Alla scoperta di Facebook e Stanford, poi la serata SVIEC con i veterani italiani di Silicon Valley

Vivere con la Rete vuol dire abituarsi ad un flusso costante nel quale occorre saper navigare. E nel terzo giorno consacrato del nostor tour, partiamo dalla sede al sito social per eccellenza. C’è così tanta eccitazione, nell’arrivare di primo mattino a Facebook, che uno di noi inciampa davanti al grande logo su El Camino Real, dove tutte le comitive scattano le foto d’obbligo, con il grosso disegno della mano col pollice alzato. anche perchè all’interno della sede le foto sono rigorosamente proibite. A far gli onori di casa due giovani ingegneri, Marco Rizzi e Davide Bolcioni, da non molto in Silicon Valley dopo aver maturato una professionalità di prim’ordine a Trento e Bologna.  Spiegano che Facebook sta davvero sperimentando un territorio nuovo, senza termini di paragone e senza precedenti di aziende che abbiano fatto altrettanto, in un campo, quello dei social media, che semplicemente non esisteva fino a pochi anni fa. Si procede per esperimenti, dicono, persino il colore dei bottoni viene testato con prove su un gruppo ristretto di tenti per vedere quale sia più gradito. Il campus di Facebook è attraente, tutto pulito e colorato, musica di sottofondo, ristoranti e negozi, anche se forse lascia un po’ la sensazione di un mondo a sè, autoreferenziale, più simile al set di Truman Show che a una cittadina ordinata. Shopping di ordinanza (accidenti, entriamo nel negozio vuoto trenta secondi prima di esser seguiti da una comitiva asiatica di 40 persone e si finisce a sgomitare…), poi via per la leggendaria Stanford. Niente da fare, cono sono stato una dozzina di volte ma l’emozione è la stessa dei miei compagni di viaggio che ci arrivano soltanto ora.  Si respira un’aria di tranquillità e di eccellenza, fra studenti che sfrecciano in bicicletta nei viali alberati tra gli austeri edifici che richiamano lo stile delle vecchie missioni. C’è il tempo per raccontare la straordinaria storia che intreccia le origini della prestigiosa università all’Italia, in particolare a Venezia (la chiesa cuore dell’ateneo fu interamente decorata con vetrate e mosaici da maestranze veneziane, prima e dopo il terremoto del 1906)  prima del benvenuto da parte di Alberto Salleo, amico di IdF che l’ha intervistato due anni fa, che ci spiega cosa significhi insegnare in questa università e fare ricerca. Un ruolo da “professore-manager” che consente di disporre di strumenti eccezionali e un budget consistente. Con il quale però occorre sfornare risultati: studi, pubblicazioni, anche se il prodotto principale da sfornare sono proprio gli studenti, in grado di sviluppare una propria capacità critica e di ricerca. Come si entra a Stanford? Per… raccomandazione, in un senso però agli antipodi rispetto a quello  cui siamo abituati. In un mondo rigorosamente meritocratico, sono le segnalazioni di professori e luminari ad aprire al strada. Ma nessuno si sogna nè si può permettere di raccomandare per amicizia o interesse, visto che segnalare una persona non meritevole si ripercuote subito sulla reputazione di chi quella persona ha segnalato. A Stanford incontriamo poi Jeff Cabili, vecchio amico di Italiani di Frontiera, che si occupa della promozione della Business School, la formazione che l’ateneo dedica non agli studenti ma ai laureati ed a maturi professionisti che per un periodo possono frequentare corsi di altissimo livello per aggiornare e riqualificare il proprio profilo professionale. Jeff è pure un esperto di comunicazione non verbale e conquista tutti con alcune riflessioni su come sia importante  saper leggere il comportamento altrui e comunicare con gli altri attraverso gesti semplici, dallo sguardo alla stretta di mano, che dicono più delle parole. Toccata e fuga nell’enorme negozio dei gadget dell’università, poi di corsa verso il gran finale. La sera è in programma il meeting dello SVIEC, Silicon Valley Italian Executive Council, che è prezioso partner dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour,  promosso da Unindustria Forlì Cesena con Agenzia Viaggi Manuzzi e organizzato da La Storia nel Futuro. A far gli onori di casa come sempre Jeff Capaccio, fondatore di SVIEC, che ha avuto un ruolo cruciale per la nascita di Italiani di Frontiera. E Jeff accidenti mi dà pure la parola a sorpresa, per un discorso improvvisato gli ospiti… grazie Jeff! La serata è un’occasione unica per gli imprenditori romagnoli in missione di incontrare veterani italiani di Silicon Valley vecchi amici di IdF, come Ezio Valdevit, friulano ex Olivetti, pioniere dello storage network e Fabio Ficano ceo e cofondatore di Moncada Energy USA. Ma soprattutto per ascoltare lo speaker d’eccezione. Chuck Rossi, Engineeering Manager di Facebook. Chuck è un relatore brillante, sforna cifre a ripetizione per dare un’idea di quale sia il movimento di dati, relazioni, contatti che il gigante dei social media attiva. Siamo davvero in un flusso costante, occorre muoversi in fretta e saper essere dirompenti, dice. E’ quello che nel nostro piccolo proviamo a fare pure noi, per catturare suggestioni, idee e nuovi modelli da portarci a casa, con questo tour de force in Silicon Valley.  

Glancee acquisita da Facebook! Così Andrea Vaccari aveva svelato a IdF l’idea in embrione…

“Grande!! sentire spiegare l’idea in embrione di Glancee ( che poi nasceva l’anno dopo…) oggi, dopo l’acquisizione da parte di FB è un bello scoop …grande Roberto Bonzio!” Il commento di Paolo Marenco, grande amico di Italiani di Frontiera e impagabile partner nell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour è arrivato ieri sera. Dopo 24 ore di giustificata euforia nel microcosmo degli innovatori italiani, per il successo di Glancee, start up made in Italy sviluppata a Silicon Valley, acquisita da Facebook, con l’idea di un’applicazione per smartphone che permette di trovare persone con gusti analoghi ai propri nelle vicinanze, prendendo informazioni semantiche da Facebook, Wikipedia, Linkedin, etc. Qui la notizia nei dettagli, dal blog del Corriere di Marco Marinucci, animatore di Mind the Bridge altro amico di IdF. A spiegare l’idea in embrione, che poi ha conquistato il colosso dei social network, era stato Andrea Vaccari, tra i fondatori di Glancee, intervistato un paio d’anni fa a Frontiers of Interaction 2010 a Roma.   Non dimenticherò mai la prima impressione che mi fece Andrea, l’anno prima al Frontiers of Interaction 2009, un ragazzone che avevo scambiato per uno studente di belle speranze. E che mi aveva steso, raccontando con semplicità il suo curriculum da spavento. Andrea Vaccari, origine veronese svelata da una dolce cadenza,  a meno di 30 anni  dopo la laurea Summa Cum Laude al Politecnico di Milano in Computer Engineering,  le esperienze da assistente allo stesso Politecnico, poi oltreoceano alla University of Illinois a Chicago, (dove ha conseguito un pH.D. in Computer Science), di ricercatore al Massachussetts Institute of Technology a Cambridge (Usa), e al Santa Fe Institute di Santa Fe (Nuovo Messico), aveva trascorso un breve periodo come Software Engineer nella sede Google di New York, prima di tornare all’Università a Chicago. Successivamente, Andrea si è fatto convincere a trasferirsi a Silicon Valley, dove l’altro giorno ha messo a segno lo storico “colpaccio” dell’acquisizione da parte di Facebook con i partner di Glancee (tra loro un altro prezioso amico di Italiani di Frontiera, Matteo Daste, avvocato che della società è advisor, tra i promotori di BAIA, nel direttivo di Mind the Bridge). Oggi quell’intervista assume un significato particolare. Paolo la definisce “scoop”. A dire il vero, era già successo con altri amici di IdF arrivati al successo dopo i nostri incontri. Come Augusto Marietti  di Mashape o Nicola Farronato con b-sm@rk. Chissà, forse Italiani di Frontiera sa guardare lontano. E forse porta davvero fortuna…

Quando Zuckerberg non immaginava cosa sarebbe diventato Facebook… ma erano solo sei anni fa!

              Quando  Mark Zuckerberg aveva solo 21 anni e non aveva idea di cosa sarebbe diventata Facebook…. ma era il 2005, appena sei anni fa! Video girato a Palo Alto, dove Zuckerberg e compagni si erano da poco trasferiti lasciando Harvard, il social network si chiamava ancora “TheFacebook”. Sembra preistoria ma i tempi del web sono micidiali… Dal blog Forbes di Claire O’Connor.

A Bienno l’incontro con Luigi Serafini, autore del folle geniale Codice che incantò Fellini, Calvino e Tim Burton

Per anni mi sono chiesto di chi fosse il folle inesauribile genio capace di sfornare un librone di fantasia immensa come il Codex Seraphinianus, sfogliato infinite volte in librerie di tutt'Italia. Un volume di culto uscito nel 1981 capace di stregare tra gli altri Federico Fellini, Italo Calvino, Tim Burton con un folle campionario di un migliaio di esseri, cose e piante inesistenti, accompagnato da un alfabeto altrettanto inesistente ma proveniente da un universo fantastico capace di evocare lo stupore infantile di fronte alla magia, alla suggestione dell'indecifrabile. Pochi giorni fa l'emozione e il piacere di incrociare finalmente Luigi Serafini, autore di quel capolavoro, architetto e artista di fama internazionale, la sensazione di aver iniziato con lui una chiacchierata destinata a durare all'infinito... Grazie agli amici di EncantoPR Cristina Cobildi e Roberto Gazzini, che mi hanno fatto scoprire il meraviglioso borgo di Bienno (Bs) in Val Camonica, che ospita sino al 30 agosto un'imperdibile Mostra Mercato di Arti & Mestieri, concentrato di talento e bellezza, di cui Serafini è stato ospite d'onore. Grazie all'inarrestabile Cinzia Bontempi che con Bienno Borgo degli Artisti 2.0 ha creato un fantastico progetto che seleziona da tutto il mondo talenti emergenti offrendo loro ospitalità per alcuni mesi, favorendo così la creazione di laboratori tematici, mostre e performance in un intreccio con gli artisti locali, esempio virtuoso di turismo esperienziale

Leandro Agrò: “C’è un antidoto ai guru di ultradestra della Silicon Valley inquietanti ma efficaci. È il pensiero critico”

«Siamo stati sulla Luna nel luglio 1969. Woodstock è cominciato tre settimane dopo. Col senno di poi, è lì che il progresso si è fermato e che hanno vinto gli hippie». Delle tante affermazioni sconcertanti, spiazzanti della lunga intervista nei giorni scorsi sul New York Times a Peter Thiel, fondatore di PayPal e Palantir, tra i primi finanziatori di Facebook e oggi figura di spicco della destra a Silicon Valley come sostenitore di Donald Trump dal 2016 e mentore del vicepresidente Vance, questa è quella che più mi ha stupito. Perché per anni con Italiani di Frontiera ho indagato sul contributo della controcultura californiana alla crescita della culla mondiale dell’innovazione, pure con uno spettacolo (“Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“, regia di Alessio Mazzolotti), che all’esordio ebbe l’onore di un pubblico elogio da uno spettatore d’eccezione: Federico Faggin.  Agli occhi di Thiel invece, dagli anni Settanta sarebbe iniziato un pericoloso rallentamento nella dinamica di cambiamenti e innovazione iniziata nella società occidentale a metà Settecento. E mentre molti di noi oggi temono di vedere già avviata l’era di un inquietante autoritarismo tecnologico, lui, che ammette di aver puntato subito su Trump solo come unico elemento dirompente di questa stagnazione, il pericolo lo intravede in un possibile «regime autoritario ecologista» immobilista che tutto pretende di controllare e misurare, indicando fra diverse citazioni del Vecchio Testamento il possibile Anticristo in… Greta Thunberg! Per anni ho celebrato il potere innovativo del pensiero controcorrente di personaggi scomodi, dai poeti della Beat Generation alla breve stagione hippie, che ispirarono il sogno libertario di diversi pionieri dell’hi tech, non solo Steve Jobs. Oggi scopro che a mettermi a disagio è proprio un pensiero controcorrente, di visionari di una controcultura contrapposta ma germogliata sempre nella Bay Area, profondamente di destra. Come fronteggiarla?  A soccorrermi è stato un vecchio amico come Leandro Agrò, pioniere in Italia di Internet delle Cose e Design Thinking, “orgogliosamente siciliano” da alcuni anni trapiantato a Silicon Valley, con una preziosa riflessione a tutto campo sulle parole di Thiel. Agrò vive e lavora a Palo Alto. Si occupa di innovazione in ambito hardware/IoT e Physical AI, portando il design thinking nei processi di accelerazione per startup deep tech. È a capo dei programmi  Deep Tech Programs a INNOVIT e collabora con venture builder tra Italia e Stati Uniti. È advisor di compagnie a forte vocazione robotica ed è Chief Product Design Officer di SailADV Group / D.gree, dove progetta una tecnologia di autonomia e intelligenza artificiale per superyacht. Peter Thiel imprenditore e investitore, figura di spicco della destra a Silicon Valley Prima di tutto Leandro, quali sono i motivi di questo profondo disagio in persone aperte alle idee nuove, davanti alle dichiarazioni di questi guru di Silicon Valley?Personaggi come Peter Thiel ed Elon Musk Incarnano un tipo di leadership che è allo stesso tempo inquietante e, innegabilmente, efficace. E questo avviene in un luogo, Silicon Valley, dove viene definita una buona parte del nostro futuro, spesso senza il nostro consenso. Le loro idee ci turbano perché non si fermano a migliorare il presente. Mentre noi ci sentiamo intrappolati in un mondo fratturato, loro parlano di stagnazione, intelligenza artificiale come strumento di potere, futuri rubati e religioni algoritmiche. Molti li liquidano come megalomani narcisisti o cattivi da fantascienza. Eppure qui nella Valley, le persone li seguono con un livello di riverenza che sfiora la devozione. ‘Sei un mal di testa per questo Paese‘ detto da un professore, per il mio procedere controcorrente, è stato il miglior complimento che abbia mai ricevuto. Allora perché nascondersi dalle idee di coloro che ora danno a me il mal di testa? Affrontiamoli, i mostri”. E come sono questi “mostri”?Hanno idee forti, invasive, spesso pericolosamente semplici. Ma colpiscono quel punto cieco dove si nasconde la nostra paura dell’irrilevanza e della stagnazione. Le persone che lavorano con loro lo sanno bene: nelle loro aziende, da SpaceX a Palantir, da Neuralink a Anduril, si racconta di orari disumani, pressione estrema e visioni uscite direttamente da un romanzo distopico. Ma anche di motivazione radicale, in luoghi in cui la convinzione dominante è ‘Cambia il mondo… o muori provandoci’ . Ma dove porta questa strada?La parola chiave? ‘Obbiettivo’. Quella sensazione di essere parte di qualcosa di più grande di te stesso. In una società che sogna un futuro ‘alla Star Trek’ dove i problemi sociali sono risolti e il lavoro non è più una necessità ma una scelta – avere un obbiettivo è tutto. Che siamo d’accordo o meno con quell’obbiettivo è irrilevante, quel che conta è che è potente. Musk e Thiel non si limitano a dire cose provocatorie. Come in politica, il loro valore risiede nel generare un significato e in ciò che provocano negli altri. Come nella riflessione sugli hippie: tagliente, esasperante. Ma innegabilmente memorabile La loro leadership non è lì per essere copiata. È lì per essere decodificata. Come un virus. Solo in questo modo possiamo realizzare gli anticorpi. Peter Thiel dice spesso: viviamo in un’era di stagnazione mascherata da innovazione. Non è esagerato?Attenzione, sotto la frustrazione di queste dichiarazioni si nasconde una spinta più profonda: Progresso,  non come miglioramento lineare, ma come ribellione. Rifiuto di un presente che sembra bloccato. Thiel, Musk e gli altri non sono eroi o salvatori. Sono disadattati con capitale. Menti inquiete che non riescono a trovare pace nel sistema che hanno ereditato. Persone che non sopportano l’idea che la realtà sia già decisa. Per loro il cambiamento è un’esigenza esistenziale. Per questo attaccano, col riferimento agli hippie, una  visione pacifista, ecologista che racchiude in sè il concetto di conservazione, mantenere e ripetere il presente. Così facendo ignorano i freni culturali, evitano il consenso e mirano dritti al nucleo del potere: computazionale, energetico, narrativo. Che ci piaccia o no, stanno riscrivendo i termini di accesso al futuro.  In questa iperbole, Thiel è assai critico con l’Intelligenza Artificiale… Secondo lui, l’AI sforna meme e sciocchezze – certo, forse aumenta la nostra produttività – ma nel processo erode il pensiero critico. Niente nuove città. Niente energia pulita. Niente estensione della vita. Ma in un mondo in cui il costo dei televisori è diventato quasi irrisorio mentre

Fabrizio Capobianco tornato da Silicon Valley con un progetto di give back per startup in Valtellina

“Il futuro è su Internet!», si sentivano ripetere all’inizio degli anni Novanta manager di grandi aziende da quell’ingegnere poco più che ventenne che guardavano con sospetto, diffidando del suo entusiasmo. «Può essere che lei abbia ragione ma io non posso mettermi in società con uno che ha vent’anni», gli disse a brutto muso il grande capo di una organizzazione del turismo. Trent’anni dopo, alle spalle un’ammirevole avventura imprenditoriale che l’ha visto per due decenni figura di spicco della comunità italiana di Silicon Valley, curando nella Bay Area finanza e marketing alla guida di aziende che hanno continuato a mantenere gli sviluppatori in Italia (Funambol, software open source per telefonini, TOK.tv piattaforma di condivisione contenuti in tempo reale di eventi sportivi), Fabrizio Capobianco da mentore e investitore (è stato fra i primi a scommettere su Mashape diventata poi Kong, uno dei pochissimi unicorni di matrice italiana a Silicon Valley) è tornato nella sua Valtellina. Fabrizio Capobianco alla presentazione a Milano di Liquid Factory Perché? Per dare consistenza a quello che è sempre stato il suo sogno: mettere la sua esperienza unica al servizio del talento imprenditoriale italiano. Con un progetto lanciato in settembre, Liquid Factory, di cui è partner assieme ad altri esperti professionisti di Banca Popolare di Sondrio (StartupItalia ne ha parlato in questo articolo), ha selezionato e sta finanziando startup in grado di fare il grande salto, preparandole a presentarsi con un’idea potenzialmente vincente sullo scenario globale proprio nella Silicon Valley. Fabrizio Capobianco con alcuni dei partner di Liquid Factory La mia intervista a Fabrizio Capobianco su StartupItalia Com’era Silicon Valley trent’anni fa quando è iniziata la tua avventura? Era il 1995. Immagina un ragazzo di 24 anni, ingegnere, che facendo il PhD, per la prima volta in Silicon Valley ha l’occasione di fare il suo ingresso nella Mecca: lavorare alla HP. Entro nel building 4 e… i primi due uffici a destra erano quelli di Bill Hewlett e di David Packard! Ma è vero che la sorpresa è stata scoprire che gli italiani non fossero così indietro, rispetto a quella “Mecca hi tech”? Io vengo da un profilo di umiltà vera, sono arrivato per imparare e infatti poi lì ho imparato tantissimo. Però dal punto di vista tecnico, quando sono arrivato, io avevo lavorato su Java, allora un linguaggio di programmazione che poi è diventato molto comune, nato nel laboratorio della Sun a Menlo Park, dove oggi c’è Meta. Avevo lavorato tanto sull’open source, con un vicino di banco autore di un libro su Linux e device drivers, Alessandro Rubini, una leggenda dell’open source mondiale. Insomma io a Pavia usavo la versione alfa di Java, mentre in HP non lo conoscevano. E usavano strumenti che a me sembravano un po’ antichi. Quindi sono stato io a spiegargli quello che secondo me era il futuro dell’informatica e della programmazione a oggetti. Internet aveva dunque aperto a un ragazzo valtellinese, che aveva studiato e lavorato in un laboratorio a Pavia, la conoscenza mondiale. È così che ho capito che partivamo uguali. La prima sensazione insomma è stata: ok, ci siamo, posso competere, a livello tecnico, non è che loro abbiano delle conoscenze in più, perché ormai le conoscenze che hanno loro ce le posso avere anche io. Passo indietro: avevi cominciato che eri ancora un ragazzino. Sì, quando in Valtellina ho iniziato a usare lo ZX Spectrum, una leggenda di computer da casa. Volevo fare un programma per la Serie A, avevo bisogno di prendere la graduatoria e fare l’ordine della classifica. Ma come prendere una roba e ordinarla, è la prima cosa che ti insegna l’ingegneria, io invece negli anni Ottanta ero ancora al liceo classico. Quindi ho scritto una lettera a una rivista di informatica italiana, che poi mi ha risposto spiegandomi l’algoritmo del ‘quicksort’ (algoritmo di ordinamento ricorso, ndr), che poi quando sono arrivato all’università ho capito come si faceva. Prima non potevo avere accesso a quella conoscenza, diventata disponibile  pochi anni dopo con Internet. Oggi, la nuova versione di OpenAI un minuto dopo ce l’hai in Italia. L’Università a Pavia è stata per te una straordinaria scuola di innovazione. Ma non solo, pure fucina e incrocio di talenti diversi. Sì, io ero al Collegio Borromeo, secondo me uno dei posti migliori d’Italia, perché mi sono trovato a fianco gente con competenze diverse, chi studiava filosofia, sociologia, economia. Una settantina di persone selezionate verso l’alto, perché è difficile entrare. È lì che ho conosciuto Alberto Onetti che studiando economia integrava quel che a me mancava ed è stato poi partner in tanti progetti comuni, compreso ora in Liquid Factory. Poi però oltreoceano hai anche capito quante cose non sapevi Ci sono due parti: tecnologia e business. Dal punto di vista tecnico, ho capito che la nostra ingegneria era forte. Nel laboratorio del professor Virginio Cantoni di Pavia, che faceva visione artificiale e usabilità, eravamo avanti, ma avanti a livello mondiale, non solo a livello italiano ed europeo. Invece a livello di business, io ne sapevo poco. Avevo fatto partire ‘Internet Graffiti’ da qualche mese, lavorando da remoto sul computer di HP e lì ho capito di non sapere. Qualcosa che mi sono portato dietro, sapere di non sapere è una delle prime cose importanti per migliorare. Con Fabrizio Capobianco a Menlo Park, durante uno degli Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour E lì hai scoperto il mondo delle startup… Mi sono reso conto che non avevo la minima idea di cosa fossero un venture capital, una startup, di come fosse nata l’HP, anche se era il ’95. Tutti quelli che avevo intorno, in quel laboratorio, avevano in mente di fare una startup, e molti avevano anche qualche idea forte, chiara di cosa volevano fare, erano lì perché stavano preparandosi a fare la prossima startup. Ho realizzato che  venendo dall’ingegneria, non sapevo nulla di nulla di economia, di come si legge un bilancio, cosa fossero fundraising, marketing, sales. La prima volta che mi han chiesto di presentare un piano del nostro “go to market”, 10 giorni dopo che avevo raccolto cinque milioni, sono andato a ‘googlare’ cosa fosse questo ‘go-to-market’, perché non sapevo proprio di cosa parlare.

“Curiosità”; la parola chiave di IdF nei libri 2024 di amici di Italiani di Frontiera

“Ci salverà la Curiosità” è da tempo lo slogan di Italiani di Frontiera, invito a superare con la mente schemi e barriere del conosciuto, mentre il mondo cambia vorticosamente, Complessità e Intelligenza Artificiale sembrano travolgerci. Un piacere ritrovare proprio la Curiosità al centro dei libri pubblicati quest’anno da preziosi amici. Con “Oltre l’Invisibile” (Mondadori) il leggendario Federico Faggin amico e mentore di IdF prosegue il suo inarrestabile percorso di scoperta della Coscienza, intrecciando scienza e spiritualità con una formula controcorrente rispetto al mainstream pure di Silicon Valley, per affermare che NON siamo nè saremo macchine pensanti ma che è lo spirito a prevalere sulla materia. E il materialismo scientifico è una gabbia di cui liberarsi, facendo tesoro degli orizzonti inaspettati aperti dalla fisica quantistica. Solo Gigi Riva, autore di successo dopo essere stato valente inviato, poteva curiosare tenacemente nel mare di migliaia e migliaia di pagine degli atti giudiziari su uno dei più incredibili truffatori della nostra epoca. “Ingordigia” (Mondadori) non è solo il ritratto di Massimo Bochicchio, scomparso in un incidente stradale dagli aspetti misteriosi alla vigilia, del processo, dopo aver sottratto per anni, da “broker dei vip” decine e decine di milioni di euro a personaggi top della Roma che conta. E’ pure un quadro, sconfortante, di un pezzo di società ricca, potente e pure colta che cede alle lusinghe di un mago della seduzione, accecata da promesse inverosimili pur di accrescere patrimoni già consistenti. Romanzo inchiesta avvincente, quello di Gigi, preparatevi a vederlo presto tradotto in immagini sullo schermo. Riflessioni amare sulla nostra società anche in un curioso romanzo di fantascienza avvincente, come “Il Paese più bello del mondo” scritto e autoprodotto con bookabook dal bravo Luca Zorloni giornalista di WIRED, che immagina un’Italia di città d’arte ridotte a parchi a tema per turisti, dove la suggestione cela l’oppressione di cittadini costretti a lavorare nei parchi sotto la morsa di un feroce regime. Ma online cova la ribellione, di cui sarà eroe una giovane guida turistica veneziana a caccia di un misterioso tesoro segreto che sarà rivelazione… Fantasia come strumento di liberazione pure nell’ultimo libro (anche questo autoprodotto con la sua società Undercats) della bravissima Francesca Cavallo, che dopo il successo mondiale come coautrice di “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, si dedica all’immaginario maschile con “Storie spaziali per maschi del futuro” (non ha trovato editore in Italia ma è già uscito in diverse lingue all’estero), favole che ribaltano stereotipi consolidati sul ruolo del maschio, costretto a rimuovere debolezze e sentimenti, drammaticamente attuali e pertinenti come dimostra la cronaca con femminicidi perpetrati da assassini incapaci di gestire la propria emotività. Fantasia al galoppo pure in “Il gusto del diavolo” (Manni Editori) in cui Paolo Vismara (il prof che tutti sognano per i propri figli) prosegue sul sentiero dei libri precedenti, eccentrico come l’autore, il cui alter ego professor Vis Amai evaso da un istituto di cura, pur di preservare la propria immaginazione stringe un patto con il Diavolo, diventando persino precettore del figlio di Lucifero, lungo un bizzarro sentiero onirico di scoperte e rivelazioni che richiedono la curiosità di chi sa liberarsi dal conformismo quotidiano. E se scoperte e rivelazioni fossero riservate a chi in età matura sa affrontare con occhi nuovi una nuova vita, una volta lasciato il lavoro? E’ quanto invita a fare con “Pensione. Voglio una vita spericolata, i segreti per farlo” (Anteprima Edizioni) Michaela Scotellaro, scrittrice e autrice che col blog “Happy Pensy”, ha dato vita a una consistente community. L’Ikigai (in giapponese “ragione di vita”) aiuta a capire i pilastri della propria essenza, che l’età matura aiuta non solo a focalizzare ma pure a perseguire. Da pensionati, liberati di stereotipi e convenzioni, si può innescare una nuova vita, all’insegna dell’avventura ispirata dalla curiosità. Non è ancora in libreria ma un progetto vicino alla meta dell’autopubblicazione col crowdfunding, sempre con bookabook, e una generosa segnlazione al Premio Calvino per la miglior opera prima, “Giorni di macaia“, il romanzo di Alessio Mazzolotti amico e regista degli spettacoli di IdF, che nell’intreccio fra epoche diverse, dalla Liguria della Resistenza a quella del G8 2001, all’11 settembre, indaga con curiosità sulla narrazione, provando a dare una risposta a una domanda che accompagna Alessio sin da quando ho scoperto i libri: qual è il prezzo da pagare per scrivere una buona storia?

“Frontiere. Lezioni sul futuro dagli italiani del West” in scena il 7 novembre al museo Caffi di Bergamo

Possibile? Possibile che le storie di connazionali che sfidarono nei secoli scorsi la frontiera del West siano d’ispirazione per noi, oggi, per sfidare una frontiera, quella della Complessità, che l’Intelligenza Artificiale ha reso ancor più indecifrabile? E’ quanto propone “Frontiere. Lezioni sul futuro dagli italiani del West”, lo spettacolo che dopo l’esordio nel bellissimo monastero di Astino, Italiani di Frontiera riporta ora in scena giovedì prossimo 7 novembre alle 18 a Bergamo, nell’ambito del festival Produzioni Ininterrotte di Crespi d’Adda, in una sede prestigiosa come il Museo Civico di Scienze Naturali di Bergamo EnricoCaffi, che dedica una splendida esposizione permanente alla collezione di manufatti di nativi americani raccolta da Giacomo Costantino Beltrami, esploratore bergamasco giunto nel 1823 dopo un’incredibile avventura alle sorgenti nord del Mississippi, la cui storia fa da filo conduttore al racconto dello spettacolo. A ispirarlo, l’eccezionale lavoro di ricerca di Cesare Marino, curatore del diario di viaggio di Beltrami, antropologo allo Smithsonian Institution di Washington e autorità mondiale nel campo dei nativi americani. Beltrami seppe “vedere” quel che gli altri non vedevano, con la sensibilità di comprendere cultura e doti artistiche dei nativi americani che esploratori e pionieri consideravano esseri inferiori da sterminare o civilizzare a forza, documentandone usi, costumi e la grande spiritualità. Incompreso dai contemporanei in patria e oltreoceano ( dove solo dopo la morte gli venne intitolata una contea nel Minnesota), ispirò con la sua opera grandi scrittori, che ne attinsero a piene piene mani, come James Fenimore Cooper, autore di “L’ultimo dei Mohicani”, classico della letteratura divenuto anni fa film di grande successo. E’ questa capacità da eccezionali visionari, capaci grazie alla cultura umanistica che si portavano dalla madrepatria di cogliere su quella frontiera quel che gli altri non vedevano, percorrendo strade inesplorate, incompresi e spesso disprezzati dai contemporanei come spesso accade agli innovatori, a caratterizzare i protagonisti dello spettacolo. E oggi più che mai, suggestioni ed emozioni da storie di ieri possono aiutarci a immaginare un domani non da esorcizzare ma da vivere da protagonisti. In scena alla tastiera Alessandro Pavesi, all’arpa Adriano Sangineto, in procinto di partire per una tournèe proprio nel West americano! Grazie per questa opportunità a Giorgio Ravasio direttore del festival, a Marco Valle direttore del museo e a Damiano Airoldi, amico impagabile che con la sua  MMN ancora una volta sostiene l’avventura di Italiani di Frontiera. Ingresso gratuito ma occorre registrarsi al museo (a questo indirizzo mail: infomuseoscienze@comune.bergamo.it), con la possibilità di un eccezionale prologo, una visita guidata (alle 17) alla fantastica collezione Beltrami.

Giovanni Miani “Leone Bianco del Nilo”. Esploratore temerario e sfortunato da Rovigo all’Africa

“…Ho fatto scavare una fossa per seppellirmi e i miei servi mi baciano le mani dicendo: Dio voglia che tu non muoia… Addio tante belle speranze, sogni della mia vita. Addio all’Italia per la cui libertà anch’io ho combattuto. I posteri vedranno anche che io ho fatto un viaggio storico. E se anche vivo, ci sono forse compensi a tanti patimenti?”. Sono le ultime parole, scritte nel cuore dell’Africa, del diario di un personaggio straordinario e sconosciuto ai più, soprannominato “Il Leone Bianco del Nilo”. Centocinquantadue anni fa, 1872, si concludeva amaramente l’esistenza di Giovanni Miani, che di vite ne aveva vissute tante. Sino ai 14 anni a Rovigo dov’era nato nel 1810, figlio di padre sconosciuto, un marchio di “figlio bastardo” che gli lasciò un’inesauribile voglia di riscatto. Poi a Venezia dove la madre era al servizio di un facoltoso nobile, Pier Alvise Bragadin, che probabilmente era suo padre e che gli consentì un’educazione principesca, lasciandogli pure una cospicua dote. Da quel momento, le vite di Miani sono all’inseguimento tenace di sogni ambiziosi, mai realizzati. Dopo numerosi viaggi in Europa, il progetto di scrivere una storia universale della musica, sostenuto da Gioacchino Rossini, che gli lascerà, vista l’abilità nel disegno, la capacità di illustrare con eleganza strumenti musicali di ogni Paese. Nel 1848, la breve illusione carbonara di liberarsi del giogo austriaco lo vede tra i difensori di Forte Marghera a Mestre. Poi la fuga per evitare la prigionia. Malta, Costantinopoli ed Egitto. Da quei viaggi l’idea di cercare Ophir, mitica regione ricchissima, citata dalla Bibbia, che sarebbe stata alle sorgenti del Nilo. Dopo un viaggio nel 1857, progetta la prima spedizione, francese, finanziata generosamente da Napoleone III. Un’odissea di caldo, fatica, stenti, animali feroci e ostilità di tribù locali, con cui ha violenti scontri. Ma il suo sguardo da italiano colto cattura impietosamente i risvolti del colonialismo. Gli indigeni sanno essere crudeli ma sono esseri umani che conoscono il bene, la cui vita è stata stravolta dal fiorire del commercio di schiavi, da saccheggi e prostituzione che accompagnano il passaggio di esploratori avidi e spietati, che fanno odiare i bianchi. Al ritorno da una seconda spedizione, veste all’orientale, con turbante e barracano, cose che non lo rende simpatico ai veneziani, ai quali dona 14 casse di reperti tra cui armi, tessuti, minerali, antichità, strumenti musicali, in parte ancora esposti al Museo di Storia Naturale. Nel frattempo, due esploratori inglesi, che probabilmente hanno boicottato la sua spedizione, hanno raggiunto il lago, ribattezzato Victoria, sorgente del Nilo, cosa che lo abbatte profondamente. Il suo terzo viaggio lungo il Nilo bianco, sarà l’ultimo, fatale. Si ammala, vien abbandonato dalla sua carovana. Alcuni esploratori di passaggio lo portano in un villaggio dove un anno dopo, sempre più debole, muore. Dopo una vita dedicata a inseguire obbiettivi ambiziosi, mai raggiunti, per cercare il riscatto del “figlio bastardo” che era stato. Grandi avventure, grandi sconfitte, grande capacità di osservare, raccontare, documentare controcorrente le sofferenze di Paesi lontani. In regioni nel cuore dell’Africa che due secoli dopo sono ancor oggi al centro di conflitti, colossali interessi di sfruttamento, povertà, che rimbalzano sino a casa nostra con il dramma dei profughi. Nel 2022, a 150 anni dalla sua morte, Rovigo gli ha reso omaggio ospitando a Palazzo Roverella una bellissima mostra a lui dedicata,”Giovanni Miani. Il Leone Bianco del Nilo”. Qui sotto invece il video dedicatigli nella ricorrenza dai Musei Civici di Venezia, che espongono molti degli oggetti che Miani portò in patria.

Patrick Consorti: a Silicon Valley per imparare a far business. Consapevoli dei propri punti di forza

Dall’Italia a Silicon Valley per imparare a fare business. Ma senza complessi di inferiorità, consapevoli dei propri punti di forza.. Un confronto fra Sardegna e Bay Area, la consapevolezza di quali sono questi punti di forza “mano destra” (cultura, capacità di socializzare, costi contenuti, molteplicità di talenti, creatività) sforzandosi di combinarli con i potenziali punti deboli “mano sinistra” (rischio, velocità, flessibilità, velocità di crescita, rapporto col danaro). Più una performance che una lezione, quella del mio amico Patrick Consorti, non solo il valore dei contenuti ma la capacità di proporli in modo vivace e creativo, interattivo. “Ok hai un minuto per convincermi: perchè dovrei investire sulla tua startup in Sardegna?” Grande Patrick, nella sessione a a Galvanize San Francisco del progetto TalentUpSardegna ASPAL – Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro. di Regione Autonoma della Sardegna. Un progetto organizzato da Fondazione Giacomo Brodolini, come partner Italiani di Frontiera e l’inarrestabile Paolo Privitera, con i video e le foto di Enrica Cavalli.