Idee sul futuro da visionari del passato. In tour con ospiti speciali e due cimeli P101 Olivetti e Apple 1

Mai successo di condividere un palco… con due cimeli. Nel vero senso della parola, due ritrovati tecnologici di un’altra epoca. Presentare ed esporre due macchine leggendarie che hanno fatto storia è l’ennesima occasione per parlare attraverso la tecnologia delle idee, dei pensieri e delle visioni di chi quelle macchine ha saputo progettare e realizzare. A Ivrea la prima tappa di un evento che girerà l’Italia Si chiama “Da 101 a 1” l’evento lanciato lo scorso 11 aprile al Laboratorio Museo Tecnologicamente di Ivrea, scrigno di tesori Olivetti dalle macchine da scrivere e da calcolo all’elettronica, sorta di “numero zero” di un progetto ideato da Fondazione 101 di Crespi d’Adda e Italiani di Frontiera che verrà riproposto in un tour in località italiane che hanno avuto un ruolo importante nella storia dell’innovazione, prendendo a pretesto le ricorrenze dei 60 anni dell’uscita sul mercato del primo personal computer, la leggendaria P101 Olivetti e dei 50 anni dal lancio di Apple 1, il PC che ha segnato il battesimo di quello che è diventato il colosso informatico di Cupertino. Due anniversari occasione di conoscenza e riflessione sui visionari che hanno cambiato le nostre vite realizzando strumenti rivoluzionari.  Oggi cimeli rari, un modello di Olivetti P101 e uno di Apple 1 verranno esibiti e fatti funzionare ad ogni evento, dopo aver rievocato con ospiti qualificati in un dialogo col pubblico storie di ieri per cogliere prospettive e aspetti culturali che ci aiutino a guardare al domani. Come ricordare il contributo di grandi innovatori e visionari traendo spunti dal futuro dalla loro straordinaria esperienza? Gastone Garziera celebrato con StartupItalia ultimo testimone dell’impresa P101 Olivetti E’ un percorso che su StartupItalia assieme al direttore Giampaolo Colletti abbiamo anticipato, rendendo omaggio a Gastone Garziera, ultimo superstite del leggendario team che realizzò il primo persona computer P101 Olivetti, dedicandogli articoli, un’intervista live a cura di Likeabee e un premio Special Award P101 al #SIOS25. Abbiamo pure ricordato come grazie a Damiano Airoldi, ideatore della Fondazione 101, di Gastone sia stato pure realizzato un avatar, gemello digitale in grado di preservarne la straordinaria memoria. Gastone è stato ospite d’onore pure del primo evento “Da 101 a 1” a Ivrea, al quale  RaiNews ha dedicato un servizio per il TG Rai del Piemonte realizzato da Federica Burbatti. Prossimo appuntamento col Vintage Computer Festival a Nettuno Il format si appresta a girare l’Italia, a cominciare dal prossimo weekend, sabato 23 e domenica 24 maggio a Nettuno (Roma) nell’ambito del Vintage Computer Festival Italia. Se coraggio, tenacia, straordinaria inventiva sono state, come abbiamo ricordato nei nostri articoli, fra le caratteristiche di quel manipolo di visionari capace di realizzare il primo pc in Ollvetti quasi in clandestinità, la storia dell’inizio di Apple è soprattutto quella di un incrocio fra due personaggi geniali con competenze complementari: nessuno dei due avrebbe potuto raggiungere il successo senza l’altro. Wozniak un genio, Jobs un visionario «La genialità di Steve Wozniak è stata quella di ridurre e concentrare in una sola scheda la quantità di componenti necessari all’epoca per un computer, cosa che aveva già fatto per un gioco di Atari, facendo così vincere a Steve Jobs una scommessa… di cui non condivise con lui il premio incassato dalla software house», ricorda Paolo Cognetti , informatico, collezionista e divulgatore, figura di punta nel campo della storia dei computer, che sarà ospite dell’evento a Nettuno. «L’obiettivo di Wozniak era però quello di realizzare un computer semplice da donare ai soci dell’Homebrew Computer Club. La genialità dell’altro Steve fu quella di intuire che si trattava di una macchina rivoluzionaria. E di pensare che quella macchina andava venduta. Quindi Apple 1 non fu il primo computer ma il primo costruito in modo geniale e semplificato e poi sostenuto e venduto da un genio del marketing. All’epoca c’erano altri computer innovativi ma non poterono contare su questa combinazione di due  genialità», racconta ancora Paolo. Il progetto “Da 101 a 1” ha avuto un prologo riservato agli autentici patiti di Vintage Computer. Lo scorso 1 aprile infatti nella sede di Trezzo d’Adda di MMN che ospita una splendida raccolta di cimeli, in un evento esclusivo con ospiti illustri come Massimo Banzi, cofondatore di Arduino, a 50 anni esatti dalla sua nascita è stato riacceso un raro modello di Apple 1. Tutto questo in un’avvincente presentazione curata da Claudio Parmigiani fondatore di 8-bit Lab nato a Torino nell’ambito del Temporary Museum, primo e unico laboratorio al mondo in grado di restaurare e rimettere in funzione i computer creati nella Silicon Valley nel decennio 1975-1985, un incontro aperto da un saluto in video di David Pogue, che ha appena pubblicato negli Usa “Apple. The First 50 Years”. Dopo Nettuno (Roma), il prossimo il 25-27 ottobre “Da 101 a 1” sarà all’IT Director Forum di Richmond a Rimini. In cantiere altre tappe a Vinci, Torino  Pisa, che ha di recente celebrato i 40 anni della prima connessione Internet italiana avvenuta proprio dalla città della torre pendente e Asolo (Treviso) che proprio fra i colli trevigiani aveva aperto uno stabilimento Brionvega, azienda in sintonia con la filosofia Olivetti. E forse in dicembre pure a Gubbio, in un inedito collegamento ideale tra visionari dell’informatica e un innovatore davvero rivoluzionario: San Francesco. Qui l’articolo su StartupItalia

Vance candidato repubblicano alla vicepresidenza Usa. Su Italiani di Frontiera nel 2017 in anteprima il suo libro sull’America più lontana da Silicon Valley

“Agli antipodi di Silicon Valley: capire l’America bianca disperata col bellissimo “Hillbilly Elegy”, consigliato anche da Bill Gates”. Chi se l’immaginava che l’autore di un romanzo fulminante, per comprendere l’altra America bianca, la più lontana da Silicon Valley, di cui Italiani di Frontiera aveva scritto nel 2017 un’anticipazione per Linkiesta, sarebbe diventato il candidato alla vicepresidenza Usa a fianco di Trump, di cui era stato fermo oppositore? Tre anni dopo, il libro è comparso in Italia pubblicato da Garzanti colo titolo “Elegia Americana”. assieme all’omonimo film (trailer in fondo al pezzo). Ancora grazie a Franco Folini e Francesco Lacapra, amici preziosi e imprenditori a Silicon Valley (Franco oggi è tornato nella sua Valtellina), tra i protagonisti di Italiani di Frontiera. E’ grazie a loro che avevo scoperto questo bellissimo libro, prima che Bill Gates lo consigliasse sul suo blog. Ecco l’articolo che ne era scaturito, pubblicato su Linkiesta No, un biberon pieno di Pepsi forse non era l’ideale, per un bambino di neanche un anno. Quando ha scritto la sua straordinaria storia di riscatto sociale, James David Vance ha ricordato questo incredibile episodio della sua infanzia scoperto anni dopo, protagonista una madre intontita dalla droga, la costante di una figura instabile e inaffidabile nella sua vita. Certo Vance, che si firma J.D., non immaginava quanto il suo libro, uscito lo scorso anno e coperto di elogi dalla critica, sarebbe diventato improvvisamente prezioso al di là dei meriti letterari. Quasi una guida, per capire un pezzo importante e poco visibile di un’America che con l’elezione di Trump si è scoperta profondamente diversa, davanti allo specchio delle elezioni 2017. Perché la sua storia descrive dall’interno una delle comunità bianche, povere e disperate, considerate lo zoccolo duro del presidente. “Non sono uno che si è fatto da solo”, ha ricordato Bill Gates, quando qualche giorno fa ha consigliato sul suo blog la lettura del libro di Vance, “Hillbilly Elegy” (HarperCollins Publishers), che in Italia si chiama Elegia Americana, edito da  (HarperCollins Publishers), che in Italia si chiama Elegia Americana, edito da Garzanti. L’ha fatto per spiegare che per uno come lui, arrivato al successo facendo tesoro di una situazione economica e sociale di grande favore, la storia di un’affermazione personale realizzata malgrado condizioni spaventosamente svantaggiate abbia avuto un fascino particolare. È un libro, dice Gates, che «fa luce sull’enorme divario culturale della nostra nazione, un tema divenuto molto più rilevante di quanto Vance potesse mai sognare mentre scriveva il suo libro». “Hillbilly” è il soprannome della comunità bianca che vive nella zona degli Appalachi, la catena montuosa che corre parallela alla costa orientale del Nordamerica, dal Canada sino all’Alabama, dove prende il nome di monti Unakas. Origini nordirlandesi, un’emigrazione fra Settecento e Ottocento da un Ulster in cui molti erano arrivati nel Seicento con la Plantation, la colonizzazione forzata di contadini protestanti da Scozia e Nord Inghilterra. Una matrice che si ritrova nel bluegrass, la musica tradizionale degli Appalachi, melodie incalzanti con violino, chitarra e soprattutto banjo. Un’impenetrabilità immortalata sullo schermo, dall’inquietante “Un tranquillo weekend di paura” (Deliverance, 1972, John Boorman). Hillbilly ha pure un’accezione negativa, sinonimo di rozzezza, isolamento. La storia personale di Vance è impressionante e supera ogni stereotipo. Un quadro sociale spaventoso, per chiusura e degrado, un gruppo raccontato impietosamente da una mente brillante, consapevole di esser stato fra i pochissimi capaci di fuggire, realizzarsi liberandosi di meccanismi e consuetudini micidiali che inchiodano alla rassegnazione, alla violenza. Vance è stato allevato dalla nonna, che chiama “Mamaw”, una delle poche figure dai risvolti positivi, che in qualche modo hanno ispirato il suo riscatto. Il padre è svanito, la madre quasi sempre preda della droga, sperperava danaro, entrava e usciva dalla sua vita con al fianco figure maschili sempre diverse. Gli Hillbilly, spiega, sono marchiati dalla rassegnazione. Si considerano un mondo a parte, per loro lo Stato e la legge sono estranei, come lo sono i connazionali che non provengono dal loro gruppo. La violenza brutale è il modo più semplice per farsi valere o almeno sfogarsi. Anche all’interno della famiglia, con una paradossale contraddizione, fra il culto ossessivo della comunità, la retorica dei legami di sangue e la realtà miserabile e disperata che i genitori riservano ai propri figli. Una parte di quel gruppo ha conosciuto un piccolo progresso sociale, spostandosi Una parte di quel gruppo ha conosciuto un piccolo progresso sociale, spostandosi dal Kentucky nelle zone industriali dell’Ohio, per poi riprecipitare nel degrado con la chiusura di fabbriche e miniere, osserva Vance. Che si presenta con umiltà e persino un po’ d’imbarazzo (“ho trentun anni e non ho fatto niente di speciale, non ho raggiunto risultati eccezionali…”): dopo l’high school, l’arruolamento nei marines e il servizio in Iraq, al ritorno dopo la laurea alla Ohio state University il diploma alla Yale Law School e oggi un lavoro in una società finanziaria di Silicon Valley. Quello che rende eccezionale il suo percorso non sono i risultati della sua carriera ma il fatto di essere forse il primo ad averli raggiunti malgrado l’handicap rappresentato non dalla miseria di quel gruppo di origine ma dai suoi valori, dai suoi modi di pensare: proprio quelIl gap culturale che ha colpito anche Bill Gates. Perche gli Hillbilly, dice Vance sin dall’inizio, non sono sbandati e degradati perché sono poveri. Sono poveri perché il loro degrado, il loro feroce isolamento culturale non permette loro di adattarsi ai cambiamenti, cogliere le opportunità invece di arroccarsi, come se il costante senso rabbioso e disperato di alienazione e frustrazione dipendesse dal mondo circostante, non da loro. Vance ricorda nell’introduzione quanto imparò nella sua esperienza da ragazzo in un deposito di piastrelle, lavoro ben retribuito ma molto faticoso. Lì lavorava pure Bob, che a 19 anni stava per diventare padre. Il titolare offrì generosamente un posto anche alla ragazza incinta ma dovette licenziarla perché ogni tre giorni di lavoro non si presentava, senza nemmeno avvisare. Niente al confronto con Bob, che ogni settimana saltava un giorno di lavoro, era sempre in ritardo ma soprattutto nel suo turno si prendeva tre

Vincenzo Di Nicola, dal successo a Silicon Valley alla trasformazione digitale di INPS

Ma… com’è stato possibile? E quand’è scattata la scintilla che ha innescato tutto? Forse quella birra allo stadio…? No, forse l’imprinting da genitori tutti e due impegnati nell’amministrazione pubblica… o forse no, da un nonno che era stato emigrante… Sì insomma: com’è accaduto che un brillante studente abruzzese, che aveva imparato l’inglese con un viaggio premio per figli di dipendenti delle Poste, dopo la laurea in Ingegneria Informatica all’Università di Bologna e un master alla Stanford University in Computer Science, uno stage in Yahoo! e il lavoro in Microsoft in America e Cina, abbia lanciato a San Francisco una startup nel campo dei pagamenti digitali, facendo una exit di successo con Amazon, abbia ottenuto la cittadinanza americana e sia tornato in  Italia, per affermarsi con un’altra startup nel campo delle criptovalute… continuando nel frattempo a dedicare tempo e risorse agli studenti di quella che era stata la sua scuola in Abruzzo, oltre che alle sue passioni, la storia e la numismatica… e che sia poi entrato nell’amministrazione pubblica, come i suoi genitori, a capo dell’innovazione tecnologica e della trasformazione digitale di INPS? No, non è solo la straordinaria carriera di Vincenzo Di Nicola che merita di esser raccontata, merita inseguire e decifrare il filo rosso che l’ha ispirata, in cui il talento e la determinazione si sono intrecciati a valori etici e d’impegno civile, in un modo di collegare i puntini e intendere il proprio ruolo di innovatore, imprenditore e cittadino (purtroppo) non comune. Un percorso che ha più volte incrociato quello di Italiani di Frontiera, di cui Vincenzo è tra i protagonisti. ça sua Gopago era appena stata lanciata a Mountain View quando  Vincenzo ce la raccontò in esclusiva a San Francisco, settembre 2011, durante la prima delle 20 edizioni dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour. Gopago e la birra allo stadio di baseball E… la birra allo stadio? Come spesso accade sono eventi fortuiti a innescare l’idea giusta. E l’idea di Gopago, mi aveva raccontato Vincenzo, era nata così, allo stadio dei Giants, la squadra di baseball di San Francisco. Quando Barry Bonds, leggendario battitore dei Giants aveva messo a segno il colpo che lo fece entrare nella storia infrangendo un nuovo record… il collega di Vincenzo si era perso la scena perchè era in coda ad aspettare una birra! Possibile che non ci sia un altro modo per pagare che mettersi in coda con i contanti? Lo spunto per realizzare una tecnologia e un’impresa di successo per qualcosa che oggi fa parte della nostra quotidianità, utilizzare i telefonini anche per i pagamenti, senza più bisogno di moneta, era nata così. Due anni dopo, dicembre 2013, il  team di tecnici e la tecnologia passavano ad Amazon  (mentre Gopago veniva acquistata dalla società DoubleTeam). Vincenzo ottiene la cittadinanza americana ma ha in mente di tornare in Italia. L’omaggio da giovane imprenditore a un Italiano di Frontiera del West Prima di ripartire però Vincenzo immortala sui social una foto che ha grande valore, proprio per Italiani di Frontiera. Qualcuno all’inizio di questo progetto aveva storto il naso di fronte all’idea “balzana” di affiancare a storie di innovatori quella di italiani che in passato avevano affrontato un’altra frontiera: quella delle esplorazioni, del selvaggio West, facendo tesoro delle bellissime storie raccolte da “my brother” Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution, tra i più grandi esperti di nativi americani. Forse nessuna di queste storie è avvincente e incredibile quanto quella di Carlo Camillo di Rudio, che dopo mille avventure nel Risorgimento e nel Far West (tra i pochissimi sopravvissuti a Little BIghorn!) è sepolto oggi a San Francisco. E su quella tomba, al cimitero militare del Presidio, che Vincenzo, appena diventato cittadino americano,  posa con tricolore e bandierina stellestrisce. Dopo l’acquisizione Amazon,  Vincenzo era tornato in Italia, cosa che pochi fanno, con l’idea di lanciare una nuova startup hi tech nel campo finanziario con le criptovalute: Conio. Ma non solo per il business. Perché forse nessuno ha a cuore il ruolo di mentore come lui, che da giovane imprenditore di successo ha istituito da anni borse di studio per gli studenti del suo liceo a Teramo, dove tiene pure corsi di informatica.  Su quella strada verso il futuro, Vincenzo Di Nicola non ha mai dimenticato radici e insegnamenti di chi l’ha preceduto. “Mai lamentarsi. E credere nelle proprie capacità”, diceva il nonno, che negli anni Venti del secolo scorso era emigrato pure lui dall’Abruzzo negli USA: minatore sui Monti Appalachi. Una vita durissima, una lezione di cui Vincenzo aveva fatto tesoro, arrivando al successo dopo un percorso di autentico sacrificio. Perche anche quello delle startup, ricorda, è un mondo molto duro, che impone una scelta di vita francescana… La riflessione, su cosa conti davvero nella vita, sui valori in cui credere, non l’ha mai abbandonata. Abbinando alla professione il ruolo di instancabile mentore e ispiratore per i più giovani. Convinto che per il suo successo, preziosi siano stati gli studi svolti in Italia, ma anche che nel sistema scolastico italiano si faccia troppa teoria e si diano poche cognizioni pratiche.  La tecnologia per “liberare” risorse. L’Intelligenza Artificiale è al centro delle attività didattiche che Vincenzo ha promosso da anni fra gli studenti abruzzesi. Ma è diventata pure cruciale per la sua ultima avventura, iniziata nel 2020 in modo inedito. Una lettera, aspra e circostanziata, con cui grazie alla sua esperienza ed esasperato dai disservizi, Vincenzo aveva messo a nudo tutte le inefficienze tecnologiche di un servizio cruciale come quello dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale. Forse non si aspettava che l’INPS, invece di minimizzare o insabbiare… gli proponesse una sfida: diventare lui responsabile di Innovazione Tecnologica e Trasformazione Digitale dell’ente! E forse l’INPS non si aspettava che lui la sfida l’accettasse. Così lo startupper di successo, il mentore di tanti giovani abruzzesi che a lui si ispirano, è impegnato in un’impresa titanica, alla guida di una squadra competente e agguerrita, per traghettare il colosso della previdenza verso un futuro di servizi più efficienti. A capo sino al dicembre 2023 di Innovazione Tecnologica e

Italiani di Frontiera compie 16 anni con nuovo spettacolo, dieci podcast e altre novità in arrivo

Italiani di Frontiera compie Sedici anni! Il 22 gennaio 2008 da giornalista Reuters in aspettativa, partivo con famiglia per sei mesi di avventura californiana, da Sixth Saint John (Sesto San Giovanni) a Palo Alto, nessuno che mi mandasse nè tanto meno mi chiamasse, organizzando tutto da solo (casa, scuola per i figli, auto, tutti i contatti)  inseguendo un’”idea folle” con la preziosa complicità di moglie e figli davvero speciali.  Senza immaginare che vivere,  conoscere e diventare amico di tanti connazionali d’eccellenza della Bay Area californiana, raccontando le loro storie e intrecciandole in modo inedito a quelle di visionari ed esploratori del passato e di innovatori in patria, avrebbe tracciato un filo rosso alla scoperta del talento italiano. E avrebbe cambiato tutto nella mia vita, aprendo la via a un nuovo modo di fare il mio mestiere: non solo conoscere, scrivere, fotografare e girare video, soprattutto raccontare dal vivo con immagini e musica. Un giornalismo insolito e forse eccentrico, diventato dal 2011 il mio lavoro a tempo pieno, dopo aver lasciato redazione, stipendio, posto fisso. Tra incontri, scoperte e coincidenze incredibili di pura Serendipity, da “Curioso Patologico“, con storie che… sembrano cercarmi e che hanno cambiato la mia vita. Con oltre 250 fra storytelling, spettacoli, seminari in tutt’Italia e una dozzina all’estero, produzione di eventi speciali, venti viaggi per professionisti di ogni settore a conoscere connazionali d’eccellenza con l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, un libro (EGEA 2015, prefazione di Gian Antonio Stella), IdF ha dato vita a una community internazionale di innovatori, uscendo però dalla “nicchia hi tech-startup”, perchè oggi più che mai c’è bisogno ovunque di ispirazione, visione, emozione. Che IdF continuerà a diffondere, a sedici anni da quel 22 gennaio 2008, con molte novità in arrivo per questo 2024. Italiani di Frontiera ha cambiato la mia vita, non solo professionale, arricchendola di straordinari amici, ai quali sarò eternamente riconoscente. TRUST YOUR CRAZY IDEAS!   Il nuovo spettacolo 2024 “Frontiere. Lezioni sul futuro dagli italiani del West” L’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour Sulla frontiera del futuro: Pionieri, Esploratori. Non Guardiani (TEDx Mestre 2021) Cavalcare l’Onda della Complessità. “Dobbiamo tutto agli Hippie” al Blue Note di Milano (2018) Chi ha ospitato storytelling Italiani di Frontiera

Dieci libri per iniziare il 2024 sfidando l’onda della Complessità… su un surf chiamato Curiosità

Dall’Intelligenza Artificiale al Metaverso, dalla musica alla letteratura alla passione civile, dieci libri (alcuni di amici di Italiani di Frontiera) per esplorare una modernità sempre più complicata, difendersi dalle Fake News, intercettare i talenti precoci… e iniziare il nuovo anno planando sull’onda della Complessità con un surf chiamato Curiosità.  Con i migliori auguri di un 2024 felice e creativo, da Italiani di Frontiera. SOLO UNO STRUMENTO L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE Fra i tanti libri su AI come non segnalare quello di un amico come Fabio Ferrari, fondatore a Modena di Ammagamma, sempre in prezioso equilibrio fra tecnologia d’avanguardia e rimandi alla cultura umanistica. In “L’Intelligenza artificiale non esiste” (Sole24Ore) con un titolo provocatorio Fabio esorta a considerare questo potente congegno di conoscenza e sviluppo per quel che deve essere: uno strumento di cui dobbiamo imparare a servirci, non un pericoloso soggetto di cui subire il potere. Lo fa raccogliendo spunti da dialoghi  con fior di esperti (fra loro Federico Faggin, mentre Luciano Floridi firma la postfazione), senza rinunciare a un collegamento con la cultura classica, ricordando la figura mitologica di Talos, gigantesco automa a protezione di Creta dono del dio Efesto, in apparenza invulnerabile ma alla fine ucciso con un colpo nell’unico punto vulnerabile, metafora del primato dell’ingegno umano su congegni che sembrano sovrastarci. UNA PASSIONE CIVILE PAGATA CON LA VITA Certo sembra riduttivo definire “curiosità” il motore di una passione professionale e civile eccezionale come quello di una giornalista che ha sacrificato la vita per il coraggio di inseguire, scoprire e documentare tragiche verità, dando spesso voce e dignità ai più derelitti. In “Una madre. La vita e la passione per la verità di Anna Politkovskaia” (Rizzoli) , è la figlia Vera Politkovskaia con Sara Giudice a raccontare la figura di una reporter straordinaria che fu uccisa il 7 ottobre 2006, dopo aver firmato una straordinaria serie di reportage e libri scomodissimi per il regime russo, svelandone impietosamente retroscena che forse l’Occidente ha troppo a lungo finto di non conoscere, sino all’invasione dell’Ucraina. LAVORO “INTELLIGENTE” SOLO CON UNA RIVOLUZIONE CULTURALE In ” Si fa presto a dire Smart, La strada per lavorare in modo intelligente” (Guerini) Adele Nardulli imprenditrice e linguista, fondatrice dell’agenzia di traduzioni Landoor, ha esplorato da esperta il pianeta “Lavoro Intelligente”, rilevando come l’organizzazione del lavoro tradizionale sia a scadenza breve e per reggere il confronto con quanto si fa all’estero ed essere attrattivi per i lavoratori più giovani, che hanno esigenze diverse, è indispensabile e urgente un profondo cambiamento culturale nelle aziende. Cambiamento che passa dal controllo alla valutazione del risultato, con una flessibilità sia di spazio che di tempo. In un viaggio fra aziende che sono state pioniere in questo campo, il libro evidenzia come pratiche di lavoro «smart» possano non solo innovare il management ma garantire pure vantaggi competitivi alle aziende stesse. PERCHE’ FATICHIAMO A LIBERARCI DELLE BALLE Con “La scienza dell’incredibile. Come si formano credenze e convinzioni e perchè le peggiori non muoiono mai” (Rizzoli)  Massimo Polidoro, giornalista cofondatore con Piero Angela del CICAP (Comitato Italiano per il controllo sulle affermazioni sulle pseudoscienze) esamina a fondo l’antico “bisogno di credere” come necessità di dare un senso alla realtà, oggi reso più evidente da tecnologie e social con la diffusione di fake news e teorie complottiste che “semplificano” una realtà sempre più complessa. Un percorso di conoscenza affascinante fra mille storie, che aiuta ad acquisire strumenti per valutare con occhio critico da scienziato l’infinità di informazioni, pronti quando è il caso a cambiare opinione di fronte a prove concrete, aggrappati a quella scialuppa di salvataggio (o… surf?) che è la curiosità. FERNANDA PIVANO COME NESSUNO L’HA CONOSCIUTA E’ la curiosità, mista a una dose di giovanile incoscienza, ad aver fatto cogliere l’occasione della vita a  un ragazzo che di fronte a  una figura storica della letteratura italiana alle prese con la propria complicata autobiografia, per le cui mani erano passati molti dei libri della sua formazione, si era sentito proporre: “Vuoi essere tu il mio assistente?“. E’ così che Enrico Rotelli (amico di Italiani di Frontiera, sul ponte fra Italia e San Francisco) ha raccolto in “Nanda e io. I miei anni con Fernanda Pivano” (La Nave di Teseo) il diario della sua straordinaria esperienza a fianco della scrittrice e traduttrice che per decenni ha fatto conoscere la letteratura americana agli italiani. In una galleria di incontri memorabili con figure storiche dell’arte e della letteratura (non tutte simpaticissime…) e un’infinità di aneddoti, sono la stima e l’affetto sempre più intensi  ad aver segnato il singolare rapporto fra l’anziana intellettuale che tutti conosceva e il suo giovanissimo braccio destro, oggi giornalista e scrittore impegnato a proseguire (brillantemente) l’esplorazione del mondo letterario americano. LA MUSICA UNA GALASSIA DA ESPLORARE INCANTATI Sconsigliato a chi considera la musica solo un piacevole sottofondo, raccomandato ai curiosi dispersivi (come il sottoscritto) “Polvere di stelle. Dall’armonia delle sfere ai concerti negli stadi” (Mimesis) è un saggio impegnativo e incredibile, per profondità e ampiezza, di un autore di cui sono sfegatato fan: Alessandro Carrera, docente alla University of Houston, traduttore e massimo esperto di Bob Dylan. Dall’antichità alle leggende orientali, dalla cosmologia all’antropologia, Carrera spazia con una competenza sbalorditiva, tra riflessioni sulla musica popolare e quella d’avanguardia, sul Pierpaolo Pasolini musicato da Giovanna Marini come sul “pop esoterico” di Franco Battiato. Ricordando che è “la Musica creata da noi umani a imitazione dell’attrito degli astri nel cielo e per la quale dovremmo veramente essere grati a noi stessi”. GUIDA ALLA SCOPERTA DI BAMBINI PARTICOLARI: I PLUSDOTATI E se il pianeta da esplorare fosse quello del talento di bambini molto particolari… perchè straordinariamente intelligenti? Con “Plusdotazione e Talento. Cosa fare e non” (Erickson) Lara Milan (che Italiani di Frontiera anni fa ha affiancato in un evento internazionale sul tema, nella sua Vicenza) propone una guida rapida per insegnanti della scuola secondaria di primo grado, da vera pioniera di un settore che in Italia è assai arretrato rispetto ad altri Paesi, per una serie di pregiudizi che aggravano i disagi di questi bambini “diversi”,

L’incontro 2023 di IdF? Con Laura, “di frontiera” nel saper affrontare la vita

“Scusi… mi sa che l’autore dell’articolo era lei…” Se Italiani di Frontiera è da anni impagabile miniera di incontri con persone straordinarie, di questo 2023 che volge al termine, l’incontro più emozionante lo devo… a un mio articolo su Il Gazzettino del lontano 1985! Con una persona che le frontiere le ha sfidate non per ambizioni professionali ma per capacità di stare al mondo. Di grande ispirazione, alla fine di un anno segnato da emergenze globali che sembrano indurci al pessimismo. Ma come non essere ottimisti dopo aver scoperto e ammirato Laura??? Il mio articolo, Natale 1985, raccontava di un evento straordinario: una bimba nata la vigilia di Natale eccezionalmente prematura, appena 740 grammi. I medici che non credevano ai propri occhi e non potevano citare statistiche, per una casistica in pratica inesistente, la consideravano “miracolo vivente” visto che quella bimba era sopravvissuta in condizioni che in genere lasciano solo poche ore di vita. Laura è quella bambina e quell’articolo l’ha conservato come un cimelio. E per fortuna condividiamo una curiosità insaziabile: mi ha cercato e mi ha trovato. Incontrarla a Mestre, poche settimane prima del Natale e del suo compleanno, è stata un’emozione unica. Minuta, ipovedente, quella forza misteriosa che le ha permesso di sopravvivere in condizioni estreme si è trasformata in una carica spaventosa di energia, profondità di pensiero, voglia di conoscere che l’aiuta a unire i puntini, collegando ad esempio la sua passione per i tramonti, cui ha dedicato un libro (“Il bagliore dei tramonti. Piccoli sguardi verso la finitezza”), al suo lavoro di assistente in casa di riposo, fra anziani che vivono il tramonto della propria esistenza. Una foto assieme a Mestre e qualche giorno dopo lei, che per i problemi di vista non può avere la patente, è partita per un trekking nella Terra del Fuoco, Argentina, documentato con foto e riflessioni che ho seguito passo passo sui social, tornando in tempo per festeggiare il compleanno. Non occorre essere esploratori, innovatori, o creativi per essere “di frontiera”, anche se Laura, che forse vede un po’ meno ma sicuramente vede più a fondo, è tutte queste cose assieme. Grazie Laura, Piccola Grande Donna. Il tuo esempio ci regala speranza.

Federico Faggin torna nella terra di Leonardo con Italiani di Frontiera

Federico Faggin torna nel paese di Leonardo per un weekend di ispirazione e innovazione da venerdì 6 a domenica 8 ottobre 2023, in un evento promosso da Italiani di Frontiera. Dopo aver firmato il primo microprocessore e creato la tecnologia touch, cambiando come nessun altro la nostra quotidianità nell’uso di nuove tecnologie, il più importante inventore italiano vivente, classe 1941, fisico, scienziato e imprenditore vicentino trapiantato in California dal 1968, premiato nel 2010 dal presidente Obama, esplora oggi una nuova frontiera fra scienza e metafisica, indagando sulla coscienza che distinguerà sempre gli esseri umani dalle macchine, sarà ospite a Vinci dov’era stato protagonista nel 2019 di  uno straordinario evento, in occasione dell’uscita del suo libro “Silicio” (Mondadori).   “Irriducibile” (Mondadori) è il titolo dell’ultima fatica dell’inventore, un riferimento all’impossibilità di “ridurre” l’essenza dell’Uomo a “macchina pensante”, sviluppo del precedente volume “Silicio”, in una visione complessa della realtà che s’intreccia alle intuizioni della fisica quantistica, definendo una nuova scienza del mondo interiore. Come nell’opera del genio rinascimentale, anche nel lavoro di Federico, principale mentore di Italiani di Frontiera che lo intervistò per la prima volta a Silicon Valley nel 2008, l’intreccio fra scienza, tecnologia e Umanesimo si abbina a un’inesauribile curiosità. In un momento in cui la Complessità sembra inestricabile e troppi cedono alla semplificazioni di Fake News e Complottismo, l’eccezionale lucidità di Federico  ci guida ora nella riscoperta della nostra essenza spirituale, di chi siamo davvero. Per questo Italiani di Frontiera ha deciso di riproporre assieme all’agenzia …da Vì Travels l’evento nella terra di Leonardo, dopo il successo dell’incontro 2019 (qui sotto un breve video di quella presentazione). Anche questa volta l’appuntamento di  Vinci non sarà semplice presentazione di un libro ma, diventerà occasione per un incontro approfondito con un autore eccezionale, ospite di una cena esclusiva venerdì 6 e protagonista sabato 7 alle 18 di un evento spettacolo con dibattito sui più recenti sviluppi del suo lavoro, tra immagini e le musiche di Alessandro Pavesi alla tastiera, nello stile di Italiani di Frontiera, in un intreccio di scienza, filosofia, arte e ispirazione. Come nell’evento 2019 che ha attirato decine di innovatori e startupper da diverse parti d’Italia, il weekend è stato progettato con un’offerta di ospitalità che permetterà di abbinare agli incontri con Faggin conoscenza della terra di Leonardo, tra bellezze storiche, artistiche e gastronomia. A cornice della due giorni, a Vinci tornerà anche con una mostra di alcune delle sue pregiate opere il liutaio Michele Sangineto, che realizzando una serie di strumenti antichi ormai scomparsi (suonati dai figli Adriano e Caterina ottimi musicisti), alcuni progettati proprio da Leonardo, come il genio di Vinci e come Faggin ha intrecciato abilità tecnologica, ricerca scientifica e curiosità inesauribile in un’operazione preziosa e inedita all’insegna dell’Umanesimo. Qui il post sull’evento Faggin a Vinci del giugno 2019.

Beltrami esploratore bergamasco sul Mississippi: 200 anni dopo una lezione su come guardare il mondo

Possibile??? Possibile che la figura di un solitario esploratore romantico dell’Ottocento, curioso, coraggioso e visionario, abbia tanto da insegnarci oggi, su come guardare il mondo e immaginare il futuro? Due secoli fa, 31 agosto 1823,  Giacomo Costantino Beltrami, bergamasco, raggiunse una delle sorgenti del fiume Mississippi dopo un’incredibile viaggio, tanto faticoso quanto pericoloso, nel dedalo di acquitrini che fanno da cornice al grande fiume, camminando nell’acqua sino alla cintola, trascinando una canoa con poco equipaggiamento, una spada e un fucile, forse il primo bianco a percorrere quel territorio popolato di nativi americani. Venne immortalato in un ritratto con capelli lunghi al vento, l’arco sulla spalla, con addosso un abito di pelle con decorazioni e frange. Ma fino a pochi mesi prima era un elegante funzionario del Vecchio Continente. In quella esplorazione, camminando nell’acqua, Beltrami teneva in mano un curioso ombrello rosso: gli servì da bizzarro lasciapassare, perchè gli indiani che lo avevano scorto in una missione solitaria così pericolosa e folle si convinsero che solo un protetto dagli dei potesse osare tanto. E infatti non lo toccarono, permettendogli di raggiungere la sua meta: arrivare a una delle sorgenti del grande fiume. Nato a Bergamo nel 1779, Giacomo Costantino Beltrami, patriota, già magistrato napoleonico nelle Marche, avvilito dal clima della Restaurazione era sfuggito per un soffio all’impiccagione con l’accusa di cospirazione contro lo Stato Pontificio. Spirito inquieto, si era improvvisato esploratore nel Nuovo Mondo, risalendo la regione del  Mississippi in una zona ancora selvaggia, sospinto da tormenti esistenziali. E quando era stato abbandonato dai compagni di avventura, che gli avevano pure sottratto l’acciarino impedendogli così di accendere il fuoco per riscaldarsi alla sera, invece di tornare indietro aveva proseguito da solo. Per giorni e giorni, tenendo un diario dettagliato della sua impresa, fra scoperte e disperazione. “Eccomi, tutto solo in onta alle più fervorose insinuazioni, in mezzo al silenzio di una deserta solitudine, rotto soltanto dal grido di sconosciuti augelli e dagli urli ferini, senza una guida che mi indichi un sentiero, incontro a folte boscaglie nido a rettili velenosi, o lungo il corso di un fiume di tortuoso incerto letto quando quasi stagnante, quando precipite, od avvallato in gorghi vorticosi e profondi con l’incessante timore di abbattermi in orde selvaggie, e colla speranza di pure incontrarne onde avere in esse l’ajuto indispensabile alla meta fissami indeclinabile in mente”. Il 31 agosto 1823, Beltrami raggiunse finalmente un lago, una delle sorgenti del fiume intitolandola a Giulia, amica scomparsa e mai dimenticata. Il primo bianco arrivato sino a lì. Studioso instancabile dei costumi e della cultura dei nativi americani, fu lui a pubblicare il primo dizionario Inglese-Sioux, ancora oggi usato e ristampato dalla Lakota Books, contribuendo con una vasta documentazione a dare degli indiani d’America un’immagine alternativa a quella dominante di feroci selvaggi da sterminare. Al punto che secondo molti fu lui a ispirare James Fenimore Cooper per il suo classico d’avventura “L’ultimo dei Mohicani”, da cui fu tratto l’omonimo film di successo del 1992, diretto da Michael Mann.    Ma a Beltrami, va soprattutto il merito di aver raccolto in questo e altri viaggi numerosi manufatti indiani, oggi di valore inestimabile, spediti in Italia a più riprese, una collezione considerata un tesoro anche dagli etnografi d’oltreoceano, esposti  nel Museo di Storia Naturale Ettore Caffi di Bergamo e nel piccolo Museo Beltrami,  creato con straordinaria passione dallo scomparso conte Glauco Luchetti Gentiloni e curato poi dalla figlia Marzia a Filottrano, Ancona, paese delle colline marchigiane, dove Beltrami, dopo altri viaggi avventurosi in Messico e nei Caraibi, poi in Europa, visse i suoi ultimi anni morendo nel 1855, amareggiato nel sentire svilito in patria come oltreoceano il valore delle sue avventure.  “La sua vera impresa è stata l’aver percorso quel territorio inesplorato con una sensibilità eccezionalmente moderna: registrando testimonianze di prima mano sul degrado che il contatto con i bianchi stava provocando tra gli indiani, in particolare con l’alcolismo. Ma soprattutto, raccogliendo e inviando in Italia a più riprese armi, utensili, indumenti e decorazioni”.  Queste le parole di Cesare Marino, curatore con Guido Chiesura del diario di Beltrami “La scoperta delle sorgenti del Mississippi” (Biblioteca del Vascello), durante una memorabile visita alla collezione di Bergamo dieci anni fa, guidata da lui e organizzata da Italiani di Frontiera. Tra quei pezzi, un bellissimo tamburo decorato su due facce con la figura di un demone e un disco solare, così particolare dall’esser stato scelto come simbolo delle Olimpiadi Invernali di Calgary nel 1988. Da anni Italiani di Frontiera racconta la storia di Giacomo Costantino Beltrami, esempio di come saper cogliere in un mondo sconosciuto qualcosa che gli altri non vedono, grazie al proprio bagaglio culturale, come fece l’esploratore bergamasco con i nativi americani, che pure non potè comprendere a fondo. Proprio Beltrami sarà al centro del prossimo spettacolo di Italiani di Frontiera, storie di italiani sulla frontiera di ieri, quella del West,  preziose per capire, oggi, l’importanza della nostra cultura per interpretare la Complessità di un mondo da scoprire (qui l’anticipazione su BergamoNews). Nel video YouTube, una recente riflessione di Cesare Marino sul valore centrale che ispirò la vita dell’esploratore bergamasci: l’Amicizia. E sulla sua amarezza, nell’essersi sentito incompreso e aver visto svilito il valore della sua straordinaria impresa. Destino comune a tanti visionari e innovatori.

Cavalcare l’Onda della Complessità: una guida dopo gli storytelling Italiani di Frontiera a Cagliari

Che emozione, e che piacere tornare qualche giorno fa con Italiani di Frontiera a Cagliari a nove anni esatti dal primo incontro, 30 giugno 2014, scoprendo un’infinità di preziosi amici vecchi e nuovi: al mattino alla Facoltà di Ingeneria dell’Università, al pomeriggio nella sala di Open Campus, incubatore Tiscali. Un piacere anche per IdF, accompagnato per anni negli storytelling da chitarra o pianoforte, la prima di un  duetto con un sax, quello del bravo Enrico Marongiu. Grazie Enrico! Replicheremo presto…   IdF ha ampliato il proprio raggio discostandosi dal ponte Italia-Silicon Valley con sempre nuovi spunti d’ispirazione. Ecco quindi una scaletta per ricordare e approfondire gli spunti degli ultimi storytelling. Chris Hadfield astronauta canadese, combinando eccezionali competenze, realizza un memorabile video cantando Space Oddity nella Stazione Spaziale Orbitante, in assenza di peso. 52 milioni di visualizzazioni in dieci anni, per quella che David Bowie aveva considerato la miglior versione della sua canzone, uscita pochi giorni prima dello sbarco dell’Uomo sulla Luna.   A ispirargli Space Oddity, aveva detto Bowie, lo sconcerto di fronte a un film bellissimo e misterioso come “2001: Odissea nello Spazio” di Stanley Kubrick.   Lo stesso sconcerto provato davanti al film di Kubrick si ripresenta davanti al caotico Multiverso di “Everything. Everywhere. All at Once“, film dei “Daniels“, vincitore di sette premi Oscar.       Lo spazio che sa ispirare. Cristina Dalle Ore astronoma trevigiana  e la sonda su Plutone Gli italiani e la Complessità. Federico Faggin e il dono unico degli italiani di affrontare la complessità con una visione di sistema.   Fabio Parodi (ex LinkedIn) e la capacità degli italiani di affrontare la Complessità sentendosi a proprio agio anche quando questa ha le sembianza del Caos   Cavalcare l’onda della Complessità. La metafora del surf  come Pensiero Laterale, inizio dello spettacolo “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy” (Milano, Blue Note esaurito il 28 maggio 2018)   Luca Prasso da Dreamworks a Google Maria Montessori straordinaria pedagogista che insegnò a intercettare e valorizzare il talento, l’incredibile serie di Montessori Alumni protagonisti a Silicon Valley. Adriano Olivetti e gli olivettiani su Italiani di Frontiera. Roberto Busa gesuita incredibile pioniere dell’Umanesimo Digitale   Cesare Marino antropologo degli indiani allo Smithsonian Institution e scopritore di italiani nel West. Giacomo Costantino Beltrami esploratore romantico alle sorgenti del Mississippi.   La La Land, Once, A Star i is Born, Tre film che raccontando un sofferto rapporto d’amore fra due artisti svelano l’importanza di essere mentori: ispirare e aiutare gli altri a superare ostacoli sul proprio percorso. Non sono nel sito ma nel libro “Italiani di Frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (EGEA 2015, prefazione di Gian Antonio Stella) storie che si trovano online com quella dei fratelli Jacuzzi, di  Francesca Cavallo, autrice con Elena Favilli del successo mondiale di “Storie della Buonanotte per bambine ribelli”.    “Ci siamo dimenticati chi siamo. Pionieri. Esploratori. Non Guardiani”. “Interstellar” (2014) di Christopher Nolan. Italiani di Frontiera a Cagliari, Open Campus Tiscali 30 giugno 2014.

In quel film un Caos che disorienta ma allarga le Frontiere dei nostri orizzonti

  Possibile? Possibile che l’oblò di una lavatrice, una ciambella e un cerchio scarabocchiato con la penna evochino per la loro forma un Buco Nero che tutto risucchia, scompaginando le nostre coordinate spaziotemporali? E che lo sconcerto di un film all’apparenza indecifrabile possa aiutarci ad allargare gli orizzonti e comprendere un futuro già iniziato, tra Fisica Quantistica, Intelligenza Artificiale e Metaverso? Ancora ricordo il mio smarrimento da teenager all’uscita dalla sala che proiettava in prima visione a fine anni Sessanta “2001 Odissea nello Spazio”, rivisto poi non so quante volte, ogni volta scoprendo, e capendo, qualcosa di nuovo. Sconcerto misto a incanto e ammirazione: una sensazione riprovata vedendo qualche settimana fa Everything Everywhere All at Once  firmato dai “The Daniels”  (Daniel Kwan e Daniel Scheinert) ancora in diverse sale a più di un mese dal trionfo alla notte degli Oscar, in cui ha conquistato sette statuette.   Un capitolo nuovo nella storia del cinema con una valanga di idee, trovate e colpi di scena che ci fanno perdere la bussola, svelando l’angustia delle frontiere della nostra capacità di vedere e comprendere. Spiazzante anche perchè a trascinarci in un vortice di storie, trovate, combattimenti in universi paralleli che ci confondono…  è una figura in apparenza agli antipodi dei supereroi: la matura titolare di una lavanderia a gettone, oppressa da crisi col marito e con la figlia lesbica, vessata da una sadica funzionaria delle Imposte (qui sotto il trailer ufficiale in italiano).     Come ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera, la capacità di reazione mentale e visiva richiesta dal film già comincia a vacillare dopo i 30 anni … inseguendo una piccola imprenditrice che all’improvviso si scopre scienziata cuoca, attrice, amante lesbica in un Caos di universi paralleli del Multiverso in cui solo lei, per qualche strano motivo, può avere un ruolo salvifico. Per di più, quelle diverse abilità, come ha notato Rolling Stone, richiamano ruoli che l’attrice Michelle Yeoh ha interpretato in diversi film, prima di diventare, a sessant’anni compiuti, per la prima volta protagonista (mostruosamente agile e brava nei panni di personaggi diversi), in un film che come ricorda Vogue ha spazzato via stereotipi: sulle attrici non occidentali e over 50, su storie ambientate in comunità di immigrati (qui quasi tutti asiatici), sull’uso di lingue diverse e sottotitoli. “Everything Everywhere All at Once” è l’ennesimo salutare shock alle nostre consuetudini. A questo serve l’arte: allargare gli orizzonti. Era accaduto anche più di un secolo fa, quando le avanguardie fecero strame delle linee confortanti dell’arte figurativa (da Pablo Picasso a Jackson Pollock), della musica classica (da Igor Stravinskij ad Arnold Schoenberg), persino del confine che separa spazio e tempo, con Albert Einstein. Allargando i nostri orizzonti. Ma il filo di una trama così difficile da dipanare, sottotraccia in un diluvio di immagini e situazioni impossibili, non rimanda a un esercizio di sforzo visivo ma all’essenza di questioni esistenziali: chi siamo davvero? E chi avremmo potuto essere, in situazioni diverse che magari ci hanno sfiorato? E cosa ci salva, in questo caos, se non il valore dell’amore e dei rapporti umani? Come nel film, che in quel Grande Caos individua in valori di solidarietà umana l’unico senso di un universo confuso, oggi più che mai i progressi della scienza e della tecnologia sono talmente spiazzanti che è indispensabile il soccorso della filosofia e delle scienze umanistiche, per interpretare la Nuova Complessità. Fiduciosi di non doverla subire ma di poterne diventare protagonisti. (Questo post è stato pubblicato in anteprima sul blog Mork&Mindy)