, ospite assieme a Robert De Pieri, amico e musicologo italocanadese di Alessia Piovesan.  Qui il link su RaiNews, sotto uno spezzone da Buongiorno Regione del 19 gennaio 2026. I FILM “PRIMAVERA” E “GLORIA” Ispirato al  libro di Tiziano Scarpa “Stabat Mater” (Einaudi 2008 Premio Strega 2009),  “Primavera” narra il rapporto intenso fra un giovane tormentato Vivaldi e la sua allieva preferita, Cecilia, (interpretati da Michele Riondino e Tecla Insolia) di cui il grande musicista, che insegnò per lunghi anni nella scuola dell’istituto, intuisce e coltiva lo straordinario talento di  violinista eccezionale. Il trailer di “Primavera” (2025), per la regia di Damiano Michieletto  Nel 2024, la storia delle Figlie di Choro aveva ispirato, più liberamente, un altro bel film, “Gloria”, oggi disponibile su RaiPlay scritto e diretto  da Margherita Vicario, in concorso al 74* Festival Internazionale del Cinema di Berlino, diversi premi ottenuti tra cui  tre David di Donatello uno per il miglior esordio alla regia, con un Vivaldi più anziano e scorbutico interpretato da Paolo Rossi. Il trailer di “Gloria” 2024, per la regia di Margherita Vicario Damiano Michieletto e  Margherita Vicario hanno sviluppato in due film emozionanti un tema cruciale e attuale, non solo per l’identità femminile: l’arte e l’affermazione del talento come strumenti di consapevolezza e riscatto da uno stato di emarginazione. Ma quel che nei due film non compare… è il motivo principale per cui Italiani di Frontiera ha indagato a fondo in questa storia. Ed è lo straordinario contributo che queste ragazze (cui fu dedicata nel 2021  una bellissima mostra al Museo del Violino di Cremona) diedero alla modernizzazione della musica stimolando col loro talento di polistrumentiste Vivaldi e molti altri illustri compositori che dedicarono loro innumerevoli composizioni. Come lei qual professore/suona cembalo e violino/violoncel, viola d’amore/liuto, tiorba e mandolino?/Biondo crin/guance di rosa/ sen di neve, occhi di foco/nobil tratto e spiritose/ le maniere, in serio e in gioco. Questi versi dedicati all’epoca da un poeta anonimo ad Anna Maria Del Violin (cognome di maniera), la più celebre delle “Figlie di Choro”, considerata all’epoca senza rivali in Europa, possono spiegare come mai queste musiciste compaiano in un recente libro di un autore best seller New York Times, a fianco di figure storiche di innovatori in campi disparati, da Keplero a Van Gogh, a star dello sport come Tiger Woods e Roger Federer o del jazz come Django Reinhardt.. Nel suo “Range” (Generalisti, LUISS 2020),  David Epstein ha esaltato di  queste ragazze senza volto proprio la versatilità: virtuose di uno strumento, molte erano straordinarie polistrumentiste. Anna Maria ad esempio era violinista fuoriclasse ma sapeva suonare anche violoncello, oboe, clavicembalo, mandolino, afferma Epstein,  ricordando che per le “Figlie di Choro”, Vivaldi scrisse 140 concerti (alcuni trascritti da Bach), che anche Haydn compose per una di loro, mentre Mozart le avrebbe ascoltate da bambino, poi da ragazzo. La loro abilità con strumenti diversi, che sbalordì studiosi giunti dall’estero, avrebbe rappresentato una sfida per i compositori, al punto da stimolare il passaggio dal barocco ai maestri classici, con sperimentazioni alle origini dell’orchestra moderna e del rinnovamento della musica sacra. Confermando la tesi del saggio: la chiave del successo sta nel saper combinare competenze diverse, generando formule e innovazioni che spesso sfuggono ai “superspecialisti” di un solo campo. Mentre diversificare le esperienze, creare opportunità, esplorare e guardare con una visione più ampia, consente di pensare fuori dagli schemi e affermarsi in un mondo specializzato, con una conoscenza allargata, flessibile, trasversale.       MUSICISTE DEL SETTECENTO RACCONTATE DALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE “…Ma soprattutto Vivaldi scoprì che la vera invenzione nasce dalla migrazione tra linguaggi” Chi è l’autore di questa riflessione? Una “collega giornalista” che non esiste. Italiani di Frontiera sta conducendo infatti un esperimento di giornalismo-AI con la fantastica squadra dell’agenzia Sharazad  guidata dal visionario Stefano Schiavo, che ha dedicato al mio progetto un  numero della rivista Wings,  interamente realizzata da “giornalisti-AI” che hanno riscritto in modo originale alcune delle mie storie, lasciandomi sbalordito. Una è proprio quella delle Figlie di Choro, intitolata Le costellazioni invisibili di Venezia,  Impressionante come la “collega-AI” abbia interpretato il talento innovativo delle giovani musiciste. “… L’intuizione di Vivaldi fu comprendere che la condizione di reclusione poteva diventare una camera di risonanza infinita…Il risultato furono quei concerti che spinsero la musica barocca verso costellazioni inesplorate, seducendo Bach che trascrisse diversi concerti di Vivaldi, anticipando l’orchestra come corpo creativo pensante…” . LS STORIA DELLE FIGLIE DI CHORO NEL PODCAST ITALIANI DI FRONTIERA La storia delle musiciste veneziane del ‘700 compare in una delle puntate del mio podcast Italiani di Frontiera (qui sotto su Spotify) Qui un estratto. … A Venezia, una di queste istituzioni era l’Ospedale della Pietà, attivo sin dal Trecento. Curare, educare e insegnare un mestiere agli “esposti” era la missione di tutti questi istituti. Ma a Venezia, che era centro d’eccellenza per la musica, l’Ospedale della Pietà potè contare anche su un insegnante straordinario, che assunto nel 1703, a 25 anni come “Maestro di Violino” vi

Sessant’anni fa nasceva il primo personal computer. Ed era italiano. Inventato da Olivetti “quasi in clandestinità”

Il mio articolo pubblicato su StartupItalia con ottimi riscontri dai lettori. New York, ottobre 1965. Un grande stand a forma semicircolare, in un’immensa fiera internazionale. In bella mostra macchine calcolatrici, fatturatrici, macchine da scrivere, impreziosite dal raffinato design made in Italy che caratterizza l’azienda. Che in una saletta riservata espone anche un’altra misteriosa macchina, davvero singolare. Si chiama Olivetti P101. Quel “Uan-Ou-Uan” in inglese suona bene ma non è per questo che il pubblico dopo un po’ trascura il grande stand accalcandosi in quella saletta. E’ che quella macchina, esposta su un tavolo, viene presentata come un computer. E i primi visitatori non ci possono credere e cercano il trucco: sicuramente c’è un fascio di cavi nascosto che collega quell’apparecchio, non più grande di una telescrivente, al “vero” computer, grande almeno come un paio di enormi armadi. La squadra della P101 Olivetti: Pier Giorgio Perotto, Giovanni De Sandre, Gastone Garziera, Giancarlo Toppi La storia del primo PC Olivetti Sono passati sessant’anni da quel leggendario evento a New York, alla grande fiera delle macchine da ufficio BEMA (Business Equipment Manufacturers Association). Quando la Olivetti svelò al mondo il primo personal computer della storia. La Olivetti P 101 in una pubblicità dell’epoca Rievocare la storia della piccola squadra italiana capace sessant’anni fa di quella leggendaria invenzione è un misto di emozioni contrastanti. Ammirazione e orgoglio, per lo straordinario risultato ottenuto da un manipolo di visionari connazionali. Ma pure amarezza, per l’incapacità di valorizzare come meritava quell’eccezionale impresa. A guidarla era stato un torinese classe 1930, Pier Giorgio Perotto, scomparso nel 2002. Che aveva ricordato in un prezioso libretto  (“P101. Quando l’Italia inventò il computer”, Edizioni di Comunità) un’avventura in cui il modo di pensare contò più della tecnologia. Era iniziata a Pisa, dove Olivetti aveva aperto nel 1955 un laboratorio di ricerche avanzate in collaborazione con l’Università, con ricercatori che a Perotto erano sembrati personaggi di un altro mondo. Dieci anni prima di molti hippieggianti pionieri della Silicon Valley, quei ricercatori a Pisa, alle spalle esperienze in Inghilterra e Usa, erano eccentrici e trasandati, ostentavano uno stile informale agli antipodi rispetto ai colleghi della fabbrica di Ivrea, più rigidi e burocratici, che li consideravano poco più che inconcludenti farfalloni. Era stato Adriano Olivetti a capire che si doveva per forza esplorare un territorio nuovo, aprendo già nel 1953 nel Connecticut un piccolo laboratorio che studiava le possibili applicazioni dell’elettronica alle macchine da ufficio. Se l’azienda di Ivrea poteva coniugare innovazione, design, Umanesimo e welfare per i dipendenti, se poteva affiancare a ingegneri e designer geniali pure intellettuali e scrittori, era grazie alla straordinaria redditività dei suoi prodotti. Come la leggendaria Divisuma 24, macchina da calcolo che a fine linea di produzione costava circa 40mila lire e sul mercato era richiestissima al prezzo di 325mila lire. Un gioiello che permetteva operazioni di calcolo complesse e funzioni “da circuito elettronico”… grazie a pezzettini di lamiera. Merito di un genio autodidatta della meccanica, Natale Capellaro, classe 1902, entrato in fabbrica a 14 anni e cresciuto sino a diventare direttore generale tecnico. Sarebbe stato lui a confessare a Olivetti, dopo l’ultimo ciclo di progettazione, che non si potesse far evolvere ulteriormente quelle straordinarie macchine, ha raccontato in un recente incontro Gastone Garziera, classe 1942, progettista vicentino unico superstite di quel gruppo, in cui era entrato alla dipendenze di Giovanni De Sandre, ingegnere friulano. Sulla nuova frontiera dell’elettronica, quegli innovatori erano rimasti presto soli, dopo la morte improvvisa di Adriano nel 1960 e quella l’anno dopo, in un incidente stradale, di Mario Tchou, geniale ingegnere italocinese assunto proprio col compito di costituire il gruppo di Pisa. Mario Tchou con Roberto Olivetti Per Olivetti, in crisi finanziaria dopo l’acquisto di Underwood, l’elettronica era un «neo da estirpare», secondo una celebre affermazione, che oggi appare tragicomica, di Vittorio Valletta, alla guida della Fiat che deteneva una quota di azioni della casa di Ivrea e che pose pesanti condizioni per il suo risanamento. E nel 1964, quella divisione che contava 3mila persone e realizzava pure il calcolatore Elea, per molti dirigenti era ancora un «corpo estraneo», di cui liberarsi con un patto con un colosso Usa come General Electric. In un incontro a Phoenix, nel caldo soffocante del deserto dell’Arizona, l’accoglienza per gli italiani era stata gelida. «Ci fecero capire che l’unico interesse era costituito dall’acquisizione di una base commerciale per distribuire calcolatori progettati a Phoenix, di non attribuire all’Italia alcuna credibilità al di fuori del design», ricordò nelle sue memorie Perotto, che uscì da quell’incontro con funesti presagi sul futuro della divisione elettronica e del gruppo in generale. Lui invece da un paio d’anni sognava una macchina che stesse su una scrivania, offrisse autonomia funzionale e permettesse a chiunque di farla funzionare, seguendo poche semplici istruzioni, mentre i giganteschi computer dell’epoca erano complicati e accessibili solo a programmatori. Prima che nella tecnologia il pc fu una sfida nel modo di pensare Una sfida “culturale”, prima ancora che tecnologica: ribaltare il concetto che fosse l’uomo a doversi adattare a tempi, modalità ed esigenze della macchina. E quanta astuzia, in questa sfida. Il primo passo di Perotto fu quello di rendersi indisponente e odioso nel colloquio con gli americani, ben felici di liberarsi di lui “scaricandolo” alla divisione macchine da calcolo, dove il team lavorò quasi in clandestinità. Con De Sandre e Garziera, che considerava “bravissimi”, Perotto strinse un patto: punteremo ad ogni costo a un prodotto rivoluzionario. E se microprocessori e memorie a semiconduttore ancora non esistevano, i transistor furono componente cruciale e molti problemi inediti vennero risolti con l’inventiva e congegni meccanici, come l’uso di un filo d’acciaio che Olivetti impiegava per le molle, che si rivelò perfetto. Mario Bellini, architetto che realizzò il design della P 101 oggi esposta in diversi musei del mondo Dopo un lavoro ossessivo, il prototipo di quella macchina con 10 registri di memoria, un facile linguaggio di programmazione, scheda magnetica che funzionava come un floppy disk per registrare dati e programmi, piccola stampante incorporata, era pronto. E poteva stare su una scrivania, con un elegante design di un giovane architetto,

Leandro Agrò: “C’è un antidoto ai guru di ultradestra della Silicon Valley inquietanti ma efficaci. È il pensiero critico”

«Siamo stati sulla Luna nel luglio 1969. Woodstock è cominciato tre settimane dopo. Col senno di poi, è lì che il progresso si è fermato e che hanno vinto gli hippie». Delle tante affermazioni sconcertanti, spiazzanti della lunga intervista nei giorni scorsi sul New York Times a Peter Thiel, fondatore di PayPal e Palantir, tra i primi finanziatori di Facebook e oggi figura di spicco della destra a Silicon Valley come sostenitore di Donald Trump dal 2016 e mentore del vicepresidente Vance, questa è quella che più mi ha stupito. Perché per anni con Italiani di Frontiera ho indagato sul contributo della controcultura californiana alla crescita della culla mondiale dell’innovazione, pure con uno spettacolo (“Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“, regia di Alessio Mazzolotti), che all’esordio ebbe l’onore di un pubblico elogio da uno spettatore d’eccezione: Federico Faggin.  Agli occhi di Thiel invece, dagli anni Settanta sarebbe iniziato un pericoloso rallentamento nella dinamica di cambiamenti e innovazione iniziata nella società occidentale a metà Settecento. E mentre molti di noi oggi temono di vedere già avviata l’era di un inquietante autoritarismo tecnologico, lui, che ammette di aver puntato subito su Trump solo come unico elemento dirompente di questa stagnazione, il pericolo lo intravede in un possibile «regime autoritario ecologista» immobilista che tutto pretende di controllare e misurare, indicando fra diverse citazioni del Vecchio Testamento il possibile Anticristo in… Greta Thunberg! Per anni ho celebrato il potere innovativo del pensiero controcorrente di personaggi scomodi, dai poeti della Beat Generation alla breve stagione hippie, che ispirarono il sogno libertario di diversi pionieri dell’hi tech, non solo Steve Jobs. Oggi scopro che a mettermi a disagio è proprio un pensiero controcorrente, di visionari di una controcultura contrapposta ma germogliata sempre nella Bay Area, profondamente di destra. Come fronteggiarla?  A soccorrermi è stato un vecchio amico come Leandro Agrò, pioniere in Italia di Internet delle Cose e Design Thinking, “orgogliosamente siciliano” da alcuni anni trapiantato a Silicon Valley, con una preziosa riflessione a tutto campo sulle parole di Thiel. Agrò vive e lavora a Palo Alto. Si occupa di innovazione in ambito hardware/IoT e Physical AI, portando il design thinking nei processi di accelerazione per startup deep tech. È a capo dei programmi  Deep Tech Programs a INNOVIT e collabora con venture builder tra Italia e Stati Uniti. È advisor di compagnie a forte vocazione robotica ed è Chief Product Design Officer di SailADV Group / D.gree, dove progetta una tecnologia di autonomia e intelligenza artificiale per superyacht. Peter Thiel imprenditore e investitore, figura di spicco della destra a Silicon Valley Prima di tutto Leandro, quali sono i motivi di questo profondo disagio in persone aperte alle idee nuove, davanti alle dichiarazioni di questi guru di Silicon Valley?Personaggi come Peter Thiel ed Elon Musk Incarnano un tipo di leadership che è allo stesso tempo inquietante e, innegabilmente, efficace. E questo avviene in un luogo, Silicon Valley, dove viene definita una buona parte del nostro futuro, spesso senza il nostro consenso. Le loro idee ci turbano perché non si fermano a migliorare il presente. Mentre noi ci sentiamo intrappolati in un mondo fratturato, loro parlano di stagnazione, intelligenza artificiale come strumento di potere, futuri rubati e religioni algoritmiche. Molti li liquidano come megalomani narcisisti o cattivi da fantascienza. Eppure qui nella Valley, le persone li seguono con un livello di riverenza che sfiora la devozione. ‘Sei un mal di testa per questo Paese‘ detto da un professore, per il mio procedere controcorrente, è stato il miglior complimento che abbia mai ricevuto. Allora perché nascondersi dalle idee di coloro che ora danno a me il mal di testa? Affrontiamoli, i mostri”. E come sono questi “mostri”?Hanno idee forti, invasive, spesso pericolosamente semplici. Ma colpiscono quel punto cieco dove si nasconde la nostra paura dell’irrilevanza e della stagnazione. Le persone che lavorano con loro lo sanno bene: nelle loro aziende, da SpaceX a Palantir, da Neuralink a Anduril, si racconta di orari disumani, pressione estrema e visioni uscite direttamente da un romanzo distopico. Ma anche di motivazione radicale, in luoghi in cui la convinzione dominante è ‘Cambia il mondo… o muori provandoci’ . Ma dove porta questa strada?La parola chiave? ‘Obbiettivo’. Quella sensazione di essere parte di qualcosa di più grande di te stesso. In una società che sogna un futuro ‘alla Star Trek’ dove i problemi sociali sono risolti e il lavoro non è più una necessità ma una scelta – avere un obbiettivo è tutto. Che siamo d’accordo o meno con quell’obbiettivo è irrilevante, quel che conta è che è potente. Musk e Thiel non si limitano a dire cose provocatorie. Come in politica, il loro valore risiede nel generare un significato e in ciò che provocano negli altri. Come nella riflessione sugli hippie: tagliente, esasperante. Ma innegabilmente memorabile La loro leadership non è lì per essere copiata. È lì per essere decodificata. Come un virus. Solo in questo modo possiamo realizzare gli anticorpi. Peter Thiel dice spesso: viviamo in un’era di stagnazione mascherata da innovazione. Non è esagerato?Attenzione, sotto la frustrazione di queste dichiarazioni si nasconde una spinta più profonda: Progresso,  non come miglioramento lineare, ma come ribellione. Rifiuto di un presente che sembra bloccato. Thiel, Musk e gli altri non sono eroi o salvatori. Sono disadattati con capitale. Menti inquiete che non riescono a trovare pace nel sistema che hanno ereditato. Persone che non sopportano l’idea che la realtà sia già decisa. Per loro il cambiamento è un’esigenza esistenziale. Per questo attaccano, col riferimento agli hippie, una  visione pacifista, ecologista che racchiude in sè il concetto di conservazione, mantenere e ripetere il presente. Così facendo ignorano i freni culturali, evitano il consenso e mirano dritti al nucleo del potere: computazionale, energetico, narrativo. Che ci piaccia o no, stanno riscrivendo i termini di accesso al futuro.  In questa iperbole, Thiel è assai critico con l’Intelligenza Artificiale… Secondo lui, l’AI sforna meme e sciocchezze – certo, forse aumenta la nostra produttività – ma nel processo erode il pensiero critico. Niente nuove città. Niente energia pulita. Niente estensione della vita. Ma in un mondo in cui il costo dei televisori è diventato quasi irrisorio mentre

Fabrizio Capobianco tornato da Silicon Valley con un progetto di give back per startup in Valtellina

“Il futuro è su Internet!», si sentivano ripetere all’inizio degli anni Novanta manager di grandi aziende da quell’ingegnere poco più che ventenne che guardavano con sospetto, diffidando del suo entusiasmo. «Può essere che lei abbia ragione ma io non posso mettermi in società con uno che ha vent’anni», gli disse a brutto muso il grande capo di una organizzazione del turismo. Trent’anni dopo, alle spalle un’ammirevole avventura imprenditoriale che l’ha visto per due decenni figura di spicco della comunità italiana di Silicon Valley, curando nella Bay Area finanza e marketing alla guida di aziende che hanno continuato a mantenere gli sviluppatori in Italia (Funambol, software open source per telefonini, TOK.tv piattaforma di condivisione contenuti in tempo reale di eventi sportivi), Fabrizio Capobianco da mentore e investitore (è stato fra i primi a scommettere su Mashape diventata poi Kong, uno dei pochissimi unicorni di matrice italiana a Silicon Valley) è tornato nella sua Valtellina. Fabrizio Capobianco alla presentazione a Milano di Liquid Factory Perché? Per dare consistenza a quello che è sempre stato il suo sogno: mettere la sua esperienza unica al servizio del talento imprenditoriale italiano. Con un progetto lanciato in settembre, Liquid Factory, di cui è partner assieme ad altri esperti professionisti di Banca Popolare di Sondrio (StartupItalia ne ha parlato in questo articolo), ha selezionato e sta finanziando startup in grado di fare il grande salto, preparandole a presentarsi con un’idea potenzialmente vincente sullo scenario globale proprio nella Silicon Valley. Fabrizio Capobianco con alcuni dei partner di Liquid Factory La mia intervista a Fabrizio Capobianco su StartupItalia Com’era Silicon Valley trent’anni fa quando è iniziata la tua avventura? Era il 1995. Immagina un ragazzo di 24 anni, ingegnere, che facendo il PhD, per la prima volta in Silicon Valley ha l’occasione di fare il suo ingresso nella Mecca: lavorare alla HP. Entro nel building 4 e… i primi due uffici a destra erano quelli di Bill Hewlett e di David Packard! Ma è vero che la sorpresa è stata scoprire che gli italiani non fossero così indietro, rispetto a quella “Mecca hi tech”? Io vengo da un profilo di umiltà vera, sono arrivato per imparare e infatti poi lì ho imparato tantissimo. Però dal punto di vista tecnico, quando sono arrivato, io avevo lavorato su Java, allora un linguaggio di programmazione che poi è diventato molto comune, nato nel laboratorio della Sun a Menlo Park, dove oggi c’è Meta. Avevo lavorato tanto sull’open source, con un vicino di banco autore di un libro su Linux e device drivers, Alessandro Rubini, una leggenda dell’open source mondiale. Insomma io a Pavia usavo la versione alfa di Java, mentre in HP non lo conoscevano. E usavano strumenti che a me sembravano un po’ antichi. Quindi sono stato io a spiegargli quello che secondo me era il futuro dell’informatica e della programmazione a oggetti. Internet aveva dunque aperto a un ragazzo valtellinese, che aveva studiato e lavorato in un laboratorio a Pavia, la conoscenza mondiale. È così che ho capito che partivamo uguali. La prima sensazione insomma è stata: ok, ci siamo, posso competere, a livello tecnico, non è che loro abbiano delle conoscenze in più, perché ormai le conoscenze che hanno loro ce le posso avere anche io. Passo indietro: avevi cominciato che eri ancora un ragazzino. Sì, quando in Valtellina ho iniziato a usare lo ZX Spectrum, una leggenda di computer da casa. Volevo fare un programma per la Serie A, avevo bisogno di prendere la graduatoria e fare l’ordine della classifica. Ma come prendere una roba e ordinarla, è la prima cosa che ti insegna l’ingegneria, io invece negli anni Ottanta ero ancora al liceo classico. Quindi ho scritto una lettera a una rivista di informatica italiana, che poi mi ha risposto spiegandomi l’algoritmo del ‘quicksort’ (algoritmo di ordinamento ricorso, ndr), che poi quando sono arrivato all’università ho capito come si faceva. Prima non potevo avere accesso a quella conoscenza, diventata disponibile  pochi anni dopo con Internet. Oggi, la nuova versione di OpenAI un minuto dopo ce l’hai in Italia. L’Università a Pavia è stata per te una straordinaria scuola di innovazione. Ma non solo, pure fucina e incrocio di talenti diversi. Sì, io ero al Collegio Borromeo, secondo me uno dei posti migliori d’Italia, perché mi sono trovato a fianco gente con competenze diverse, chi studiava filosofia, sociologia, economia. Una settantina di persone selezionate verso l’alto, perché è difficile entrare. È lì che ho conosciuto Alberto Onetti che studiando economia integrava quel che a me mancava ed è stato poi partner in tanti progetti comuni, compreso ora in Liquid Factory. Poi però oltreoceano hai anche capito quante cose non sapevi Ci sono due parti: tecnologia e business. Dal punto di vista tecnico, ho capito che la nostra ingegneria era forte. Nel laboratorio del professor Virginio Cantoni di Pavia, che faceva visione artificiale e usabilità, eravamo avanti, ma avanti a livello mondiale, non solo a livello italiano ed europeo. Invece a livello di business, io ne sapevo poco. Avevo fatto partire ‘Internet Graffiti’ da qualche mese, lavorando da remoto sul computer di HP e lì ho capito di non sapere. Qualcosa che mi sono portato dietro, sapere di non sapere è una delle prime cose importanti per migliorare. Con Fabrizio Capobianco a Menlo Park, durante uno degli Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour E lì hai scoperto il mondo delle startup… Mi sono reso conto che non avevo la minima idea di cosa fossero un venture capital, una startup, di come fosse nata l’HP, anche se era il ’95. Tutti quelli che avevo intorno, in quel laboratorio, avevano in mente di fare una startup, e molti avevano anche qualche idea forte, chiara di cosa volevano fare, erano lì perché stavano preparandosi a fare la prossima startup. Ho realizzato che  venendo dall’ingegneria, non sapevo nulla di nulla di economia, di come si legge un bilancio, cosa fossero fundraising, marketing, sales. La prima volta che mi han chiesto di presentare un piano del nostro “go to market”, 10 giorni dopo che avevo raccolto cinque milioni, sono andato a ‘googlare’ cosa fosse questo ‘go-to-market’, perché non sapevo proprio di cosa parlare.

“Frontiere. Lezioni sul futuro dagli italiani del West” in scena il 7 novembre al museo Caffi di Bergamo

Possibile? Possibile che le storie di connazionali che sfidarono nei secoli scorsi la frontiera del West siano d’ispirazione per noi, oggi, per sfidare una frontiera, quella della Complessità, che l’Intelligenza Artificiale ha reso ancor più indecifrabile? E’ quanto propone “Frontiere. Lezioni sul futuro dagli italiani del West”, lo spettacolo che dopo l’esordio nel bellissimo monastero di Astino, Italiani di Frontiera riporta ora in scena giovedì prossimo 7 novembre alle 18 a Bergamo, nell’ambito del festival Produzioni Ininterrotte di Crespi d’Adda, in una sede prestigiosa come il Museo Civico di Scienze Naturali di Bergamo EnricoCaffi, che dedica una splendida esposizione permanente alla collezione di manufatti di nativi americani raccolta da Giacomo Costantino Beltrami, esploratore bergamasco giunto nel 1823 dopo un’incredibile avventura alle sorgenti nord del Mississippi, la cui storia fa da filo conduttore al racconto dello spettacolo. A ispirarlo, l’eccezionale lavoro di ricerca di Cesare Marino, curatore del diario di viaggio di Beltrami, antropologo allo Smithsonian Institution di Washington e autorità mondiale nel campo dei nativi americani. Beltrami seppe “vedere” quel che gli altri non vedevano, con la sensibilità di comprendere cultura e doti artistiche dei nativi americani che esploratori e pionieri consideravano esseri inferiori da sterminare o civilizzare a forza, documentandone usi, costumi e la grande spiritualità. Incompreso dai contemporanei in patria e oltreoceano ( dove solo dopo la morte gli venne intitolata una contea nel Minnesota), ispirò con la sua opera grandi scrittori, che ne attinsero a piene piene mani, come James Fenimore Cooper, autore di “L’ultimo dei Mohicani”, classico della letteratura divenuto anni fa film di grande successo. E’ questa capacità da eccezionali visionari, capaci grazie alla cultura umanistica che si portavano dalla madrepatria di cogliere su quella frontiera quel che gli altri non vedevano, percorrendo strade inesplorate, incompresi e spesso disprezzati dai contemporanei come spesso accade agli innovatori, a caratterizzare i protagonisti dello spettacolo. E oggi più che mai, suggestioni ed emozioni da storie di ieri possono aiutarci a immaginare un domani non da esorcizzare ma da vivere da protagonisti. In scena alla tastiera Alessandro Pavesi, all’arpa Adriano Sangineto, in procinto di partire per una tournèe proprio nel West americano! Grazie per questa opportunità a Giorgio Ravasio direttore del festival, a Marco Valle direttore del museo e a Damiano Airoldi, amico impagabile che con la sua  MMN ancora una volta sostiene l’avventura di Italiani di Frontiera. Ingresso gratuito ma occorre registrarsi al museo (a questo indirizzo mail: infomuseoscienze@comune.bergamo.it), con la possibilità di un eccezionale prologo, una visita guidata (alle 17) alla fantastica collezione Beltrami.

Quelle lezioni sul futuro di Jeff Cabili. Dall’università di Stanford all’Ucraina, anche sotto le bombe

    Davanti aveva sessantasei giovani imprenditori. Stava facendo lezione, quando improvvisamente è suonato un allarme e tutti sono dovuti correre in un garage sotterraneo. A continuare il lavoro. Forse in quel momento non ha pensato al garage che nella sua città, Palo Alto, California, è un monumento. Quello di Hewlett e Packard, con una targa dove molti vanno a fotografarsi, perché ricorda che quello è il luogo di nascita di Silicon Valley. O agli altri garage iconici della Bay Area: quello di Los Altos dove Steve Jobs e Steve Wozniak hanno fatto nascere Apple, quello in cui Sergei Brin e Larry Page hanno lanciato Google, a Menlo Park. «Ma quel garage sotterraneo dove allora mi trovavo era invece nella capitale ucraina e veniva usato come rifugio antiaereo. È lì che ho continuato il mio seminario. Stavo parlando di innovazione e comunicazione, in una città in guerra». È un vulcano di simpatia, creatività e competenza, Jeff Cabili. Siamo amici da anni, mi ha affiancato innumerevoli volte alla guida delle nostre visite con l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour a Stanford University, dove lavora da anni. Jeff è sempre fonte di sorprese. Ma nulla mi ha stupito come il racconto della sua coraggiosa, generosa missione nel creare proprio un anno fa, e tornandoci poi lo scorso maggio, un ponte fra Silicon Valley e un Paese devastato dalla guerra, tenendo diverse lezioni a Kyiv e Lviv (è lui a chiedere di usare la grafia ucraina per Kiev, che è il nome russo, e Leopoli) davanti a startupper, studenti, professori, funzionari governativi, uomini d’affari. Continua a leggere su StartupItalia «Ho continuato sotto terra il seminario che stavo facendo per un folto gruppo di startupper ucraini. Un pugno di giovani visionari. E quello spirito d’intraprendenza l’avevo davanti a me: in una città in guerra, ragazze e ragazzi che pensano a creare il futuro e a come ricostruire, mentre il loro Paese è alle prese con bombe e distruzioni». Se con Italiani di Frontiera da anni insisto nel raccontare come il saper combinare competenze diverse è il vero, prezioso segreto del talento italiano nella sfida alla complessità, beh nessuno incarna questo incrocio meglio di Jeff, a cui piace definirsi «un’insalata mista», cosmopolita uscito da un autentico crogiolo di culture, incroci, viaggi. Padre italiano, mamma greca, Jeff è nato in Egitto e cresciuto in Francia, dove si era diplomato in ingegneria chimica al Politecnico di Grenoble. Voleva proseguire gli studi nel campo del business, per questo si  trasferì negli Stati Uniti, entrando nella prestigiosa Wharton School dell’Università della Pennsylvania a Philadelphia. Il suo sogno però era andare in California, lo realizzò trovando il primo lavoro in HP. Era il 1975, quella prima esperienza di un anno era stato trampolino per sviluppare competenze manageriali e di consulenza nel campo dell’internazionalizzazione per diverse aziende europee e sudamericane (con un anno, tra 1986 e 1987 pure a Milano). Un’attività che alla fine gli ha spianato la strada per un posto di prestigio in California: direttore di Business Development per Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina della Stanford Graduate School of Business/Executive Education. Per una decina di anni Jeff ha girato il mondo promuovendo i corsi che l’ateneo riserva a una élite di professionisti di alto livello, occasione straordinaria di formazione e networking globale. Ma non ha mai dimenticato la sua passione per una disciplina così diversa dal business: l’arte di comunicare con e senza le parole: non solo gesti, mimica, postura, anche il modo di usare la voce, che può dare al contenuto delle parole emozioni e significati diversi. Dopo averlo insegnato a lungo a Stanford, questo è diventato il suo lavoro con How2Captivate, società che ha fondato nel 2015. E che realizza in tutto il mondo corsi e seminari di formazione su “Comunicazione Non verbale (Potere del linguaggio del corpo e della Voce)”, “Storytelling” e “Rendere brillante una presentazione”, per professionisti di ogni settore, particolarmente preziosi per gli startupper. L’INTERVISTA A JEFF CABILI Jeff come hai deciso di partire per un’avventura in Ucraina?È stato un modo per aiutare un Paese in guerra, invece di donazioni ho deciso di andarci a mie spese, Kyiv e Lviv, e contribuire a far comprendere come si fa business in Silicon Valley con lezioni per la comunità di imprenditori, per startupper, per studenti, che arrivavano da diverse parti del Paese. In California, è risaputo, c’è un atteggiamento particolare nei confronti del fallimento, che non è considerato qualcosa di negativo ma fonte di esperienza. Un atteggiamento molto positivo, trasformare in bene qualcosa che è male. Beh, è quel che ho trovato in Ucraina, questa resilienza che hanno le persone, sono molto positive, credono che la guerra non sarà un problema insormontabile, per riuscire e avere successo in futuro, pensano già a come ricostruire con un ottimismo fantastico, sicuri di vincere. Ottimismo e resilienza, senza paura. Persone che già parlano del dopoguerra e vogliono esser pronte per quel momento frequentando lezioni e seminari. E un anno fa, camminando per le strade di Kyiv quasi non si notava che il paese fosse  in guerra, i ristoranti erano pieni. Sino a quando suonava l’allarme, e tutti si infilavano nei bunker sotto terra. Cosa ti ha dato più soddisfazione di questa esperienza?A Kyiv ho fatto diversi seminari. Uno di questi era organizzato da associazioni studentesche a UNIT.City, primo parco tecnologico ucraino, il più grande dell’Europa orientale. Mi sono trovato davanti 430 studenti, che alla fine di due ore di lezione si sono alzati tutti in piedi per applaudirmi. E per la prima volta in vita mia ho avuto una standing ovation di più di di 400 persone. Hai fatto diversi corsi anche in Italia e per startupper italiani in California.Due cose ho notato, con startupper italiani ma pure svizzeri e francesi, nella postura e nell’utilizzo della voce. Tendono a stare davanti allo schermo, cosa che nasconde una parte delle slide. Per questo bisogna stare di lato. Poi la voce: molte volte ho sentito presentazioni a bassa voce ma un volume basso comunica poca fiducia mentre si deve parlare a voce alta e comunicare così sicurezza, che è quel che insegno nello stile di Silicon Valley. È importante essere assertivi e mostrare fiducia in se stessi

IdF Podcast 8 – Rivelazioni in storie di emigrati. Da immagini che tutti credono di conoscere

  Ci sono immagini talmente diffuse nella cultura popolare che ci illudiamo di conoscerle a fondo, senza immaginare che possano nascondere storie incredibili di personaggi a noi sconosciuti. E’ il caso di “La Madonnina”, forse la rappresentazione più diffusa della madre di Gesù, fra infinite riproduzioni, santini, annunci sacri. E della copertina più celebre del pop, quella di “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band” dei Beatles, che nel 1967 rivoluzionò la storia della musica ma pure quella della grafica. Due storie drammatiche di emigrazione, fra tragedie, arte, follia, determinazione, rivelazione. Due personaggi incredibili, partiti dal Veneto e dalla Campania per approdare in California.  Una tragedia di famiglia, ricostruita dalla figlia della protagonista, che nata a Oakland con un viaggio a Venezia da dove i suoi erano partiti comprese  finalmente le origini di quella famiglia disgraziata, padre morto prematuramente, madre impazzita, con una rivelazione che partiva proprio da quel quadro. Un bizzarro, eccentrico emigrato avellinese, che negli anni Trenta si mise in testa di costruire un complesso di torri alla periferia di Los Angeles, facendo tutto da solo lavorando per anni con materiali di scarto e realizzando le Watts Towers, oggi monumento nazionale. E che in quella copertina dei Beatles… Nell’ottava puntata di IdF Podcast realizzato con T-Podcast di Triboo Group, le storie di Angela Cian e Sam Rodia                                                                                                    Angela Marie Bovo