Abbiamo sempre fatto così…”E Venezia perse il mare”. Venti anni fa l’articolo di Gianni Toniolo che ha ispirato Italiani di Frontiera
Venti anni fa nell’inserto domenicale del Sole 24 Ore compariva un bellissimo articolo di Gianni Toniolo (1942-2022), tra i massimi storici italiani dell’economia. Uno splendido, drammatico excursus su come la lunga decadenza economica e politica di Venezia fu frutto di un handicap culturale, propiziato proprio dalla sua ricchezza e dai successi passati, che consentirono di frenare e umiliare gli innovatori con leggi ispirate da vecchie consuetudini. In quel 2005 io preparavo un viaggio di famiglia con amici veneti sulla West Coast, ignaro del fatto che la California avrebbe cambiato tre anni dopo la mia vita, in quei sei mesi trascorsi a Palo Alto che videro nascere Italiani di Frontiera. Quell’articolo mi impressionò profondamente, prima di scoprire che il suo illustre autore aveva come cruccio personale proprio quello di valorizzare il talento, in un Paese che non sa offrire opportunità adeguate ai propri giovani, spingendo molti dei migliori a costruire all’estero il proprio futuro. Nel suo articolo, Toniolo svelava come fossero stati prima di tutto aspetti culturali le cause che spinsero una grande potenza a non sapersi adeguare ai cambiamenti, sedersi sugli allori e imboccare la strada della decadenza. “Abbiamo sempre fatto così” non è un modo di pensare che scontiamo solo oggi. Un motivo in più per ripubblicare a vent’anni di distanza con Italiani di Frontiera uno dei testi che più hanno ispirato questo progetto, dedicato a valorizzare il talento e denunciare stereotipi e cattivi abitudini che penalizzano gli innovatori, mortificando prima di tutto le aspirazioni dei più giovani. E VENEZIA PERSE IL MARE di Gianni Toniolo (Il Sole 24 ore, Domenica 5 giugno 2005) In una giornata di bonaccia dell’estate 1455 il convoglio veneziano diretto alle Fiandre stava all’ancora presso Lisbona, caricando acqua e derrate fresche nell’attesa del vento favorevole per riprendere il viaggio. Alvise da Mosto, nobile mercante poco più che ventenne, ingannava il tempo con chiacchiere e giochi quando vide salire a bordo alcuni mercanti e cortigiani portoghesi che si misero a discorrere con un gruppo di veneziani. Avvicinatosi, Alvise li sentì favoleggiare di terre lontane e sconosciute che offrivano possibilità di guadagni quasi illimitati ai coraggiosi capaci di raggiungerle. Al giovane da Mosto bastarono quelle vaghe informazioni per liquidare la propria mercanzia, comprarne di più adatta e partire per il sud, lungo la costa africana. Risalendo il fiume Senegal trovò le opportunità di guadagno che aveva sperato. I capi locali erano disposti a dare fino a 14 uomini in cambio di un cavallo. Gli schiavi neri si rivendevano poi a caro prezzo in Portogallo e nel resto d’Europa. L’anno seguente da Mosto si spinse nel Gambia e scoprì, pare per caso, le isole del Capo Verde. Acuto osservatore e buon cartografo, combinando la ricerca dell’avventura con quella del profitto, Alvise fu il primo autore di una generale descrizione dell’ Africa. Tornò in patria come un uomo ricco, per servire la Serenissima nel Senato e nella guerra contro i turchi. Quasi tre secoli dopo, nel 1739, Nicolò Tron, già ambasciatore di Venezia alla corte di San Giacomo, volle importare dall’Inghilterra la navetta volante di Kay, la pionieristica innovazione, brevettata nel 1733, che diede avvio alla meccanizzazione della tessitura. Nicolò era uno dei pochi nobili veneziani tuttora dediti all’industria e al commercio. L’amore per il rischio era, per l’aristocrazia, un vago ricordo: le vecchie famiglie investivano nella terra e prestavano denaro allo stato il cui debito era cresciuto a dismisura. Nota come una delle capitali più allegre d’Europa, Venezia – tappa obbligata del Gran Tour – era forse il principale centro teatrale e operistico del continente: vi si contavano ben diciassette teatri, per una popolazione di 140mila abitanti. «I carnevali in cui uomini e donne andavano mascherati e indulgevano alle libertà rese possibili dalla finzione creavano uno spirito che durava tutto l’anno, un’ aria di festa di cui era intrisa tutta la vita della città» (F.Lane, Storia di Venezia, Einaudi, 1978). Un’aria di festa che lasciava poco spazio alle attività industriali, anche innovative, come quella di Nicolò Tron. Questi comprese che la propria fabbrica non avrebbe potuto prosperare a Venezia: la impiantò, dunque, nel vicentino, presso Schio, in una valle pedemontana ricca di acqua e di manodopera a buon mercato, lontana dalle soffocanti corporazioni e dal controllo occhiuto del governo. La sua non fu una scelta isolata. Gli uomini nuovi dell’industria, di estrazione sociale modesta, quasi tutti nati e cresciuti nella terraferma, spesso al di fuori dai domini della Serenissima, crearono telerie in Friuli, setifici idraulici tra Padova e Bergamo, opifici meccanici a Brescia, nei luoghi, insomma, ove era più conveniente “delocalizzare”, fuggendo dalla città i cui costi erano divenuti proibitivi. Le nuove manifatture di terraferma sfornavano prodotti di qualità dozzinale, destinati al consumo popolare: la Francia aveva sostituito Venezia come centro europeo delle produzioni di lusso per l’aristocrazia e l’alta borghesia. Faceva eccezione la produzione vetraria di Murano, figlia non abbandonata di una tradizione tecnica e artistica gelosamente custodita, curata e sostenuta. Verso la metà del Quattrocento, grazie all’immaginazione, alla vitalità, allo spirito di avventura di mercanti come Alvise da Mosto, Venezia era la regina dei traffici mediterranei. Al bacino di San Marco convergevano e da lì ripartivano spezie, sete, broccati, lane, argento, schiavi. L’arte delle costruzioni navali, che nei due secoli precedenti aveva saputo creare un felice connubio tra la tradizione nordica e mediterranea, trovava la sua massima espressione nell’Arsenale di Venezia. All’inizio del Cinquecento, Vasco da Gama inaugurò una nuova era, spostando il baricentro del commercio mondiale dal Mediterraneo agli oceani Atlantico e Indiano. Venezia fu lenta a reagire. Le fece difetto la capacità culturale e politica di fare quanto necessario per adattarsi all’ evoluzione dell’arte della navigazione e della guerra sul mare. Quando i galeoni del nord cominciarono a infastidire il loro commercio, i veneziani tennero lunghe discussioni su come rispondere alla sfida. I conservatori che sostenevano l’impiego della tradizionale “nave lunga” (la galera) ebbero la meglio. Fu a seguito di questa decisione che, Fyndes Moryson, contemporaneo di Shakespeare, poteva osservare come le navi inglesi, uscite da Venezia insieme a navi veneziane, fossero andate










