Marketing Forum a Gubbio, Italiani di Frontiera alla ribalta con un pubblico d’eccezione
Una due giorni straordinaria per Italiani di Frontiera, al Marketing Forum di Gubbio, il 21 e 22 maggio. Un’ora di conferenza multimediale per presentare il progetto in una cornice fantastica, il Park Hotel Cappuccini, davanti ad una platea eccezionalmente competente, di esperti di marketing. Responsabili di gradi aziende e fornitori di servizi innovativi, che al termine di una giornata intensissima hanno seguito con passione il progetto. Grande successo, le prospettive di collaborazioni e partnership per un lavoro impegnativo sono promettenti. Un grazie a Moreno Gentili, appassionato curatore del progetto, a Claudio, Marina, Veruschka e soprattutto Pietro Cerretani, amici di Richmond Italia che hanno organizzato al meglio l’evento, puntando su Italiani di Frontiera. Grazie anche a Jacopo Barigazzi, ex collega di Reuters oggi giornalista di Newsweek e AdnKronos, a sua volta relatore a Gubbio, ed alla moglie Gaia, anche lei giornalista ed ex di Reuters, entrambi generosi di consigli e incoraggiamenti, comprimari a fianco dela vera protagonista dell’evento la loro bellssima bimba. Grazie anche a Maurizio Troccoli, bravo collega di Perugia a cui si devono le immagini del video. E a Daniele La Monaca, fotografo di talento che ha lasciato calcio e moda di Milano per il fascino curioso delle mille storie di provincia. E a Luca Buttafava e Alessandro Confalonieri, ideatori del futuro oltre che insegnanti al Politecnico di Milano e Torino (qui un progetto del loro studio Intersezioni Dsign Integrated) Grazie a tutti loro, a Gubbio Italiani di Frontiera e’ decollato.
“Quando Steve Jobs presento’ il mio video…” Enza Sebastiani, una filmmaker ad Apple
Partecipare ad una presentazione del leggendario Steve Jobs, fondatore di Apple, con migliaia di persone. Vedere sullo schermo alle sue spalle un fotogramma del proprio video, sentire Jobs che lo presenta, dicendo che e’ stato realizzato da una persona “molto dotata”. Anche se non ne fa il nome. E’ quanto accaduto a Enza Sebastiani, filmmaker romana, in California dall’inizio degli anni Novanta, da poche settimane QA Engineer per il Consumers Applications Team ad Apple, dove e’ stata a lungo consulente nel settore video. Qui e qui i suoi lavori. Qui invece Enza in una divertente parodia sexy, “Parah Salin” e una sua campagna pubblicitaria per i gelati di Ben & Jerry, AmeriCone Dream che ha chiamato “There Is No Spoon”. DUE MONDI DA ROMA A LOS ANGELES – Sono venuta da Roma in California nel dicembre del 1991 con la speranza di fare la scuola di cinema e fare film. La Ucla (University of California, Los Angeles) aveva il numero chiuso in cinematografia, cosi’ intanto ho studiato English for Professional Communications, e corsi come sceneggiatura, montaggio, improvvisazione teatrale e persino tiro con l’arco arco, nell’incredibile campus dell’Ucla, che sembra uscire da un libro di Harry Potter. Belle esperienze, ma tra Roma e Los Angeles ci sono stati di mezzo diversi pianti. Due mondi. Mi piaceva andare in bicicletta e camminare, ma a Los Angeles non camminava nessuno e mi guardavano dalle loro macchine come un marziano. Pero’ il sogno non e’ mai svanito. DA HOLLYWOOD AD APPLE – Per vivere a Los Angeles devi esserci nato… io ci sono rimasta sino a fine 1992, trasferendomi poi a San Francisco, che avevo visto da turista, innamorandomene. Ho studiato cinema al San Francisco City College e intanto scrivevo e giravo i primi cortometraggi in Super 8 e 16 millimetri. Poi sono tornata a Los Angeles, dove ho fatto uno stage lavorando nella produzione di Propaganda Film (“1000 Acres”). Era il 1996, allora si giravano video musicali e film in 35 millimetri, riprendendo simultaneamente in analogica per far vedere al regista cosa si stava girando. Gestivo il deck analogico sul set. Negli ultimi 10 anni tutto e’ cambiato, in digitale. Fra 1996 e 1999 ho anche fatto provini, fra una produzione e l’altra, lavorando in video musicali, pubblicita’, TV sitcom (News Radios) e in un bel film di Hbo, “Wallace”, su George Wallace, senatore dell’Alabama, interpretato da Gary Senise. Tornata a San Francisco, i miei amici italiani Francesco e Luigi, del ristorante Il Fornaio erano andati tutti alla sede Apple di Cupertino a gestire il Cafe’ Mac su richiesta personale di Steve Jobs, il CEO di Apple. Mi chiesero di aiutarli nella gestione del locale, dove i clienti sono passati da 150 a 1.600 al giorno. E in tre mesi ho conosciuto tutti, compreso Steve Jobs, che veniva spesso a mangiare li’. E’ cosi’ che sono stata assunta come Advertising Budget Coordinator. STEVE JOBS PRESENTA IL MIO FILM – In quel 1999 Jobs aveva introdotto iMovie, il software che ha rivoluzionato il mondo del montaggio digitale. Quando ho visto per la prima volta la presentazione di iMovie fatta da Steve e ho visto quanto era facile fare una dissolvenza mi sono venute le lacrime, pensando ai nostri film in superotto, fotogrammi piccolissimi, mi ci ero persa gli occhi a lavorarci, una dissolvenza era difficile e per un effetto di qualsiasi tipo dovevi fare tutto in manuale… mi sono detta: basta, ora devo cominciare a fare tutti quei progetti che non ho mai iniziato per questione di budget. Sono stata una pioniera del digitale. Anche se e’ considerato un consumer product, iMovie ti permette di fare tanto. Con l’ultima generazione appena introdotta iMovie 8.0 sta veramente diventando qualcosa di magico. E’ nel pacchetto iLife ’09, ho lavorato su questo prodotto come QA engineer per un anno. Ma il software professionale di montaggo di Apple e’ Final Cut Pro, che ti permette di creare un intero lungometraggio, come hanno fatto i fratelli Coen con “Non e’ un Paese per vecchi” o “Brokeback Mountain” diretto da Ang Lee. Nel Novembre del 2000 ho girato in 35mm un cortometraggio, “Swing Dance” che scrissi per due motivi: l’amore per la danza e la vita in genere, ma anche per mostrare come e’ facile creare video sul Mac. Convertii il filmato in digitale, lo importai poi lo montai con iMovie, lasciandone una copia alla segretaria di Steve Jobs, come “regalo di Natale 2000”. Senza ottenere risposta. Poi mi arrivo’ l’invito alla presentazione innaugurale di Macworld 2001 al Moscone Center di San Francisco, dove 5000 persone fra stampa e VIP si vedono rivelare le nuove generazioni di hardware (computers) e software (programmi) disegnati e prodotti proprio qui alla Apple. Steve ha un carisma unico, un’energia travolgente che ti porta dentro al pianeta Apple, facendoti capire l’importanza della tecnologia su un piano creativo e di business. E quella volta, mentre parlava di un sistema rivoluzionario per distribuire video, chiamato iDVD, sullo schermo appare un fotogramma del mio video, “Swing Dance”. Durante la sua presentazione ad un certo punto fa vedere uno spezzone del mio filmato dicendo: “Questo e’ stato fatto con iMovie, su un Mac by da una dipendente Apple mollto dotata”. Grande emozione. Anche se Steve non mi ha neanche nominata per via di Public Relations e di strette corporate policies… Chi ricorda il film “Almost Famous”? Ma poco dopo fui invitata da Steve Jobs a lavorare nel suo Product Marketing Team come Video Communications Specialist, per monitorare, aiutare a migliorare e incrementare l’uso di iMovie. Uno dei progetti che ho disegnato e che e’ stato adottato subito, e’ stata l’“iMovie Gallery”, l’antenato di Youtube, una galleria virtuale su apple.com che ospitava video e commenti di utenti Apple. Il 14% del traffico totale di apple.com veniva generato prioprio dall’iMovie Gallery. In meno di 3 mesi la data base aveva oltre 10.000 utenti attivi. Un altro progetto che atterro’ sulla mia scrivania e’ stata la produzione di un video sul Firewire su richiesta dell’Academy Awards di Hollywood, per la categoria
Amici di Idf, incontro con William Klein uno dei grandi maestri della fotografia
Incontro con un personaggio storico del mondo della fotografia, nei giorni scorsi a Milano. William Klein, americano che da lunghi anni vive in Europa, e’ il protagonista della mostra “Contacts”, tra fotografia e pittura, dedicatagli da Contrasto a Milano nella sede di Forma, Centro internazionale della fotografia. Qui l’intervista a Klein per Reuters. L’appuntamento e’ stata occasione per fare amicizia con Gino Begotti, bravo fotografo veneziano trapiantato a Milano, veterano della cronaca e del costume. Qui e qui i blog con le belle foto di Gino, autore anche dell’immagine qui sopra (grazie Gino!).
Gli “Italindiani” del West di IdF in un reportage sul mensile Geo
Prima uscita sulla carta stampata per Italiani di Frontiera. L’ultimo numero del mensile Geo in edicola pubblica infatti un reportage che raccoglie le straordinarie biografie raccolte da Cesare Marino, parte integrante di questo progetto. Carlo Camillo di Rudio conte bellunese sopravvissuto a Little Big Horn, Carlo Gentile fotografo napoletano, Costantino Beltrami esploratore bergamasco sul Mississippi,Paolo Andreani che percorse invece l’Hudson, e Giorgio Pocaterra, cowboy vicentino del Novecento, sono i protagonisti del servizio, che propone anche alcune delle foto di Daniela Rota dei manufatti indiani raccolti da Beltrami e conservati in un museo di Bergamo. L’articolo sugli italiani fra gli indiani fa parte di uno speciale Usa che comprende anche un reportage sui bianchi del profondo Sud firmato da Paolo Pontoniere, giornalista italiano da 20 anni a San Francisco, tra gli amici di Italiani di Frontiera. Grazie per l’editing a Paola Vozza e Irene Merli, photo editor e redattrice di Geo, e in particolare a Fiona Diwan e Marco Restelli, che mesi fa come direttore e vicedirettore di Geo hanno creduto nel progetto.
Un fotografo napoletano nel Far West: Carlo Gentile, padre adottivo del bimbo indiano che divenne Carlos Montezuma
Sconosciuto ai più in Italia, in alcuni documenti e anche su Internet il suo nome è stato spesso storpiato: Carlos Gentile. Viene citato appena, Carlo Gentile (1835-1893), come figura di secondo piano nelle biografie di Carlos Montezuma (1866-1923), storico pioniere dei diritti civili dei nativi americani. Ma Gentile, fotografo napoletano sulla Nuova Frontiera americana, fu un personaggio straordinario, innovatore tanto ingegnoso e ardito quanto sfortunato. Come racconta la sua toccante biografia, che Cesare Marino ha raccolto in un libro, “The Remarkable Carlo Gentile. Italian Photographer of the American Frontier”. Una storia, quella di Gentile, che Marino ha iniziato a tracciare partendo dal 1866. Quando il napoletano, spirito intrepido e fotografo di talento da tempo in America, al momento di tornare in Italia scoprì che la sua preziosa collezione di foto scattate in dieci anni passati nel West, con le quali era convinto di fare fortuna nel Vecchio Continente, era andata perduta al primo scalo, Vancouver. Disperato, ripieg su San Francisco, aprendovi uno studio, nella centralissima Kearney Street. Forse nessuno lo ricorderebbe oggi, se un bambino indiano della tribù degli Yavapai, nato proprio in quel 1866, non avesse incrociato la sua strada. Aveva cinque anni Wassaja (pronuncia Uassagia), “colui che che fa un gesto con la mano”, nel 1871 quando in un’Arizona in subbuglio tra febbre dell’oro, invasione di coloni e mai sopite rivalità tribali, Gentile impietosito lo riscattò per 30 dollari da un banda di indiani Pima che l’avevano rapito, lo adottò facendolo battezzare col nome di Carlos Montezuma, ispirandosi all’imperatore azteco. Col bimbo, Gentile va a scattare foto in New Mexico e Arizona. Poi a Chicago i due lavorano con William Cody, Buffalo Bill, che riempie i teatri con un uno spettacolo rozzo, “Scouts of Prairie”, precursore di quel “Wild West Show” con cui girera’ il mondo, Italia compresa. Carlos e’ l’unico vero indiano, tra i protagonisti accanto a un’italiana, la ballerina della Scala Giuseppina Morlacchi, che interpreta la bella principessa indiana, mentre Gentile fa da fotografo alla compagnia. Gli anni successivi, a New York, sono decisivi per la formazione del ragazzo. Non è facile la vita per un indiano, nella grande città dell’est. Gentile gli insegna ad esprimersi con poche parole, comunicare più con i gesti e le espressioni. E ad essere cortese. Ma anche a farsi valere senza paura davanti a prepotenze e discriminazioni razziali, che anche lui come italiano ha subito. Una lezione che il ragazzo non dimenticherà, rivelandosi eccezionalmente dotato. Gentile vuole che continui a studiare e per questo lo affida dopo dodici anni ad un predicatore, mentre lui continua a girare l’America come fotografo. Carlos ripagherà le sue aspettative: nel 1884 è il primo nativo americano a laurearsi in Scienze, poi in Medicina. Diventerà una figura storica nella battaglia per i diritti dei nativi americani, eternamente riconoscente al padre adottivo. Al quale invece, la sorte ha voltato le spalle. Tra incendi che devastano i suoi archivi, disastri finanziari che minano le sue iniziative, nel campo della fotografia e della stampa per gli italiani d’America. E una salute sempre più precaria. Gentile muore a 58 anni il 27 ottobre 1893, secondo alcune fonti suicida, scrive Marino. Montezuma si prenderà cura della vedova e di un suo figlioletto, probabilmente a sua volta adottato. Figura carismatica e leader rispettato, Montezuma (al quale una studiosa di origine italiana ha di recente dedicato una biografia) continuerà a proclamare di dovere tutto al suo padre adottivo. Sino alla sua morte, per tubercolosi, nel 1923. Nell’Arizona in cui era nato e dove aveva voluto tornare sentendosi alla fine. E da dove un fotografo napoletano incontrato per caso l’aveva riscattato, insegnandogli a conoscere il mondo. Nel 2014 un documentario intitolato “Carlos Montezuma: Changing is not Vanishing”, in cui compare anche Cesare Marino, è stato realizzato da University of Illinois, che aveva avuto tra i suoi studenti Montezuma.
Prima di Silicon Valley: Frederick Marrazzo racconta gli italiani di ieri
Quando Palo Alto e dintorni non erano ancora Silicon Valley ma un giardino fertilissimo, che forniva frutta e verdura a mezza America, gli immigrati italiani furono protagonisti del suo straordinario sviluppo agricolo. Interi gruppi di famiglie trapiantati in una zona che ricordava per clima e geografia il loro Belpaese. Valori forti e forte voglia di riscatto sociale, dalla miseria della madrepatria e dalle discriminazioni del Nuovo Mondo. Di questo parla “Italians in the Santa Clara Valley”, bellissimo libro di memorie e immagini di Frederick W. Marrazzo , giovane storico e giornalista di origine italiana. Con Italiani di Frontiera Frederick ha parlato del suo lavoro di ricerca, che continua fra video e interviste. Qui il video di YouTube. PRIMI ITALIANI DELLA BAY AREA – I primi italiani arrivati nella Bay Area sono stati probabilmente i missionari gesuiti, alcuni individualmente, dal 1840 in modo piu’ sistematico, importanti per lo sviluppo dell’educazione e della scienza. Ne ha parlato un libro pubblicato a Stanford lo scorso anno IMMIGRATI – Gli immigrati sono arrivati sulla scia della corsa all’oro attorno al 1850. Magari non facevano i cercatori ma si occupavano di servizi per i cercatori, dai negozi ai ristoranti. Questi primi italiani erano in prevalenza di origine settentrionale ed abbastanza facoltosi da tentare di avviare una piccola impresa in proprio. Le vere grandi ondate di immigrazione sono pero’ arrivate tra 1880 e 1920, da tutte le parti d’Italia ma in prevalenza da Genova e Milano. Della comunita’ italiana a San Francisco, il 70% proveniva dal Settentrione. Emigrati che con l’ascesa di Mussolini al potere furono sostenitori del fascismo. PRIMA DI SILICON VALLEY – Chi si stabiliva nella valle di Santa Clara, che comprende Palo Alto e l’attuale Silicon Valley, era attratto soprattutto dalle possibilita’ offerte dall’agricoltura, con una terra ed un clima che ricordavano l’Italia. La viticoltura fu iniziata dai francesi ma a svilupparla, dal 1890, furono gli italiani. Che facevano ogni tipo di lavoro: lattonieri, tornitori, spazzini, autisti, erano una forza lavoro. E furono la manodopera per eccellenza, soprattutto nell’industria conserviera, frutta e verdura in scatola, dal 1890 sino a dopo la seconda guerra mondiale, quando molti posti di operaio furono lasciati ai nuovi immigrati, i messicani. Fu uno sviluppo in alcune zone “a clan”, cioe’ famiglie o gruppi di compaesani concentrati in un’area. Come i Locatelli di Bergamo a Santa Cruz, per loro simile alla loro citta’. O la famiglia calabrese dei Filice a Gilroy, diventata capitale della coltivazione d’aglio e sede del Garlic Festival, fondato Rudy Melone, figura di grande educatore. Oppure le famiglie di Trabia paesino del Palermitano, trapiantate in blocco nella contea di Santa Clara. Agli italiani la valle ricordava i loro i villaggi in Italia, per il paesaggio ed il clima mite… fu il passaparola a spingere molti italiani dalla costa est molto piu’ urbanizzata a venire qui: “Andate a ovest”…, forse volevano anche uscire dai ghetti di Little Italy. E forse per questa situazione diversa non c’e’ stato qui un grosso sviluppo di mafia, solo alcun bande criminali ma non cosi’ radicate come a est. I PRESTITI DI GIANNINI – Molti italiani furono abbastanza intelligenti da comprare la terra da lavorare quando costava poco. E Amadeo P. Giannini, banchiere di origine italiana nato a San Jose’, che fu tra i fondatori di Bank of America, ebbe un importante ruolo, concedendo crediti per acquistare terreni. Che gli italiani comprarono per coltivarli. Non pensavano certo che sarebbero diventati un investimento. DISCRIMINAZIONI E STEREOTIPI – Non era facile per gli italiani, che erano oggetto di discriminazioni. E durante la seconda guerra mondiale la situazione e’ diventata ancora piu’ dura. C’erano restrizioni, assurde: una legge impose che gli italiani non potessero vivere a meno di cinque miglia dalla costa, non potessero possedere radio ne’ segnalatori luminosi… una paranoia: si aspettavano forse potessero aiutare uno sbarco di Mussolini sulle coste del Pacifico? Ci furono anche internamenti, di cui pochi sanno. Un dramma dimenticato, al quale Lawrence DiStasi, (storico di origine italiana che ho intervistato nel mio programma tv Cronaca) ha dedicato un libro, “Una storia segreta”. La propaganda di guerra invitava a non parlare “le lingue dei nemici” e questi sono forse stati shock che hanno spinto molti immigrati a rinnegare le proprie origini, a non insegnare ai figli l’italiano e magari nemmeno la storia di famiglia. C’e’ stata una frattura col proprio passato. Forse ancor oggi molti non si vogliono mescolare a quello che dell’Italia conoscono solo attraverso stereotipi, su malavita e famiglie mafiose, come nei telefilm dei Sopranos. Che non sono il modo migliore per conoscere le proprie origini. Ed e’ per questo motivo che ho scritto questo libro… CONTRIBUTO ITALIANO ALL’AMERICA – Durante la seconda guerra mondiale, proprio gli italoamericani sono stati il maggior gruppo etnico, come contributo di uomini al fronte. Nel dopoguerra, con il baby boom ed il consumismo, gli italiani si sono integrati di piu’, volevano diventare americani a tutti gli effetti. Nel boom sono stati protagonisti nel mondo dell’edilizia, con grandi imprese di costruzioni come De Mattei Construction, Nibbi Brothers, Sovrato Deveplopment, Ferma Corporaton dei fratelli Ferrari. E mentre ad occupare molti dei posti piu’ umili, nelle imprese di pulizie e nei cantieri, sono arrivati i nuovi immigrati, i messicani, molti italiani sono arrivati al successo, come professionisti, medici, artisti a Hollywood… Ma sono rimasti molto frammentati, come il loro Paese d’origine… non rappresentano ad esempio una forza come gruppo di pressione o di opinione, a differenza di altre etnie. Cosa sarebbe la California senza i prodotti introdotti dagli italiani? Aglio, broccoli, le alici, lo sviluppo dei pomodori, il vino diventato con loro un’industria… Molti di questi prodotti oggi vengono dalla valle di Fresno, a sud di San Jose’. Qui nella valle di Santa Clara orti e frutteti sono diventati Silicon Valley. E anche l’ultima industria dell’inscatolamento, la Del Monte, e’ stata chiusa nel 1999 e spostata a Fresno. Ma gli italiani hanno dato alla California molto piu’ del loro prodotti agricoli e degli edifici che hanno costruito: hanno dato soprattutto i loro valori ed
Impegno civile eredita’ di famiglia, nel cinema e nelle foto di Lou Dematteis
Per oltre vent’anni Lou Dematteis, nato a Palo Alto, fotografo di origine italiana (la famiglia proviene dalla provincia di Cuneo) ha lavorato per Reuters. Due anni fa ha lasciato l’agenzia per dedicarsi a progetti audiovisivi autonomi. Sta ultimando “The Judge” un documentario per la tv sulla vita di suo padre Louis B. Dematteis, avvocato e giudice, nemico del crimine, paladino dei diritti civili e figura storica della comunita’ italiana in California. Lou ha anche realizzato un libro-denuncia fotografico, “Crude Reflections”, in uscita a maggio, frutto di anni di lavoro assieme a Kayana Szimczac sulle drammatiche condizioni dell’ambiente e della salute della popolazione nella zona amazzonica dell’Ecuador, dopo anni di estrazioni petrolifere effettuate da compagnie americane. Lou ha raccontato a Italiani di Frontiera i suoi progetti. THE JUDGE – Per il documentario stiamo iniziando la fase di postproduzione. Abbiamo avuto fondi da diverse fonti della comunita’ italoamericana, tra cui la National Italian American Foundation. Dobbiamo racoglierne altri per finire il lavoro, cosa che contiamo di fare entro l’anno. CONTRO LE DISCRIMINAZIONI – Studiare duramente e diventare i piu’ giovane avvocato della California fu per mio padre un modo per superare le discriminazioni. Erano tempi difficili per gli immigrati italiani, che non parlavano l’inglese, non avevano lavori qualificati… Da ragazzi avevamo di fronte due strade, mi ha detto un suo amico: diventare come le persone che ci perseguitavano perche’ italiani, oppure crescere, diventare persone rispettabili e in cambio non applicare mai agli altri le discriminazioni subite… Durante queste ricerche abbiamo scoperto quanti siano stati gli italoamericani coinvolti nelle lotte per i diritti civili, per i diritti dei lavoratori… Ho anche scoperto diverse cose su mio padre che non sapevo. Ma la piu’ sorprendente e’ stato capire cosa abbia significato per lui, quando era procuratore, assumere per un ruolo di grande responsabilita’ una donna. Erano gli anni Cinquanta, lui che era cresciuto come italiano tra le discriminazioni, per la sua esperienza aveva capito che le persone vanno giudicate per quello che sono capaci di fare, e non in base al fatto che siano italiane, cinesi, giapponesi… o che siano donne. E quando una donna, che era una outsider, cresciuta in un ranch dell’Arizona, si propose per quel lavoro, che nessuno all’epoca le avrebbe dato proprio perche’ donna, fu capace di riconoscere le sue qualita’. Quella donna, Sandra Day O’Connor, e’ diventata poi una persona importante per la storia degli Stati Uniti, la prima donna Giudice della Corte Suprema. ORGOGLIO DELLE PROPRIE RADICI – I miei nonni arrivarono qui nel 1903 da Montezemolo, provincia di Cuneo. Mi padre, nato in America, ha sempre avuto grande rispetto per le proprie radici. “Sono orgoglioso di essere italiano perche’ sono americano”, diceva. Divento’ un modello per molti italoamericani, comunico’ quel rispetto e quella stima per l’Italia, la sua sua cultura ed i suoi emigrati. Ed erano tempi duri per gli italiani qui… alle sue radici italiane era legata credo anche l’importanza che dava alla famiglia. Fondamentale per chi era immigrato (tutti in famiglia dovevano avere un lavoro, per riuscire ad andare avanti) ma anche in campo sociale. Come procuratore e poi giudice, mio padre lavoro’ molto nel sistema giudiziario minorile, tentando di inserire programmi di prevenzione ed educazione per giovani che rischiavano di avere problemi con la legge. Poi lavoro’ con i boy scout, tenne molti discorsi sull’importanza della famiglia… FOTO D’IMPEGNO CIVILE – Sono stato a dal 1985 al 2006 alla Reuters. Poi ho lasciato per iniziare a lavorare su progetti miei di fotogiornalismo e video… A maggio City Lights pubblichera’ “Crude Reflections”, un mio libro che documenta la situazione nella zona amazzonica del’Ecuador, dove c’e’ stato dagli anni Sessanta un grosso sfruttamento petrolifero. Purtroppo, le compagnie petrolifere non hanno fatto un buon lavoro con gli scarti delle trivellazioni, che hanno abbandonato nell’ambiente quando se ne sono andati nel 1992. Ci sono tassi altissimi di inquinamento, persone malate o nate con malformazioni e ci sono campagne d’opinione per intentare cause legali a queste societa’. Nel libro ho documentato tutto questo e sono stato in altre zone del Paese, ricche di petrolio, dalle quali gli indigeni ed altri abitanti vogliono tenere lontane le compagne petrolifere.
