Cavalcare l’Onda della Complessità: una guida dopo gli storytelling Italiani di Frontiera a Cagliari

Che emozione, e che piacere tornare qualche giorno fa con Italiani di Frontiera a Cagliari a nove anni esatti dal primo incontro, 30 giugno 2014, scoprendo un’infinità di preziosi amici vecchi e nuovi: al mattino alla Facoltà di Ingeneria dell’Università, al pomeriggio nella sala di Open Campus, incubatore Tiscali. Un piacere anche per IdF, accompagnato per anni negli storytelling da chitarra o pianoforte, la prima di un  duetto con un sax, quello del bravo Enrico Marongiu. Grazie Enrico! Replicheremo presto…   IdF ha ampliato il proprio raggio discostandosi dal ponte Italia-Silicon Valley con sempre nuovi spunti d’ispirazione. Ecco quindi una scaletta per ricordare e approfondire gli spunti degli ultimi storytelling. Chris Hadfield astronauta canadese, combinando eccezionali competenze, realizza un memorabile video cantando Space Oddity nella Stazione Spaziale Orbitante, in assenza di peso. 52 milioni di visualizzazioni in dieci anni, per quella che David Bowie aveva considerato la miglior versione della sua canzone, uscita pochi giorni prima dello sbarco dell’Uomo sulla Luna.   A ispirargli Space Oddity, aveva detto Bowie, lo sconcerto di fronte a un film bellissimo e misterioso come “2001: Odissea nello Spazio” di Stanley Kubrick.   Lo stesso sconcerto provato davanti al film di Kubrick si ripresenta davanti al caotico Multiverso di “Everything. Everywhere. All at Once“, film dei “Daniels“, vincitore di sette premi Oscar.       Lo spazio che sa ispirare. Cristina Dalle Ore astronoma trevigiana  e la sonda su Plutone Gli italiani e la Complessità. Federico Faggin e il dono unico degli italiani di affrontare la complessità con una visione di sistema.   Fabio Parodi (ex LinkedIn) e la capacità degli italiani di affrontare la Complessità sentendosi a proprio agio anche quando questa ha le sembianza del Caos   Cavalcare l’onda della Complessità. La metafora del surf  come Pensiero Laterale, inizio dello spettacolo “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy” (Milano, Blue Note esaurito il 28 maggio 2018)   Luca Prasso da Dreamworks a Google Maria Montessori straordinaria pedagogista che insegnò a intercettare e valorizzare il talento, l’incredibile serie di Montessori Alumni protagonisti a Silicon Valley. Adriano Olivetti e gli olivettiani su Italiani di Frontiera. Roberto Busa gesuita incredibile pioniere dell’Umanesimo Digitale   Cesare Marino antropologo degli indiani allo Smithsonian Institution e scopritore di italiani nel West. Giacomo Costantino Beltrami esploratore romantico alle sorgenti del Mississippi.   La La Land, Once, A Star i is Born, Tre film che raccontando un sofferto rapporto d’amore fra due artisti svelano l’importanza di essere mentori: ispirare e aiutare gli altri a superare ostacoli sul proprio percorso. Non sono nel sito ma nel libro “Italiani di Frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (EGEA 2015, prefazione di Gian Antonio Stella) storie che si trovano online com quella dei fratelli Jacuzzi, di  Francesca Cavallo, autrice con Elena Favilli del successo mondiale di “Storie della Buonanotte per bambine ribelli”.    “Ci siamo dimenticati chi siamo. Pionieri. Esploratori. Non Guardiani”. “Interstellar” (2014) di Christopher Nolan. Italiani di Frontiera a Cagliari, Open Campus Tiscali 30 giugno 2014.

Surf , Mongolfiere e Curiosità. In arrivo il nuovo storytelling di IdF, l’annuncio sul Corriere

In tempi drammatici, con una guerra in corso in Europa mentre ancora non è finita la pandemia che ha sconvolto le nostre abitudini, a salvarci sarà… la curiosità. In arrivo il nuovo storytelling di Italiani di Frontiera, “Surf e Mongolfiere. In tempi di crisi è indispensabile essere curiosi“, annunciato persino su una pagina del Corriere della Sera di Milano, per un ciclo di eventi con fior di sponsor promosso da Fastweb, che già due anni fa aveva ospitato in pieno lockdown uno IdF storytelling “Pionieri, Esploratori. Non Guardiani“, diffuso con un bel video . L’appuntamento sabato 18 giugno alle 17.30, fa parte del progetto StepToTheFuture promosso da Fastweb, che lo ospiterà nel suo quartier generale Fastweb in piazza Olivetti. Ingresso gratuito ma posti limitati, per partecipare occorre registrarsi sul sito steptothefuture.it  Fra le novità, per la prima volta lo storytelling sarà accompagnato non alla chitarra a al pianoforte, da Alessandro Pavesi, abile non solo  alla tastiera ma anche come Project Manager e Coach, prezioso collaboratore nella riprogettazione di IdF assieme a Sofia Elisa Suanno  (con noi nella foto) che ha ridisegnato alla grande il sito, con le illustrazioni della bravissima Susanna della Sala.

Guardare ed essere: quella mania di girare video che stravolge la consapevolezza di chi siamo

“Non conta quello che guardi. Conta quello che vedi”. Questa bellissima frase  di Henry David Thoreau (1817–1862), filosofo americano, scrittore e pioniere della disobbedienza civile e dell’ecologismo, grande ispiratore per la cultura americana e per apostoli della nonviolenza come Gandhi e Martin Luther King, rimanda a una capacità di abbinare lo sguardo a una consapevolezza: non solo interpretare l’immagine che gli occhi inviano al cervello, pure guardare oltre e saper cogliere suggestioni visionarie: non solo quel che è ma quel che potrebbe diventare. Alcuni drammatici casi di cronaca sono segnale inquietante di una consapevolezza che sembra invece confondersi.  L’abitudine a riprendere e riprendersi col telefonino in ogni situazione sta mutando profondamente a livello collettivo la percezione di sè, deformandola ben oltre la smania di apparire, che ha dilatato il narcisismo a fenomeno di massa. Quasi che il poter registrare immagini ci relegasse tutti al ruolo di spettatori, che ambiscono ad affermarsi catturando l’attenzione di altri spettatori e abdicando al ruolo di protagonisti attivi, che in alcuni casi possono e devono intervenire, non stare a guardare. Dalla cronaca a un vecchio profetico film anni Sessanta,  “L’occhio che uccide” (Peeping Tom, 1960) del regista britannico Michael Powell agli incubi della bellissima serie tv  Black Mirror (annunciata da poco la sesta stagione). Lo Specchio Nero è quello dei nostri telefonini spenti, che come quello usato dal killer di “L’occhio che uccide” possono rimandare un’immagine di noi deformata, quando l’ossessione del “guardare” ci fa dimenticare che prima che spettatori siamo protagonisti attivi, che la consapevolezza, che ci fa “vedere” oltre quel che guardiamo, che l’empatia nei confronti degli altri devono guidare il nostro essere: umani. Una mia riflessione su Medium.

La lezione per il futuro da quelle ragazze veneziane senza volto musiciste del Settecento

Com’è possibile? Vissero tre secoli fa. Nessuno conosce i loro volti (anche se forse alcuni appaiono in un celebre affresco), abbandonate dai genitori, solo di poche si ricorda il nome, solo due divenuti celebri: Anna Maria e Chiaretta. Com’è possibile che a loro sia stata dedicata una bellissima mostra a Cremona (che ha chiuso i battenti il 31 ottobre ma presto verrà riproposta) e che compaiano tra i protagonisti di un recente libro, best seller New York Times che indaga le chiavi per affrontare il futuro, accanto a personaggi del calibro di Keplero e Van Gogh, star dello sport come Tiger Woods e Roger Federer, del jazz come Django Reinhardt, innovatori come Gunpei Yokoi, pioniere dei videogiochi artefice del successo di Nintendo, o Andy Ouderkirk, geniale inventore di pellicole straordinariamente innovative in 3M?… . ..Nel suo “Range” (Generalisti. Perchè una conoscenza allargata, flessibile e trasversale è la chiave per il futuro, LUISS 2020) David Epstein ha dedicato un capitolo a queste ragazze senza volto, quasi tutte senza nome, vissute tre secoli fa. Esaltando un aspetto del loro talento: virtuose di uno strumento, molte erano straordinarie polistrumentiste, capaci cioè di destreggiarsi anche con altri strumenti… L’articolo su Medium

Auguri Venezia! Anche se scavi e Big Data, dice Diego Calaon, confermano che quel compleanno fu una scelta di “marketing”…

  Tantissimi auguri Venezia! Secondo la leggenda, la Serenissima “nacque” il 25 marzo 421 e val la pena di festeggiarla, anche se ormai sappiamo che quella data di 1600 anni fa fu una scelta a tavolino, di “marketing” dei secoli successivi e come ha scritto Gian Antonio Stella sul Corriere, sintetizzando saggi usciti di recente, Attila aveva allora quindici anni e dunque pure la fuga in laguna per salvarsi dagli Unni devastatori, arrivati in realtà trent’anni dopo, non regge come “atto fondativo” della città lagunare. In realtà i primi insediamenti precedono le invasioni barbariche furono il frutto di uno spostamento graduale, di costante adattamento a cambiamenti ambientali in corso. Lo ha spiegato in uno speciale del TGR Veneto ancora una volta uno dei protagonisti di Italiani di Frontiera, Diego Calaon archeologo di Ca’ Foscari incrociato qualche anno fa a Stanford, dove ha approfondito la sua ricerca grazie alla prestigiosa borsa di studio Marie Curie e tornato ora agli scavi di Torcello. La nascita di Venezia dunque, come ha spiegato Diego al TGR  Rai, fu frutto non di una repentina fuga ma avvenne “Con un trasferimento lento. Così, ce lo dice l’archeologia, una periferia nella città di Altino, Torcello, diventa un luogo commerciale con più persone quasi della città dell’origine… Tanti nuovi inizi accogliendo sempre elementi diversi dall’esterno, rielaborandoli in una maniera del tutto peculiare e diventando in qualche modo un centro di pensiero tecnologico e pratico oltre che culturale”. Una storia avvincente e carica di significati simbolici. Non solo perchè smentisce una versione agiografica che da sempre in tutto il mondo è stata insegnata come versione suggestiva della nascita della Serenissima. Ma perchè individua la vera origine della città in un processo graduale di adattamento al cambiamento ambientale, di conoscenza, adozione e modifica di soluzioni innovative.   Innovazione nell’uso di tecnologie anche alla base del lavoro di Diego. Che come aveva spiegato in questa intervista realizzata durante il suo soggiorno a Stanford, combinando agli scavi il confronto fra un’infinità di fonti reso possibile dall’uso di Big Data sta di fatto riscrivendo la storia delle origini di Venezia.

Mirco Pasqualini visionario amico di IdF a New York che ci ha lasciati

“Forza Mirco. Siamo con te!” Qualche giorno fa Italiani di Frontiera aveva voluto esprimere solidarietà a una persona di talento, un caro amico in cui competenza e visione si combinano a una straordinaria umiltà. Ma Mirco Pasqualini, rodigino trapiantato a New York non ce l’ha fatta e qualche giorno fa ci ha lasciati, dopo che un terribile incidente stradale lo aveva ridotto in fin di vita. Grande esperto di Design Thinking, Mirco era capace di leggere il mondo attorno a noi per indicare la strada del futuro, le cui doti umane travalicano però quelle professionali. Non dimenticherò mai la leggerezza, il distacco con cui Mirco rievocò l’inizio del suo percorso internazionale: non poteva permettersi l’Università ma lavorando a Conegliano pubblicava online “cose interessanti” sul Design… sino a quella telefonata dagli USA, che quasi non capiva, in cui gli si chiedeva di realizzare un sito online… per il Wall Street Journal! Mirco è stato vittima di un terribile incidente in bicicletta, nei pressi di Woodstock, New York, dove viveva con la sua brava moglie, Gina Smith Pasqualini (fondatrice di Good Living is Glam).  Qui i contributi e le interviste di Italiani di Frontiera a Mirco. Il Design Thinking per affrontare la complessità (Frontiers of Interaction 2017)     Occasione imperdibile l’accelerazione ai cambiamenti  Il contributo di Mirco alla nuova piattaforma Italiani dopo il Virus. “Se da un lato questa Pandemia ha stravolto consolidate abitudini delle nostre vite, dall’altro per me (ma come me per molte altre persone) non ha cambiato molto. Mi riferisco nello specifico alla vita professionale di chi lavora nel mondo del digitale, fatto di email, slacks, video-call, remote working etc. Qui a New York migliaia di offici ed interi Building, si sono svuotati evidenziando a tutti come sia possibile ripensare non solo il modo e gli spazi in cui lavoriamo, ma anche come viviamo. Molti stanno riscoprendo valori e aspetti della nostra vita e sfera socio-affettiva, passati un po’ in secondo piano per via della routine frenetica e del “perché cosi fan tutti”. Molti altri hanno riscoperto il valore delle comunità come i ristoratori della grande mela, dove la proprio clientela grazie alla tecnologia, li sostiene con donazioni per superare la complicata situazione. Questa non è solo stata la prima grande Pandemia del millennio ma anche la prima Infodemia della storia, dove le informazioni si sono sparse più velocemente della comprensione della situazione stessa (nel bene e nel male)…”     L’intervista online sulla piattaforma di Rinascita Digitale

Eni sceglie storie e parole chiave di Italiani di Frontiera per lanciare Joule, la sua scuola per l’impresa

Ripartire in un momento difficile, d’incertezza, mettersi in gioco, credere nelle Folli Idee, ragionare fuori dagli schemi, rischiare senza aver paura degli errori: dal 29 ottobre 2020 Joule, la scuola per l’impresa dell’Eni, apre i propri corsi per imprenditori e aspiranti imprenditori, non solo giovani, con un’attenzione particolare all’economia circolare e alla consapevolezza ambientale, tra formazione, incubazione e accelerazione. La partenza scegliendo parole chiave e alcune storie d’ispirazione cavalli di battaglia di Italiani di Frontiera: da Steve Jobs a Renzo Piano, da Amadeo Peter Giannini fondatore di Bank of America (qui in un altro video) a Roberto Busa gesuita pionieri di Digital Humanities. In una chiacchierata con Valentina Raule, Human Knowledge Specialist di Joule.

Maria Montessori, la lezione senza tempo di una grande Italiana di Frontiera fuori dagli schemi

  Cos’hanno in comune  grandi protagonisti dell’innovazione che ha cambiato le nostre vite come Sergei Brin e Larry Page (Google) , Mark Zuckerberg (Facebook) , Jeff Bezos (Amazon), Steve Wozniak (Apple), Bill Gates (Microsoft), Jimmy Wales (Wikipedia)…?  Sono stati tutti alunni del metodo Montessori… Il 31 agosto 1870, nasceva a Chiaravalle (Ancona) Maria Montessori.  Educatrice, visionaria, fra le prime italiane laureate in medicina, con una pedagogia ispirata a intercettare, incoraggiare e coltivare il talento dei bambini è stata una figura di livello mondiale nel campo della scuola. E non solo. Oltre centocinquant’anni dopo, in Italia sono pochissimi i suoi connazionali consapevoli di quanto la lezione di questa donna straordinaria sia d’ispirazione, oggi più di ieri, per immaginare il domani, non solo nel mondo della scuola. E mentre  molti dei grandi protagonisti dell’innovazione mondiale a Silicon Valley e dintorni sono usciti da scuole montessoriane, in Italia lo spazio irrisorio che cultura popolare e memoria collettiva hanno riservato a giganti di statura mondiale come Maria Montessori o Adriano Olivetti  deve far riflettere sul loro esser stati personaggi scomodi, “Italiani di Frontiera Out of the Box”, troppo fuori dagli schemi rispetto alle matrici culturali principali, quella cattolica e quella socialista-comunista, per non essere emarginati e sottovalutati dai contemporanei. Un buon motivo per ricordarli, scoprendo la loro straordinaria attualità.     E se inseguendo il filo rosso dell’innovazione e del talento globale finissimo col riscoprirne le radici proprio in casa nostra? Sessant’anni fa, il 6 maggio 1952, si spegneva in Olanda Maria Montessori, straordinaria scienziata, pedagogista ed educatrice. Instancabile, a 82 anni, dopo aver girato il mondo – dove forse è ancor oggi la figura femminile italiana più celebre – sognava di portare anche in Africa il suo progetto all’insegna dell’educazione creativa e libertaria che partito dallo studio dei bimbi con problemi psichici è diventato un progetto pedagogico per tutti i bambini. Quanto ha influito questa idea di educazione “fuori dagli schemi” sul pensiero innovativo che sta ridisegnando il mondo? Nulla di meglio che crescere in un ambiente intellettuale fertile come Stanford, per creare qualcosa che ha cambiato la nostra vita, deve aver pensato Barbara Walters, star della TV Usa, quando chiese qualche anno fa agli inventori di Google quanto fosse stato importante per il loro successo esser figli di professori del celebre ateneo californiano. Ma Sergei Brin e Larry Page risposero che più dell’università, per loro era stato determinante l’asilo. E cioè l’esperienza fatta da tutti e due da bambini col metodo Montessori. Lì avrebbero imparato a “non seguire regole e ordini, essere automotivati, domandarsi che succede nel mondo, fare le cose in modo un po’ diverso”. Un principio da loro espresso in questa intervista poi approfondito, ad esempio durante una conferenza. La lista degli alunni illustri del metodo è lunga e comprende altre star della New Economy, mentre le prime scuole Montessori negli Usa poterono contare su sostegno e finanziamenti di giganti dell’innovazione di ieri, come  Alexander Graham Bell e Thomas Edison. Negli USA si parla persino di “Montessori Mafia” non in termini spregiativi, per riconoscere piuttosto l’esistenza di una elite intellettuale e imprenditoriale che forgiata ieri da quel metodo didattico sta plasmando oggi il nostro futuro.   Se n’è occupato nel suo blog per Forbes, Steve Denning, autorità internazionale nel campo della formazione e della conoscenza. Già direttore dell’omonimo dipartimento alla Banca Mondiale (e autore di un recente libro di successo, in italiano “Guida dei Leader per un management radicale: Re-inventare il posto di lavoro per il 21 Secolo”) con un lungo post arricchito da contributi, contrapponendo il modello Montessori, fucina di futuri leader, agli schemi tradizionali di un insegnamento troppo basato sulle risposte ai test, che dovrebbe invece rivedere gli stessi criteri di valutazione e puntare ad un obbiettivo principale: stimolare quell’apertura mentale che consenta il “Lifelong Learning”, continuare a imparare, una volta lasciati i banchi, per tutta la vita. Un punto di vista in linea con quello di Ken Robinson, tra i maggiori esperti mondiali di educazione, autore di una strepitosa conferenza TED “La scuola uccide la creatività?” (update: quasi 67 milioni di visualizzazioni ad agosto 2020, mese in cui Sir Robinson è scomparso, ndr) seguita poi da altre, come “Provochiamo una rivoluzione nell’apprendimento”. Ma è il momento di chiedersi: come mai un nome che all’estero è sinonimo di educazione d’eccellenza, che negli USA in particolare sembra oggi più che mai incubatore della nuova élite, in Italia per molti ancora è forse solo un volto comparso sulle banconote da mille lire (quanti sapevano chi era?) e il nome di una fiction televisiva interpretata da Paola Cortellesi? Se il futuro va davvero affrontato liberandosi da schemi e stereotipi, allora Montessori offre uno spunto in più di riflessione. “Perché i contenuti del suo insegnamento furono forgiati con un percorso intellettuale tanto coraggioso e rigorosamente controcorrente in patria da esser pagato in prima persona“, spiega Luciano Mazzetti, già docente universitario, presidente del Centro Internazionale Montessori. “Ha osato gettare lo sguardo nella biologia e nel sesso maschile, diceva. A riprova delle resistenze affrontate da studentessa di fine Ottocento all’Università”, ricorda Mazzetti. Montessori scontò in Italia le conseguenze dell’intervento durissimo fatto ad un raduno di pioniere del femminismo a Londra, rivendicando diritto di voto, di lavoro e dignità per le donne, non più solo madri, moglie sorelle. E quando cercò all’estero gli ispiratori per il suo lavoro con i bambini disabili, l’Accademia italiana reagì considerandolo un vero affronto. Il suo rigore scientifico inoltre mal si conciliava con l’Idealismo dominante, mentre negli anni Trenta ruppe con Mussolini. Il Duce finì per farla spiare dall’Ovra, dopo averla blandita per un po’ ritenendola parte delle “tre M italiane esportabili” (Mussolini, Marconi, Montessori). Nel dopoguerra poi, il metodo Montessori era considerato contrapposto a quello dominante di stampo cattolico tradizionale, semmai vicino al Modernismo cattolico ed al Socialismo. Scomodissimo, almeno sino al Concilio Vaticano II, nello sconfessare il peccato originale e ritenere i bambini non solo innocenti ma persino figure messianiche, profetiche. “Per le sue idee trasgressive, in Italia Montessori è rimasta una esule del pensiero dai pensieri dominanti. A Roma per il centenario della prima Casa dei Bambini nel 2007, c’erano 1.150 stranieri, solo una sessantina di italiani quasi tutti addetti ai lavori”, dice ancora Mazzetti. Abituato, come gli è successo di

In quel quadro che tutti conoscono, una storia drammatica di emigrazione dal Veneto alla California. Che pochi conoscono

Quest’anno avrebbe compiuto un secolo. Ma se n’è andata nel giugno 2014, trent’anni dopo aver svelato, con un viaggio dalla nativa California al Veneto terra dei suoi sfortunati genitori, un mistero incredibile e suggestivo. Riguardava la sua famiglia, l’emigrazione italiana con i suoi drammi. Era racchiuso in un’immagine che tutti conosciamo, ignorandone i segreti. A 64 anni, nel 1984, per la prima volta a Venezia da dove i suoi erano partiti, suor Angela Marie Bovo, nata a Oakland, California, finalmente capì. Capì chi erano i genitori che lei e i suoi nove fratelli avevano perso. Capì il significato di quella strana posa nell’ultima foto della vecchia mamma, che strana lo era da tanto tempo, quasi mezzo secolo trascorso in ospedali psichiatrici, la mente sconvolta dal trauma di un marito morto lasciandola con dieci bocche da sfamare, in un Paese in cui lei non apriva bocca perché non ne parlava la lingua. E capì grazie a un quadro, che tutti conosciamo. Come i fratelli, Angela Marie Bovo era cresciuta in orfanotrofio, prima di prendere i voti e farsi suora. Ma non aveva mai rinunciato a cercar di scoprire le proprie radici. Qual era la storia di quella mamma, partita giovanissima col marito dall’Italia e impazzita dopo una tragedia familiare? E c’erano ancora parenti oltreoceano che potessero aiutarla a scoprire quella storia? Nata nel 1920, Angela Marie Bovo aveva preso i voti a diciannove anni e per 35 anni si era dedicata all’insegnamento nel Nord della California. Ne aveva 64 quando finalmente realizzò il suo sogno: arrivare a Venezia, da dove i suoi erano partiti, con in mano i loro documenti, per tentare di ricostruire la loro storia. Riuscendo alla fine  a scoprire che due vecchie zie, ormai ottantenni, erano ancora vive. L’incontro, fra abbracci e lacrime, nella casa di Venezia in cui anche sua madre, Angela Cian, era vissuta, prima di sposarsi e partire col marito Antonio Bovo per la California. Su una parete, una delle immagini più popolari della Madonna, un dipinto riprodotto infinite volte su stampe, santini, libri sacri. “Questa è tua madre”, disse una delle zie. Suor Angela Marie annuì, pensando alla Madonna. Ma quella invece era la sua vera mamma. Aveva undici anni, Angela Cian, quando il pittore Roberto Ferruzzi (1853-1934) nato in Dalmazia da genitori italiani l’aveva incontrata a Luvigliano (Padova) sui Colli Euganei dove viveva. Colpito dalla sua grazia mentre accudiva il fratellino Giovanni, le aveva chiesto di posare col bimbo in braccio, per un quadro diventato un simbolo di maternità. Il dipinto vinse la Biennale di Venezia del 1897, in origine era intitolato “La Zingarella” ma ed ebbe un tale successo popolare come immagine della madre di Gesù che lo stesso pittore lo ribattezzò “Madonnina”. Passato più volte di mano per cifre consistenti, il quadro sarebbe andato disperso nell’oceano con una nave affondata dai tedeschi nella seconda guerra mondiale. Ma prima era stato riprodotto dai Fratelli Alinari, che fecero la sua fortuna con infinite stampe diffuse ovunque con titoli diversi. Arrivata in California nell’anno del terremoto che distrusse San Francisco (1906), un equilibrio psichico precipitato con la morte del marito nell’anno della Grande Crisi (1929), Angela Cian non aveva raccontato a nessuno di quel quadro, dopo che i genitori l’avevano rimproverata ritenendo sconveniente che da ragazzina avesse fatto da modella. Suor Angela Marie capì che nella mente sconvolta della mamma il ricordo di quel quadro non si era perso, quando vide a casa della sorella l’ultima foto scattata alla madre ricoverata. Si era alzata da una panchina in silenzio, si era coperta con un velo e davanti all’obbiettivo si era messa nella stessa posa di quel quadro. Una rivelazione, una scoperta, su una mamma che non parlava una parola d’inglese. Impossibile da realizzare, in Italia, per lei che non parlava una parola d’italiano. Se non fosse stato per un colpo di fortuna. Aver trovato in un convento veneziano una giovane americana che si era appassionata alla sua ricerca aiutandola a districarsi delle una giovane americana in grado di aiutarla a districarsi nell’archivio dell’anagrafe, sino alla scoperta  delle due vecchie zie. Quel mistero, racchiuso nell’immagine forse più popolare della Madonna, impersonata in realtà da una bambina, fu svelato grazie a una suora nata in America, che aveva scoperto d’esser figlia di quella Madonnina italiana. E a una giovane americana trapiantata a Venezia, dell’ordine delle  Suore di Carità Maria Bambina.  fonte principale: https://ecatholic2000.com/wp/madonna-of-the-streets-by-jacqueline-galloway/

Ray Martino, leggenda del jazz dalla storia incredibile e quella festa a Milano per i suoi 90 anni, poco prima che se ne andasse

  Milano, cinque aprile 2018: allo Spirit del Milan una serata indimenticabile promossa da Italiani di Frontiera, per riportare sul palco un protagonista ormai dimenticato del jazz italiano e festeggiare a sorpresa i suoi novant’anni. Dopo aver scoperto la sua incredibile carriera, tenuta a battesimo da Louis Armstrong e vissuta sui palchi di mezzo mondo, poi al cinema e in tv, al fianco di personaggi leggendari. Quella sera aveva rispolverato una voce e una presenza scenica invidiabile, accompagnato dai bravi Emilio e gli Ambrogio. E si era commosso per un’accoglienza che non si aspettava (realizzata grazie a preziosi amici: Maria Teresa Gabriele giornalista nipote di Ray, Luca Locatelli e Ilaria Polleschi che con entusiasmo avevano accolto l’evento nel celebre locale). Un anno e tre mesi dopo, cinque luglio 2019, Ray Martino, al secolo Mario Martiradonna, ci ha lasciati. Ecco la sua storia.   “Quel ragazzo italiano può cantare jazz proprio come facciamo noi!”. La firma è quella di Louis Armstrong. La pagina ingiallita, datata 19 luglio 1952, è del leggendario Melody Maker, il più antico settimanale musicale britannico. Allora il Festival di Sanremo aveva celebrato appena due edizioni, con il doppio trionfo di Nilla Pizzi: “Grazie dei fiori” (1951) e “Vola colomba” (1952). Viaggi e informazioni erano infinitamente più lenti, così in quell’articolo dedicato alla sua tournèe europea, il leggendario Satchmo rievocava l’esperienza vissuta tre anni prima, quando per la prima volta era atterrato in Italia, aeroporto della Malpensa, immortalato da un servizio del cinegiornale Settimana Incom dell’Istituto Luce, oggi disponibile su YouTube. In quelle immagini, ottobre 1949, ad accogliere il mitico jazzista arrivato assieme a una band non meno leggendaria, un musicista che la tv qualche anno dopo avrebbe trasformato in star: Gorni Kramer. Al suo fianco, quel ragazzo, sorridente, che nello stuolo di giornalisti e appassionati accalcati all’aeroporto era l’unico a capire la pronuncia degli artisti americani. Perché a Bari durante la guerra da teenager era diventato un beniamino dei soldati della base americana. E da loro oltre a un ottimo inglese, ascoltando lo swing delle grandi orchestre nei grossi 78 giri destinati alle truppe americane aveva imparato pure la passione per il jazz. Fu proprio Armstrong a tenerlo a battesimo, facendolo esordire in un teatro milanese ancora circondato dalle macerie della guerra ma stracolmo di pubblico, spianandogli la strada per una carriera incredibile, fra concerti con grandi artisti, incontri con personaggi leggendari, tournèe internazionali, cinema e televisione. Quel “ragazzo” alla ribalta prima di Sanremo e della nascita della tv… compie 90 anni. Mario Martiradonna, classe 1928 con il nome d’arte di Ray Martino è stato un grande protagonista, dal jazz alla musica leggera, dal cinema alla tv. Un’avventura artistica che oggi ricorda con invidiabile lucidità, un pezzo di storia dello spettacolo che merita di essere preservato. “I miei genitori si arrabbiarono moltissimo, quando scoprirono che uscito di casa invece di girare a destra e andare a scuola giravo a sinistra e andavo al club degli americani…”. Cresciuto a Bari ma nato a Lecce (anche se nel suo ricordo Armstrong gli aveva assegnato dei fantasiosi natali a Brooklyn)…, Mario arriva a Milano a vent’anni nel ’48 e fa il suo esordio nel varietà con la compagnia di Walter Chiari, che l’ha sentito cantare in un locale della riviera romagnola. L’anno dopo l’incontro con Armstrong, che lo prende in simpatia, lo adotta come interprete e una sera gli chiede di accompagnarlo in teatro. “Scaldati la voce, mi disse porgendomi una caramella… al pianoforte c’era Earl Hines. Io non ci potevo credere. Ma cantai Stormy Weather e altre canzoni… il teatro per poco non esplose…”. L’anno dopo Ray fa il suo esordio al cinema, sempre con Walter Chiari e una giovanissima Antonella Lualdi. Poi accetta l’invito di Renato Carosone e prende il posto di Van Wood nel suo popolarissimo complesso che compredeva Gegè di Giacomo e Alex Bacsik (“un musicista ungherese fuggito in Occidente, con la chitarra era straordinario”). Ma preferisce il jazz al repertorio leggero napoletano e per questo nel ’52 diventa il cantante del gruppo di Bruno Martino, che all’epoca suonava soltanto.   Con il gruppo si esibisce spesso in un locale esclusivo, il Piccolo Bar in via Romagnosi vicino alla Scala. Dove la sorte gli ha riservato un’altra occasione memorabile: cantare accompagnato al piano da… Leonard Bernstein!. “A quell’epoca, il celebre direttore d’orchestra era stato invitato a dirigere la Carmen di Bizet alla Scala. Alla sera con i suoi collaboratori veniva in questo bar che era molto snob. Io cantavo lì. Bernstein, che amava la musica classica ma adorava il jazz allora si metteva al piano e mi accompagnava… dai canta, mi diceva… e io cantavo, le canzoni americane…” La sua carriera prosegue in Spagna e Portogallo, cantando anche a Londra, New York, a Parigi dove vinto il secondo premio al Festival della canzone italiana, in Centro America, Honduras, Guatemala, Messico. Poi negli anni Sessanta le pubblicità. premiato due volte come miglior attore dell’anno di Carosello, l’attività di direttore artistico su navi da crociera, di dirigente nell’industria discografica, senza rinunciare poi a nuove esibizioni, sul palco e alla radio. “Ne abbiamo fatte, mi sono divertito. Abbiamo vissuto.. ho vissuto la mia vita…” Ciao Ray e grazie, non ti dimenticheremo.