Dopo il viaggio a Silicon Valley, il Tour prosegue a caccia di idee innovative in libreria

Finito da poco l’Italiani di Frontiera Slicon Valley Tour 2014, mi rendo conto che oggi più che mai questo percorso fra Italia e Silicon Valley è un ponte di andata e ritorno. Storie di persone che dall’esperienza nella culla mondiale dell’innovazione hanno tratto ispirazione per affrontare nuove avventure in patria, un flusso sempre più intenso di suggestioni e conoscenze che coinvolge sempre più persone che il viaggio ancora non l’hanno fatto. E allora, come condividere più a fondo questa esperienza con chi non c’è stato, come coltivarla e nutrirla con chi è appena tornato? Ecco le letture che Italiani di Frontiera si sente di suggerire. Nessun libro esamina in profondità le ragioni che fanno di quell’angolo della California il territorio di sperimentazione del pensiero occidentale (dalla contestazione all’ecologismo, dalla New Age alla riscoperta delle religioni orientali) meglio del bellissimo  Hippie.com, la New Economy e la controcultura californiana  (Vita e Pensiero, Enrico Beltramini), scritto da un prezioso amico di IdF. Non si capisce Silicon Valley e la sua propensione alla ricerca e al cambiamento senza ripercorrere la storia del territorio, dalla Corsa all’Oro alla ricostruzione dopo il terremoto del 1906 all’Utopia di un’America diversa inseguita da Beat Generation e movimento hippie. Divertente, nello spiegare in modo brillante come la controcultura abbia segnato a fondo anche il mondo della ricerca scientifica rigenerandola, Come gli hippie hanno salvato la fisica (Castelvecchi, David Kaiser) Per i maniaci (come il sottoscritto) disposti a inseguire quelle suggestioni di controcultura fra le strade in pendenza di North Beach, quartiere italiano che ne fu la culla, preziosa la- Guida Beat di San Francisco (Cooper, Bill Morgan), con una straordinaria introduzione di Lawrence Ferlinghetti che da sola spiega benissimo l’utopia che ispira l’anima della città. E chi incarna la figura di un ex hippie trasformatosi in imprenditore visionario, meglio del fondatore di Apple? Silicon Valley è ovviamente lo sfondo della biografia  Steve Jobs (Mondadori, Walter Isaacson), ricchissima, meticolosa, a tratti persino impietosa nel descrivere i risvolti meno piacevoli del carattere di un personaggio geniale e controverso. Silicon Valley insegna l’importanza del pensiero controcorrente. E il best seller che spiazza, esortando a dimenticare analisi e previsioni e guardare al futuro con la flessibilità necessaria per adattarsi all’imprevedibile è Il cigno nero come l’improbabile governa la nostra vita (Il Saggiatore, Nassim Nicolas Taleb). Cigno nero come metafora di quel che esiste ma non conosciamo, visto che prima di arrivare in Australia, gli europei pensavano che i cigni fossero solo bianchi…   E controcorrente rispetto alle previsioni sono anche le dinamiche che consentono di conquistare il mercato. Non le campagne pubblicitarie ma il passaparola virale,  spiega Contagioso, perché un’idea e un prodotto hanno successo e si diffondono (Sperling & Kupfer, Jonah Berger), il libro raccomandato anche da  un Italiano di Frontiera di successo di recente protagonista di due venti IdF a Como e Milano: Lorenzo Thione. Da un giovane ricercatore italiano di Berkeley, una riflessione che allarga invece l’orizzonte a una scala globale, su come l’innovazione sia motore di occupazione. E’ stato considerato Libro di Economia dell’Anno 2013 dalla rivista Forbes,  La nuova geografia del lavoro (Mondadori, Enrico Moretti), raccomandato da un altro vecchio amico di IdF, Leandro Agrò. “Capire perché le differenze economiche tra città e regioni, anziché diminuire — com’era nelle attese di molti -, continuano ad aumentare, e perché le imprese e i lavoratori più creativi si siano concentrati in determinati luoghi e non in altri, è di vitale importanza per decifrare e orientare il futuro della nostra economia”, scrive Moretti. Uno dei pilastri di Silicon Valley è la cultura del fallimento, ripete IdF: rischiare, fallire e riprovare.. non c’è innovazione senza questo percorso. E’ quel che analizza uno dei libri che più  hanno segnato questo progetto, il bellissimo Elogio dell’errore, perché i grandi successi iniziano sempre con un fallimento (Sperling & Kupfer, Tim Harford), al centro di questa bellissima conferenza TED . Due titoli infine di due dei più celebri guru del pensiero innovativo.  In un batter di ciglia (Mondadori, Malcolm Gladwell) fra mille aneddoti indaga sul potere del pensiero intuitivo, scelte azzeccate in momenti critici che sono ispirate da una conoscenza d’istinto, spesso vincenti su meccanismi di decisione più elaborati  farraginosi. Nell’era dell’economia della connessione, i consigli alla prudenza non hanno più senso, occorre uscire dalla comfort zone, essere rapidi, guardare lontano, rischiare e volare alto,  dice Quel pollo di Icaro, Come volare alto senza bruciarsi le ali (Mondadori, Seth Godin). Un motivo in più, per programmare un viaggio a San Francisco? Forse sì. Con in tasca la guida più essenziale, Top 10 San Francisco (Mondadori), prezioso compendio di luoghi, storie e persone, anche per chi è già tornato. O sogna di andrai in giorno. Possibile chiudere questa galleria senza una… cavalcata nel West, con la biografia di uno dei personaggi simbolo di Italiani di Frontiera, con le rocambolesche avventure di Carlo Camillo di Rudio, conte bellunese sopravvissuto a Little Bighorn e sepolto a San Francisco, davanti al Golden Gate Bridge? E dunque Dal Piave al Little Bighorn (Alessandro Tarantola editore, Cesare Marino), con introduzione del sottoscritto. Nei giorni scorsi siamo tornati su quella tomba, durante un tour in bicicletta sul ponte sino a Sausalito (foto in alto il ritorno con il ferry), per render omaggio al conte, prima di portare in dono il bel libro di Cesare Marino (con mia introduzione) a un altro prezioso amico di IdF, Mauro Battocchi, console generale d’Italia a San Francisco.

Gran finale dell’IdF Silicon Valley Tour fra Berkeley, Stanford e le note di Hotel California…

A Berkeley e Stanford… con l’Alumnus dell’Anno di Ca’ Foscari! Guida speciale (con T shirt UCF, Università di Ca’ Foscari, che in ottobre mi ha premiato come Cafoscarino dell’Anno..) per l’ultima giornata dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2014 nel cuore delle università della Bay Area. Si torna a Berkeley e ad accoglierci è ancora Alessandro Ratti, che conquista tutti analizzando a fondo il rapporto fra università e industria. L’importanza di trasferire tecnologia dagli atenei, che sviluppano quello che le imprese non sono capaci di fare, alle aziende, il ruolo di docenti che sono a loro volta imprenditori, la gestione dei brevetti, che restano di proprietà dell’Università ma danno potere contrattuale ai professori che li hanno ottenuti. E Alessandro riconosce forse una certa lungimiranza all’Europa, nello sviluppo della ricerca pura, mentre a suo giudizio le università americane subiscono forse un’eccessiva pressione da parte delle lobby di grandi imprese che spingono per risultati che siano convertibili in business. Pranzo nella cafeteria del Lawrence Berkeley Laboratory, il tempo di ricordare la storia di Mario Savio, origini siciliane, che fu leader storico della protesta studentesca qui nel 1964 e si riparte. Traffico intenso sulla 101, arriviamo a Stanford dove ci accoglie un vecchio amico di IdF, Jeff Cabili, gentilissimo e simpatico come sempre, malgrado il fuso orario, visto che è appena tornato da un viaggio transoceanico… Jeff si occupa della promozione della Business School, la formazione che l’ateneo dedica non agli studenti ma ai laureati ed a maturi professionisti che per un periodo possono frequentare corsi di altissimo livello per aggiornare e riqualificare il proprio profilo professionale. E agli imprenditori del tour viene forse l’acquolina in bocca… anche se frequentare questi corsi di eccellenza richiede un investimento non da poco. Foto di gruppo con Jeff e arrivederci. Si passa davanti alla chiesa di Stanford, quale occasione migliore per ricordare l’incredibile filo che intreccia la storia dell’Università…a quella di Venezia? Il Tour finisce a Stanford, anche se avremo altri piacevoli impegni e incontri. In pullman verso San Francisco, con le note, la traduzione e l’analisi, di Hotel California. Una metafora sul rock… nell’Angolo della Qultura con la Q maiuscola, le mille storie e divagazioni che il logorroico autore di IdF infligge ai partecipanti al Tour. Sarà masochismo ma sembrano gradire… in un viaggio tutto alla scoperta di significati nascosti.

Video virali in tutto il mondo… da Mondello. Mosaicoon raccontata da Ugo Parodi Giusino

I’ve never been certain whether the moral of the Icarus story should only be, as is generally accepted, “Don’t try to fly too high,” or whether it might also be thought of as, “Forget the wax and feathers and do a better job on the wings. “Non sono mai stato sicuro che la morale della storia di Icaro sia, come in genere accettato, ‘Non tentare di volare troppo alto’, mentre potrebbe essere ‘Dimentica cera e piume e fai un lavoro migliore sulle ali’”. La frase di Stanley Kubrick è su una parete a poche centinaia di metri dal mare di Sicilia, nella sede di un’agenzia con un portfolio clienti con grandi aziende da tutto il mondo, che vola alto sfornando video virali che raggiungono tutto il mondo…a due passi dalla spiaggia di Mondello! Da tempo protagonista delle conferenze Italiani di Frontiera, oggi Ugo Parodi Giusino, amministratore delegato e socio fondatore di Mosaicoon racconta anche sul sito IdF la straordinaria storia di una viral media company pluripremiata, che è un caso d’eccellenza, proposito di “Italiano d Frontiera in patria”. Accade nel giorno in cui Italian i di Frontiera torna a Palermo, con una conferenza all’Università per lanciare il Silico Valley Study Tour in collaborazione con il ministero degli Esteri. E fa effetto pensare che persino colossi mondiali dei media, come Paramount, Warner Bros, 20’th Century Fox e Walt Disney si siano rivolte a Mosaicoon per realizzare video in grado di far breccia nel web. I segreti di questo successo? Creatività, piattaforma di distribuzione adeguata e spirito di sfida: i tre ingredienti capaci di spingere una piccola agenzia siciliana a puntare a catturare in poco tempo un milione di visualizzazioni nel solo mercato americano…  

East Media un ponte web per il business con l’Oriente… ora Italiani di Frontiera guarda anche alla Cina!

    Poco più che ventenni, non erano soddisfatti dei rispettivi lavori ed hanno iniziato a guardare alla Cina come alla frontiera del futuro. Uno specializzandosi nel business digitale, l’altro trasferendosi in un angolo remoto in cui nessuno parlava nemmeno inglese, per una full immersioni che doveva durare sei mesi e invece ha superato i sei anni. E’ così che si sono incrociati i destini di Mauro Comendulli ed Emanuele Vitali, fondatori di East Media, promettente startup milanese dedicata a promuovere il Digital Marketing per aziende italiane in social media e motori di ricerca cinesi ma anche russi. La maggior parte degli utenti di quei mercati non utilizza infatti né Google né YouTube, spiegano Mauro ed Emanuele nella videointervista, girata al Talent Garden di Milano dove la startup ha sede. Questo può rappresentare un enorme vantaggio competitivo per aziende d’avanguardia, che comunicando  attraverso i canali giusti possono riuscire a imporsi su concorrenti molto più titolati ma meno accorti. Ma per affrontare quel mondo, non basta usare i mezzi più appropriati. Per questo East Media si ripropone di fornire alle aziende che mirano Est anche una preziosa opera di mediazione culturale, per capire un po’ del modo di pensare dei cinesi ed evitare passi falsi che possono rivelarsi disastrosi per gli affari. L’incontro con East Media segna un’importate svolta per Italiani di Frontiera, che inizierà ora a guardare anche verso quell’orizzonte, l’Estremo Oriente, con storie e casi aziendali raccontati con la collaborazione di Sharazad, preziosi partner per la comunicazione e la strategia, avvalendosi in particolare delle competenze di Linda Gragnato, specialista del mercato cinese, laurea in Lingue Orientali all’Università Ca’ Foscari, che anch’io ho frequentato e che in ottobre mi ha assegnato il titolo di Alumnus dell’Anno. In una cerimonia svolta al Teatro Malibran, che sorge dove si trovava la casa di Marco Polo, cui è dedicato uno dei club degli Alumni veneziani di cui faccio parte. Beh in Cina ancora non sono mai stato ma qualche titolo e molti amici giusti per guardare anche a Oriente non mancano…

Dopo Ca’ Foscari e Università di Padova, IdF torna alla Scuola di Giornalismo di Milano

IdF… torna a Milano! Oggi giovedì 20 febbraio l’appuntamento, 16.30, è alla Scuola di Giornalismo Walter Tobagi, nella sede dell’Università Statale a Sesto San Giovanni, per una conferenza lezione di due ore sul giornalismo creativo. Una grande soddisfazione poter incontrare i giornalisti di domani, tornando nella scuola che ha già ospitato in passato IdF. La settimana scorsa Italiani di Frontiera è stato nelle Università, per promuovere il Silicon Valley Study Tour in collaborazione con La Storia nel Futuro ed il patrocinio del Ministero degli Esteri, arriva a Venezia e Padova. Giovedì 13 febbraio è toccato a Ca’ Foscari (15.30 Polo Economico di San Giobbe, Aula 2 A), appuntamento organizzato dall’associazione degli Alumni, che come autore di questo progetto, mi ha premiato lo scorso ottobre all’inaugurazione dell’anno accademico col titolo di Cafoscarino dell’Anno! Un’occasione per ricordare l’incredibile intreccio che lega la storia dell’Università di Stanford a Venezia.  O l’evento speciale organizzato nel 2011 da IdF a Ca’ Foscari per una veterana di Stanford, la fantastica Dina Viggiano. Venerdì 14 invece siamo stati  all’Università di Padova.. E quanti sono i protagonisti di Italiani di Frontiera partiti proprio da Padova? C’è l’imbarazzo della scelta… Da Cristina Dalle Ore, astronoma alla NASA (passando per… Harvard!), al giovane  Stefio Ceccon, a Londra come ricercatore ed esperto di Data Journalism… al Times! Sino al più prestigioso di tutti, il leggendario Federico Faggin, tra i padri del microchip e inventore del touchpad, E al partner per eccellenza di IdF, Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution fra i maggiori esperti di indiani d’America e scopritore di fantastiche storie di italiani nel West, raccontate da Italiani di Frontiera. Dopo l’esordio 2014  a Genova per Italiani di Frontiera live,  al Talent Garden  (in streaming, grazie agli amici di EventLive), il Tour di IdF per promuovere il Silicon Valley Study Tour, in collaborazione con il Ministero degli Esteri, assieme all’inarrestabile Paolo Marenco è stato di scena Politecnico di Milano. alla Business School del MIP, ospite degli amici di Innovits. Iniziato a fine 2013 a Politecnico Bari, Federico II Napoli, La Sapienza di Roma e Normale di Pisa, il Tour proseguirà nelle prossime settimane negli atenei di  Palermo, Catania, Roma, Novara e Pavia… Qui la pagina Facebook dedicata.                    

Con Vittorio Viarengo (MobileIron) e Mashape full immersion nello spirito di Silicon Valley

I fuochi d’artificio per celebrare l’anniversario del Pier 39, molo turistico per eccellenza di San Francisco, con un passato legato all’immigrazione siciliana, la parata per celebrare il Columbus Day. Non poteva finire meglio, l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2013. E l’ultimo emozionante capitolo lo scriviamo sula strada del ritorno, all’aereoporto di Francoforte in attesa del volo che ci riporterà in Italia. L’ultima giornata della full immersion nella cultura della culla mondiale dell’innovazione forse valeva da sola il costo del viaggio. A MobileIronhttp://www.mobileiron.com/ nella sede di Mountain View a poca distanza da Google, ci accoglie Vittorio Viarengo, che ha da poco lasciato VmWare, da noi visitata nei giorni scorsi. Niente da fare, Vittorio è una star. Perchè l’analisi a tutto tondo del modo di pensare e di fare impresa di Silicon Valley, Vittorio la sa fare con un piglio da mattatore, che farebbe la gioia di Jeff Cabili, incontrato a Stanford, esperto di linguaggio del corpo e comunicazione non verbale. La mimica di Vittorio è strepitosa e sa comunicare tutta la carica e l’entusiasmo necessari, per concetti innovativi. E’ lo spirito di squadra la chiave vincente, occorre saper scegliere i migliori, il vero capo deve gestire non le persone ma una visione, lasciando le persone libere di perseguire quella visione dando il meglio del proprio talento, magari per strade diverse. Ed essere mentori dei propri dipendenti significa saper imparare da loro, “Reverse Mentoring”: il capo che ascolta e impara, soprattutto dai più giovani. Domandandosi se ci sono abbastanza “persone folli” capaci di ragionare fuori dagli schemi, di spiazzare e inseguire strade nuove. E “Think Out of the Box” è una delle parole chiave di Italiani di Frontiera… Nemmeno un’ora di bus, e nel cuore di San Francisco abbiamo davvero l’occasione di mettere in pratica l’insegnamento, in una vera e propria “Hacker House”, dove lavora e vive il giovanissimo team di Mashape.  Partiti un paio d’anni fa dall’Italia poco più che ventenni, dopo aver ottenuto un primo finanziamento da tre dipendenti di YouTube, sono poi riusciti a conquistare due star della Silicon Valley come Jeff Bezos (Amazon) ed Eric Schmidt (Google). Un milione e mezzo per far crescere la loro idea, che nel frattempo si è trasformata in sofisticato marketplace per sviluppatori. Augusto Marietti, grande amico di IdF è fuori per un meeting, a fare gli onori di casa Marco Palladino, con una grinta e una carica che lascia attoniti molti di noi, persino gli imprenditori più scafati. Inseguire il successo con una startup avviata richiede di dare tutto di se stessi, anche 20 ore al giorno; pensare in grande, che significa inseguire un successo multimilionario, pianificando con attenzione e tenacia non solo il software ma pure l’incessante attività di networking. Perchè qui si incontrano le persone giuste per ottenere investimenti e occorre inseguirle incessantemente, saper essere nei posti giusti e magari evitare di fare quello che molti italiani arrivati nella Bay Area fanno, dice Marco, cioè incontrarsi soltanto fra di loro. L’ultimo giorno, niente più bus: tutti in bicicletta, su un percorso straordinario che sale sino al bellissimo Golden Gate Bridge per ridiscendere nell’incantevole Sausalito, sotto un sole che spacca, in una moltitudine turisti rilassati turisti, tra ristoranti in buona parte italiani, prima del ritorno mozzafiato in ferry, passando davanti ad Alcatraz. La sera c’è tempo per un altro incontro informale a cena con un vecchio amico di IdF, Alberto Onetti, che racconta la sua esperienza a Funambol  e con Mind The Bridge fondazione che da startup competition si è trasformata in incubatore e scuola di formazione per imprenditori che vogliono sbarcare in California. Le ore prima della partenza sono dedicate alla scoperta di angoli diversi di San Francisco. Un paio di noi alla bellissima California Academy of Sciences http://www.calacademy.org/, capolavoro di Renzo Piano, altri allo stadio per provare l’emozione di un incontro di football americano dei 49ers, altri in centro per shopping, o nel quartiere italiano, North Beach, culla di quella Beat Generation, che in qualche modo ha ispirato la controcultura che è alla base della new economy californiana. Si riparte. E forse qualcuno ripensa alla tappa più insolita di questo tour, in bicicletta al cimitero militare del Presidio, per rendere omaggio alla tomba di Carlo Camillo di Rudio, incredibile avventuriero berllunese passato dal Risorgimento al West… e sopravvissuto a Little Bighorn, che Italiani di Frontiera ha raccontato grazie all’amicizia con l’antropologo dello Smithsonian Institution Cesare Marino, tra i più grandi esperti di indiani d’America, che ha ricostruito la sua straordinaria biografia. Forse gli italiani che hanno sfidato la Frontiera del West e quelli impegnati a progettare il futuro a Silicon Valley hanno qualcosa in comune. La carica, la voglia di non accontentarsi delle consuetudini, non smettere di rischiare e scoprire. E’ quello che ci portiamo a casa, da questo fantastico viaggio. E’ quello che forse oggi più che mai l’Italia ha bisogno di riscoprire.            

Essere i più bravi ma avere “solo” 23 anni: cosa insegna la storia di Walter Bonatti all’Italia di oggi

«In fondo, Walter deve ricordarsi che quando l’abbiamo portato con noi era ancora un balilla». Il Walter in questione, all’epoca aveva 23 anni. E “balilla” stava per ragazzino, che deve saper stare al suo posto. Un piccolo mondo antico, di “veci” e “bocia”. Che in Italia ancora non è del tutto tramontato. Ventitré anni è l’età che avevano Sergei Brin e Larry Page nel 1996, quando si preparavano a cambiare il nostro mondo, lanciando l’anno dopo Google. La stessa età che aveva Mark Zuckerberg, nel 2007, quando annunciò il lancio di Facebook Platform, piattaforma di sviluppo per programmatori ideata per creare applicazioni interne a Facebook, che aveva tenuto a battesimo a vent’anni. Ventitré anni aveva pure Fabrizio Capobianco, oggi presidente di Funambol, azienda ponte fra Italia e USA di grande successo a Silicon Valley, quando come giovane ingegnere girava per le aziende italiane a metà anni Novanta, ripetendo come un mantra che il futuro del business era su Internet. «Non mi rispondevano che non era vero. Mi dicevano: cosa vuoi sapere tu, che hai 23 anni?», ricorda Fabrizio, oggi alla ribalta anche con una nuova startup, TOK.tv. In un paese che ancora non sa scrollarsi di dosso il vizio suicida di mortificare i propri talenti, pure con insensate gerarchie anagrafiche, è a Walter, che 23 anni li aveva nel 1954, che vogliamo rendere omaggio. Oggi, 13 settembre, a due anni dalla sua morte. Era il migliore, il più forte, oltre che il più giovane, Walter Bonatti (1930-2011),  straordinario scalatore ed esploratore bergamasco, quando fu tra i protagonisti di un evento storico: la conquista della vetta del K2 da parte di una spedizione italiana. Ma in quelle pagine destinate ad entrare nei libri, nella storia che aveva emozionato e restituito orgoglio ad un Paese ancora segnato dal disastro della guerra, Walter era entrato con una macchia… L’articolo completo su CheFuturo!

Fare innovazione a Berlino: Giuseppe Colucci (Ploonge) e lo Startup Safary

Berlino ha un valore particolare per Italiani di Frontiera, visto che ha segnato l’esordio all’estero di una delle sue conferenze (nel 2009 grazie ad una compagna di liceo ritrovata online, oggi docente all’Institut fur Romanische Philologie) alla prestigiosa Freie Universitat, con la prima narrazione multimediale di IdF oltre confine. La capitale tedesca, oggi una dei più promettenti centri per le startup, si appresta a diventare fra pochi giorni, dal 6 settembre, il cuore dell’innovazione europea con Startup Safary Berlin. Non sono pochi i giovani imprenditori italiani che stanno mettendo radici a Berlino, con tanto di quotidiano online per gli italofoni della città: Ilmitte, dove lo Startup Safary è stato illustrato in un articolo da uno degli organizzatori, Giuseppe Colucci, 28 anni, da quasi 3 nella capitale tedesca, dove ha gettato le basi per una startup italiana, Ploonge. Che ha raccontato a IdF la sua avventura.   – Giuseppe che ci fai a Berlino? “Sono arrivato qui nel 2011 assolutamente per caso e non seguendo il Berlin Dream come molti connazionali. Io, in realtà, mi ero trasferito in Spagna e volevo vivere lì, ma poi la mancanza di lavoro e di prospettive mi hanno portato a cercare nuove possibilità in giro per il mondo. mi è capitato un lavoro a Berlino, l’ho preso ed eccomi qui”. E cos’è Ploonge? “E’ una startup italiana, nata dall’idea di 2 ragazzi milanesi, Giorgio Bertolini e Alessandro Coscia, a fine 2011. Diventata azienda nel maggio 2012, da settembre di quell’anno è presente anche a Berlino. Ecco, io ho creato le basi per l’insediamento di una sede di Ploonge a Berlino, che tuttora gestisco. Il concetto di Ploonge è quello di social online ticketing, una piattaforma per vendere biglietti per eventi di ogni tipo, combinata a un social network in cui la gente interagisce e si scambia informazioni, feedback e raccomandazioni sugli eventi, il tutto per rendere gli stessi più social e virali e quindi aiutare gli organizzatori ad aumentare le vendite”. – Quali sono i vantaggi di Berlino come ecosistema per le strartup rispetto al resto d’Europa? “Mah, quello che in genere si dice – ed è ancora vero, occorre vedere per quanto tempo – è che Berlino è cheap. Molti giovani imprenditori squattrinati vengono qui per questo motivo. E’ anche vero che l’ecosistema ha iniziato a crearsi intorno a qualche esempio di startup di successo nata qui, come SoundCloud. E poi Berlino è una città vibrante, cosmopolita, molto attraente per giovani menti creative, molto aperta di vedute. Perciò qui a Berlino è facile trovare ispirazione da altri che fanno il tuo stesso lavoro. E anche manpower, perché, come detto, molti giovani creativi vengono a vivere qui”. – E il confronto con Silicon Valley? “Ancora improponibile, ovviamente. Per costruire un ecosistema forte e stabile come nella Valley ci vogliono decenni, non un lustro. Ci vogliono capitali ingenti, che a Berlino ancora mancano. Ci vogliono aziende nate lì dal nulla e diventati colossi mondiali che investano fior di soldi in aziende minori per aiutare l’ecosistema a crescere”. – Com’è la comunità berlinese degli startupper italiani? “Vibrante. Mi è capitato un paio di volte di essere intervistato da Der Spiegel e Venture Village sul boom degli startupper italiani a Berlino. E’ una community numerosa e laboriosa che si dà da fare, si aiuta (c’è un gruppo Facebook chiamato Digitaly che riunisce tutti noi sotto lo stesso tetto, organizza eventi per farci conoscere, aiutare, consigliare..) e fa impresa. Venuta qui perché in Italia si sentiva oppressa dalla mancanza di vision della nostra classe economico-finanziaria e ovviamente anche politica. Ci sono molte startup a Berlino create da italiani, alcune vanno bene, altre meno, però c’è molta dinamicità”. – Cosa si ripropone Startup Safary Berlin? “Startup Safary Berlin sarà la prima giornata di open doors per startup a Berlino. 60 aziende piccole o medio-grandi apriranno le proprie porte all’intera community di Berlino per workshops, tours, Q&A, networking meetups. L’obiettivo è quello di portare l’intera community insieme, per dialogare, per conoscersi meglio, creare opportunità di business, far sì che chi ancora non fa impresa si lasci ispirare da coloro che ci sono riusciti. Però, ovviamente, non vuol essere un evento auto-celebrativo ma vuole aprirsi anche al resto d’Europa. Infatti ci saranno diverse delegazioni che arriveranno da altre città e paesi per costruire un ponte tra Berlino e altri ecosistemi, per dialogare, fare business, scambiarsi informazioni utili. E abbiamo degli Ambassador in molti paesi europei che ci aiutano a promuovere l’evento e creare delegazioni. Ne abbiamo anche in Italia, come ad esempio l’azienda di Business Design, Beople.”. – E che ruolo avranno gli startupper Italiani? “All’interno del team di Startup Safary ci sono ben 2 italiani! Oltre a me anche Lorenzo Musiu, un filmmaker che si occupa della parte video. E poi delle aziende partecipanti ci sono anche alcune realtà italiane: vedi Expaway, o Frestyl. E poi ci aspettiamo che dall’Italia vengano numerosi a tastare il polso al nuovo hub startup europeo, Berlino”. – Ad un aspirante startupper italiano che volesse venire a Berlino: cosa consigli di fare… e di non fare? “Direi: pensaci 5 volte prima di intraprendere un percorso così difficile. Solo se la tua idea è davvero valida e il tuo business model è forte hai possibilità. Vedo qui molte aziende che nascono, magari hanno anche un team molto bravo e creeranno un forte hype intorno a sé, ma poi entrano in un vicolo cieco per mancanza di un revenue model che davvero funzioni. Qui nessuno sta aspettando te, c’è molta concorrenza e di startup ne nascono 2 al giorno, perciò bisogna essere davvero forti. Però le opportunità ci sono e se uno è convinto di poterle sfruttare, allora ben venga, lo accogliamo a braccia aperte! Per lo meno Berlino è un posto che ti permette di provarci. Magari si tratta solo di una sensazione che si ha, perché tutto è molto elettrico, ma se uno è convinto davvero allora ci provi!”.

L’incredibile avventura di Lorenzo Da Ponte, il poeta di Mozart da Venezia a Londra a New York

  Fortunato l’uom che prende Ogni cosa pel buon verso, E tra i casi e le vicende Da ragion guidar si fa. Quel che suole altrui far piangere Fia per lui cagion di riso, E del mondo in mezzo ai turbini Bella calma proverà. finale di “Così fan tutte” di Wolfgang Amadeus Mozart, libretto di Lorenzo Da Ponte   “Lorenzo Da Ponte way”. Nel cuore di Manhattan, Tribeca, tra Leonard e Church Street, il cartello stradale bianco e verde è stato collocato il 10 marzo 2009, in occasione del 260° anniversario della sua nascita. Lì quello che fu il primo docente italiano della Columbia University, dopo esser stato prelato, raffinato uomo di lettere, libertino, avventuriero giramondo fra Venezia e le corti europee, poi oltreoceano, uomo d’affari poco fortunato, aveva inaugurato il primo teatro dell’opera italiana dei neonati Stati Uniti. Nessuno forse lo ricorderebbe, se lui che nacque quando era in augeHaendel e morì dopo l’esordio di Wagner non fosse stato pure a fianco di Wolfgang Amadeus Mozart, come librettista di sue opere immortali: Le nozze di Figaro (1786), Don Giovanni (1787), Così fan tutte (1790). Morto il 17 agosto 1838, settantasei anni vissuti con incredibile intensità, quelli di Lorenzo Da Ponte, nato nel 1749 nel Trevigiano a Ceneda, oggi quartiere di Vittorio Veneto, col nome di Emmanuel Conegliano da famiglia ebraica. Rimasto vedovo, il padre decise di convertirsi per sposare una donna cristiana e come usanza del tempo la famiglia prese il cognome dal vescovo Da Ponte che li aveva battezzati, Emanuel, all’epoca quattordicenne, anche il nome. VENEZIA, TREVISO E LA FUGA – Dopo gli studi al seminario prima a Ceneda poi a Portogruaro, Da Ponte si trasferì a Venezia, ordinato sacerdote in un percorso quasi obbligato, certo non ispirato dalla vocazione: nella città lagunare scopre un mondo vivace che si adatta al suo temperamento più della provincia e del seminario. Venezia è la capitale del piacere: feste ben oltre il Carnevale, teatri, case da gioco, dove non pochi dissipano interi patrimoni. Da Ponte ha un incarico di pedagogo che dura poco, per la sua vita scapestrata. Ha una tresca con una donna sposata, il fratello Girolamo riesce a strapparlo al mondo del gioco d’azzardo: entrambi ottengono una cattedra al seminario di Treviso. Lorenzo guadagna la stima del vescovo con i suoi componimenti e ottiene la cattedra di retorica. Ma quando all’accademia di fine anno, agosto 1776, gli studenti recitano componimenti dell’insegnante su temi a scelta, Da Ponte invece dei soliti argomenti scontati decide di trattare il rapporto fra organizzazione sociale, leggi e felicità degli uomini, ispirandosi al filosofo svizzero Jean Jacques Rousseau , i cui scritti erano proibiti nella Repubblica di Venezia. Viene punito duramente: perde la cattedra in seminario e il diritto all’insegnamento, pena durissima forse frutto di un “regolamento di conti” fra famiglie nobili veneziane, una delle quali lo proteggeva. Per questo a Venezia a cercare l’appoggio di quei nobili che si consideravano progressisti, come Giorgio Pisani, che lo assume come istruttore dei figli. In quel periodo entra in pieno nella vita culturale veneziana, conosce un poeta di teatro di successo come Caterino Mazzolà, oltre a Giacomo Casanova, col quale si frequenta a lungo, anche se alla fine litigano per “una controversia frivolissima di prosodia latina”. Nel frattempo, Da Ponte ha fatto scandalo con una tresca con una giovane donna sposata. Dopo una denuncia anonima ripara a Padova e quando gli viene intimato di consegnarsi e farsi processare, segue il consiglio di chi gli dice che è meglio dileguarsi. DA GORIZIA A DRESDA A VIENNA – Ha trent’anni ed il suo fascino di uomo di lettere squattrinato ma brillante fa breccia, grazie ad alcuni componimenti, nell’aristocrazia di Gorizia, all’epoca austriaca. Da lì si trasferisce a Dresda, dove il poeta Mazzolà conosciuto a Venezia ha un importante incarico. In quella città crocevia della cultura austriaca a slava inizia a lavorare ad opere teatrali. Anche lì però la sua passione per le donne lo fa finire nei guai e prima che la situazione precipiti, riesca a trovare chi finanzi la sua trasferta a Vienna, con un biglietto di Mazzolà da consegnare ad Antonio Salieri. A Vienna, Da Ponte spera nell’appoggio del celebre Pietro Metastasio, che ha elogiato le sue poesie ma che muore invece poco dopo il suo arrivo. Un’opportunità inaspettata, visto che il suo prestigioso posto di poeta del teatro, rimasto vacante, viene assegnato da Salieri proprio a lui. Da Ponte ha conquistato la stima dell’imperatore Giuseppe II , subentrato alla madre Maria Teresa d’Austria, figura di monarca despota illuminato autore di importanti, radicali riforme, dalla sanità alla giustizia. La collaborazione con Salieri nell’opera “Il ricco d un giorno” si rivela un fiasco ma Da Ponte recupera rapidamente prestigio e dopo il successo di “Il burbero di buon cuore”, su spartito di Vicente Maetin y Soler, il poeta librettista italiano è letteralmente conteso dai compositori a corte. E’ così che conosce Mozart. “Le nozze di Figaro” (1786) deve superare molti impedimenti per andare in scena, Da Ponte stempera gli accenti fortemente antiaristocratici, che anticipavano il clima della Rivoluzione Francese. L’opera viene accolta freddamente a Vienna, mentre suscita entusiasmo a Praga, come avviene l’anno dopo per “Don Giovanni”, in un trionfo di repliche. Sembra sia stato lo stesso imperatore a suggerire a Da Ponte la trama ispirata a fatto veramente accaduti di “Così fan tutte” (1790), che malgrado l’ottima accoglienza, a Vienna va in scena solo cinque volte per la morte di Giuseppe II. Mozart muore l’anno dopo, a Vienna cambia l’atmosfera per Da Ponte che nel giro di un anno viene licenziato. Spera di ottenere la revoca al bando che gli vieta il ritorno a Venezia e per questo si presta ad una riprovevole opera di delazione (pure Casanova aveva fatto la spia per la Serenissima per ottenere la grazia…) DA TRIESTE A LONDRA – E’ a Trieste che conosce Nancy Grahl. Lui ha 43 anni, lei venti di meno. Si sposano (non è accertato con quale cerimonia). E dopo altre peripezie si trasferiscono a Londra. Da

Auguri a Roberto Crea, scienziato imprenditore, dall’insulina sintetica alle scoperte sulle proprietà delle olive

Quando era arrivato in California, aveva solo 29 anni ma nel giro di pochi mesi aveva compiuto una straordinaria performance entrando nella storia delle biotecnologie con un contributo fondamentale ad una invenzione di portata storica: l’insulina sintetica, rampa di lancio per un settore oggi in primo piano della scienza moderna. Oggi Roberto Crea, eccezionale ricercatore e imprenditore di origini calabresi, da decenni oltreoceano, fra i padri dell’insulina sintetica, compie 65 anni. Il modo migliore per fargli gli auguri, da parte di Italiani di Frontiera, di cui è uno die grand protagonisti, è rievocare l’incontro in cui raccontò quella fantastica avventura che fu l’inizio della sua carriera e alcune delle tappe successive, come il lancio di CreAgri, business ormai consolidato a livello internazionale per esaltare le straordinarie proprietà delle olive, da lui individuate. Ben spiegate in un video da un altro veterano di Silicon Valley suo collaboratore, vecchio amico di IdF, il giornalista Paolo Pontoniere.