Amici di IdF, con l’esempio di 50×70 for Good gli auguri di un 2009 di creativita’ e impegno

Sara’ un 2009 all’insegna della creativita’ e dell’innovazione. Nelle intenzioni dell’Unione Europea e nell’augurio di Italiani di Frontiera. Che inizia quest’anno raccontando una storia particolare. Un anno e un giorno fa, 31 dicembre 2007, bar Principe di piazza Sant’Alessandro. Ad un tavolo, l’autore di questo progetto, in piena overdose di adrenalina a pochi giorni dalla partenza degli Usa per un lavoro tutto da realizzare e immaginato da poco, ed un giovane grafico di talento, Pasquale Volpe, poi autore del logo Italiani di Frontiera, all’attivo un progetto di risonanza internazionale costruito proprio su creativita’ e impegno: Good 50×70. Con un manipolo di fedelissimi, Pasquale ha lanciato un concorso per la comunicazione sociale e la riscoperta del manifesto, ormai esclusiva delle pubblicita’ commerciali, come mezzo per campagne di sensibilizzazione su temi cruciali: dai diritti umani alle vittime di guerra, dalla scarsita’ di risorse idriche all’effetto serra. Ha stabilito contatti con associazioni e istituzioni, da Greenpeace ad Emergency, da Unicef ad Amnesty International. Ma soprattutto e’ riuscito a diffondere il concorso grazie a Internet in istituzioni, scuole, studi di grafica di tutto il mondo. La partecipazione e’ stata sorprendente, centinaia di disegni da ogni angolo del Pianeta (un contatto al sito web persino dal Polo Nord!) una giuria qualificata ha selezionato le 210 opere premiate con l’inserimento in una mostra che da tempo gira il mondo, dopo l’esordio nell’edizione 2007 alla Triennale di Milano, ed il bis nel 2008. Un lavoro immane e non retribuito, che ha richiesto energie e soprattutto una capacita’ visionaria: creare e immaginare cosa puo’ diventare la propria creazione. “La soddisfazione piu’ grande e’ stata essere chiamato a tenere un master di grafica al quale l’anno prima volevo iscrivermi come studente…” ha detto Pasquale. Che ora alterna il lavoro nel nuovo studio di cui e’ titolare a puntate in giro per il mondo, dove viene chiamato da scuole e istituti di grafica e design. “Good 50×70″ e’ comparso negli ultimi giorni del 2008 come logo di un’azione chiamata Guerrilla & Peace”, con adesivi a forma di fumetto con la parola “Pace” in diverse lingue, collocati su migliaia di manifesti pubblicitari per le vie di Milano (qui la galleria di immagini). Un anno e un giorno fa, in quel bar, Pasquale ha ascoltato con pazienza un’idea ancora solo immaginata, ha disegnato in pochi giorni un logo (ispirato per modo di dire da un orrido schizzo dell’autore, frutto di un sogno notturno) e curera’ ora la grafica di Italiani di Frontiera, (libro, nuovo sito web ecc). Il suo talento sara’ prezioso, il suo esempio accompagna gli auguri a tutti da parte di Italiani di Frontiera. Per un 2009 di creativita’, innovazione. E impegno sociale.

Due pagine sul Giorno per raccontare l’avventura californiana di IdF

“Un sestese nella Silicon Valley per capire l’Italia” e’ il titolo con il quale il quotidiano il Giorno ha dedicato oggi due pagine di primo piano a Italiani di Frontiera ed all’”avventura di famiglia” intrapresa per realizzare il progetto. Col richiamo in copertina del fascicolo locale ed una testatina “Vite di frontiera” (nientemeno!). Federico Faggin, Luca Cavalli Sforza e Roberto Crea gli Italiani di Frontiera ritratti nelle foto, mentre il pezzo cita anche Guido Radaelli, Marco Marinucci, Luca Prasso e Francesco Lacapra. Un grazie particolare a Simone Stimolo, autore del servizio, a Piero Fachin e Paolo Galliani, colleghi del Giorno che si sono dimostrati interessati al progetto entrando cosi’ di diritto tra gli Amici di Italiani di Frontiera. Qui il sommario

Da Elvia e Federico Faggin le parole migliori per gli auguri di Buon Natale 2008

A pochi giorni da un 2009 che l’Unione Europea si appresta a celebrare come Anno europeo della Creativita’ e dell’Innovazione, le parole migliori, per gli auguri di Buon Natale da Italiani di Frontiera sono arrivate da Elvia e Federico Faggin, gia’ protagonisti di un recente post. Preziosa testimonianza di solidarieta’ praticata nel modo migliore, condividendo le conoscenze con i meno fortunati, superando ogni frontiera. Assieme ad Elvia (sua la foto qui sopra) e Federico (che lasciata da poco Foveon, acquisita il mese scorso da Sigma, si appresta ad affrontare nuove sfide), gli auguri a tutti dall’autore di Italiani di Frontiera. Siamo recentemente tornati da una visita al “Lycée Technique Alessandro Rossi” a Ngozi nel Burundi. Questo liceo è una versione africana dell’Istituto Tecnico Industriale Alessandro Rossi di Vicenza, scuola che ha fornito al Veneto molti dei suoi imprenditori. L’iniziativa di fondare WITAR (Istituto Tecnico Alessandro Rossi nel mondo) risale all’anno 2003 quando Federico, ex alunno del “Rossi” di Vicenza, nominato presidente dell’associazione, ha dato l’impulso iniziale, mettendo insieme il team operativo, e raccogliendo i fondi per avviare il Lycée che ora sta fiorendo e conta piu’ di cinquecento alunni. Visitando la regione siamo arrivati fino alla diocesi di don Bruno, sperduta sulle colline di Bugwana a nordest di Ngozi, senza elettricita’ ne’ telefono. Nella vecchia chiesa sono rimasta colpita dalla Via Crucis dove l’artista indigeno ha interpretato a modo suo le figure dei carnefici rappresentadoli in divisa militare. Ho fatto varie foto e ho scelto questa immagine, dal forte simbolismo, per gli auguri di quest’anno: Auguri affettuosi di Pace, Salute ed Ogni Bene nel 2009 a tutti voi! Elvia e Federico.

Luca Prasso racconta la sua avventura a DreamWorks

Tre anni fa, alla vigilia dell’uscita nelle sale italiane di Madagascar 2, Luca Prasso, pioniere dell’animazione digitale, torinese trapiantato a Verona e da tempo emigrato a Silicon Valley (questo il sito delle sue bellissime fotografie, questo invece il sito che cura assieme alla moglie Nadia), ha raccontato in esclusiva a Italiani di Frontiera la sua avventura a DreamWorks, la societa’ di Steven Spielberg dove lavora da anni, e dove ha contribuito al successo, oltre che di Madagascar, di film come Shrek, Z la formica e Kung Fu Panda. DA VERONA ALLA CALIFORNIA – Sono nato a Torino e ho vissuto gran parte della mia vita a Verona, dove ero entrato nel mondo della computer graphic nel 1986. Negli Stati Uniti, in California, sono arrivato nel 1995, da Milano dove lavoravo per una societa canadese di grafica al computer. Qui ho iniziato con una societa’ che a quel tempo si chiamava PDI: PacificData Images, in seguito acquisita dalla DreamWorks. Facevamo spot pubblicitari e animazioni televisive per il cinema, poi nel 1996 abbiamo lavorato al nostro primo film che in italiano e’ “Z la formica”. E da li’ in poi abbiamo prodotto una decina di film e continuiamo a produrre fino alle prossime generazioni. La DreamWorks produce film d’animazione, circa due all’anno, ognuno richiede circa quattro anni di lavoro di centinaia di persone, dai creativi ai tecnici agli scienziati agli ingenieri e agli artisti. Io faccio parte come Supervisor di un gruppo che si chiama Character Technical Directors, responsabili tecnici per la preparazione e lo sviluppo del software che serve ad animare i personaggi. UN ALTRO MONDO NEL MODO DI LAVORARE – Sono arrivato dal mercato italiano dalla computer graphic, che quindici anni fa era proprio nella sua infanzia. E da piccole realta’ di citta’ come Milano, Verona, Bologna, Roma. Venendo qui ho scoperto, anche in una societa’ come quella dove sono arrivato, che aveva sessanta dipendenti, un modello di lavoro completamente diverso da quello a cui ero abituato, nel rapporto con la clientela e nel modo di realizzare il prodotto finale. A quei tempi era l’animazione per uno spot pubblicitario, adesso e’ la produzione di un film. il numero di persone che lavora sulla produzione e’ cambiato ma non e’ cambiato l’approccio manageriale, tecnico e creativo alla produzione di un prodotto. Una delle cose che ho notato arrivando in un gruppo di lavoro qui negli Stati Uniti, e’ il diverso rapporto che c’e’ tra le persone. Da una parte, c’e’ un enorme interesse a condividere le proprie conoscenze e a insegnarti concetti nuovi. Dall’altra, questo ambiente di lavoro basato piu’ su un rispetto reciproco che sul conflitto e le liti per poter far prevalere la propria opinione. Si cerca di arrivare ad un’opinione comune attraverso metodi un po’ piu’ pacifici, anche se questo costringe noi Italiani a limitarci nel nostro gesticolare…si cercare di appianare le divergenze senza dover perforza arrabbiarsi. Solo una volta, con una persona che aveva completamente distrutto il frutto di giorni e giorni di lavoro cancellando un hard-disk, ho perso le staffe, cosa che magari in Italia succedeva abbastanza spesso: dovevi semplicemente far prevalere la tua opinione su un’altra. Qui si cercano altri modi e spesso costa molta fatica dover cercare di essere politicamente corretto, ma poi i vantaggi ci sono e compensano gli svantaggi del lavorare sempre incavolati e stizziti. UN PRESAGIO IL VECCHIO COMMODORE – Io ho sempre disegnato e ho sempre voluto disegnare nella mia vita ho sempre pensato che avrei fatto qualcosa legato al disegno. Un giorno, era il 1982, ho scoperto un personal computer, il Commodore Vic-20, a casa di un compagno di classe in quarta liceo. Dopo aver speso tutta la giornata a scrivere il codice, premendo un bottone siamo riusciti a disegnare dei cerchi sullo schermo e da quel giorno ho capito che avrei disegnato in quella maniera. Questo presagio si e’ poi rivelato la direzione nella quale ho impostato tutto il resto della mia vita. GRAZIE A MAESTRI E MIO PADRE – Ci sono alcune persone che hanno contato molto nella mia vita lavorativa. La prima, alla quale mi sono rivolto la prima volta per potere trovare un posto in una societa di computer graphic a Verona, si chiamava Francesco de Luca. Aveva fondato questa societa’ investendo tantissimi dei suoi soldi. Aveva venduto la casa per comprare un computer estremamente costoso, sul quale per anni si sono passati giorni e notti ad imparare, come funzionava e cosa dare ai clienti, come produrre qualcosa di innovativo guardando cassette che ci arrivavano trafugate dagli Stati Uniti con pubblicita’ incredibili ed effetti speciali incredibili, che noi volevamo copiare anche se non potevamo, perche’ non avevamo computer super potenti.. devo ringraziare anche le persone che mi hanno permesso di arrivare da Verona a Milano e poi di andare in giro per il mondo e in seguito di ottenere la possibilita’ di avere il colloquio per venire negli Usa. Ma prima ancora devo ringraziare mio padre, che ha assecondato il mio desiderio di lavorare e giocare con i computer dandomi la possibilita’ di farlo fin dai primi anni del liceo. CONSIGLIO AI GIOVANI: SAPER GUARDARE – Una delle cose che consiglio di solito ai giovani italiani e’ di imparare a guardare dentro se stessi e il mondo fuori. Cercare di capire durante anni di studio che cosa veramente si vuol fare. E cercare di guardarsi intorno, oggi ci sono molte piu’ possibilita’ per farlo. Scoprire cosa c’e dietro una particolare specializzazione o un particolare lavoro e cercare veramente di capire quali sono i propri punti di forza e i punti deboli, lavorare su questi e su quel che manca per poter arrivare ad un certo obiettivo che ci si sta prefissando. Gli strumenti adesso per migliorare, per capire e per apprendere sono tantissimi in confronto a quelli che avevamo noi 20-30 anni fa. Altra cosa importante e’ essere aperti a voler studiare e soprattutto a lavorare in giro per il mondo. E andare oltre a questa mentalita’ che forse trovo italica ma anche di

Amici di Idf, incontro con William Klein uno dei grandi maestri della fotografia

Incontro con un personaggio storico del mondo della fotografia, nei giorni scorsi a Milano. William Klein, americano che da lunghi anni vive in Europa, e’ il protagonista della mostra “Contacts”, tra fotografia e pittura, dedicatagli da Contrasto a Milano nella sede di Forma, Centro internazionale della fotografia. Qui l’intervista a Klein per Reuters. L’appuntamento e’ stata occasione per fare amicizia con Gino Begotti, bravo fotografo veneziano trapiantato a Milano, veterano della cronaca e del costume. Qui e qui i blog con le belle foto di Gino, autore anche dell’immagine qui sopra (grazie Gino!).

Amici di IdF: Joichi Ito, guru di Internet, spiega come la Rete puo’ aiutare a uscire dalla crisi

Dallo sviluppo delle community all’intreccio tra professionismo e volontariato, Internet ha realizzato con successo dei modelli nuovi ai quali oggi il mondo del business, travolto dalla crisi finanziaria, dovrebbe guardare con attenzione, prendendo all’occorrenza esempio. E’ quanto ha affermato uno dei guru mondiali della Rete, Joichi Ito, giapponese, amministratore delegato di Creative Commons, investitore e studioso visionario, nel corso di un’intervista a Milano in occasione di un evento nella sede Cfmt. Dopo l’incontro a Ito, che ha vissuto a lungo a Silicon Valley, e’ stato brevemente illustrato il progetto Italiani di Frontiera, di cui Cfmt e’ partner. Qui l’intervista per Reuters. Qui il profilo di Ito da Wikipedia. Questo invece il suo blog. Piccola sodisfazione personale. Quando Joi ha visto la mia macchina fotografica, ha tirato fuori la sua… tutte e due Canon G9! Per un momento mi sono sentito all’avanguardia. Ovvio che sulla sua, lui aveva montato due sfiziosi gadget che io per ora mi sogno…

Federico Faggin, “padre” del microchip: conflitti, egoismi, cosi’ l’Italia e’ stata umiliata da Taiwan

Molti lo considerano il numero uno. Chi legge queste righe al computer lo fa grazie a lui, visto che e’ uno dei padri del microchip. E dovrebbe ringraziarlo due volte se ha un laptop, perche’ e’ stato anche l’inventore del touchpad. Vicentino, classe 1941, Federico Faggin e’ una figura storica del made in Italy a Silicon Valley, dove si e’ trasferito quasi quarant’anni fa con la moglie Elvia (con lui nella foto). E dove oggi e’ amministratore delegato di Foveon, azienda che produce sofisticati sensori d’immagine. Faggin ha affidato a IdF in esclusiva una profonda riflessione sulle cause, tutte culturali, dei ritardi del suo Paese d’origine, al quale e’ rimasto affezionato, nel campo in cui lui ha primeggiato a livello mondiale: quello dell’innovazione tecnologica. Un’analisi lucida e impietosa, un contributo eccezionale, che Italiani di Frontiera proporra’ in due parti. “PERCHE’ NON IN ITALIA – Perche’ questo centro d’avanguardia che è Silicon Valley è possibile qui e non in Italia? E come mai, visto che qui ci sono così tanti italiani? Dunque non manca la materia grigia, ma il saper organizzare le cose in modo da usarla. Non ho studiato il problema in dettaglio, il mio tempo è molto limitato per queste cose. Ma per capirne le origini, i fatti singoli non danno idea di come si cambi una situazione. Quando uno ha un problema tecnico, la prima cosa che diciamo qui e’: dobbiamo trovare e affrontare la causa alle radici… L’ESEMPIO DI TAIWAN – Quarant’anni fa, in campo internazionale l’Italia non era cosi’ arretrata nelle tecnologie, come e’ oggi. C’erano aziende come Olivetti, ma non solo: Telettra, Selenia, Magneti Marelli… tutte sparite o snaurate. C’e’ da chiedersi perche’ oggi un Paese come Taiwan, che allora era molto piu’ indietro, sia diventato una potenza mondiale in questo campo, mentre l’Italia ha perso terreno. Alcune osservazioni possono essere importanti. Partendo proprio dall’esempio di Taiwan. Negli anni Sessanta, molti figli di taiwanesi sono venuti qui a studiare ed imparare, poi a lavorare. Non parlo di tre o quattro ma di migliaia di ragazzi, che si sono dati da fare, hanno imparato come si fa. Il loro Paese ne accoglieva con favore il ritorno. Perche’ li’ c’e’ la convinzione che se si crea un benessere economico, non e’ solo nell’interesse di alcuni ma nell’interesse di tutti. IL PREGIUDIZIO DELLA TORTA DA SPARTIRE – Generalmente, gli italiani che sono andati via, se tornassero indietro non sarebbero invece cosi’ ben visti. Perche’ in Italia c’e’ una forma di competizione molto forte. Vige il principio della “torta finita”: se qualcuno ha successo vuol dire che si sta prendendo una fetta più grande e quindi la toglie a me. Non c’e’ quel senso del bene comune, che vedo invece in Paesi che hanno avuto piu’ successo, in base al quale se uno realizza un aumento di valore, ingrandisce la torta e ne beneficiano tutti e non solo lui. Questa mancanza si traduce, in politica, in governi che non durano, non hanno una strategia o un piano a lunga durata, in modo da dare risultati. E’ un peccato perche’ gente brava ce n’e’ tanta in Italia. Capace, piena di intelligenza e voglia di fare. Viene frustrata da un ambiente che non da’ opportunita’, taglia le gambe… CONFLITTI AUTOLESIONISTI – Questa rivalita’, si traduce spesso in una conflittualita’ autolesionista. Paradossalmente, in Italia sembra prevalere una mentalita’ del tipo: “Sono disposto a perdere, pur di far perdere anche te”. Sembra assurdo… In una trattativa, uno puo’ uscire vincitore e l’altro sconfitto, o viceversa. Ma si puo’ anche ottenere entrambi qualcosa, da una negoziazione. Il modo peggiore di concludere invece e “lose to lose”: per non far vincere l’altro, si perde tutti e due. Questa conflittualita’ estrema, basata sul togliere all’altro, questa mancanza di buona volontà di mettersi d’accordo per un bene comune, si vede nella societa’, nelle liti tra inquilini ad esempio, come tra i politici. Io la vedo spesso nei sindacati, quasi una continua lotta di classe: sono disposto a perdere tutto, purche’ i padroni non prendano un po’ troppo… una mentalita’ assurda, arretratissima. COSA COMUNE SOLO PER GLI AFFARI PROPRI – Questa mentalita’ ispira anche l’attitudine tipica verso la cosa comune: non un bene collettivo ma qualcosa da usare a proprio beneficio, togliendola possibilmente agli altri. Questo “grabbing”, prendere per sè, è una forma di psicologia primitiva. Pagare le tasse qui negli Usa, per esempio, è considerato un partecipare a questo bene comune. Un dovere civico. Evadere, come tanti fanno in Italia, “tanto ci tassano troppo e ci dobbiamo difendere da un governo che ci salassa,” nascondendosi dietro a quello che fanno altri, spalleggiandosi a vicenda, qui non sarebbe nemmeno concepibile. NESSUN PROGRESSO SENZA GIUSTIZIA – Ora, se guardiamo ai Paesi che (per questa carenza del senso di bene comune) faticano a sfruttare le loro potenzialità economiche, a dare benessere al loro cittadini, alla base in genere ci sono corruzione e mancanza di un sistema legale che protegga la vittima di ingiustizie. Quando sono presenti questi due elementi, un sistema automaticamente non può produrre ricchezza. I Paesi che sono del Terzo Mondo, e ci rimangono, hanno queste caratteristiche, che purtroppo ha in parte anche l’Italia. Corruzione e un sistema giudiziario incredibilmente lento. Pertanto, se mi prendo delle libertà con gli altri, visto che ci vorranno 20 anni prima che mi puniscano, sarò già morto prima che giustizia sia fatta. Questo fenomeno ha l’effetto di incoraggiare molte persone alla disonestà e indebolire le persone oneste, che invece si scoraggiano. E non è certo quel che serve per conquistare mercati, andare avanti. E’ invece tipico di chi finisce per tirarsi indietro, perdendo motivazione. Uno si rassegna, non può lottare in un Paese dove ti legano le mani dietro la schiena: come si fa a battersi cosi’? TORNARE? NON CI PENSO PROPRIO – In questa situazione, a livello internazionale quale grande azienda americana vuole investire in Italia per avere problemi? Meglio farlo in altri Paesi, dove il sistema protegge chi fa gli investimenti. A tornare in Italia io non ci penso

Gli “Italindiani” del West di IdF in un reportage sul mensile Geo

Prima uscita sulla carta stampata per Italiani di Frontiera. L’ultimo numero del mensile Geo in edicola pubblica infatti un reportage che raccoglie le straordinarie biografie raccolte da Cesare Marino, parte integrante di questo progetto. Carlo Camillo di Rudio conte bellunese sopravvissuto a Little Big Horn, Carlo Gentile fotografo napoletano, Costantino Beltrami esploratore bergamasco sul Mississippi,Paolo Andreani che percorse invece l’Hudson, e Giorgio Pocaterra, cowboy vicentino del Novecento, sono i protagonisti del servizio, che propone anche alcune delle foto di Daniela Rota dei manufatti indiani raccolti da Beltrami e conservati in un museo di Bergamo. L’articolo sugli italiani fra gli indiani fa parte di uno speciale Usa che comprende anche un reportage sui bianchi del profondo Sud firmato da Paolo Pontoniere, giornalista italiano da 20 anni a San Francisco, tra gli amici di Italiani di Frontiera. Grazie per l’editing a Paola Vozza e Irene Merli, photo editor e redattrice di Geo, e in particolare a Fiona Diwan e Marco Restelli, che mesi fa come direttore e vicedirettore di Geo hanno creduto nel progetto.

Francesco Lacapra, da Olivetti e Università al fare impresa a Silicon Valley

I razzi caserecci che creava da ragazzino li considera un presagio. La vocazione per scienza e tecnologia l’ha espressa all’Olivetti e insegnando all’Universita’ a Milano, prima di scegliere di fre impresa a Silicon Valley. Cosi’ si racconta Francesco Lacapra, oggi alla vigilia di un’altra sfida con il lancio di nuovi prodotti MaxiScale, a fianco di Gianluca Rattazzi. UN PRESAGIO QUEI RAZZI DA BAMBINI -Scienza e tecnologia mi hanno sempre interessato moltissimo. Da ragazzini si leggeva Scientific American e ci si appassionava alle soluzioni ingegnose. Sono nato a Potenza in Lucania e in una piccola citta’ si godono delle liberta’ che in citta’ grandi non hai. Ricordo che nella casa di campagna costruivamo razzi con gli amici, sempre piu’ complessi. Ad un certo punto capimmo che quei tubi metallici con reazioni chimiche potevano diventare pericolosi. E cosi’ per la prima volta al posto del solito innesco a miccia ne realizzammo uno che si accendeva a distanza, mediante pulsantiera. Fu il culmine della nostra esperienza tecnologica. Forse un presagio… NEGLI USA DA LICEALE – Devo moltissimo ai miei genitori, all’esempio di serieta’ e integrita’ con le quali mio padre e mia madre affrontavano tutto. E al fatto che mi hanno sempre lasciato libero di scegliere. Come quando a 16 anni ho deciso di venire per un anno negli Usa come liceale nell’ambito di un programma di scambi studenteschi. Gia’ dall’inizio del ginnasio non ho mai avuto dubbi che mi sarei laureato in ingegneria elettronica. L”ho fatto all’Universita’ di Roma, uscendo nel 1973 con il premio Mose’ Ascoli di miglior laureato dell’anno. Avevo avuto offerte dall’Universita’ ma volevo fare qualcosa di pratico. Cosi’ho vinto il concorso all’Enel entrando nel loro centro di ricerca, diretto dal professor Giorgio Quazza del Politecnico di Milano. Poi visto che sapevo bene l’inglese partecipai al concorso per una borsa di studio Fulbright per andare a Berkeley, dove ho conseguito il Master degree in Computer Science. Fu un’esperienza che mi apri’ orizzonti incredibili, a contatto con persone eccezionali, tra i docenti ma anche tra gli studenti. Uno stimolo straordinario, dal confronto con nuove idee che fanno venire nuove idee anche a te… col Master tornai in Italia al centro di ricerca per un altro anno. L’ ESPERIENZA OLIVETTI – Poi nel 1981 passai a Olivetti che mi mando’ di nuovo qui negli Usa per lavorare ad un nuovo sistema operativo, Progetto Linea Uno, dove ritrovai Gianluca Rattazzi, conosciuto Berkeley, col quale abbiamo fondato MaxiScale. Olivetti cominciava a capire che era il caso di muoversi verso sistemi operativi standard piu’ che fatti in casa. Era il momento di grande crescita di Unix, noi ne sviluppammo una versione nostra. Nel frattempo, insegnavo informatica alla Statale a Milano, un’esperienza straordinaria, fu un’enorme fortuna disporre di un patrimonio umano eccezionale. a contatto con ragazzi estremamente plasmabili, e interessati a capire e voler fare cose interessanti. Tra loro Giamma Clerici, venuto anche lui nella Bay Area, Franco Renne, oggi amministratore delegato ICTeam di Bergamo, uno dei piu’ dotati. Facemmo cose al di fuori del comune, lavorando nelle stesse aree in cui mi muovevo al centro sviluppo Olivetti. In un certo senso, creammo un’atmosfera a Silicon Valley: meno distanze tra studenti e docenti, come avviene nelle universita’ Usa, possibilita’ di integrare lo studio con progetti imprenditoriali. Mentre altri realizzavano sistemi simili quasi fatti con lo stampino, il nostro a Olivetti aveva funzionalita’ e prestazioni uniche, era all’avanguardia. Il gruppo crebbe da 4 a oltre 60 persone e Unix divento’ un prodotto fondamentale di Olivetti. Ma dopo che At&T e Sun ne crearono una versione comune, ci furono poche possibilita’ di continuare a svilupparne uno “made in Ivrea. Aprii cosi’ una mia societa’ di consulenza su Milano. Lavoro interessante ma sempre piu’ su applicazioni che su sistemi complessi, che e’ quel che piu’ mi piaceva. In piu’ grazie all’universita’ potevo mantenere il rapporto con gli studenti. DIECI ANNI FA A SILICON VALLEY – Ma le cose cambiavano, l’impressione era che ci fossero sempre meno spazi per attivita’ tecnologicamente significative. Per trovarli, sono giunto alla conclusione che sarei dovuto venire a Silicon Valley. Abbiamo caricato un container e siamo arrivati qui nel giugno 1998. Avrei dovuto farlo prima. Non sono amante di grandi aziende, Gianluca Rattazzi partiva con un nuovo prodotto per piccoli uffici e la casa, concetto molto interessante, di file server a basso costo, anche con Luciano Dalle Ore. Meridian Data poi acquisita da Quantum. (Si chiama Snap Appliances). Dopo un breve periodo con una societa’ che faceva switch per comunicazioni, che non mi piaceva, ho seguito Gianluca in BlueArc. Dove ho progettato cluster di file system, connessioni di macchine multiple. Poi con Luciano Dalle Ore nel 2003 sono passato a Z-Force (divenuta poi Attune Systems), dove ho progettato una nuova architettura di prodottio per una sorta di aggregatore di file server, come un cluster senza cluster. Intanto Gianluca ha aveva colto l’opportunità di un prodotto basato su una infrastruttura di storage (inteso come sistema per la memorizzazione dati) capace di crescere a dismisura. Cei sono delle aziende i cui requisiti necessari per un efficace piattaforma storage sono diversei da quelli tradizionali dei sistemi informatici di grandi aziende. Sono le aziende di social networking, che hanno bisogno di spazi enormi. E quando si ha a che fare con un universo di clienti, sono necessari sistemi di storage capaci di crescere con le esigenze, senza essere limitati dai confini di un singolo computer. Cosi’, mi sono messo a progettare un sistema che realizza una “federazione” di computer distinti, facendoli apparire come un tutt’uno. Quando qualcuno ha bisogno di piu’ spazio, non deve far altro che aggiungere un computer della stessa classe e il nostro software fa il resto. Questa e’ l’ idea di MaxiScale, partita nel marzo 2007: un progetto Che mi entusiasma piu’ di tutto quello che ho fatto sinora. Usciremo a breve, con una soluzione molto innovativa e per soddisfare una serie di esigenze che nessun altro copre. La richiesta c’e’ e ci sono buone possibilita’che l’idea funzioni anche sul piano commerciale ITALIANI

Cento anni di Olivetti – Enrico Pesatori, da Ivrea a direttore per il Nord America

Un altro veterano di Olivetti rievoca con Italiani di Frontiera la sua esperienza. Oggi alla presidenza di Penguin Computing, all’avanguardia nel campo dei cluster (aggregazioni di numerosi computer dalle prestazioni eccezionali, dedicati al sistema Linux), Enrico Pesatori e’ stato direttore Olivetti nel Nord America. Laureato al Politecnico di Torino, ho iniziato la mia carriera alla General Electric in Usa, partecipando per due anni al loro prestigioso corso per giovani managers. Tornato Italia, dopo un anno alla GE passai alla Olivetti, 17 anni che mi hanno portato da product manager a Ivrea alla direzione della Olivetti Nord America. In quegli anni la mia carriera e’ stata meta’ in USA e meta’ in Italia. Le mie resposabilita’ sono state molteplici, dalla direzione dei Prodotti per Ufficio (vedi Electronic Typewriter), alla direzione della Divisione Informatica Distribuita (vedi Personal Computer M24, progettato nei laboratori di Cupertino, CA e nuova linea sistemi) e alla gia’ nominata direzione del NA. Gli ultimi dieci anni li passai sotto la direzione di Carlo Debenedetti, Presidente di Olivetti. Un gran manager e un eccellente business man che ho sempre stimato e da cui ho imparato molto. Lasciai l’Olivetti 1990 per la posizione di CEO di Zenith Data Systems a Chicago, azienda che di fatto invento’ il laptop. RIPENSANDO A OLIVETTI – La Olivetti ha attraversato tanti fasi, fra gli anni Settanta e Ottanta quando c’ero io. Ha creato macchine ottime ma in alcuni casi non ha avuto i mezzi finanziari per sostenerle. Per questo alla fine degli anni Sessanta la divisione elettronica fu ceduta a GE. La mia storia in azienda e’ stata legata all’inizio alle macchine da calcolo Olivetti negli Usa e alla macchina per scrivere elettronica . La vera spinta verso il sucesso inizio’ nel 1978 con l’arrivo di Carlo De Benedetti, capace di trasformare in tre anni Olivetti in un’azienda eccellente, numero due nei PC dopo IBM e leader per le macchine da scrivere elettroniche. Negli anni Ottanta Olivetti divenne estremamente popolare, aveva importanti quote di mercato in Europa. Era dotata di un management di prestigio in tutto il mondo e sopratutto generava ottimi utili. Purtroppo alla fine degli anni ’80, una recessione nel settore, qualche scelta di organizzazione infelice e una po’ di stanchezza nel management avviarono l’azienda a un lento e penoso declino.