Idf riparte, Enrico Pesatori (Penguin Computing) si racconta

Italiani di Frontiera riprende dopo una pausa, tra interviste frenetiche negli ultimi giorni Usa, ritorno in Italia con un archivio consistente di testimonianze e registrazioni, l’impatto col Belpaese che in “soli sei giorni” garantisce la riconnessione a Internet. A raccontarsi e’ un veterano: Enrico Pesatori, gia’ direttore Olivetti nel Nord America, oggi alla presidenza di Penguin Computing, all’avanguardia nel campo dei cluster, aggregazioni di numerosi computer dalle prestazioni eccezionali, dedicati al sistema Linux. LA MIA CARRIERA – Laureato al Politecnico di Torino, ho iniziato la mia carriera alla General Electric in Usa, partecipando per due anni al loro prestigioso corso per giovani managers. Tornato Italia, un anno alla GE e poi Olivetti, 17 anni che mi hanno portato da product manager a Ivrea alla direzione della Olivetti Nord America. In quegli anni la mia carriera e’ stata meta’ in USA e meta’ in Italia. Le mie resposabilita’ sono state molteplici, dalla direzione dei Prodotti per Ufficio (vedi Electronic Typewriter), alla direzione della Divisione Informatica Distribuita (vedi Personal Computer M24, progettato nei laboratori di Cupertino, CA e nuova linea sistemi) e alla gia’ nominata direzione del NA. Gli ultimi dieci anni li passai sotto la direzione di Carlo Debenedetti, Presidente di Olivetti. Un gran manager e un eccellente business man che ho sempre stimato e da cui ho imparato molto. Lasciai l’Olivetti 1990 per la posizione di CEO di Zenith Data Sysems a Chicago, azienda che di fatto invento’ il laptop. Molto interssante e di gran soddisfazioni. IL DOPO OLIVETTI – All’inizio del 1993 passai a Digital Equipment a Boston, per assumere la posizione di responsabile della Computer Systems Division, con resposabilita’ di tutto l’R&D, il Sales & Marketing Wordwide e le Operations. Fu un’esperienza unica data l’importanza dell’azienda, la riorganizzazione quasi totale per superare una crisi molto profonda e l’impegno personale totale. La mia organizzazione era di oltre 60.000 persone. La soddisfazione fu che In due anni lo stock fu quadruplicato! A fine 1996 diventai CEO di Tandem Computers a Cupertino in California, una delle migliori aziende che ebbi il piacere di dirigere. I suoi prodotti per NonStop sono tutt’ora lo standard mondiale per il Transaction Processing negli istituti finanziari a nel mondo delle telecomunicazioni. Dopo un anno Tandem fu acquisita amichevolmente da Compaq Computer di Houston. Un anno dopo, quando Compaq compro’ anche Digital Equipment, diventai responsabile dell’Enterprise Services and Solution Group, praticamente l’engine della crescita e della profittabilita’ dell’azienda. A meta’ 2000 decisi di abbandonare il mondo delle grandi aziende per l’avventura delle Start-up. Ritornai a Silicon Valley come CEO di BlueArc, un’ottima azienda operante nel mondo dello Storage con una innovative tecnologia per I Network Application Sistems. Nel 2003 passai come CEO alla Penguin Computing di cui attualmente ne sono Chairman. I CLUSTER DI LINUX – Penguin Computing e’ una delle piu’ avanzate aziende dedicate totalmente ai sistemi Linux. Nacque dalla fusione di due aziende imperniate su Linux, fondate entrambe nel 1998. La prima nacque per progettare e commercializzare prodotti Linux, l’altra fu fondata da uno dei piu’ prestigiosi architetti di di SW Linux , Don Baker, che disegno’ nel 1994 il primo cluster di Linux lavorando alla NASA. I cluster sono sistemi HW e SW che permettono di aggregare centinaia o migliaia di normali servers moltiplicando la totale capacita’ di elaborazione, con risultati di 10 o 100 volte migliori di quelli dei supercomputer, che non a caso stanno soppiantando, dato il loro proibitivo costo. Rivolto a grandi istituzioni e aziende, il settore e’ in forte crescita di 30% all’anno. Con appena 75 dipendenti ma ad alta specializzazione, realizziamo cluster completi, fornendo anche hardware, ma siamo soprattutto leader per il software e servizi nel mercato dell’High Performance Computing. E tutto col sistema Linux. Cinque anni fa i cluster Linux erano 25%, di fronte a colossi come Ibm, Cray, HP, Sun… L’anno scorso Linux ha toccato oltre l’80% . I mercati nell’area a cui ci rivolgiamo comprendono universita’, grandi aziende, istituti governativi, che hanno bisogno di computer estremamente veloci e semplici. In un mercato, quello dei supercomputer, valutato attorno ai 14 miliardi di dollari all’anno. RIPENSANDO A OLIVETTI – La Olivetti ha attraversato tanti fasi, fra gli anni Settanta e Ottanta quando c’ero io. Ha creato macchine ottime ma in alcuni casi non ha avuto i mezzi finanziari per sostenerle. Per questo alla fine degli anni Sessanta la divisione elettronica fu ceduta a GE. La mia storia in azienda e’ stata legata all’inizio alle macchine da calcolo Olivetti negli Usa e con la macchina per scrivere elettronica . La vera spinta verso il sucesso inizio’ nel 1978 con l’arrivo di Carlo De Benedetti, capace di trasformare in tre anni Olivetti in un’azienda eccellente, numero due nei PC dopo IBM e leader per le machine da scrivere elettronche. Negli anni Ottanta Olivetti divenne estremamente popolare, aveva importanti quote di mercato in Europa. Era dotata di un management di prestigio in tutto il mondo e sopratutto generava ottimi utili. Purtroppo alla fine degli annni 80, una recessione nel settore, qualche scelta di organizzazione infelice e una po’ di stanchezza di management avviarono l’azienda a un lento e penoso declino. SILICON VALLEY UNICA – Molte volte gli italiani hanno cercato di innovare il modo di fare venture capital, invece di imparare da Silicon Valley. Qui e’ ovviamente molto piu’ facile accedere a finanziamenti. Ma si sa esattamente come fondare le aziende, come avviarle, come gestirle e se non c’e’ successo, anche come chiuderle, il che e’ importante quanto aprirle. In Italia fra burograzia e rigidita’ non lo si puo’ fare. Qui ho imparato che se c’e’ una buona idea ma poi non va bene… si chiude. Noi vediamo sempre i successi ma tantissimi non ci riescono. Ma senza traumi. In Italia invece ho molti amici che magari per un’azienda che non ha avuto successo si sono trovati in serie difficolta’. ITALIA NON SI RINNOVA – Dal punto di vista dell’informatica, l’Italia era un paese ottimo, ma praticamente tutte le aziende sono sparite in mani americane o straniere…sono rimaste solo aziende

Ezio Valdevit, friulano ex Olivetti pioniere dello storage network

Dall’esordio in Silicon Valley con Olivetti ad un’attivita’ da pioniere nel campo dello storage network. Ezio Valdevit, friulano, racconta la sua carriera e spiega quanto e’ importante per un’azienda garantire ai tecnici una carriera senza limiti, che non li costringa a trasformarsi loro malgrado in manager. INIZIO CON OLIVETTI – Friulano di Sacile (Pordenone) dopo la laurea in Fisica all’Universita’ di Padova ho iniziato nel 1983 a lavorare con Olivetti a Ivrea, che dopo alcuni anni mi ha inviato a Silicon Valley per un progetto congiunto con una ditta di cui aveva una compartecipazione. Facevamo un sistema vantaggioso (consentiva di risparmiare grazie a prestazioni avanzate senza bisogno di costose sostituzioni) che andava connesso ai centralini telefoni analogici per fornire prestazioni digitali, tutte funzionalita’ che i telefoni oggi hanno, anche i cellulari e che quelli analogici all’epoca non avevano. Poi fornivamo anche prestazione dati con Internet a bassa velocita’ ma a lunga distanza sullo stesso cavo telefonico. L’azienda si chiamava David Systems, l’idea era molto brillante ma prematura per il suo tempo e mai maturata, con l’avvento di un’altra integrazione ha permesso di fare dei centralini digitali e ditta e’ stata venduta. L’ideatore era Mario Mazzola, vicepresidente engineering, la David fu acquisita da un’azienda poi confluita in Tricom. All’inizio del 1990 sono passato ad un’altra ditta che si occupava di network, lavoro che avevo gia’ iniziato a Olivetti dove sviuppavo protocolli di comunicazione. A Net, che realizzava nodi per voce e dati per reti private, era una delle poche aziende quotate a Wall Street invece che al Nasdaq, all’epoca un gioiello di Silicon Valley. Avevano avuto contatti per acquisire una piccola start up che faceva router… chiamata Cisco. Ma decisero di non comprarla… tre anni dopo e’ andata pubblica. ARCHIVIO DI RETE – Avevamo un progetto interessante, uno chassis based con schede, un progetto di scheda che fosse a tutti gli effetti un router. Il software era fornito da Cisco noi dovevamo adattarlo all’hardware. Lavoro interessante, per le molte funzionalita’ sviluppate, anche se non molto creativo. E nel 1993 sono passato poi a Synoptics, c’era boom di ATM (Asyncron Transfer Mode) sistema di trasmissione dati. Si lavorava in un progetto per portare questa tecnologia nel cuore dei data center aziendali, usando questo Atm come supporto per rete Internet. Ma la tecnologia non era adatta. Dopo aver lavorato con ditte di medie dimensioni oltre i mille dipendenti sentivo la nostalgia dell’ambiente della start up piu’ innovativo e meno burocratico, dove e’ piu’ facile avee un’idea e mettersi a realizzarla in poco tempo e con risultati piu’ rapidi. Ho accettato l’offerta di Brocade, che si occupava di storage. Facevano switch per connettere server potenti a delle memorie di massa, banche di dischi. L’idea era che questi dispositivi potessero essere in comunicazione e formare una rete. Le persone dell’azienda non avevano esperienza di networking e mi ha affascinato il fatto che avrei potuto essere autonomo perche’ li’ ero l’unico esperto di tecnologie di rete del progetto, poi chiamato Storage Network. Era il 1996 e sono li’ tutt’ora. Un’avventura molto bella, entusiasmante. UN MERCATO NUOVO – Abbiamo creato un nuovo mercato, in cu molti non credevano. C’era diffidenza per una tecnologia ibrida, fra storage e network ed e’ andata molto bene. Era il periodo boom di Internet e la gente aveva un bisogno disperato di memoria, con un boom di dati. La nostra soluzione ha permesso di ottimizzare l’uso dei dischi. Al contrario di quanto successo alla David, questa era l’ idea giusta al momento giusto… Col nostro sistema ad una sola porta allo swich si potevano collegare altre 15 sistemi di dischi… ora esistono sistemi a 10mila porte…. questo ha permesso una serie di funzioni, ad esempio il back up in real time, mentre un tempo si effettuava solo di notte su dati statici… ora anche altre tecnologie lo permettono. Ormai e’ un business di 24 ore su 24. E questo fuori dalla Rete, con decine o centinaia di server high end si poteva collegare un numero limitato di dischi. Mentre Internet e’ stata di stimolo a questa tecnologia, per la richiesta costante di spazio e memoria. E per la facilita’ e flessibilita’ d’uso per i server e chi ha bisogno di enorme spazio per memorizzare. Tranne Google, che fa in casa anche i propri computer, viene utilizzata ovunque, da Goldman Sachs alla Ford alla Ferrari, dalla farmaceutica alle banche come Deutsche Bank . Quello della memoria e’ un settore in crescita anche se in conseguenza alla crisi economica questa crescita non e’ esponenziale. Ora c’e’ un tentativo di riproporre una soluzione gia’ avanzata a inizio Duemila, quella degli storage service provider, che fornivano spazio per memoria agli utenti via Internet. All’epoca non aveva fatto molta strada, ora viene rilanciata anche perche’ con i dati cifrati e’ diventata piu’ sicura. AZIENDE DI FAMIGLIA – A mio parere uno dei macigni al collo dell’industria italiana e’ che e’ troppo paternalistica e a conduzione familiare… in fondo anche se pensiamo alla Fiat, e’ una ditta pubblica ma ha ancora dietro gli Agnelli… in Silicon Valley manager director e vicepresidente si siede accanto a te, non c’e’ quella distinzione in fondo classista fra ingegneri al primo piano i manager al secondo, che non si parlano se non in forma ufficiale. Questa la prima grosa differenza. Qui il manager ti porta a pranzo vai a parlarci piu’ o meno quando vuoi… qui in un certo senso c’e’ piu’ rispetto per la persona che lavora, in Italia il manager si sente superiore. Qui quasi non esiste la conduzione familiare, che in genere si ferma al ristorante. Anche negozi e librerie di famiglia tendono a sparire, uccise da Amazon e catene come Borders. L’azienda a conduzione familiare implica un rapporto meno professionale e piu’ paternalistico con i dipendenti. SUCCESSO CONDIVISO – Altra cosa importante e’ la condivisione del successo della ditta. In Italia non e’ pensabile avere la macchina piu bella del tuo manager. Qui si’ se hai avuto successo economico in un posto e lui magari no. Anche

Marco Marinucci, esperienza da ingegnere Google per favorire un ponte con l’Italia

Tra i pochissimi italiani a Google, societa’ principe di Internet, Marco Marinucci, ingegnere genovese, non ha mai tagliato i ponti con l’Italia. E’ lui anzi uno degli animatori di Mind the Bridge, l’iniziativa mirata a favorire opportunita’ a Silicon Valey per progetti italiani, di cui abbiamo parlato di recente, in questo post ed in quest’altro. Con Italiani di Frontiera, Marinucci ha parlato del suo lavoro in un’azienda che sembra incarnare lo spirito stesso di Silicon Valley. E di spunti che dovrebbero essere d’esempio per l’Italia, per un salto di qualita’ che richiede di cambiare il modo di pensare. Qui il sommario DA GIUNTI A GOOGLE – Sono a Google dal 2005. Fossi arrivato l’anno prima, sarei milionario, come tutti i dipendenti piu’ anziani, che hanno ottenuto stock option andate alle stelle. E molti, anche se milionari, sono ancora qui a lavorare. Originario di Genova, ho fatto li’ l’Universita’ (Ingegneria Elettronica) e a Madrid (MBA). Prima di Google, ero gia’ a Silicon Valley. Lavoravo per l’editore Giunti al progetto Giunti Labs, dopo aver lavorato in precedenza in Francia a Sophia Antipolis nella piccola Silicon Valley in Costa Azzurra. FILOSOFIA GOOGLE – Qui a Google, mi occupo di content partnerships, con progetti come Google Books (ricerca tra i libri) e Google Scholar (ricerca tra articoli scientifici). Il profitto e’ arrivato dopo ma non e’ mai stato l’obbiettivo principale della societa’, che e’ evidentemente una societa’ commerciale ma con una missione nobile: “l’organizzazione dell’informazione nel mondo, in maniera che sia utile ed universalmente accessibile”. E’ stato il principio dei due fondatori , Sergei Brin e Larry Page, che sono partiti con un progetto sviluppato all’Universita’ di Stanford, dove non hanno piu’ finito il loro dottorato, e lo e’ ancor oggi che ci sono circa 20.000 dipendenti e un fatturato lo scorso anno di oltre dieci miliardi di dollari. In questo percorso, persone da tutto il mondo (di italiani siamo solo una dozzina) vengono scelte in base alla loro capacita’ di poter ampliare questo sistema di diffusione della conoscenza. Ed e’ una selezione lunghissima. Per me e’ durata nove mesi, con una trentina di colloqui con persone diverse ed alla fine una presentazione generale al senior management. MEZZI E CONTENUTI – Noi cerchiamo di sviluppare prodotti sempre nuovi per questa diffusione della conoscenza, diffusione “democratica” e senza preclusioni per i contenuti stessi, dei quali per questo non ci occupiamo, a differenza di altri motori di ricerca che spesso sono caduti nella tentazione di mescolare le due cose. Vogliamo evitare che si possano discriminare in base alle scelte o al gusto individuale. ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO – Non ci sono orari, lavoro estremamente flessibile ma ci sono obbiettivi trimestrali che si verificano assieme ai propri capi. Google e’ una societa’ aperta, la sede ha una palestra, sauna, piscina, asilo, ristoranti gratuiti. Ogni venerdi’ pomeriggio riunione raduno con Page e Brin. Partecipano quasi tutti i dipendenti nella sede e molti altri in videoconferenza. Ognuno puo’ porre domande o inserirsi negli appuntamenti con i due capi. MARKETING – Non c’e’ pubblicita’ per i nuovi prodotti Google ma si conta sulla diffusione del passaparola. Se il prodotto funziona lo si vede da solo e va avanti. Altri invece vengono accantonati dopo un po’ se i nostri utenti non reputano essere innovativi. Una diffusione virale, come indicato nel libro “The Tipping Point”. Come e’ successo ad esempio a Orkut, uno strumento di social netwoking ideato da un ingegnere turco e che porta il suo nome, diventato la principale rete di questo genere in India e Brasile. (120 milioni di utenti nel mese scorso secondo Wikipedia). NEGATIVITA’ ITALIANA – Questo spirito positivo e’ proprio agli antipodi, rispetto a quanto si avverte in Italia, dove si percepisce una negativita’ diffusa che va oltre la situazione politica ed economica. E’ stata la generazione dei nostri genitori con alle spalle la fame e la guerra a fare le cose migliori, non certo la nostra. Basta passare la frontiera e andare in Spagna ed avere la sensazione opposta. La percezione che li’ “si puo’ fare” quello che in Italia si e’ rassegnati a non tentare. RISCHIO E FALLIMENTO – Perche’ per innovare bisogna provare e magari sbagliare. Ricerca e innovazione vanno di pari passo con il rischio. Bisogna tentare strade nuove senza paura di fallire. Lo sanno i venture capitalist, che investono su idee diverse sapendo che alcune (poche) frutteranno ed altre (la gran maggioranza) falliranno. E nel mondo del lavoro qui e’ cosi’, si rischia si accetta di poter fallire. Pazienza, si ricomincia da un’altra parte. Questo sembra inaccettabile in Italia, dove il fallimento non e’ un tappa di un percorso ma una disfatta. E la bancarotta di una societa’ e’ sinonimo di bancarotta fraudolenta… UNIVERSITA’ – Non credo sia l’Universita’ il problema dell’Italia. Le nostre come insegnamento sono generalmente qualificate, anche se sono poco aperte all’estero e non hanno quell’interscambio col mondo delle aziende che significa opportunita’ di lavoro ed occasioni di sbocco professionale. BUSINESS PLAN – La base sulla quale si progetta qui un lavoro ed una nuova impresa, come farla nascere e come svilupparla e’ il business plan. Ma chi lo sa fare, in Italia? Nelle aziende non si usa, nelle Universita’ non lo si insegna. ESEMPI DA SEGUIRE – I Paesi da tenere come punto di riferimento ed esempio per il loro ruolo nello sviluppo tecnologico, sono India e Israele soprattutto. Hanno promosso il loro hi tech (in Israele con un impegno da parte del governo), ora hanno un’immagine consolidata nella Silicon Valley, dove le aziende di questi due Paesi sono presenti con il marketing e la ricerca di investimenti, mentre i prodotti vengono sviluppati in casa loro. E Israele e’ gia’ ad una seconda fase. ESEMPI ITALIANI – Ma ci sono anche aziende italiane sviluppate secondo questo modello. Penso a Funambol, che ha marketing e finanza qui, mentre sviluppa i suoi prodotti in Italia. E’ questa la strada giusta. UN PONTE CON L’ITALIA – Pochi giorni fa abbiamo concluso la prima edizione di Mind the Bridge. Un concorso

Arrivare in America assieme a un premio Nobel. E oggi Gianluca Rattazzi (MaxiScale) ha un piano per i colossi del web

  Un padre convinto che l’Italia non potesse offrire un futuro a suo figlio,  un premio Nobel che lo persuase a puntare sugli Stati Uniti. Gianluca Rattazzi, oggi  presidente e amministratore delegato di MaxiScale, e’ il prototipo di “imprenditore seriale” di Silicon Valley, dove e’ stato in passato cofondatore di quattro diverse societa’. E dove conta oggi con la sua nuova azienda di proporre presto un prodotto innovativo a colossi web come Facebook, eBay e MySpace. Senza rinunciare nel frattempo alla sua passione di sempre: l’automobilismo. “Questo e’ un Paese sbagliato. Se c’e’ un posto e sarai in corsa col figlio della cameriera di un ministro, prenderanno lui”, mi diceva papa’. Credeva nella meritocrazia  ma si sentiva troppo vecchio per andarsene. Lui avvocato, la mamma medico, non hanno mai avuto fiducia nell’Italia. Sono nato ad Ascoli Piceno e vissuto a Roma, anche se siamo cresciuti negli anni del boom, i miei non hanno mai pensato che saremmo vissuti in Italia, io e mia sorella. Per lei la prospettiva era la Francia, per me la Germania. E in Germania ho iniziato lo studio all’estero. IN CASA DI UN PREMIO UN NOBEL – E’ interessante come sono arrivato negli Usa Emilio Segre‘, premio Nobel della Fisica 1959, era negli Usa dagli anni Trenta, aveva insegnato a Berkeley e lavorato al progetto per la bomba atomica assieme a Enrico Fermi. Torno’ per due anni a Roma, dove io studiavo fisica e chimica nucleare. Lo incontrai…ci riuscimmo simpatici ed iniziai a collaborare con lui, che stava scrivendo un libro su Fermi. “Per quello che fai, vivi nella nazione sbagliata, il tuo futuro e’ in America”, mi disse. “Perche’ non fai tre mesi di internato alla Stanford University (era il 1975),  se sei interessato, come ti laurei ti trovo un posto a Berkeley…”. Arrivammo in America insieme, era l’estate 1976. Finii a vivere in casa sua, sua moglie, sudamericana, doveva star via per mesi…  Lo accompagnavo nelle escursioni in montagna, con lo zaino… alla fine divenni research assistant a Berkeley. L’UOMO PIU’ COLTO MAI INCONTRATO – Successivamente lavorai per Luciano Moretto, anche lui docente a Berkeley. L’uomo piu’ colto che abbia mai conosciuto. Era capace di lavorare tutto il giorno, poi alla sera andarsene a letto leggendo un libro in greco antico… e conosceva pure diverse lingue scompase… Per gli esperimenti di fisica, avevano bisogno di computer per esaminare i dati… e io scoprii che la parte dei computer mi piaceva piu’ della fisica. Iniziai a studiare Electrical Engineering and Computer Science. Alla fine anni Settanta,  vedevo che i fisici mi consideravano piu’ un tecnico che uno di loro… conobbi Enzo Torresi, che nel 78-79 era il presidente dell’Olivetti Advanced Technology Center. Suo capo e direttore generale della Olivetti Computers era Enrico Pesatori. “Quel che fai tu sarebbe il sogno di Olivetti…”, mi diceva Enzo. L’ESPERIENZA ALLA OLIVETTI – Nell’estate 1980 lasciai fisica e chimica all’universita’ per la Olivetti a Silicon Valley. Intanto nel 1978 aveva conosciuto una ragazza italiana che era qui per due anni per occuparsi di genetica… tutti e due a Roma abitavamo in via Luciani, lei 3 e io 1… ci siamo sposati in quel 1980 e siamo ancora qui, con tre figli… In quell’anno alla Olivetti lavorai al nuovo sistema operativo Olivetti, Linea Uno, per computer business, soprattutto per il mondo bancario. Poi due anni sui personal computer. Ma nel 1984 l’Olivetti decise di spostare in Italia lo sviluppo dei nuovi prodotti, tenendo qui solo un piccolo centro di ricerca avanzata… Io non volevo tornare in Italia, feci colloqui con varie aziende tra le quali Apple e passai ad una piccola compagnia, la Validec , che faceva reti avanzate wired and wireless per ristoranti, come capo ricerca e sviluppo. DALLE AZIENDE VENDUTE A UNA SOCIETA’ MIA – Dopo un anno, l’azienda venne venduta a una societa’  di Toronto, ma io volevo restare in California e passai alla Virtual Microsystems, che faceva sistemi network per integrare minicomputer a personal… dopo un anno e mezzo anche quella fu venduta. Cosi’ ho pensato: la prima venduta la seconda pure..perche’ non farmi una societa’ mia? Cosi’ nacque la Parallan (Parallel Local Area Network, 1988). L’idea di base era che se il pc era il desktop individuale da collegare in reti, nelle aziende ci fosse bisogno di macchine centralizzate con molte potenzialita’ per elaborare questi dati. Quotammo in Borsa Paralan nel 1993 e l’anno successivo, il principale concorrente, IBM, la compro’. Era il 1994 e io intanto da tre anni conoscevo un ragazzo israeliano, Gedeon Benfreim, che aveva ideato un sistema per far comunicare diversi edfici di una stessa societa’… Da quest’idea nacque un’altra societa’, P-Com, per la quale, quando Paralan stava per andare in Borsa, assumemmo un nuovo amministratore delegato. Anche P-Com  ando’ in Borsa nel 1994. E bene. Cosa faccio adesso? mi chiedevo. Trovai una compagnia che aveva otto anni di vita, ottenni da un venture capital i 20 milioni di dollari per comprarla. Era la  Meridian Data, che realizzava nuovi prodotti nello storage, nelle memorie di massa… con un’azienda che gia’ era consolidata andai rapidamente. Nel 1996 venne quotata in Borsa, continuando a crescere sino a quando nel 1999 venne comprata da Quantum, che opera nel settore dei dischi di memoria. Restai altri tre mesi, uscendo a fine 1999. POTENZIARE I SERVER – Intanto avevo incontrato un ragazzo inglese che aveva un’idea innovativa. Normalmente il server e’ una piattaforma Intel, la sua idea era quella di realizzare invece qualcosa di diverso, compatible con Intel ma con un’architettura differente, che potesse fornire una potenza dieci volte superiore… cosi’, con i fondi di un venture capital, e’ nata BlueArc, nella quale ho coinvolto Enrico Pesatori, che in quel momento era il numero due di Compaq… MAXISCALE E LA PROPOSTA A COLOSSI DEL WEB -Per BlueArc sono tornato a tempo pieno all’inizio del 2002 dall’Italia, dov’ero andato per un po’ perche’ mia figlia voleva vivere a Roma. Anche BlueArc, circa 100 milioni di fatturato l’anno, si e’ registrata per essere quotata… cosi’ e’ nata la