Quelle lezioni sul futuro di Jeff Cabili. Dall’università di Stanford all’Ucraina, anche sotto le bombe

    Davanti aveva sessantasei giovani imprenditori. Stava facendo lezione, quando improvvisamente è suonato un allarme e tutti sono dovuti correre in un garage sotterraneo. A continuare il lavoro. Forse in quel momento non ha pensato al garage che nella sua città, Palo Alto, California, è un monumento. Quello di Hewlett e Packard, con una targa dove molti vanno a fotografarsi, perché ricorda che quello è il luogo di nascita di Silicon Valley. O agli altri garage iconici della Bay Area: quello di Los Altos dove Steve Jobs e Steve Wozniak hanno fatto nascere Apple, quello in cui Sergei Brin e Larry Page hanno lanciato Google, a Menlo Park. «Ma quel garage sotterraneo dove allora mi trovavo era invece nella capitale ucraina e veniva usato come rifugio antiaereo. È lì che ho continuato il mio seminario. Stavo parlando di innovazione e comunicazione, in una città in guerra». È un vulcano di simpatia, creatività e competenza, Jeff Cabili. Siamo amici da anni, mi ha affiancato innumerevoli volte alla guida delle nostre visite con l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour a Stanford University, dove lavora da anni. Jeff è sempre fonte di sorprese. Ma nulla mi ha stupito come il racconto della sua coraggiosa, generosa missione nel creare proprio un anno fa, e tornandoci poi lo scorso maggio, un ponte fra Silicon Valley e un Paese devastato dalla guerra, tenendo diverse lezioni a Kyiv e Lviv (è lui a chiedere di usare la grafia ucraina per Kiev, che è il nome russo, e Leopoli) davanti a startupper, studenti, professori, funzionari governativi, uomini d’affari. Continua a leggere su StartupItalia «Ho continuato sotto terra il seminario che stavo facendo per un folto gruppo di startupper ucraini. Un pugno di giovani visionari. E quello spirito d’intraprendenza l’avevo davanti a me: in una città in guerra, ragazze e ragazzi che pensano a creare il futuro e a come ricostruire, mentre il loro Paese è alle prese con bombe e distruzioni». Se con Italiani di Frontiera da anni insisto nel raccontare come il saper combinare competenze diverse è il vero, prezioso segreto del talento italiano nella sfida alla complessità, beh nessuno incarna questo incrocio meglio di Jeff, a cui piace definirsi «un’insalata mista», cosmopolita uscito da un autentico crogiolo di culture, incroci, viaggi. Padre italiano, mamma greca, Jeff è nato in Egitto e cresciuto in Francia, dove si era diplomato in ingegneria chimica al Politecnico di Grenoble. Voleva proseguire gli studi nel campo del business, per questo si  trasferì negli Stati Uniti, entrando nella prestigiosa Wharton School dell’Università della Pennsylvania a Philadelphia. Il suo sogno però era andare in California, lo realizzò trovando il primo lavoro in HP. Era il 1975, quella prima esperienza di un anno era stato trampolino per sviluppare competenze manageriali e di consulenza nel campo dell’internazionalizzazione per diverse aziende europee e sudamericane (con un anno, tra 1986 e 1987 pure a Milano). Un’attività che alla fine gli ha spianato la strada per un posto di prestigio in California: direttore di Business Development per Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina della Stanford Graduate School of Business/Executive Education. Per una decina di anni Jeff ha girato il mondo promuovendo i corsi che l’ateneo riserva a una élite di professionisti di alto livello, occasione straordinaria di formazione e networking globale. Ma non ha mai dimenticato la sua passione per una disciplina così diversa dal business: l’arte di comunicare con e senza le parole: non solo gesti, mimica, postura, anche il modo di usare la voce, che può dare al contenuto delle parole emozioni e significati diversi. Dopo averlo insegnato a lungo a Stanford, questo è diventato il suo lavoro con How2Captivate, società che ha fondato nel 2015. E che realizza in tutto il mondo corsi e seminari di formazione su “Comunicazione Non verbale (Potere del linguaggio del corpo e della Voce)”, “Storytelling” e “Rendere brillante una presentazione”, per professionisti di ogni settore, particolarmente preziosi per gli startupper. L’INTERVISTA A JEFF CABILI Jeff come hai deciso di partire per un’avventura in Ucraina?È stato un modo per aiutare un Paese in guerra, invece di donazioni ho deciso di andarci a mie spese, Kyiv e Lviv, e contribuire a far comprendere come si fa business in Silicon Valley con lezioni per la comunità di imprenditori, per startupper, per studenti, che arrivavano da diverse parti del Paese. In California, è risaputo, c’è un atteggiamento particolare nei confronti del fallimento, che non è considerato qualcosa di negativo ma fonte di esperienza. Un atteggiamento molto positivo, trasformare in bene qualcosa che è male. Beh, è quel che ho trovato in Ucraina, questa resilienza che hanno le persone, sono molto positive, credono che la guerra non sarà un problema insormontabile, per riuscire e avere successo in futuro, pensano già a come ricostruire con un ottimismo fantastico, sicuri di vincere. Ottimismo e resilienza, senza paura. Persone che già parlano del dopoguerra e vogliono esser pronte per quel momento frequentando lezioni e seminari. E un anno fa, camminando per le strade di Kyiv quasi non si notava che il paese fosse  in guerra, i ristoranti erano pieni. Sino a quando suonava l’allarme, e tutti si infilavano nei bunker sotto terra. Cosa ti ha dato più soddisfazione di questa esperienza?A Kyiv ho fatto diversi seminari. Uno di questi era organizzato da associazioni studentesche a UNIT.City, primo parco tecnologico ucraino, il più grande dell’Europa orientale. Mi sono trovato davanti 430 studenti, che alla fine di due ore di lezione si sono alzati tutti in piedi per applaudirmi. E per la prima volta in vita mia ho avuto una standing ovation di più di di 400 persone. Hai fatto diversi corsi anche in Italia e per startupper italiani in California.Due cose ho notato, con startupper italiani ma pure svizzeri e francesi, nella postura e nell’utilizzo della voce. Tendono a stare davanti allo schermo, cosa che nasconde una parte delle slide. Per questo bisogna stare di lato. Poi la voce: molte volte ho sentito presentazioni a bassa voce ma un volume basso comunica poca fiducia mentre si deve parlare a voce alta e comunicare così sicurezza, che è quel che insegno nello stile di Silicon Valley. È importante essere assertivi e mostrare fiducia in se stessi

IdF Podcast 3 – L’incredibile filo rosso che collega Stanford University a Venezia

C’era un mestrino che passando in bicicletta per il campus di Stanford University… Dal viaggio compiuto dagli Stanford a Venezia poco prima della morte in Italia del figlioletto, cui è dedicata l’Università, agli artigiani della vetreria Salviati che decorarono per due volte con mosaici e vetrate la chiesa cuore dell’ateneo, prima e dopo il terremoto del 1906 che devastò San Francisco, a Diego Calaon, ricercatore di Ca’ Foscari oggi tornato in laguna, che a Stanford aveva iniziato a riscrivere la storia delle origini di Venezia, combinando archeologia, scavi a Torcello e Big Data… “Stanford e i Veneziani”, terza puntata di Italiani di Frontiera Podcast, traccia un incredibile filo rosso che collega la prestigiosa Università californiana all’Italia, anzi a Venezia, sin dalle proprie origini. Ricordando pure l’evento organizzato da IdF all’Università Ca’Foscari nel 2011, in onore di Dina Viggiano, trevigiana, veterana col marito Adalberto e il genetista Luca Cavalli Sforza, oggi scomparsi, della comunità italiana nella Silicon Valley, partita nel 1962 proprio da Venezia.

Giovanna Ceserani e il progetto di Stanford che mappa in digitale i diari dei viaggiatori del Grand Tour, con un tocco di Politecnico Milano

Pisana, laureata all’Università di Bologna, PhD a Cambridge e oggi Associate Professor al Dipartimento Studi Classici della Stanford University, Giovanna Ceserani è tra gli artefici di un inedito progetto di Digital Humanities: tecnologia digitale al servizio degli studi umanistici. Mapping the Grand Tour è un’elaborazione visuale dell’enorme mole di dati, documenti e diari di migliaia di viaggiatori inglesi che nel Settecento, come altri facoltosi europei, compirono il lungo viaggio d’istruzione in Italia. La nuova sfida è quella di portare approcci Big Data e le possibilità di visualization offerte dalle nuove discipline del computer a contatto con gli studi umanistici. Questo tipo di visualizzazione ha svelato percorsi, intrecci e significati inediti dei dati, che non si coglievano in quella che prima era una raccolta in forma di dizionario. Qui un articolo di The Economist, “Rewriting  History” in cui Giovanna illustra il suo lavoro. Nel video, l’incontro informale di Giovanna con i giovani professionisti del Sud protagonisti dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2013, in cui racconta il suo lavoro e la sua esperienza nell’università californiana, fra suggestioni e intrecci fra culture diverse. Il lavoro fa parte di un progetto più ampio, chiamato Mapping the Republic of Letters, a cui – chi l’avrebbe detto? – ha collaborato dall’Italia anche un prezioso amico di IdF, Paolo Ciuccarelli, fondatore e direttore scientifico del DensityDesign Research Lab del Politecnico di Milano, mentre la panoramica grafica è stata curata da Michele Graffieti, laurea allo stesso Politecnico, oggi visual designer a New York.  

Riscrivere la storia di Venezia con i Big Data: Diego Calaon archeologo di Ca’ Foscari a Stanford

E se uno strumento recente al servizio della conoscenza come i Big Data arrivasse a rivoluzionare pure quel che tutti crediamo di sapere del nostro passato remoto, costringendoci a riscrivere una pagina importante di storia? Forse sta già accadendo, con qualcosa che tutti sono convinti di conoscere: com’è nata Venezia. Premiato dalla Comunità Europea nel 2014 con il prestigioso Marie Curie-Skłodowska International Outgoing Fellowship, Diego Calaon archeologo del Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, sta realizzando grazie a quel finanziamento una ricerca in California presso la Stanford University proprio sulla nascita di Venezia. Con risultati sconvolgenti. Diego è da qualche tempo uno dei preziosi speaker dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, nelle nostre tappe a Stanford.     Tutti sanno come è nata Venezia, ricorda Diego. Ii primi veneziani sono scappati sulle isole in mezzo alla laguna per rifugiarsi dai pericoli delle invasioni barbariche che hanno devastato le città dell’entroterra… “Se questo fosse vero,  scavando in laguna dovremmo trovare un insediamento subitaneo che corrisponde al momento in cui gli antichi veneziano sono fuggiti da Padova, Treviso, Altino per rifugiarsi in laguna… in realtà l’archeologia ci fa vedere che la laguna è abitata in maniera continuativa fin dall’epoca romana almeno fin dal primo secolo avanti Cristo e non c’è nessuna tensione verso la formazione di un abitato ai fini difensivi. Tutta la letteratura storica ci parla di Venezia come di un posto difensivo come se le isole della laguna veneziana fossero il luogo più remoto in quel preciso momento storico L’archeologia ci fa vedere come a quell’epoca non esistessero che rive, pontili attracchi… vivere in quelle lagune significava vivere al centro delle comunicazioni”. LETTURA ALTERNATIVA CON I BIG DATA  – La rilettura di quelle origini si basa sull’uso di una serie di dati da analisi ambientali geografiche, paleogeografiche, incrociati con una mole infinita di dati storico archeologici,  “che provengono dalle analisi fatte in laguna attraverso strumenti informatici principalmente GIS (Geographic Information System). Dalla gestione della grande mole di dati che abbiamo su base cartografica, riusciamo a interrogare questi dati con una prospettiva diversa che lascia volutamente fuori la narrazione storia tradizionale. perchè crediamo che l’ambiente con la sua enorme mole di dati possa fornire una storia alternativa…” Ma la possibilità di rilettura di fenomeni complessi della storia europea, alla luce della gestione della miriade di dati che influenzano le origini di Venezia, spiega ancora l’archeologo, proviene non solo dati storici ma anche da dati attuali dei social media, di chi Venezia la usa, di chi la vive ogni giorno. VENEZIA E IL TRAFFICO DI SCHIAVI – Questa rilettura, che ha imposto un riesame originale dei dati riguardanti il mondo del lavoro, ha portato a un’altra scoperta rilevante, rivela Diego: il ruolo che ebbe per la prima Venezia l’ingente traffico di schiavi, venduti in Oriente al mondo islamico, la cui economia si reggeva sullo schiavismo. Una rilettura inedita delle origini di Venezia destinata probabilmente ad avere un forte impatto anche al di fuori della cerchia di storici  e archeologi, visto che in qualche modo queste rivelazioni toccano a fondo pure questioni che riguardano l’identità della città. “Wood, Water and Slaves. How Venice Come to the World” è il titolo del libro che Diego pubblicherà negli USA fra qualche mese, presentato in anteprima a San Francisco in un evento BAIA Geeks, organizzato da un altro prezioso amico di IdF, Franco Folini. Graandi cose nascono dagli Italiani di Frontiera Links…

Il surf, uno sport metafora che la California scoprì grazie a tre principi hawaiani 130 anni fa, mentre veniva fondata Stanford

Navigare e cavalcare le onde, due metafore ricorrenti, anche negli storytelling di Italiani di Frontiera. Navigazione come sfida all’ignoto, elevata a simbolo della condizione umana, magistralmente evocata da Joseph Conrad. Il flusso e lo scorrere come visione di un mondo in costante cambiamento, in cui sfuma la distinzione fra Reale e Virtuale, la differenza fra Intelligente e Smart si fa irrilevante, c’è un primato dell’Interazione sulle Cose, come rilevato in una splendida conferenza ad un recente evento Cisco da Luciano Floridi, filosofo ad Oxford. Che ha citato un prezioso frammento di Eraclito: Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo”. l surf simbolo d’intraprendenza che consente di sfidare forze indomabili, come quelle dell’oceano, ma oggi pure simbolo del pensiero laterale, percorsi trasversali e collegamenti eccentrici che consentono di “catturare” significati che sfuggono al pensiero lineare. Sinonimo di coraggio, libertà individuale ed anticonformismo, il surf è diventato pure un simbolo per la California. Che lo scoprì però solo 130 anni fa… Estate 1885,  Santa Cruz 120 chilometri a sud di San Francisco sta conoscendo un inatteso boom turistico. Cinque anni prima è stata conclusa la South Pacific Coast Railroad e la località balneare è una meta molto più facilmente raggiungibile, per chi vuole sfuggire alla calura dell’entroterra californiano ma anche da tutto il Paese. Uno dei grandi magnati della ferrovia è Leland Stanford, che proprio nella primavera di quel 1885 assieme alla moglie Jane ha fondato poco più a nord, a Palo Alto, l’Università che aprirà i battenti nell’ottobre 1891, dedicata alla memoria del figlio Leland Junior, morto a sedici anni l’anno prima a Firenze, durante un viaggio in Europa, a causa del tifo contratto in Grecia. In questo dramma umano e nella costruzione della celebre Università, gli italiani e i veneziani in particolare giocheranno un ruolo speciale, come raccontato i questo post. A descrivere l’atmosfera eccitata di Santa Cruz invasa da turisti è un quotidiano vivace ma dalla vita effimera, il Santa Cruz Daily Surf. Quella parola “surf” di etimologia incerta (sembra indicasse in origine le coste dell’India) che definisce la cresta dell’onda che diventa schiuma infrangendosi su spiagge o scogli, sta per entrare nell’uso comune con un altro significato. Fra i turisti che affollano la località infatti ci sono tre cadetti  della Saint Mathew’s School, accademia militare di San Mateo (non lontano da dove oggi sorge l’aeroporto di San Francisco).  Sono tre giovani principi delle Hawaii: David Kawananakoa, Edward Keliiahonui e Jonah Kuhio Kalanianole. Secondo la leggenda, sono saliti sulle montagne di Santa Cruz per ritagliarsi con legno di sequoia tre tavole particolarmente lunghe, riservate nella tradizione hawaiana all’aristocrazia. I tre rimasti orfani erano stati adottati dallo zio,  il re hawaiano David Kalakaua e sua moglie la regina consorte Esther Julia Kapi’olani e affidati alla tutela di una cugina che viveva in California, dove loro studiavano.    Secondo le cronache, le esibizioni dei tre giovani sulle loro lunghe tavole destarono un’enorme impressione sulla folla di turisti che non avevano mai visto nulla del genere. E per anni si parlerà di quello spettacolo, che ha gettato il seme di un nuova disciplina, destinata a caricarsi di significati simbolici, nella sfida giocosa e coraggiosa a una forza terribile, quella dell’oceano.  Ai tre giovani hawaiani, ricordati da una targa bronzea, nel 130° anniversario di quella esibizione, Santa Cruz ha dedicato dal mese scorso una mostra. I tre erano destinati a lasciare un segno pure nella storia delle Hawaii. Mentre Edward tornato alle isole malato di scarlattina morì nel 1887, David erede al trono non diventò mai re. Nel 1893 un colpo di stato propiziato dagli Stati Uniti mise fine alla monarchia instaurando una repubblica filoamericana. Due anni dopo, Jonah finì in carcere, per aver partecipato a un tentativo d’insurrezione per ripristinare la monarchia. Impossibile opporsi alla potenza americana: Jonah trovò un suo modo per “cavalcare” l’onda in politica, diventando esponente del partito repubblicano e delegato rappresentante delle Hawaii al Congresso USA. Ma era ancora in carcere, oltreoceano, quando un giornale di Santa Cruz aveva rilevato come quella prima esibizione del 1885 di cui era stato protagonista avesse tenuto a battesimo un nuovo sport, scrivendo: “I ragazzi che vanno a nuotare a Seabright Beach usano tavole da surf per cavalcare le onde, proprio come gli hawaiani”.

Con Enzo Carrone a Stanford, poi visita a Google guidata da Stefano Menti. E sorpresa a cena…

“Sembra di essere al Truman show, tutto così bello e pulito… magari c’è un fondo disegnato, con una porticina…” L’esordio dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour alla Stanford University in una giornata con un cielo di un azzurro irreale e un sole che spacca non poteva iniziare meglio. E davvero il commento di uno degli imprenditori bresciani che partecipa al Tour dà l’idea della suggestione del campus. Il primo speech,  con Enzo Carrone, ingegnere e fisico che lavora all’acceleratore di particelle, lascia tutti sbalorditi. Per la capacità di Enzo di combinare a ritmo serrato suo percorso professionale d’eccellenza con temi scientifici e valori di Silicon Valley, preziosi per guardare con occhio attento ma pure disincantato a questo luogo. Dove si investe non sulle buone idee ma nella capacità delle persone di sviluuppale e farne business, dove avere relazioni e network, dunque pure amicizie preziose, è un titolo di merito professionale. E dove condividere senza paura di farsi rubare le idee è la regola. Perché appunto non l’idea in sé ma chi la sa sviluppare è il vero valore. Ma Enzo ha anche avuto parole toccanti, per Italiani di Frontiera. Elogiando lo sforzo che facciamo per rafforzare questo ponte fra Italia e Silicon Valley.  Mi sono ritrovato assieme a Paolo Marenco in una slide della sua bellissima presentazione. Io e Paolo non abbiamo avuto finanziamenti ma una visione, ha detto Enzo. Aggiungendo che quel che costantemente raccontiamo fa amare ancor piu’ l’Italia a chi l’ha lasciata… Grazie, io mi sono commosso. Enzo ha davvero lasciato il segno, un’occasione per andare a rivedere la bella intervista registrata con lui al nostro primo incontro, durante il primo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour nel 2011. Foto di gruppo, lunch nella fantastica mensa. E shopping forsennato nel grande store… Ma prima di partire poteva mancare una visita alla chiesa di Stanford, raccontando la storia dell’Università e del contributo dato da maestranze veneziane a quell’edificio?   Partenza per Google, Mountain View. Ad accoglierci Stefano Menti, vicentino, Global lead, Cloud Online Sales del colosso della ricerca online. Google non assume solo ingegneri informatici, ricorda Stefano (rispondendo ad una domanda arrivata online al nostro gruppo dagli studenti dell’ITI Fermi di Desio, che è stata la scuola di Massimo Banzi). Perché se nel quartier generale (una quarantina gli italiani) sono moltissimi gli sviluppatori, a livello globale sono ancora di più i professionisti (da tutto il mondo e con un’età che raramente tocca i 40), che si occupano di sviluppo del business e delle vendite, per un’azienda che oggi gestisce enormi profitti dalle inserzioni collegate alla ricerca. Campus come sempre suggestivo, colori pastello ovunque, una puntata nella grande mensa dove ogni settimana si celebra l’incontro “Grazie a Dio è venerdì” in cui tutti i dipendenti possono rivolgere domande direttamente a Sergei Brin e Larry Page, fondatori di Google, e al loro top management. Piccola curiosità, per motivi di praticità l’incontro si svolge… di giovedì! I benefit per chi lavora a Google non si contano, visto che le aziende devono disperatamente attirare i bravi sviluppatori che da un giorno all’altro possono trovare offerte più vantaggiose. Un problema avere una mensa con ogni ben di Dio gratis, si rischia di metter su chili… e allora i colori pastello vengono usati anche per indicare l’apposto calorico delle pietanze scelte… Altra foto di gruppo, si riparte. Ma non è ancora finita. Perché con  noi a cena al ristorante giapponese di Redwood City c’è pure Pancrazio Auteri, veterano siciliano delle tecnologie digitali per la tv (TvBlob, TiVo) che in poco minuti prima di mangiare acconta la sua nuova avventura con ContentWise, startup di cui è CTO che mira a perfezionare la selezione di contenuti personalizzati per gli utenti, con importanti accordi in via di definizione con alcuni dei più grandi broadcaster europei, sulla base di una tecnologia sviluppata al Politecnico di Milano, dove Pancrazio si è laureato. Un grande onore, vedere che sono a volte gli Italiani di Frontiera a raggiungere noi per raccontarsi. E la nostra aventura è appena cominciata…

Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour d’autunno: si parte con Stanford e Google

E’ piena Indian Summer con un sole che spacca (ma all’ombra si gela..), San Francisco in piacevole subbuglio per le celebrazioni della Fleet Week, arate esibizioni aerei e feste ovunque in omaggio alla flotta degli Stati Uniti, cui seguono lunedì 13 quelle del Columbus Day. Ma nella Bay Area intanto stanno arrivando i partecipanti all’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2014 di autunno, con un programma da urlo… Domenica 12 piccolo giro turistico culturale per introdurre i tanti argomenti che il nostro viaggio approfondirà, alla ricerca non atto di ecletant casi aziendali ma di quello che è il modo di pensare (e di agire) alla base della culla mondiale dell’innovazione. Poi di seguito: Lunedì 13 Stanford University (Palo Alto) e Google (Mountain View) Martedì 14 MobileIron (Mountain View) e HP (Palo Alto), in serata il meeting con i veterani del Silicon Valley Italian Executive Council. Mercoled’ 15 a San josè, prima a IBM, poi  A3 Cube. Giovedì 16 a San Francisco: Novedge, Airbnb e incontro al Consolato Generale d’Italia con ADEspresso. Venerdì la chiusura  17 ancora a San Francisco: Gild, Salesforce e Mashape. Stay tuned…      

Gran finale dell’IdF Silicon Valley Tour fra Berkeley, Stanford e le note di Hotel California…

A Berkeley e Stanford… con l’Alumnus dell’Anno di Ca’ Foscari! Guida speciale (con T shirt UCF, Università di Ca’ Foscari, che in ottobre mi ha premiato come Cafoscarino dell’Anno..) per l’ultima giornata dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2014 nel cuore delle università della Bay Area. Si torna a Berkeley e ad accoglierci è ancora Alessandro Ratti, che conquista tutti analizzando a fondo il rapporto fra università e industria. L’importanza di trasferire tecnologia dagli atenei, che sviluppano quello che le imprese non sono capaci di fare, alle aziende, il ruolo di docenti che sono a loro volta imprenditori, la gestione dei brevetti, che restano di proprietà dell’Università ma danno potere contrattuale ai professori che li hanno ottenuti. E Alessandro riconosce forse una certa lungimiranza all’Europa, nello sviluppo della ricerca pura, mentre a suo giudizio le università americane subiscono forse un’eccessiva pressione da parte delle lobby di grandi imprese che spingono per risultati che siano convertibili in business. Pranzo nella cafeteria del Lawrence Berkeley Laboratory, il tempo di ricordare la storia di Mario Savio, origini siciliane, che fu leader storico della protesta studentesca qui nel 1964 e si riparte. Traffico intenso sulla 101, arriviamo a Stanford dove ci accoglie un vecchio amico di IdF, Jeff Cabili, gentilissimo e simpatico come sempre, malgrado il fuso orario, visto che è appena tornato da un viaggio transoceanico… Jeff si occupa della promozione della Business School, la formazione che l’ateneo dedica non agli studenti ma ai laureati ed a maturi professionisti che per un periodo possono frequentare corsi di altissimo livello per aggiornare e riqualificare il proprio profilo professionale. E agli imprenditori del tour viene forse l’acquolina in bocca… anche se frequentare questi corsi di eccellenza richiede un investimento non da poco. Foto di gruppo con Jeff e arrivederci. Si passa davanti alla chiesa di Stanford, quale occasione migliore per ricordare l’incredibile filo che intreccia la storia dell’Università…a quella di Venezia? Il Tour finisce a Stanford, anche se avremo altri piacevoli impegni e incontri. In pullman verso San Francisco, con le note, la traduzione e l’analisi, di Hotel California. Una metafora sul rock… nell’Angolo della Qultura con la Q maiuscola, le mille storie e divagazioni che il logorroico autore di IdF infligge ai partecipanti al Tour. Sarà masochismo ma sembrano gradire… in un viaggio tutto alla scoperta di significati nascosti.

Alla scoperta di Facebook e Stanford, poi la serata SVIEC con i veterani italiani di Silicon Valley

Vivere con la Rete vuol dire abituarsi ad un flusso costante nel quale occorre saper navigare. E nel terzo giorno consacrato del nostor tour, partiamo dalla sede al sito social per eccellenza. C’è così tanta eccitazione, nell’arrivare di primo mattino a Facebook, che uno di noi inciampa davanti al grande logo su El Camino Real, dove tutte le comitive scattano le foto d’obbligo, con il grosso disegno della mano col pollice alzato. anche perchè all’interno della sede le foto sono rigorosamente proibite. A far gli onori di casa due giovani ingegneri, Marco Rizzi e Davide Bolcioni, da non molto in Silicon Valley dopo aver maturato una professionalità di prim’ordine a Trento e Bologna.  Spiegano che Facebook sta davvero sperimentando un territorio nuovo, senza termini di paragone e senza precedenti di aziende che abbiano fatto altrettanto, in un campo, quello dei social media, che semplicemente non esisteva fino a pochi anni fa. Si procede per esperimenti, dicono, persino il colore dei bottoni viene testato con prove su un gruppo ristretto di tenti per vedere quale sia più gradito. Il campus di Facebook è attraente, tutto pulito e colorato, musica di sottofondo, ristoranti e negozi, anche se forse lascia un po’ la sensazione di un mondo a sè, autoreferenziale, più simile al set di Truman Show che a una cittadina ordinata. Shopping di ordinanza (accidenti, entriamo nel negozio vuoto trenta secondi prima di esser seguiti da una comitiva asiatica di 40 persone e si finisce a sgomitare…), poi via per la leggendaria Stanford. Niente da fare, cono sono stato una dozzina di volte ma l’emozione è la stessa dei miei compagni di viaggio che ci arrivano soltanto ora.  Si respira un’aria di tranquillità e di eccellenza, fra studenti che sfrecciano in bicicletta nei viali alberati tra gli austeri edifici che richiamano lo stile delle vecchie missioni. C’è il tempo per raccontare la straordinaria storia che intreccia le origini della prestigiosa università all’Italia, in particolare a Venezia (la chiesa cuore dell’ateneo fu interamente decorata con vetrate e mosaici da maestranze veneziane, prima e dopo il terremoto del 1906)  prima del benvenuto da parte di Alberto Salleo, amico di IdF che l’ha intervistato due anni fa, che ci spiega cosa significhi insegnare in questa università e fare ricerca. Un ruolo da “professore-manager” che consente di disporre di strumenti eccezionali e un budget consistente. Con il quale però occorre sfornare risultati: studi, pubblicazioni, anche se il prodotto principale da sfornare sono proprio gli studenti, in grado di sviluppare una propria capacità critica e di ricerca. Come si entra a Stanford? Per… raccomandazione, in un senso però agli antipodi rispetto a quello  cui siamo abituati. In un mondo rigorosamente meritocratico, sono le segnalazioni di professori e luminari ad aprire al strada. Ma nessuno si sogna nè si può permettere di raccomandare per amicizia o interesse, visto che segnalare una persona non meritevole si ripercuote subito sulla reputazione di chi quella persona ha segnalato. A Stanford incontriamo poi Jeff Cabili, vecchio amico di Italiani di Frontiera, che si occupa della promozione della Business School, la formazione che l’ateneo dedica non agli studenti ma ai laureati ed a maturi professionisti che per un periodo possono frequentare corsi di altissimo livello per aggiornare e riqualificare il proprio profilo professionale. Jeff è pure un esperto di comunicazione non verbale e conquista tutti con alcune riflessioni su come sia importante  saper leggere il comportamento altrui e comunicare con gli altri attraverso gesti semplici, dallo sguardo alla stretta di mano, che dicono più delle parole. Toccata e fuga nell’enorme negozio dei gadget dell’università, poi di corsa verso il gran finale. La sera è in programma il meeting dello SVIEC, Silicon Valley Italian Executive Council, che è prezioso partner dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour,  promosso da Unindustria Forlì Cesena con Agenzia Viaggi Manuzzi e organizzato da La Storia nel Futuro. A far gli onori di casa come sempre Jeff Capaccio, fondatore di SVIEC, che ha avuto un ruolo cruciale per la nascita di Italiani di Frontiera. E Jeff accidenti mi dà pure la parola a sorpresa, per un discorso improvvisato gli ospiti… grazie Jeff! La serata è un’occasione unica per gli imprenditori romagnoli in missione di incontrare veterani italiani di Silicon Valley vecchi amici di IdF, come Ezio Valdevit, friulano ex Olivetti, pioniere dello storage network e Fabio Ficano ceo e cofondatore di Moncada Energy USA. Ma soprattutto per ascoltare lo speaker d’eccezione. Chuck Rossi, Engineeering Manager di Facebook. Chuck è un relatore brillante, sforna cifre a ripetizione per dare un’idea di quale sia il movimento di dati, relazioni, contatti che il gigante dei social media attiva. Siamo davvero in un flusso costante, occorre muoversi in fretta e saper essere dirompenti, dice. E’ quello che nel nostro piccolo proviamo a fare pure noi, per catturare suggestioni, idee e nuovi modelli da portarci a casa, con questo tour de force in Silicon Valley.