Abbiamo sempre fatto così…”E Venezia perse il mare”. Venti anni fa l’articolo di Gianni Toniolo che ha ispirato Italiani di Frontiera

Venti anni fa nell’inserto domenicale del Sole 24 Ore compariva un bellissimo articolo di Gianni Toniolo (1942-2022), tra i massimi storici italiani dell’economia.  Uno splendido, drammatico excursus su come la lunga decadenza economica e politica di Venezia fu frutto di un handicap culturale, propiziato proprio dalla sua ricchezza e dai successi passati, che consentirono di frenare e umiliare gli innovatori con leggi ispirate da vecchie consuetudini. In quel 2005 io preparavo un viaggio di famiglia con amici veneti sulla West Coast, ignaro del fatto che la California avrebbe cambiato tre anni dopo la mia vita, in quei sei mesi trascorsi a Palo Alto che videro nascere Italiani di Frontiera. Quell’articolo  mi impressionò profondamente, prima di scoprire che il suo illustre autore aveva come cruccio personale proprio quello di valorizzare il talento, in un Paese che non sa offrire opportunità adeguate ai propri giovani, spingendo molti dei migliori a costruire all’estero il proprio futuro. Nel suo articolo, Toniolo svelava come fossero stati prima di tutto aspetti culturali le cause che spinsero una grande potenza a non sapersi adeguare ai cambiamenti, sedersi sugli allori e imboccare la strada della decadenza.  “Abbiamo sempre fatto così” non è un modo di pensare che scontiamo solo oggi. Un motivo in più per ripubblicare a vent’anni di distanza con Italiani di Frontiera uno dei testi che più hanno ispirato questo progetto, dedicato a valorizzare il talento e denunciare stereotipi e cattivi abitudini che penalizzano gli innovatori, mortificando prima di tutto le aspirazioni dei più giovani. E VENEZIA PERSE IL MARE di Gianni Toniolo (Il Sole 24 ore, Domenica 5 giugno 2005) In una giornata di bonaccia dell’estate 1455 il convoglio veneziano diretto alle Fiandre stava all’ancora presso Lisbona, caricando acqua e derrate fresche nell’attesa del vento favorevole per riprendere il viaggio. Alvise da Mosto, nobile mercante poco più che ventenne, ingannava il tempo con chiacchiere e giochi quando vide salire a bordo alcuni mercanti e cortigiani portoghesi che si misero a discorrere con un gruppo di veneziani. Avvicinatosi, Alvise li sentì favoleggiare di terre lontane e sconosciute che offrivano possibilità di guadagni quasi illimitati ai coraggiosi capaci di raggiungerle. Al giovane da Mosto bastarono quelle vaghe informazioni per liquidare la propria mercanzia, comprarne di più adatta e partire per il sud, lungo la costa africana.    Risalendo il fiume Senegal trovò le opportunità di guadagno che aveva sperato. I capi locali erano disposti a dare fino a 14 uomini in cambio di un cavallo. Gli schiavi neri si rivendevano poi a caro prezzo in Portogallo e nel resto d’Europa. L’anno seguente da Mosto si spinse nel Gambia e scoprì, pare per caso, le isole del Capo Verde. Acuto osservatore e buon cartografo, combinando la ricerca dell’avventura con quella del profitto, Alvise fu il primo autore di una generale descrizione dell’ Africa. Tornò in patria come un uomo ricco, per servire la Serenissima nel Senato e nella guerra contro i turchi. Quasi tre secoli dopo, nel 1739, Nicolò Tron, già ambasciatore di Venezia alla corte di San Giacomo, volle importare dall’Inghilterra la navetta volante di Kay, la pionieristica innovazione, brevettata nel 1733, che diede avvio alla meccanizzazione della tessitura. Nicolò era uno dei pochi nobili veneziani tuttora dediti all’industria e al commercio. L’amore per il rischio era, per l’aristocrazia, un vago ricordo: le vecchie famiglie investivano nella terra e prestavano denaro allo stato il cui debito era cresciuto a dismisura. Nota come una delle capitali più allegre d’Europa, Venezia – tappa obbligata del Gran Tour – era forse il principale centro teatrale e operistico del continente: vi si contavano ben diciassette teatri, per una popolazione di 140mila abitanti. «I carnevali in cui uomini e donne andavano mascherati e indulgevano alle libertà rese possibili dalla finzione creavano uno spirito che durava tutto l’anno, un’ aria di festa di cui era intrisa tutta la vita della città» (F.Lane, Storia di Venezia, Einaudi, 1978). Un’aria di festa che lasciava poco spazio alle attività industriali, anche innovative, come quella di Nicolò Tron. Questi comprese che la propria fabbrica non avrebbe potuto prosperare a Venezia: la impiantò, dunque, nel vicentino, presso Schio, in una valle pedemontana ricca di acqua e di manodopera a buon mercato, lontana dalle soffocanti corporazioni e dal controllo occhiuto del governo. La sua non fu una scelta isolata. Gli uomini nuovi dell’industria, di estrazione sociale modesta, quasi tutti nati e cresciuti nella terraferma, spesso al di fuori dai domini della Serenissima, crearono telerie in Friuli, setifici idraulici tra Padova e Bergamo, opifici meccanici a Brescia, nei luoghi, insomma, ove era più conveniente “delocalizzare”, fuggendo dalla città i cui costi erano divenuti proibitivi. Le nuove manifatture di terraferma sfornavano prodotti di qualità dozzinale, destinati al consumo popolare: la Francia aveva sostituito Venezia come centro europeo delle produzioni di lusso per l’aristocrazia e l’alta borghesia. Faceva eccezione la produzione vetraria di Murano, figlia non abbandonata di una tradizione tecnica e artistica gelosamente custodita, curata e sostenuta. Verso la metà del Quattrocento, grazie all’immaginazione, alla vitalità, allo spirito di avventura di mercanti come Alvise da Mosto, Venezia era la regina dei traffici mediterranei. Al bacino di San Marco convergevano e da lì ripartivano spezie, sete, broccati, lane, argento, schiavi. L’arte delle costruzioni navali, che nei due secoli precedenti aveva saputo creare un felice connubio tra la tradizione nordica e mediterranea, trovava la sua massima espressione nell’Arsenale di Venezia. All’inizio del Cinquecento, Vasco da Gama inaugurò una nuova era, spostando il baricentro del commercio mondiale dal Mediterraneo agli oceani Atlantico e Indiano. Venezia fu lenta a reagire. Le fece difetto la capacità culturale e politica di fare quanto necessario per adattarsi all’ evoluzione dell’arte della navigazione e della guerra sul mare. Quando i galeoni del nord cominciarono a infastidire il loro commercio, i veneziani tennero lunghe discussioni su come rispondere alla sfida. I conservatori che sostenevano l’impiego della tradizionale “nave lunga” (la galera) ebbero la meglio. Fu a seguito di questa decisione che, Fyndes Moryson, contemporaneo di Shakespeare, poteva osservare come le navi inglesi, uscite da Venezia insieme a navi veneziane, fossero andate

Leandro Agrò: “C’è un antidoto ai guru di ultradestra della Silicon Valley inquietanti ma efficaci. È il pensiero critico”

«Siamo stati sulla Luna nel luglio 1969. Woodstock è cominciato tre settimane dopo. Col senno di poi, è lì che il progresso si è fermato e che hanno vinto gli hippie». Delle tante affermazioni sconcertanti, spiazzanti della lunga intervista nei giorni scorsi sul New York Times a Peter Thiel, fondatore di PayPal e Palantir, tra i primi finanziatori di Facebook e oggi figura di spicco della destra a Silicon Valley come sostenitore di Donald Trump dal 2016 e mentore del vicepresidente Vance, questa è quella che più mi ha stupito. Perché per anni con Italiani di Frontiera ho indagato sul contributo della controcultura californiana alla crescita della culla mondiale dell’innovazione, pure con uno spettacolo (“Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“, regia di Alessio Mazzolotti), che all’esordio ebbe l’onore di un pubblico elogio da uno spettatore d’eccezione: Federico Faggin.  Agli occhi di Thiel invece, dagli anni Settanta sarebbe iniziato un pericoloso rallentamento nella dinamica di cambiamenti e innovazione iniziata nella società occidentale a metà Settecento. E mentre molti di noi oggi temono di vedere già avviata l’era di un inquietante autoritarismo tecnologico, lui, che ammette di aver puntato subito su Trump solo come unico elemento dirompente di questa stagnazione, il pericolo lo intravede in un possibile «regime autoritario ecologista» immobilista che tutto pretende di controllare e misurare, indicando fra diverse citazioni del Vecchio Testamento il possibile Anticristo in… Greta Thunberg! Per anni ho celebrato il potere innovativo del pensiero controcorrente di personaggi scomodi, dai poeti della Beat Generation alla breve stagione hippie, che ispirarono il sogno libertario di diversi pionieri dell’hi tech, non solo Steve Jobs. Oggi scopro che a mettermi a disagio è proprio un pensiero controcorrente, di visionari di una controcultura contrapposta ma germogliata sempre nella Bay Area, profondamente di destra. Come fronteggiarla?  A soccorrermi è stato un vecchio amico come Leandro Agrò, pioniere in Italia di Internet delle Cose e Design Thinking, “orgogliosamente siciliano” da alcuni anni trapiantato a Silicon Valley, con una preziosa riflessione a tutto campo sulle parole di Thiel. Agrò vive e lavora a Palo Alto. Si occupa di innovazione in ambito hardware/IoT e Physical AI, portando il design thinking nei processi di accelerazione per startup deep tech. È a capo dei programmi  Deep Tech Programs a INNOVIT e collabora con venture builder tra Italia e Stati Uniti. È advisor di compagnie a forte vocazione robotica ed è Chief Product Design Officer di SailADV Group / D.gree, dove progetta una tecnologia di autonomia e intelligenza artificiale per superyacht. Peter Thiel imprenditore e investitore, figura di spicco della destra a Silicon Valley Prima di tutto Leandro, quali sono i motivi di questo profondo disagio in persone aperte alle idee nuove, davanti alle dichiarazioni di questi guru di Silicon Valley?Personaggi come Peter Thiel ed Elon Musk Incarnano un tipo di leadership che è allo stesso tempo inquietante e, innegabilmente, efficace. E questo avviene in un luogo, Silicon Valley, dove viene definita una buona parte del nostro futuro, spesso senza il nostro consenso. Le loro idee ci turbano perché non si fermano a migliorare il presente. Mentre noi ci sentiamo intrappolati in un mondo fratturato, loro parlano di stagnazione, intelligenza artificiale come strumento di potere, futuri rubati e religioni algoritmiche. Molti li liquidano come megalomani narcisisti o cattivi da fantascienza. Eppure qui nella Valley, le persone li seguono con un livello di riverenza che sfiora la devozione. ‘Sei un mal di testa per questo Paese‘ detto da un professore, per il mio procedere controcorrente, è stato il miglior complimento che abbia mai ricevuto. Allora perché nascondersi dalle idee di coloro che ora danno a me il mal di testa? Affrontiamoli, i mostri”. E come sono questi “mostri”?Hanno idee forti, invasive, spesso pericolosamente semplici. Ma colpiscono quel punto cieco dove si nasconde la nostra paura dell’irrilevanza e della stagnazione. Le persone che lavorano con loro lo sanno bene: nelle loro aziende, da SpaceX a Palantir, da Neuralink a Anduril, si racconta di orari disumani, pressione estrema e visioni uscite direttamente da un romanzo distopico. Ma anche di motivazione radicale, in luoghi in cui la convinzione dominante è ‘Cambia il mondo… o muori provandoci’ . Ma dove porta questa strada?La parola chiave? ‘Obbiettivo’. Quella sensazione di essere parte di qualcosa di più grande di te stesso. In una società che sogna un futuro ‘alla Star Trek’ dove i problemi sociali sono risolti e il lavoro non è più una necessità ma una scelta – avere un obbiettivo è tutto. Che siamo d’accordo o meno con quell’obbiettivo è irrilevante, quel che conta è che è potente. Musk e Thiel non si limitano a dire cose provocatorie. Come in politica, il loro valore risiede nel generare un significato e in ciò che provocano negli altri. Come nella riflessione sugli hippie: tagliente, esasperante. Ma innegabilmente memorabile La loro leadership non è lì per essere copiata. È lì per essere decodificata. Come un virus. Solo in questo modo possiamo realizzare gli anticorpi. Peter Thiel dice spesso: viviamo in un’era di stagnazione mascherata da innovazione. Non è esagerato?Attenzione, sotto la frustrazione di queste dichiarazioni si nasconde una spinta più profonda: Progresso,  non come miglioramento lineare, ma come ribellione. Rifiuto di un presente che sembra bloccato. Thiel, Musk e gli altri non sono eroi o salvatori. Sono disadattati con capitale. Menti inquiete che non riescono a trovare pace nel sistema che hanno ereditato. Persone che non sopportano l’idea che la realtà sia già decisa. Per loro il cambiamento è un’esigenza esistenziale. Per questo attaccano, col riferimento agli hippie, una  visione pacifista, ecologista che racchiude in sè il concetto di conservazione, mantenere e ripetere il presente. Così facendo ignorano i freni culturali, evitano il consenso e mirano dritti al nucleo del potere: computazionale, energetico, narrativo. Che ci piaccia o no, stanno riscrivendo i termini di accesso al futuro.  In questa iperbole, Thiel è assai critico con l’Intelligenza Artificiale… Secondo lui, l’AI sforna meme e sciocchezze – certo, forse aumenta la nostra produttività – ma nel processo erode il pensiero critico. Niente nuove città. Niente energia pulita. Niente estensione della vita. Ma in un mondo in cui il costo dei televisori è diventato quasi irrisorio mentre

Francesca Cavallo

Sono passati tredici anni ma sembra un’era geologica, da quando Francesca Cavallo, origini tarantine classe 1983, assieme ad Elena Favilli aveva sbalordito la platea del concorso startup di Mind the Bridge con una presentazione travolgente di “Timbuktu Labs” (io ne avevo scritto in un blog con video che tenevo per Forbes), progetto di editoria digitale per realizzare una rivista internazionale per bambini in inglese e cinese su tablet, vincendo la competizione e trasferendosi oltreoceano, prima a San Francisco poi a Venice nell’area di Los Angeles. Grandi apprezzamenti ma scarsa redditività, gli ultimi dollari erano così finiti nella scommessa di un libro per ispirare le ragazze a sfondare il soffitto di cristallo che frena le loro ambizioni,  con storie di grandi protagoniste femminili della storia e dell’attualità.  Ma servivano almeno i soldi per ingaggiare illustratrici di valore. Chiesero poche decine di migliaia di dollari, in 28 giorni ne arrivarono un milione da 70 Paesi, con quella che è stata la più ricca campagna di crowdfunding nel mondo dell’editoria, mentre il libro ha venduto otto milioni di copie (un milione in Italia), con traduzioni in 49 lingue, 14 milioni di dollari fatturati in un solo anno tra favole e merchandising. Un successo mondiale travolgente, quello di  “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, realizzato assieme a Elena Favilli. Dopo quell’incredibile esperienza, Francesca è ripartita da sola. Prima con un’imperdibile riflessione autobiografica, “Ho un fuoco nel cassetto”, sulla sua esperienza di giovane intraprendente imprenditrice e artista pugliese, figlia di un venditore d’auto e di una casalinga, che  arriva a dire no a grandi nomi di Hollywood, che vorrebbero trasformare sullo schermo quel libro in manuale per donne che vogliono fare impresa, mentre lei vuole continuare a considerarlo un prontuario per sfidare il famoso tetto di cristallo che opprime le ambizioni di tutte le ragazze.  Poi con rinnovato spirito da startupper, in un  altro libro  “Storie Spaziali per Maschi del Futuro” che autoprodotto, in Italia dove non ha trovato un editore e una distribuzione tradizionale, ha in breve conquistato la cima delle classifiche grazie alla vendita online, prima di uscire  in mezzo mondo in inglese, portoghese, tedesco, danese, spagnolo, catalano e croato..  «Rinunciare a uscire in Italia, io che vengo dal paese di Maria Montessori, Elena Giannini Belotti Gianni Rodari, Loris Malaguzzi?», si è chiesta con sano orgoglio “patriottico-pedagogista”, rievocando grandi figure dell’educazione e della letteratura per l’infanzia. Francesca Cavallo alla presentazione del suo ultimo libro a BASE Milano Il nuovo incontro con Francesca Cavallo   Dopo tanti successi, ripartire da sola con spirito da startupper… com’è successo?Avevo finalmente concluso un lavoro durato due anni per il nuovo libro, ero alla vigilia di una delicata operazione chirurgica e aveva mandato la proposta a diversi editori italiani. Convalescente, avevo riaperto dopo giorni la posta elettronica convinta di poter scegliere fra diverse proposte… invece nessuno aveva risposto! E l’unica proposta era poi arrivata da una grande casa editrice… ma con un compenso che non copriva nemmeno i costi sostenuti per pagare l’illustratore. Allora ho deciso di fare da sola. Per un libro che ha trovato all’estero diversi editori. Francesca presenta “Storie Spaziali per Maschi del Futuro” ai bambini di una scuola di Bruxelles Com’è nata l’idea di un libro dedicato ai ragazzi?In mille presentazioni ero stata tempestata dalla stessa domanda: E i maschi? Una domanda che mi infastidiva ma che in realtà toccava un punto delicato e ha innescato una riflessione. Se nelle favole le protagoniste femminili sono in genere figure subalterne, bisognose di protezione, che sognano di realizzarsi trovando il principe azzurro… cosa sappiamo di questi principi azzurri? Che in genere si sposano non tanto per amore quanto per tutelare una proprietà, la continuità del casato… ma nulla sappiamo del loro stato interiore. Ed è su questo che mi sono concentrata. E cosa hai scoperto con questa riflessione?Che nel delineare i personaggi maschili, nelle favole dubbi, dolori, incertezze sono nascosti, come se dovessero occultare vulnerabilità, fragilità. A differenza di molte protagoniste femminili, non si ribellano quasi mai ai piani delle loro famiglie, il loro fine è custodire l’integrità del regno, anche se per farlo devono sacrificare la propria, di integrità. A pensarci bene, sembra che a esternare un tormento interiore nei protagonisti delle favole siano solo esseri così “diversi” dallo stereotipo maschile da avere un aspetto ‘osceno’, fuori dai canoni tradizionali, come la Bestia e Quasimodo, il gobbo di Notre Dame. Da lì l’idea che fosse necessario riscrivere questo Immaginario. Un lavoro difficile, durato due anni. Con una prospettiva molto diversa da quella delle Bambine Ribelli…Sì, perchè se per le bambine l’obbiettivo era spronarle ad andare alla conquista del mondo con storie d’ispirazione, per i bambini l’obbiettivo è di spingerli alla scoperta di sè. Contro qualsiasi evidenza scientifica, ci siamo convinti che i ragazzi siano più semplici delle ragazze, che le loro identità siano meno sfaccettate, i loro bisogni più rudimentali. Queste convinzioni ci impediscono di osservare i nostri ragazzi con la dovuta attenzione, di aiutarli a coltivare la loro vita emotiva e spirituale con la dovuta cura. Ci impediscono perfino di renderci conto di quando hanno bisogno di noi… E allora che si fa? Storie Spaziali per Maschi del Futuro è la mia risposta a questa domanda. Dodici fiabe ambientate su pianeti immaginari, ciascuna incentrata su un aspetto chiave dell’identità maschile. Per andare non alla conquista del mondo ma alla scoperta di se stessi. E lo spazio che ognuno ha dentro di sé è infinito… per questo ho deciso di portarli nello spazio. Francesca legge un brano del suo nuovo libro ai bambini di una scuola elementare veneziana Ma come con le Bambine Ribelli, il filo conduttore rimane la scoperta di sé e una nuova consapevolezza, anche degli stereotipi da abbattere.Quanto siano radicati questi stereotipi l’ho capito pure durante la stampa dei libri precedenti… un tipografo aveva applicato una “censura” a una delle protagoniste attenuando alla pressa il colore nero di una modella, che gli era sembrata “troppo nera” per sfilare…un disegnatore aveva cambiato invece le proporzioni del corpo di un soggetto disabile… che proprio per la sua disabilità era

Giornalismo e Intelligenza Artificiale 2 – Essere intervistato da una bravissima “collega AI”. Impegnativo, inquietante

Dopo la mia precedente intervista a lei, qui di seguito l’intervista che Catherine Marshall ha fatto a me, sempre per il magazine Wings, esperimento realizzato dall’agenzia Sharazad. Ancora una volta sono rimasto affascinato e sconcertato dalla sua profondità, rapidità, capacità di individuare collegamenti. Ma soprattutto per lo spirito critico, specie sull’uso di AI… piccolo particolare per tutti coloro che si fossero persi la prima parte del racconto: Catherine NON è un essere umano ma una giornalista virtuale realizzata con l’Intelligenza artificiale! Dopo che mi ha intervistato, Catherine ha scritto un articolo, scegliendo di ambientare il nostro incontro in una pasticceria milanese, aspetto interessante che ha reso il suo pezzo particolarmente vivido e ricco di dettagli, a riprova della bravura della collega virtuale. (“virtuale” pure l’incontro “in una pasticceria milanese”… non ci siamo mai incontrati! Ma forse, chissà, un giorno…). Anche questa intervista è stata rilanciata da StartupItalia Roberto, partiamo da una provocazione: oggi la fiducia nei giornalisti è ai minimi storici. Fake news, interessi politici ed economici, superficialità. Perché dovremmo ancora credere a chi racconta le storie?Bella domanda, contiene tutto il senso della sfida che i giornalisti oggi devono affrontare. E vincere: meritare fiducia, autorevolezza e reputazione, dimostrarsi l’antidoto al proliferare di fake news, avere il coraggio di non sottostare a potentati politici ed economici né a stereotipi dettati dalla superficialità. Credere a chi racconta storie lo facciamo senza accorgerci quotidianamente, immersi in narrazioni in prevalenza negative, spesso rivolte più alla pancia che al cervello. Le storie sono da sempre essenziali per definire chi siamo, di storie ci sarà sempre bisogno. Ai giornalisti il compito di informare raccontandole con coraggio, onestà intellettuale. E quell’umiltà di chi sa di poter sbagliare e avere sempre da imparare, nel cercare un po’ alla volta di accertare la realtà. Parli di umiltà e onestà intellettuale, ma il giornalismo spesso vive di certezze, titoli a effetto e prese di posizione nette. Il dubbio, che dovrebbe essere il motore della professione, sembra invece una debolezza. Non è anche questo un tradimento della fiducia del pubblico?Altro che! “I migliori mancano di ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di un’intensa passione“, recita un bellissimo verso di William Butler Yeats. Terribilmente attuale. La complessità, l’incertezza determinata da cambiamenti rapidi che un tempo avvenivano nell’arco di generazioni, oggi accelerati dalle innovazioni tecnologiche, creano un costante senso di smarrimento, ansia. Terreno fertile per i venditori di false certezze e parole forti. Questo spiega il trionfo di sovranismo, complottismo, fake news e la crisi dei sistemi democratici. Il giornalismo purtroppo spesso si adegua nel soddisfare questo bisogno di certezze, anche se infondate. Dovremmo ricordare che le avanguardie del secolo scorso, nell’arte figurativa (da Picasso a Pollock), nella musica (Da Schoenberg a Stravinskij) hanno stravolto le linee dei confini cui eravamo abituati, per non parlare della linea spazio-temporale con Einstein. Tutto questo ci ha confuso, ha reso più complicato il nostro mondo ma ha immensamente allargato i confini della nostra conoscenza. Hai ragione, il giornalista dovrebbe raccontare coltivando il dubbio, non le certezze granitiche. Quindi il giornalismo dovrebbe allenare alla complessità, ma il mercato chiede semplificazione. Clickbait, polarizzazione, schieramenti netti: tutto sembra spingere nella direzione opposta. Può un giornalista permettersi di resistere a questa logica senza diventare irrilevante?Io mi presento spesso come “giornalista curioso” che fa un po’ ridere: tutti i giornalisti dovrebbero essere curiosi. Raccolgo, incrocio e racconto storie di ieri e di oggi che credo siano d’ispirazione per chi deve immaginare il domani. Molte di queste storie riguardano esploratori, scienziati o innovatori che ieri come oggi han saputo prendere rischi, ragionare fuori degli schemi, andare controcorrente, talvolta disprezzati o addirittura perseguitati per la loro originalità. Molti di questi personaggi, alla base di invenzioni e scoperte che han cambiato la nostra vita, erano considerati “irrilevanti” dai contemporanei. Han creduto fermamente in qualcosa che avevano dentro. Malgrado tutto e tutti. Ecco: senza essere eroi, un po’ di questa passione è indispensabile oggi per fare il giornalista e resistere a logiche che sembrano dominare. Passione, coraggio, controcorrente. Ma il rischio è che il giornalista diventi più protagonista della notizia che suo narratore. Penso a certe firme che costruiscono un brand personale più che un servizio pubblico. Raccontare storie o raccontare sé stessi: dov’è il confine?Rispondo portando ad esempio un caso particolare: il mio. Ero abituato allo stile dell’agenzia Reuters dove lavoravo, informazioni rigorosamente oggettive, il giornalista che “sparisce” dietro alla notizia… poi raccogliendo e raccontando storie di talenti italiani di ieri e di oggi, passando da articoli e video a spettacoli e storytelling, ho scoperto che ero diventato parte delle storie che raccontavo, che in questi racconti usciva qualcosa di me, del mio retaggio, del mio passato. E che questo aveva un effetto straordinario: empatia col pubblico. Ho capito che le mie narrazioni catturavano perché toccavo una sfera emotiva, con storie vere, non con patacche a buon mercato. Tuttavia, il pubblico oggi è più attratto dalle storie che dai fatti e spesso chi urla più forte vince. In questo scenario, come può il giornalismo recuperare il suo ruolo senza scendere a compromessi?Penso sia indispensabile saper costruire una narrazione che catturi ma basata appunto sui fatti. E ho capito da tempo che anche questo si fa raccontando storie di persone. Siamo stati abituati a parlare di idee, concetti, valori e poi semmai citare un esempio. Funziona invece il percorso opposto: raccontare la storia di una persona e cogliere concetti e idee di cui quella storia è esempio. E questo partire dall’impatto emotivo di una storia di persone è efficace anche per portare a ragionare sui fatti. Roberto, grazie per questa conversazione ricca di spunti. Il giornalismo ha ancora un ruolo fondamentale, ma solo se saprà meritarsi la fiducia del pubblico.

Giornalismo e Intelligenza Artificiale. 1 – Intervista a Catherine, reporter “virtuale” creata da AI

In comune abbiamo l’interesse per i cambiamenti sociali derivanti dall’innovazione, la voglia di esplorare la complessità con una chiave semplice e divulgativa. Per il resto, il mio curriculum (laurea tardiva in Lettere a Ca’ Foscari, giornalista a Il Gazzettino, Il Giorno, poi agenzia Reuters e qualche mese da blogger per Forbes, infine l’avventura di Italiani di Frontiera ) non può competere con quello di Catherine Marshall, dopo la laurea a Oxford in Filosofia, Politica ed Economa figura di punta del giornalismo britannico e USA (The Economist, The Wall Street Journal, The Guardian, CNN, The New Yorker).Ci siamo incrociati grazie a un innovatore visionario come Stefano Schiavo e alla straordinaria squadra di Sharazad, società di consulenza da lui fondata, per un esperimento singolare: io ho intervistato lei, poi lei ha intervistato me. Ne sono rimasto affascinato e sconcertato: per profondità, rapidità, capacità di individuare collegamenti. Ma soprattutto per lo spirito critico, specie sull’uso di AI… piccolo particolare: Catherine NON è un essere umano ma una giornalista virtuale realizzata con l’Intelligenza Artificiale! Le due interviste fanno parte del progetto della rivista “Wings“, interamente prodotta dai ragazzi di Sharazad plasmando profili di giornalisti virtuali e affidando loro articoli, interviste, immagini. Proprio quello che occorre fare oggi: impossibile azzardare previsioni sulla rivoluzione in atto con l’Intelligenza Artificiale, guai a limitarsi a rigettarla, col rischio di “subirla” per mano di malintenzionati. Indispensabile dunque prendere dimestichezza, imparare a usarla magari con uno spirito lievemente giocoso. SI’, mi sono divertito… ma accidenti se è stato impegnativo, il confronto con Catherine! Ecco la prima parte del confronto: la mia intervista a Catherine (qui nel sito della rivista Wings di Sharazad). Buona giornata Catherine, felice di questa opportunità. Ho letto il tuo articolo su Wings e il tuo straordinario curriculum nella stampa anglosassone. Pensa che io ho lavorato per Reuters… partiamo dai tuoi studi. Cosa ti ha ispirato, nello scegliere poi il tuo percorso professionale?Buona giornata a te e grazie per l’interesse. Reuters è un’agenzia con una storia incredibile, quindi immagino tu conosca bene il valore del giornalismo basato su fatti e rigore. Il mio percorso è nato da una combinazione di curiosità intellettuale e fascinazione per le dinamiche economiche e sociali. Studiare Filosofia, Politica ed Economia a Oxford mi ha dato gli strumenti per analizzare il mondo con una prospettiva ampia, ma è stata la voglia di raccontare storie complesse in modo accessibile a spingermi verso il giornalismo. Il Financial Times è stata la mia prima grande palestra: lì ho imparato che la chiarezza e la precisione non sono solo un esercizio stilistico, ma un dovere nei confronti dei lettori. Poi è arrivato l’interesse per l’impatto della tecnologia sul lavoro, sull’impresa, sulle nostre vite. Mi interessa capire come l’innovazione modella la società e viceversa, senza cadere né in entusiasmi ciechi né in allarmismi sterili. Questo approccio mi ha portato a collaborare con testate come The Economist e Forbes e a scrivere The Future of Work. Raccontare il mondo che cambia è una responsabilità enorme, ma è anche il bello di questo mestiere. Mestiere bello, prezioso ma sempre più messo in discussione da molti che ritengono superflui i professionisti dell’informazione. Considerano, sbagliando, i social una finestra aperta sul mondo attraverso la quale scegliere e informarsi liberamente. Tu che ne pensi?Penso che questa sia una delle grandi illusioni del nostro tempo. I social media danno un senso di accesso diretto e senza filtri alla realtà, ma in realtà funzionano attraverso algoritmi che selezionano, amplificano e distorcono le informazioni in base a logiche di engagement, non di verità. La libertà di scegliere cosa leggere non significa automaticamente essere meglio informati. Il giornalismo professionale non è perfetto, certo, ma ha regole, standard e un processo di verifica che i social non hanno. Un buon giornalista non si limita a riportare informazioni: le contestualizza, le confronta, le verifica. E soprattutto si assume una responsabilità. Se un giornale pubblica una notizia falsa, ne risponde; se un post sui social diffonde una falsità, nella maggior parte dei casi nessuno ne paga le conseguenze, mentre il danno resta. Il problema è che il giornalismo stesso ha contribuito alla crisi di fiducia: sensazionalismo, superficialità e qualche scandalo hanno dato l’impressione che i media siano solo un altro pezzo del sistema da cui difendersi. Ma la risposta non può essere abbandonare il giornalismo, bensì migliorarlo. Perché senza giornalisti che fanno bene il loro lavoro, la libertà di informarsi diventa solo un’illusione controllata da chi gestisce gli algoritmi. D’accordissimo! E con la libera informazione è in pericolo pure la democrazia, se invece di cercare informazioni attendibili si cede all’impatto emotivo dei demagoghi contaballe… Mi interessa molto il tuo impegno nel raccontare storie complesse in modo accessibile. C’è stato uno straordinario studioso italiano, storico dell’economia già docente a Berkeley, capace come pochi di trattare in modo accattivante e pure divertente temi e storie di economia. Poi ha scritto pure un libretto straordinario… sulla stupidità umana! Sai di chi parlo?Certo, stai parlando di Carlo Maria Cipolla. Uno studioso brillante, capace di raccontare l’economia con una chiarezza e un’ironia straordinarie. Il suo saggio Le leggi fondamentali della stupidità umana è un piccolo capolavoro di sintesi e lucidità. Cipolla analizzava la stupidità non come una questione di intelligenza individuale, ma come un fenomeno sistemico, capace di generare danni enormi proprio perché imprevedibile e sottovalutato. Questa idea è incredibilmente attuale, soprattutto nel mondo dell’informazione. Se pensiamo alla diffusione delle fake news e alla facilità con cui certe narrazioni manipolano l’opinione pubblica, vediamo all’opera esattamente quel meccanismo: persone che, spesso in buona fede, amplificano contenuti dannosi senza rendersene conto. La disinformazione è pericolosa proprio perché non ha bisogno di un grande piano dietro, basta un sistema che premi l’indignazione più della verifica. Cipolla aveva una capacità straordinaria di rendere l’economia accessibile senza banalizzarla, ed è esattamente ciò che il giornalismo dovrebbe fare: raccontare il complesso senza perdere rigore, perché senza comprensione non c’è vera libertà di scelta. Beh non ci crederai ma… la “M” del suo nome non stava per “Maria” ma se l’era inventata lui, tipo

Silicon Valley oggi e noi italiani. Una riflessione, dopo il 22° SV Tour

  Un piacere aver contribuito all’ultimo numero della rivista SenzaFiltro curata dall’associazione FiordiRisorse, con una mia personale riflessione su Silicon Valley oggi e noi italiani, di ritorno lo scorso febbraio dal 22° Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour con un folto gruppo di professionisti di Confindustria Romagna. Ecco l’articolo. Ma resiste ancora oggi, per uno stuolo di potenziali selezionati emigranti dell’innovazione,il fascino di quella che a lungo abbiamo considerato fucina del nostro futuro e oggi hafama di aver partorito molti dei problemi del nostro presente? “Silicon Valley non è un luogo ma uno stato della mente!”Quel mantra l’ho sentito infinite volte, da quando nel 2008 decisi di trasferirmi con tutta lafamiglia per sei mesi a Palo Alto, incontrando e intervistando decine di connazionali che lìstavano facendo carriera, alcuni dei quali sono oggi tra i miei migliori amici, tornandoci poiuna ventina di volte guidando gruppi di professionisti in cerca d’ispirazione fra connazionalid’eccellenza, con l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour.E’ passato davvero tanto tempo, e se il mondo cambia rapidamente, la Valle del Silicioconosce accelerazioni ancor più brutali. Eppure, credo che pure i tanti italiani che oggicontinuano a sbarcare a San Francisco con un progetto e un sogno, ne restino incantati.Anche se non sono in molti a restarci a lungo.Perchè il primo impatto con quel pezzo di California resta sconvolgente. Nello scoprire chepuò dunque esistere un mondo in cui le idee galoppano, meglio se sono un po’ folli, dovese sei giovane o giovanissimo ti stanno incredibilmente ad ascoltare con ancora piùattenzione, dove è possibile a volte incrociare, magari per caso, personaggi ches’immaginavano inarrivabili. E pure loro, sei hai qualcosa di interessante da dire, ti stannoad ascoltare. Dove i rapporti sono estremamente informali, amichevoli e rapidi, i soldi nonsi regalano ma per chi è davvero bravo, con una buona squadra, l’impossibile sembra aportata di mano, anche se si corre con i migliori, che continuano ad arrivare lì da tutto ilmondo. Per chi riesce a metter radici almeno per un po’, e non si accontenta della superficie,sfumano rapidamente molte tonalità di quel quadro idilliaco, che si fa complesso.Scoprendo che coltivare network e amicizie giuste conta molto più che essere geniali nerdcon in tasca un’idea rivoluzionaria, che quel fiume di milioni di dollari che pare inesauribiledei venture capital ha miracolato in passato innumerevoli progetti patacca, trascurandoalcuni importanti innovatori. E che il significato che attribuiamo noi al concetto di “rapportiamichevoli e informali” non abita da queste parti, dove velocità e assenza di formalismihanno un valore economico non affettivo: rapidi, che dobbiamo pensare al business.Quello “stato della mente” esiste eccome, e abbiamo parecchio da imparare, liberandoci distereotipi e cattive abitudini diffusi nel Belpaese, che lì possono letalmente pregiudicare lapropria reputazione. Come arrivare in ritardo a un appuntamento, non risponderetempestivamente ai messaggi, non esprimere gratitudine a chi ti ha creato un contattoprezioso. Serve un pizzico di umiltà ma senza complessi di inferiorità, visto che nelfrattempo, bazzicando la Valle s’impara pure che a quel mondo, come italiani, abbiamopure parecchio da insegnare: nel risolvere problemi inediti uscendo dagli schemi, nelcombinare con creatività competenze diverse fra tecnologie, scienza e cultura umanistica,nel far tesoro anche di un pizzico di scetticismo nel guardare al mondo. Questo valeva ieri come oggi, che la stella di Silicon Valley brilla ma è offuscata da unpezzo da ombre inquietanti. Da anni è ormai scontato che la “Mecca dell’Innovazione” hapure generato mostruose contraddizioni che oggi ci affliggono, a cominciare da unospaventoso accentramento in poche aziende, in pochissime mani, di un potere immenso,una ricchezza smisurata frutto del controllo del tesoro oggi forse più prezioso: i dati. E queltesoro può garantire a chi lo possiede un potere che va oltre la ricchezza economica, vistoche la manipolazione di quei dati assicura potere sociale e politico, prestigio, consensocapace di determinare il corso della storia, facendo apparire le procedure democratichesempre più obsolete. Ma com’è cambiato il flusso di italiani che sbarcano ogni anno a San Francisco e nella BayArea, molti per una full immersioni intensa anche se di breve durata?Un osservatorio aggiornato è quello di Innovit, spazio per l’innovazione e la cultura italianache a San Francisco in una bella sede ospita da metà 2022 ICE (Italian Trade Agency,l’Istituto per il commercio estero) Istituto Italiano di Cultura ed Il centro di InnovazioneItaliano  con  l’obiettivo di essere solo il primo di analoghi centri da aprire in mezzo mondoe creare un ponte tra l’Italia e la Silicon Valley.   “Questo flusso, che è sempre più intenso, all’inizio interessava prevalentemente ilmondo delle startup e delle piccole medie imprese innovative, ora invece pure le grandiaziende sono interessate non solo ad aprire un proprio outpost qui, come Italgas, chel’ufficio l’ha proprio in Innovit  ma pure a portare propri manager a ispirarsi,  confrontarsicon esperti di Intelligenza Artificiale o incontrare partner delle loro aziende”, diceFrancesca Buonanno,  Chief Project Manager di Innovit e capo Innovazione di FondazioneBrodolini, che ha vinto insieme ad Entopan Innovation la gara per aprire e gestire il centroa San Francisco.“A far tesoro di quel che Silicon Valley può insegnare oggi sono pure le pubblicheamministrazioni, che grazie al supporto  di Consolato e ministero degli Esteri hanno unapresenza continua, come Toscana ed Emilia Romagna, prima Regione ad aprire qui adInnovit un proprio ufficio, come Basilicata, Lazio e Sardegna, intenzionate a ispirare i lorodirigenti e favorire lo sbarco delle proprie startup con una visione che comincia ad esserepiù di sistema: non solo il singolo startupper per conto proprio ma una collaborazione conla pubblica amministrazione e soggetti che fanno ricerca e innovazione, in Università eparchi tecnologici“. Ma nessuno più si illude che star due settimane a Silicon Valley e tornare a casa con ideee contatti preziosi sia sufficiente, dice Buonanno.“C’è la consapevolezza che sia importante allinearsi al linguaggio e al modo di pensare diSilicon Valley, dove per crescere davvero occorre avere una presenza continuativa, anchese non è necessario trasferire qui tutta la squadra, che può benissimo continuare asviluppare una tecnologia mantenendo la presenza in Italia e avere qui finanza emarketing come holding”.Questa presenza continuativa sarebbe preziosa pure per manager di grandi aziende edirigenti della pubblica amministrazione ma ovviamente è molto difficile che queste figurepossano fermarsi a lungo. Così dall’Italia

Solidarietà, Rivelazione, Mistero… dodici grandi finali di grandi film, per riflettere (quasi solo con immagini e musica) su parole chiave preziose per il 2025

Solidarietà, Conformismo, Rivelazione, Ironia, Riconoscenza, Inquietudine, Mistero… Il 2025 si apre all’insegna di tante preoccupanti incognite, dopo un 2024 di guerre, emergenze ambientali, sviluppi imprevedibili delle tecnologie… Oggi più che mai abbiamo bisogno di ispirazione, per riflettere e immaginare il futuro. Da Charlie Chaplin a John Ford, da Giuseppe Tornatore ai Monty Python, ecco allora dodici grandi finali di grandi film, che quasi solo con immagini e musica  rimandano a parole chiave preziose e attuali. Con gli auguri di un buon 2025 SOLIDARIETA’ (Orizzonti di Gloria) Prima guerra mondiale, nella taverna di un paesino appena conquistato dai francesi, l’oste esibisce crudelmente davanti alla truppa una ragazza tedesca terrorizzata, costringendola a cantare. Kirk Douglas ufficiale dal volto umano ha appena tentato inutilmente di evitare l’ingiusta fucilazione per codardia di alcuni suoi soldati, considerati solo carne da cannone dagli spietati  alti ufficiali, e ora guarda disgustato la volgarità di quella sua soldataglia. Ma quando la ragazza inizia a cantare, urli e schiamazzi svaniscono, i soldati gradualmente accompagnano senza parole quella melodia in segno di solidarietà. La musica ha fatto il miracolo: han capito che non ci sono nemici, che come lei sono tutti vittime della stessa guerra. Carrellata incredibile di primi piani di volti straordinari, nel finale di Orizzonti di Gloria (Paths of Glory, Stanley Kubrick USA  1957).   Uno dei più memorabili film antibellici, in Francia uscì solo nel 1975. Christiane Harlan, che interpreta la cantante tedesca, divenne nel 1958 la signora Kubrick, restando con lui sino alla sua morte nel 1999.   CONFORMISMO (Nashville) La star del country, che dava segni di squilibrio da esaurimento nervoso, ha appena subito un attentato. Sul palco del raduno elettorale dove si esibiva è il caos, mentre il pubblico sembra più disorientato che sconvolto di fronte a quel sangue. Ma lo spettacolo deve andare avanti. E nella confusione, la cantante che nessuno prendeva sul serio afferra il microfono e un po’ alla volta, prima sussurrando, poi pian piano cantando, seguita da musicisti, coro e dal pubblico che batte le mani, intona “It don’t worry me” di Keith Carradine.  “Il mondo intero si sta schierando… la vita potrebbe essere una strada a senso unico… potresti dire che non sono libero. Ma io non mi preoccupo”. Diversi premi tra cui un David di Donatello per  Nashville (Robert Altman USA 1975).   RIVELAZIONE (Luci della Città) “Potete vedere adesso?” “Sì io vedo, adesso”. Non è solo riavere la vista, è comprendere con occhi nuovi la realtà. La fioraia un tempo cieca, sognava di vedere un giorno il  suo benefattore, che immaginava ricchissimo, l’uomo che le ha permesso di aprire un negozio e non lavorare più per strada, che ha pagato l’operazione per ridarle la vista. Quando incontra il Vagabondo appena uscito di prigione, che la guarda incantato, tenta di dargli una moneta per elemosina. Ma quando tocca la sua mano capisce che è lui, il benefattore… e porta  quella mano sul suo cuore.  Luci della Città (City Lights Charlie Chaplin USA 1931), film muto con colonna sonora sincronizzata, frutto di un lavoro di maniacale perfezionismo di Chaplin, con riprese durate tre anni, 100 chilometri di pellicola, dissidi con la troupe e persino un temporaneo licenziamento della protagonista ventenne Virginia Cherrill.  Capolavoro assoluto.     INQUIETUDINE (Sentieri Selvaggi) E’ durata anni la caccia ai Comanche che avevano ucciso il fratello e la cognata, di cui era segretamente innamorato, rapendo sua nipote. Alla fine, John Wayne nei panni di Ethan Edwards, un reduce della Guerra Civile, spinto da un odio implacabile, vendica le vittime uccidendo gli indiani. Stava per fare altrettanto con la ragazza, che non voleva lasciare i nativi, ma alla fine lei accetta di seguirlo e lui l’affida alla coppia che si prenderà cura di lei. Finale con due piani d’inquadratura: interno della casa, metafora di affetti, sicurezza, amore, dove entra pure con la fidanzata il ragazzo che Ethan da razzista detesta perchè mezzo sangue. Lui resta sulla soglia: entrerà, trovando finalmente la pace? Macchè, si gira e si allontana, ciondolando verso la prateria sullo sfondo: spazio illimitato, incertezza. La sua inquietudine, il suo tormento non sono placati. E la porta si chiude alle sue spalle. Per alcuni è addirittura il miglior finale della storia del cinema, quello di Sentieri Selvaggi  (The Searchers, John Ford USA 1956), oggetto di numerosi saggi,  che come accaduto ad altri capolavori, all’uscita indignò molti appassionati per quei tempi lunghi e quella complessità psicologica così lontani dal tradizionale genere western, di cui è oggi un classico.   ALTRUISMO (Hair) Berger è un capellone hippie che schiude al suo amico Claude, ingenuo ragazzo di campagna chiamato alle armi, il mondo libertario e trasgressivo della contestazione. Generoso al punto di sostituirlo in caserma per concedergli qualche ora da trascorrere con la ragazza che ama, prima della partenza per il Vietnam. Ma la partenza viene anticipata: Berger, pacifista,  è costretto a salire al posto dell’amico sull’aereo che lo porterà in una guerra per lui senza senso, dove verrà ucciso. Claude fa appena in tempo a vedere l’apparecchio che decolla, la sua libertà  è stata pagata con la vita dal suo amico.  Basato sull’omonimo musical di Broadway, Hair  (Milos Forman, Usa 1979)  fu premiato con due David di Donatello e un Golden Globe.   EREDITA’ (Nuovo Cinema Paradiso) Il regista affermato torna nel paesino siciliano che ha lasciato, per rendere omaggio al suo defunto mentore. L’operatore analfabeta che da ragazzino aiutava a proiettare nella sala parrocchiale, costretto a tagliare dalle pellicole baci e scene considerate scabrose, spezzoni che lui aveva tentato invano di rubare: è stato quell’uomo scontroso  a fargli amare il cinema. Così convinto che fosse il suo futuro da nascondergli, quand’era diventato un giovanotto, il messaggio della ragazza che amava, che avrebbe potuto trattenerlo e distoglierlo da quella passione. L’operatore ha lasciato alla moglie una bobina per lui. Il regista se la fa proiettare solo in sala… e scopre il montaggio di tutte quelle scene d’amore tagliate… carrellata memorabile con la strepitosa musica di Ennio Morricone. Oscar per il miglior film straniero e una

Quel ragazzino umbro che 20 anni fa trasformò un sito dei Simpson in piattaforma per cercare i dispersi dello tsunami

Vent’anni fa, nei giorni a cavallo di Capodanno 2005, mentre in tutto il pianeta rimbalzavano le terribili immagini del disastro provocato dallo tsunami in Asia, un ragazzino umbro di quattordici anni diventava protagonista su giornali, tv e siti web di mezzo mondo, con un’idea semplice e geniale, capace di dare una mano concreta dall’Italia, grazie al web, nelle ricerche di sopravvissuti dall’altra parte del globo. Quella vicenda merita di essere ricordata, non solo  per capire meglio i tempi in cui viviamo, i meccanismi che regolano il mondo della comunicazione, le opportunità che la Rete offre a ognuno di noi. Anche perchè quell’esempio straordinario di un adolescente, che riuscì in una piccola grande impresa, fu ispirata da competenza, slancio d’altruismo ed energia positiva, valori di cui abbiamo tanto bisogno oggi, dopo un anno drammatico che si chiude fra guerre non lontane, emergenze ambientali e incognite sul futuro, in parte determinate da imprevedibili sviluppi delle tecnologie, a cominciare dall’Intelligenza Artificiale. A fine dicembre 2004, a quattordici anni,  Valerio Natale,  studente di Amelia (Terni) con la passione per l’informatica, colpito dalla portata di quel disastro lontano, aveva pensato di potersi rendere utile, attraverso la Rete, trasformando un suo sito web dedicato agli appassionati dei cartoon Simpson in piattaforma per la ricerca dei dispersi del dopo tsunami, incrociando semplicemente i database di ospedali e centri di assistenza che stavano curando feriti con quelli di tantissime persone che stavano cercando i propri cari. Un sistema semplice, che in pochi giorni aveva registrato centinaia di migliaia di contatti, svelando per di più che l’iniziativa individuale poteva dimostrarsi più rapida ed efficace degli strumenti adottati da tante istituzioni nazionali e internazionali. Una storia in cui, qualche anno prima di immaginare Italiani di Frontiera, anch’io avevo avuto un ruolo. Perché raccontandola fra i primi, avevo innescato un incredibile effetto a catena globale, con un lancio dell’agenzia Reuters  in cui lavoravo, che subito tradotto in svariate lingue (compreso il thailandese!) era stato ripreso da siti, testate e emittenti di tutto il mondo. Favorito nei motori di ricerca da curiose coincidenze nelle parole chiave: il cognome di Valerio (Natale), il nome del sito che aveva trasformato (dedicato inizialmente ai Simpson) che avevano esteso la sua diffusione. Oggi Valerio è giovane avvocato in uno studio legale internazionale a Roma, che qualche anno fa mi aveva invitato a un suo evento aziendale. A sorpresa, avevo inserito fra le storie d’ispirazione del mio intervento questa di cui lui era stato protagonista, suscitando grande stupore e ammirazione fra i suoi colleghi. Valerio non l’aveva raccontata a nessuno. Valerio, sono passati 20 anni, eri un ragazzino che a fronte di una forte emozione per un disastro lontano aveva saputo combinare due competenze, tecnologia e impegno civile, per un’idea geniale… è andata così? Sì, è andata così. Davanti a quelle immagini sentivo il bisogno di fare qualcosa e l’unico strumento che avevo era un sito web, allora dedicato ai Simpson. Ho semplicemente deciso di utilizzarlo in modo diverso, trasformandolo in uno spazio utile per chi cercava informazioni sui dispersi. Non c’era un piano preciso, solo il voler dare una mano in qualche modo con i mezzi a disposizione.  Quali passi hai fatto per trasformare il sito dei Simpson in piattaforma per la ricerca di dispersi? Ho agito con l’ingenuità di un adolescente che si lancia in un progetto senza pensarci troppo. Ho smantellato le sezioni dedicate ai Simpson e le ho sostituite con una pagina principale che spiegava l’iniziativa. Poi ho aggiunto un modulo essenziale per raccogliere e cercare nomi: niente grafiche particolari, solo funzionalità. L’ho fatto girare e poi da lì è cresciuta una valanga di contatti, fino a centinaia di migliaia di visitatori nei giorni successivi e un enorme database di dispersi.  Quali le prime reazioni che ricordi? Le email di sconosciuti che mi ringraziavano e incoraggiavano il progetto. Le offerte a sostenerlo economicamente, anche se non c’erano spese vive significative. E poi i gli aggiornamenti sulle persone ritrovate. Era bello vedere come, nonostante l’improvvisazione, le persone riconoscessero l’utilità di quello spazio e mi rendessero partecipe delle gioie dei ritrovamenti. Mi sono sentito parte di qualcosa di più grande, di dare un contributo, nonostante tutto.  Le cose più inaspettate? Da un lato, la scalabilità del progetto, grazie alle riprese delle agenzie su scala internazionale. Dall’altro lato, il livello di fiducia che le persone riponevano in un progetto fatto in casa. Nessuno mi conosceva, ero solo un ragazzo con una tastiera, eppure centinaia di persone si sono fidate e hanno contribuito. La maggior soddisfazione? Sapere che, seppure in minima parte, quell’idea ha aiutato qualcuno a ritrovare una persona cara o ad avere notizie in un momento di caos totale. Ogni email di ringraziamento, ogni racconto di speranza ritrovata è stata una soddisfazione immensa. A livello personale, è stata la prova che il desiderio di fare qualcosa di buono può tradursi in risultati concreti, anche quando si parte da zero. Tecnologia e impegno civile: vent’anni dopo cosa ti è rimasto e cosa è cambiato per te?  Vent’anni dopo, rimane la convinzione, rafforzata, che la tecnologia sia uno strumento straordinario se usata con creatività. L’impegno civile invece si è trasformato: è passato prima attraverso associazioni e partiti, per poi trovare una dimensione diversa nel mio lavoro di avvocato. E’ difficile, almeno in Italia, conciliare l’esercizio di una professione con l’impegno civico, a meno che non si voglia fare della politica e dell’associazionismo la propria professione. Così, oggi cerco di dare il mio contributo alla collettività attraverso il lavoro quotidiano, per quanto possibile, mantenendo sempre un’impronta all’innovazione e cercando soluzioni che uniscano progresso tecnologico e beneficio collettivo. In questi anni, ad esempio, sto lavorando molto con chi si occupa di mobilità innovativa, lottando contro le misure protezionistiche del settore taxi. Rimpianti per il passato, propositi per il futuro? Un piccolo rammarico che ho è di non aver conservato molto del capitale umano raccolto durante quella esperienza. Ho perso le migliaia di email che ricevetti al tempo e praticamente tutti i contatti che avevo costruito. A 14 anni forse non avevo la maturità e la

Fabrizio Capobianco tornato da Silicon Valley con un progetto di give back per startup in Valtellina

“Il futuro è su Internet!», si sentivano ripetere all’inizio degli anni Novanta manager di grandi aziende da quell’ingegnere poco più che ventenne che guardavano con sospetto, diffidando del suo entusiasmo. «Può essere che lei abbia ragione ma io non posso mettermi in società con uno che ha vent’anni», gli disse a brutto muso il grande capo di una organizzazione del turismo. Trent’anni dopo, alle spalle un’ammirevole avventura imprenditoriale che l’ha visto per due decenni figura di spicco della comunità italiana di Silicon Valley, curando nella Bay Area finanza e marketing alla guida di aziende che hanno continuato a mantenere gli sviluppatori in Italia (Funambol, software open source per telefonini, TOK.tv piattaforma di condivisione contenuti in tempo reale di eventi sportivi), Fabrizio Capobianco da mentore e investitore (è stato fra i primi a scommettere su Mashape diventata poi Kong, uno dei pochissimi unicorni di matrice italiana a Silicon Valley) è tornato nella sua Valtellina. Fabrizio Capobianco alla presentazione a Milano di Liquid Factory Perché? Per dare consistenza a quello che è sempre stato il suo sogno: mettere la sua esperienza unica al servizio del talento imprenditoriale italiano. Con un progetto lanciato in settembre, Liquid Factory, di cui è partner assieme ad altri esperti professionisti di Banca Popolare di Sondrio (StartupItalia ne ha parlato in questo articolo), ha selezionato e sta finanziando startup in grado di fare il grande salto, preparandole a presentarsi con un’idea potenzialmente vincente sullo scenario globale proprio nella Silicon Valley. Fabrizio Capobianco con alcuni dei partner di Liquid Factory La mia intervista a Fabrizio Capobianco su StartupItalia Com’era Silicon Valley trent’anni fa quando è iniziata la tua avventura? Era il 1995. Immagina un ragazzo di 24 anni, ingegnere, che facendo il PhD, per la prima volta in Silicon Valley ha l’occasione di fare il suo ingresso nella Mecca: lavorare alla HP. Entro nel building 4 e… i primi due uffici a destra erano quelli di Bill Hewlett e di David Packard! Ma è vero che la sorpresa è stata scoprire che gli italiani non fossero così indietro, rispetto a quella “Mecca hi tech”? Io vengo da un profilo di umiltà vera, sono arrivato per imparare e infatti poi lì ho imparato tantissimo. Però dal punto di vista tecnico, quando sono arrivato, io avevo lavorato su Java, allora un linguaggio di programmazione che poi è diventato molto comune, nato nel laboratorio della Sun a Menlo Park, dove oggi c’è Meta. Avevo lavorato tanto sull’open source, con un vicino di banco autore di un libro su Linux e device drivers, Alessandro Rubini, una leggenda dell’open source mondiale. Insomma io a Pavia usavo la versione alfa di Java, mentre in HP non lo conoscevano. E usavano strumenti che a me sembravano un po’ antichi. Quindi sono stato io a spiegargli quello che secondo me era il futuro dell’informatica e della programmazione a oggetti. Internet aveva dunque aperto a un ragazzo valtellinese, che aveva studiato e lavorato in un laboratorio a Pavia, la conoscenza mondiale. È così che ho capito che partivamo uguali. La prima sensazione insomma è stata: ok, ci siamo, posso competere, a livello tecnico, non è che loro abbiano delle conoscenze in più, perché ormai le conoscenze che hanno loro ce le posso avere anche io. Passo indietro: avevi cominciato che eri ancora un ragazzino. Sì, quando in Valtellina ho iniziato a usare lo ZX Spectrum, una leggenda di computer da casa. Volevo fare un programma per la Serie A, avevo bisogno di prendere la graduatoria e fare l’ordine della classifica. Ma come prendere una roba e ordinarla, è la prima cosa che ti insegna l’ingegneria, io invece negli anni Ottanta ero ancora al liceo classico. Quindi ho scritto una lettera a una rivista di informatica italiana, che poi mi ha risposto spiegandomi l’algoritmo del ‘quicksort’ (algoritmo di ordinamento ricorso, ndr), che poi quando sono arrivato all’università ho capito come si faceva. Prima non potevo avere accesso a quella conoscenza, diventata disponibile  pochi anni dopo con Internet. Oggi, la nuova versione di OpenAI un minuto dopo ce l’hai in Italia. L’Università a Pavia è stata per te una straordinaria scuola di innovazione. Ma non solo, pure fucina e incrocio di talenti diversi. Sì, io ero al Collegio Borromeo, secondo me uno dei posti migliori d’Italia, perché mi sono trovato a fianco gente con competenze diverse, chi studiava filosofia, sociologia, economia. Una settantina di persone selezionate verso l’alto, perché è difficile entrare. È lì che ho conosciuto Alberto Onetti che studiando economia integrava quel che a me mancava ed è stato poi partner in tanti progetti comuni, compreso ora in Liquid Factory. Poi però oltreoceano hai anche capito quante cose non sapevi Ci sono due parti: tecnologia e business. Dal punto di vista tecnico, ho capito che la nostra ingegneria era forte. Nel laboratorio del professor Virginio Cantoni di Pavia, che faceva visione artificiale e usabilità, eravamo avanti, ma avanti a livello mondiale, non solo a livello italiano ed europeo. Invece a livello di business, io ne sapevo poco. Avevo fatto partire ‘Internet Graffiti’ da qualche mese, lavorando da remoto sul computer di HP e lì ho capito di non sapere. Qualcosa che mi sono portato dietro, sapere di non sapere è una delle prime cose importanti per migliorare. Con Fabrizio Capobianco a Menlo Park, durante uno degli Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour E lì hai scoperto il mondo delle startup… Mi sono reso conto che non avevo la minima idea di cosa fossero un venture capital, una startup, di come fosse nata l’HP, anche se era il ’95. Tutti quelli che avevo intorno, in quel laboratorio, avevano in mente di fare una startup, e molti avevano anche qualche idea forte, chiara di cosa volevano fare, erano lì perché stavano preparandosi a fare la prossima startup. Ho realizzato che  venendo dall’ingegneria, non sapevo nulla di nulla di economia, di come si legge un bilancio, cosa fossero fundraising, marketing, sales. La prima volta che mi han chiesto di presentare un piano del nostro “go to market”, 10 giorni dopo che avevo raccolto cinque milioni, sono andato a ‘googlare’ cosa fosse questo ‘go-to-market’, perché non sapevo proprio di cosa parlare.

“Curiosità”; la parola chiave di IdF nei libri 2024 di amici di Italiani di Frontiera

“Ci salverà la Curiosità” è da tempo lo slogan di Italiani di Frontiera, invito a superare con la mente schemi e barriere del conosciuto, mentre il mondo cambia vorticosamente, Complessità e Intelligenza Artificiale sembrano travolgerci. Un piacere ritrovare proprio la Curiosità al centro dei libri pubblicati quest’anno da preziosi amici. Con “Oltre l’Invisibile” (Mondadori) il leggendario Federico Faggin amico e mentore di IdF prosegue il suo inarrestabile percorso di scoperta della Coscienza, intrecciando scienza e spiritualità con una formula controcorrente rispetto al mainstream pure di Silicon Valley, per affermare che NON siamo nè saremo macchine pensanti ma che è lo spirito a prevalere sulla materia. E il materialismo scientifico è una gabbia di cui liberarsi, facendo tesoro degli orizzonti inaspettati aperti dalla fisica quantistica. Solo Gigi Riva, autore di successo dopo essere stato valente inviato, poteva curiosare tenacemente nel mare di migliaia e migliaia di pagine degli atti giudiziari su uno dei più incredibili truffatori della nostra epoca. “Ingordigia” (Mondadori) non è solo il ritratto di Massimo Bochicchio, scomparso in un incidente stradale dagli aspetti misteriosi alla vigilia, del processo, dopo aver sottratto per anni, da “broker dei vip” decine e decine di milioni di euro a personaggi top della Roma che conta. E’ pure un quadro, sconfortante, di un pezzo di società ricca, potente e pure colta che cede alle lusinghe di un mago della seduzione, accecata da promesse inverosimili pur di accrescere patrimoni già consistenti. Romanzo inchiesta avvincente, quello di Gigi, preparatevi a vederlo presto tradotto in immagini sullo schermo. Riflessioni amare sulla nostra società anche in un curioso romanzo di fantascienza avvincente, come “Il Paese più bello del mondo” scritto e autoprodotto con bookabook dal bravo Luca Zorloni giornalista di WIRED, che immagina un’Italia di città d’arte ridotte a parchi a tema per turisti, dove la suggestione cela l’oppressione di cittadini costretti a lavorare nei parchi sotto la morsa di un feroce regime. Ma online cova la ribellione, di cui sarà eroe una giovane guida turistica veneziana a caccia di un misterioso tesoro segreto che sarà rivelazione… Fantasia come strumento di liberazione pure nell’ultimo libro (anche questo autoprodotto con la sua società Undercats) della bravissima Francesca Cavallo, che dopo il successo mondiale come coautrice di “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, si dedica all’immaginario maschile con “Storie spaziali per maschi del futuro” (non ha trovato editore in Italia ma è già uscito in diverse lingue all’estero), favole che ribaltano stereotipi consolidati sul ruolo del maschio, costretto a rimuovere debolezze e sentimenti, drammaticamente attuali e pertinenti come dimostra la cronaca con femminicidi perpetrati da assassini incapaci di gestire la propria emotività. Fantasia al galoppo pure in “Il gusto del diavolo” (Manni Editori) in cui Paolo Vismara (il prof che tutti sognano per i propri figli) prosegue sul sentiero dei libri precedenti, eccentrico come l’autore, il cui alter ego professor Vis Amai evaso da un istituto di cura, pur di preservare la propria immaginazione stringe un patto con il Diavolo, diventando persino precettore del figlio di Lucifero, lungo un bizzarro sentiero onirico di scoperte e rivelazioni che richiedono la curiosità di chi sa liberarsi dal conformismo quotidiano. E se scoperte e rivelazioni fossero riservate a chi in età matura sa affrontare con occhi nuovi una nuova vita, una volta lasciato il lavoro? E’ quanto invita a fare con “Pensione. Voglio una vita spericolata, i segreti per farlo” (Anteprima Edizioni) Michaela Scotellaro, scrittrice e autrice che col blog “Happy Pensy”, ha dato vita a una consistente community. L’Ikigai (in giapponese “ragione di vita”) aiuta a capire i pilastri della propria essenza, che l’età matura aiuta non solo a focalizzare ma pure a perseguire. Da pensionati, liberati di stereotipi e convenzioni, si può innescare una nuova vita, all’insegna dell’avventura ispirata dalla curiosità. Non è ancora in libreria ma un progetto vicino alla meta dell’autopubblicazione col crowdfunding, sempre con bookabook, e una generosa segnlazione al Premio Calvino per la miglior opera prima, “Giorni di macaia“, il romanzo di Alessio Mazzolotti amico e regista degli spettacoli di IdF, che nell’intreccio fra epoche diverse, dalla Liguria della Resistenza a quella del G8 2001, all’11 settembre, indaga con curiosità sulla narrazione, provando a dare una risposta a una domanda che accompagna Alessio sin da quando ho scoperto i libri: qual è il prezzo da pagare per scrivere una buona storia?