Lawrence Lessig a Milano: il web strumento di rivoluzione democratica della politica

Le potenzialità di interazione che offre Internet si stanno dimostrando uno strumento straordinario di profonda riforma della democrazia e della politica, nel ripristinare una partecipazione attiva e la credibilità di istituzioni screditate dal lungo rapporto privilegiato con potentati economici. Parola di Lawrence Lessig, giurista ad Harvard e Stanford, ospite illustre a Milano di Meet the Media Guru. Davanti ad una platea da tutto esaurito, Lessig, esperto dei diritti intellettuali nel Web, che ha abbinato all’impegno civile quello politico, a sostegno della candidatura di Barack Obama, suo compagno all’Università, nella corsa alla presidenza Usa, ha parlato di Internet e delle straordinarie potenzialita della Rete come strumento di partecipazione atriva, per una radicale riforma della politica e della democrazia. Proprio mentre in Italia il mondo politico ha in cantiere una serie di provvedimenti per imbrigliare e senzionare il web. Qui il servizio per Reuters. Qui la galleria fotografica dell’evento.

Eusebio Chini, gesuita e scienziato trentino del Seicento, padre dell’Arizona tra gli indiani Pima

La sua statua e’ esposta in Campidoglio a Washington. Ma pochi sanno che Eusebio Kino (1645-1711), gesuita, scienziato ed evangelizzatore fra Seicento e Settecento tra gli indiani Pima dell’Arizona, si chiamava in realta’ Eusebio Francesco Chini, era nato in Trentino e fu straordinario uomo di pace e di cultura. Per ricordarlo, il 10 gennaio 2016 è stata celebrato il Kino Legacy Day al Tumacacori National Historical Park MISSIONARIO ED ESPLORATORE – “Eusebio Francesco Chini fu il più caratteristico pioniere e missionario di tutto il Nord-America: esploratore, astronomo, cartografo, Costruttore di missioni e di fattorie, grande allevatore di bestiame e difensore delle frontiere. La sua vita non è solo quella di un individuo eccezionale: essa illumina la storia della cultura di gran parte dell’emisfero occidentale nella stagione pionieristica”, scrisse negli anni Trenta Herbert Eugene Bolton, tra i piu’ eminenti studiosi di storia ispano-americana. DALLA VAL DI NON AL MESSICO – Nato a Segno (Val di Non) nel 1645, erede di nobili proprietari terrieri, Eusebio Chini dopo gli studi si fece gesuita e prese il secondo nome di Francesco, dopo il voto fatto a San Francesco Saverio per una gravissima malattia contratta da ragazzo da cui guarì quasi miracolosamente. A vent’anni entrò nella Compagnia di Gesu’, con la speranza di essere mandato in Cina. Fini’ invece in Nuova Spagna, il Messico, dove arrivo’ nel 1681 dopo un viaggio di tre anni durante il quale perfeziono’ la preparazione scientifica che aveva maturato in universita’ tedesche.Cambiato in Kino il suo cognome originale (che in inglese veniva letto piu’ o meno come “cinese”), partecipo’ a tre viaggi di evangelizzazione nella Bassa California, che per primo accerto’ essere una penisola e non un’isola come si credeva all’epoca. Fu il primo impatto con gli indiani a convincerlo che l’approccio rozzo e militare degli spagnoli era sbagliato. Di li’ l’idea del suo grande piano missionario di trasformazione religiosa e civile, che sviluppo’ dal 1687 partendo dallo stato di Sonora (all’epoca Pimeria Alta), confinante con la California, per evitare i massacri commessi nel secolo precedente con Maya e Aztechi. PADRE A CAVALLO – Chini mirava a una conquista pacifica, senza l’uso delle armi, attraverso i religiosi e gli stessi indio. Voleva che le missioni fossero collegate ad attività economiche, che le rendessero indipendenti. Cambiò gli indiani Imeri, Sobaipuri, Pápago, Gila, Pima in popolazioni di agricoltori e allevatori, facendo importare dall’Europa grano, svariate colture e bestiame di ogni genere, trasformando presto le valli ricche di acqua si trasformarono in zone fertili, spesso saccheggiate dagli Apache, tribù nomadi più violente, ai quali Chini non era mai giunto, obbligando i proprietari a difendersi. Predicava il Vangelo, spesso mediante un interprete. Dopo una sommaria istruzione battezzava i moribondi e i bambini. Formo’ una rete di comunità, che visitava regolarmente per istruzione, culto e animazione comunitaria, con tale frequenza da guadagnarsi il soprannome di “padre a cavallo”.In genere i suoi insegnamenti venivano accettati da popolazioni di cui difendeva strenuamente costumi e cultura, tollerandone anche alcuni eccessi. Chini si impegnò nella difesa della dignità degli Indiani di Sonora, opponendosi agli obblighi di lavoro nelle miniere d’argento che la monarchia spagnola imponeva loro. Questo gli causò diversi contrasti con gli altri missionari, molti dei quali agivano in accordo alle leggi imposte dalla Spagna ai nuovi territori. SCIENZIATO E CARTOGRAFO – Chini non smise mai di effettuare anche accurate rilevazioni scientifiche, che metteva poi a servizio degli indio e dell’organizzazione missionaria. Oltre alla riscoperta della peninsularità della bassa California (che dopo il 1622 era stata erroneamente ritenuta un’isola), raccolse moltissime osservazioni scientifiche, redasse innumerevoli mappe e preziose carte geografiche (di cui 32 accertate) che inviò anche in Europa. L’EREDITA’ – Considerato uno dei fondatori dell’Arizona, nel 1965 lo stato ha donato una statua bronzea di padre Chini al National Statuary Hall del Campidoglio degli Stati Uniti di Washington, luogo dove vengono ricordati i principali fondatori dei diversi stati americani. In onore di Eusebio Chini, due città messicane dello stato di Sonora portano il nome di Bahía Kino e di Magdalena de Kino. Come ricorda Cesare Marino, antropologo allo Smithsonian Institution tra i massimi esperti di nativi americani e amico di Italiani di Frontiera, il primo a fotografare, nell’Ottocento, le missioni fondate da Chini, come quelle di San Xavier del Bac e di Tumacacori, fu un altro italiano, Carlo Gentile, tra i protagonisti di Italiani di Frontiera. A padre Kino è dedicato un museo a Segno in Val di Non, suo paese natale, e  il Mausoleo di Magdalena de Kino, nel nord del Messico, nello stato di Sonora, dove si trovano molte delle missioni da lui fondate e dove negli anni Settanta furono ritrovati i suoi resti, ora ospitati nel mausoleo (qui sotto padre Kino  nel murale di Nereo De La Pena che orna il mausoleo).   Il profilo di Chini è illustrato nel sito dei Gesuiti,  fonte principale di questo post.

“Quando Steve Jobs presento’ il mio video…” Enza Sebastiani, una filmmaker ad Apple

Partecipare ad una presentazione del leggendario Steve Jobs, fondatore di Apple, con migliaia di persone. Vedere sullo schermo alle sue spalle un fotogramma del proprio video, sentire Jobs che lo presenta, dicendo che e’ stato realizzato da una persona “molto dotata”. Anche se non ne fa il nome. E’ quanto accaduto a Enza Sebastiani, filmmaker romana, in California dall’inizio degli anni Novanta, da poche settimane QA Engineer per il Consumers Applications Team ad Apple, dove e’ stata a lungo consulente nel settore video. Qui e qui i suoi lavori. Qui invece Enza in una divertente parodia sexy, “Parah Salin” e una sua campagna pubblicitaria per i gelati di Ben & Jerry, AmeriCone Dream che ha chiamato “There Is No Spoon”. DUE MONDI DA ROMA A LOS ANGELES – Sono venuta da Roma in California nel dicembre del 1991 con la speranza di fare la scuola di cinema e fare film. La Ucla (University of California, Los Angeles) aveva il numero chiuso in cinematografia, cosi’ intanto ho studiato English for Professional Communications, e corsi come sceneggiatura, montaggio, improvvisazione teatrale e persino tiro con l’arco arco, nell’incredibile campus dell’Ucla, che sembra uscire da un libro di Harry Potter. Belle esperienze, ma tra Roma e Los Angeles ci sono stati di mezzo diversi pianti. Due mondi. Mi piaceva andare in bicicletta e camminare, ma a Los Angeles non camminava nessuno e mi guardavano dalle loro macchine come un marziano. Pero’ il sogno non e’ mai svanito. DA HOLLYWOOD AD APPLE – Per vivere a Los Angeles devi esserci nato… io ci sono rimasta sino a fine 1992, trasferendomi poi a San Francisco, che avevo visto da turista, innamorandomene. Ho studiato cinema al San Francisco City College e intanto scrivevo e giravo i primi cortometraggi in Super 8 e 16 millimetri. Poi sono tornata a Los Angeles, dove ho fatto uno stage lavorando nella produzione di Propaganda Film (“1000 Acres”). Era il 1996, allora si giravano video musicali e film in 35 millimetri, riprendendo simultaneamente in analogica per far vedere al regista cosa si stava girando. Gestivo il deck analogico sul set. Negli ultimi 10 anni tutto e’ cambiato, in digitale. Fra 1996 e 1999 ho anche fatto provini, fra una produzione e l’altra, lavorando in video musicali, pubblicita’, TV sitcom (News Radios) e in un bel film di Hbo, “Wallace”, su George Wallace, senatore dell’Alabama, interpretato da Gary Senise. Tornata a San Francisco, i miei amici italiani Francesco e Luigi, del ristorante Il Fornaio erano andati tutti alla sede Apple di Cupertino a gestire il Cafe’ Mac su richiesta personale di Steve Jobs, il CEO di Apple. Mi chiesero di aiutarli nella gestione del locale, dove i clienti sono passati da 150 a 1.600 al giorno. E in tre mesi ho conosciuto tutti, compreso Steve Jobs, che veniva spesso a mangiare li’. E’ cosi’ che sono stata assunta come Advertising Budget Coordinator. STEVE JOBS PRESENTA IL MIO FILM – In quel 1999 Jobs aveva introdotto iMovie, il software che ha rivoluzionato il mondo del montaggio digitale. Quando ho visto per la prima volta la presentazione di iMovie fatta da Steve e ho visto quanto era facile fare una dissolvenza mi sono venute le lacrime, pensando ai nostri film in superotto, fotogrammi piccolissimi, mi ci ero persa gli occhi a lavorarci, una dissolvenza era difficile e per un effetto di qualsiasi tipo dovevi fare tutto in manuale… mi sono detta: basta, ora devo cominciare a fare tutti quei progetti che non ho mai iniziato per questione di budget. Sono stata una pioniera del digitale. Anche se e’ considerato un consumer product, iMovie ti permette di fare tanto. Con l’ultima generazione appena introdotta iMovie 8.0 sta veramente diventando qualcosa di magico. E’ nel pacchetto iLife ’09, ho lavorato su questo prodotto come QA engineer per un anno. Ma il software professionale di montaggo di Apple e’ Final Cut Pro, che ti permette di creare un intero lungometraggio, come hanno fatto i fratelli Coen con “Non e’ un Paese per vecchi” o “Brokeback Mountain” diretto da Ang Lee. Nel Novembre del 2000 ho girato in 35mm un cortometraggio, “Swing Dance” che scrissi per due motivi: l’amore per la danza e la vita in genere, ma anche per mostrare come e’ facile creare video sul Mac. Convertii il filmato in digitale, lo importai poi lo montai con iMovie, lasciandone una copia alla segretaria di Steve Jobs, come “regalo di Natale 2000”. Senza ottenere risposta. Poi mi arrivo’ l’invito alla presentazione innaugurale di Macworld 2001 al Moscone Center di San Francisco, dove 5000 persone fra stampa e VIP si vedono rivelare le nuove generazioni di hardware (computers) e software (programmi) disegnati e prodotti proprio qui alla Apple. Steve ha un carisma unico, un’energia travolgente che ti porta dentro al pianeta Apple, facendoti capire l’importanza della tecnologia su un piano creativo e di business. E quella volta, mentre parlava di un sistema rivoluzionario per distribuire video, chiamato iDVD, sullo schermo appare un fotogramma del mio video, “Swing Dance”. Durante la sua presentazione ad un certo punto fa vedere uno spezzone del mio filmato dicendo: “Questo e’ stato fatto con iMovie, su un Mac by da una dipendente Apple mollto dotata”. Grande emozione. Anche se Steve non mi ha neanche nominata per via di Public Relations e di strette corporate policies… Chi ricorda il film “Almost Famous”? Ma poco dopo fui invitata da Steve Jobs a lavorare nel suo Product Marketing Team come Video Communications Specialist, per monitorare, aiutare a migliorare e incrementare l’uso di iMovie. Uno dei progetti che ho disegnato e che e’ stato adottato subito, e’ stata l’“iMovie Gallery”, l’antenato di Youtube, una galleria virtuale su apple.com che ospitava video e commenti di utenti Apple. Il 14% del traffico totale di apple.com veniva generato prioprio dall’iMovie Gallery. In meno di 3 mesi la data base aveva oltre 10.000 utenti attivi. Un altro progetto che atterro’ sulla mia scrivania e’ stata la produzione di un video sul Firewire su richiesta dell’Academy Awards di Hollywood, per la categoria

Amici di IdF: assurdo mettere limiti a Internet, dice Cory Doctorow, guru canadese del web

Pretendere di imporre ai siti di servizi Internet di filtrare i contenuti pena sanzioni è impossibile e sarebbe un colpo mortale per il futuro della Rete. E i Paesi che adottassero misure del genere si autoescluderebbero dal dialogo culturale del XXI secolo. E’ il parere di uno dei piu’ celebri guru del web, Cory Doctorow, incontrato nei giorni scorsi a Milano, dove e’ stato ospite di Meet the Media Guru, iniziativa promossa da Maria Grazia Mattei, che annoveriamo tra gli Amici di Italiani di Frontiera. Come Cory, al quale abbiamo illustrato brevemente questo progetto, al termine di un‘intervista per Reuters. AGGIORNAMENTO – Di seguito, il testo integrale della chiacchierata di straordinario interesse con Cory, su temi disparati. LIBERTA’ DI INTERNET – Un paio di questioni da considerare… è il costo di affidare a mediatori di Internet la responsabilità (dei contenuti), un colpo mortale a nuovi serivizi Internet. E’ praticamente impossibile che vigilino sul rispetto dei diritti d’autore, sarebbe la fine di blogger, movable type, Gmail, di ogni servizio di contenuti utenti e messaggeria. Il sistema sarebbe troppo costoso da gestire. Problema di legge internazionali in vigore dal 1996, firmate tra gli altri Paesi dall’Italia che libera gli intermediari da responsabilità. Riscrivere quei principi oggi, mentre vediamo la nascita di nuovi servizi innovativi, abbiamo ogni tipo di creativi che si stanno diffondendo nel mondo… è dire essenzialmente: “Non ci importa il futuro, vogliamo difendere il passato”. Letale non solo per l’innovazione nelle aziende ma anche per le future generazioni di creativi. COPIARE PER CREARE – Perchè la creatività comporta copiare e rielaborare. Se andate a Firenze trovate copie del David in ogni angolo, perchè per centinaia di anni ogni singolo scultore ha imparato a diventare tale copiando il David. Ora, se andate al museo trovate il divieto di fotografare … una profonda ignoranza su come nasce la creatività… quando i Beatles hanno iniziato, hanno preso canzoni conosciute suonandole per i loro amici in un garage e nessuno per le strade di Liverpool li ha perseguiti. 
Oggi i creativi non suonano in un garage ma in camera da letto per i loro amici su Internet e dire a questi creativi: “siete dei ladri e dovete smettere di copiare”, pensare che la creatività sia il dito di Dio che scende dal Cielo a toccare il tuo cervello per illuminarti … senza l’influenza di nessun altro… impedire di copiare è essenzialmente dire ai creativi di domani: potreste non esistere. I Paesi che adotteranno queste restrizioni sono quelli che non parteciperanno al dialogo culturale del 21 secolo. FILTRARE INTERNET – Bullismo e discorsi violenti sono reati e si deve continuare a fare quel che si è fatto sinora: trovare i responsabili e perseguirli. E credo sia giusto chiedere a chi ha diffuso quei contenuti di rimuoverli. Ma aspettarsi che ci sia un filtro preventivo, che un avvocato di Google veda tutti i video, decidendo cosa è giusto e cosa no, sarebbe folle. Non funzionerebbe, farebbero sbagli, puniremmo innocenti lasciando liberi dei colpevoli. Per non dire che non ci sono abbastanza ore di avvocati da adesso alla fine del mondo per vedere tutti i video pubblicati su YouTube. RAZIONALITA’ E DIFESA DAI PERICOLI – Un esempio, il terrore della pedofilia, in Gran Bretagna. Ci sono stai esempi orribili. Ma il tempo che occupano nella nostra immaginazione è inversamente proporzionale alla realtà degli abusi sui ragazzi. Che nella vasta maggioranza riguardano figure che sono autorità per i ragazzi. Familiari, genitori, qualcuno della scuola o della chiesa. Così, per proteggere i ragazzi dovremmo insegnar loro a sfidare l’autorità ed è una cosa difficile da insegnare se tu stesso sei un’autorità. … ma è questa la cosa che consente a certe persone di commettere abusi: i ragazzi sono abituati ad obbedire alle autorità…quasi ogni caso di abusi coinvolge qualcuno che ha su di loro un’autorità. Concentrando praticamente tutte le nostre energie sugli estranei, non li proteggiamo dal pericolo principale che hanno davanti, li impauriamo molto per qualcosa che quasi sicuramente non dovranno mai fronteggiare, è del tutto arretrato. E il terrorismo è un altro esempio. in Gran Bretagna gli si dedica molta attenzione. Ma tutti gli attentati hanno causato meno vittime degli incidenti stradali lo scorso anno. Non dico non ci siano (attentati), mia moglie doveva essere su uno dei treni saltati (a Londra). 
Ma se si ha un milione di sterline per la sicurezza pubblica, (si dovrebbe) spendere la maggior parte di risorse ed energie in sicurezza stradale, rifiuti tossici e milioni di altri modi in cui le città uccidono i propri citttadini. Lasciando una piccola parte per terrorismo. E’ un modo molto più razionale di affrontare e limitare i pericoli. SAPER AFFRONTARE IL RISCHIO – Il rischio più grande è che quando dici alla gente in genere e ai giovani in particolare che il pericolo va affrontato pensando a quanto terribile è se diviene realtà, non a come realisticamente si concretizza, confondi la loro capacità di capire d’intuito il rischio. E chiunque ne capisca di assicurazioni, finanza, scommesse ogni campo in cui è compreso il rischio, vi dirà che sapere come si concretizza è il primo più importante passo per saperlo affrontare. Così, senza sapere come si verifica realmente un pericolo, non hai modo di restare al sicuro. In questo modo noi rendiamo tutti molto meno sicuri quando diciamo loro che devono preoccuparsi di pericoli qualsi impossibili e di ignorare quelli che corrono quasi ogni giorno. PAURA, POLITICA E TECNOLOGIA – Puoi sempre ottenere voti, dalla paura. Ma non e’ una buona politica. E’ una politica che punta al fallimento. La tecnologia e’ importante per ribilanciare i poteri tra governo e popolo. I politici devono sapere che sono controllabili tecnicamente dal popolo. ECONOMIA E TECNOLOGIE – Le tecnologie hanno ridotto il costo di azioni collettive… possiamo liberare capitali in settori che ne hanno bisogno. L’esempio di Twitter (social network di microblogging): non ha dovuto investire in sistemi operativi, database, script. Ha potuto (concentrare le risorse) su servizio e banda larga. Il mercato seleziona ma e’ sempre

Amici di IdF: Gene Hodges (Websense) spiega l’ultima novita’ del cybercrimine: inferire sui malati

“La sicurezza informatica è un fenomeno sociale più che tecnologico. E dietro a tutte le cose brutte che accadono ci sono persone“. Gene Hodges, amministratore delegato di Websense, leader mondiale nello sviluppo di soluzioni per la sicurezza in Rete, di passaggio a Milano, ha tracciato per Reuters una sorta di identikit del cybercriminale. I ragazzini solitari che un tempo guastavano i sistemi informatici per il gusto di riuscirci, come a mettere la firma su un muro con lo spray, sono cresciuti, hanno famiglia, dice. E la loro abilità l’hanno messa da tempo al servizio di bande criminali, per rubare e rivendere dati preziosi. Ma l’ultima frontiera del crimine informatico è ancora più perversa: prendere di mira i malati, carpire dati riservati sulla loro salute, spesso a fini di estorsione. In qualche caso, soltanto per infierire su di loro, in modo crudele. Qui l’intervista a Reuters.

Giuseppe Taibi ingegnere siciliano a Boston. Sua l’applicazione da record per iPhone

Giovane ingegnere siciliano trapiantato a Boston, Giuseppe Taibi è l’ideatore di un’applicazione per l’iPhone, telefonino di Apple, che ha stabilito un primato, diventando il mese scorso la più scaricata della categoria sport dal sito di Apple. Ora ne sta progettando altre e intanto si appresta a lanciare un altro business su Internet, con l’olio d’oliva, dalla sua Sicilia. Qui l’intervista a Giuseppe, dal notiziario Reuters. Intervista che e’ stata ripresa dal Corriere della Sera, nelle pagine di economia e nell’edizione online. Un grazie a Leandro Agro’, uno dei nuovi Amici di Italiani di Frontiera, vecchio compagno di scuola e di avventure hi tech di Giuseppe, gia’ suo socio, che ha propiziato quest’intervista.

“Dobbiamo tutto agli hippie”: 14 anni fa l’intuizione su rivoluzione hi tech “figlia” della controcultura

Quattordici anni fa, il primo marzo 1995, compariva sulla rivista Time un articolo destinato a stupire molti. “Dobbiamo tutto questo agli hippie”, scriveva Stewart Brand, a proposito della rivoluzione hi tech. Indicando senza dubbi nella controcultura che aveva trovato in California la sua culla, dalla Beat Generation al movimento hippy, la vera matrice culturale di fenomeni di portata mondiale: Internet che era la novità degli anni Novanta, ma anche l’intera rivoluzione dei computer. Italiani di Frontiera gli dedica un post, nella convinzione che quell’intreccio spesso sottovalutato tra valori della cultura umanistica, fenomeni sociali e innovazioni tecnologiche sia un nodo cruciale anche di questo progetto. Biologo, artista, sperimentatore, studioso della cultura dei nativi americani, Brand è stato una delle figure più eccentriche tra i pionieri dell’era informatica. E in quell’articolo mise in luce come la carica creativa ed antiautoritaria della controcultura anni Sessanta fu essenziale per indirizzare lo sviluppo dell’hi tech sulla strada di una esaltazione delle potenzialità individuali, quando ancora molti pensavano ai computer come a gigantesche macchine a disposizione di pochissimi, in centri di potere controllati dal governo o da grandi aziende. “Non chiedete cosa il vostro Paese possa fare per voi. Fatelo da solo”, scrisse Brand, parafrasando con spirito una celebre frase di John Fitzgerald Kennedy. E indicando nello spirito ribelle da hacker la chiave del successo di figure come Steve Jobs e Steve Wozniak, fondatori di Apple (nella foto d’epoca). Proprio Jobs, in un memorabile video davanti agli studenti di Stanford nel 2005, riportato anche nella colonna qui a destra, concluse il suo discorso con un augurio “Continuate ad essere affamati e folli”, ispirandosi alla pagina finale del bizzarro Whole Earth Catalog, vera enciclopedia “povera” della curiosità globale, una sorta di Internet su carta… prima che nascesse Internet. Un catalogo della controcultura pubblicato tra 1968 e 1972 proprio da Stewart Brand. Nel 2005, è stato pubblicato un saggio sui rapporti tra new economy e controcultura californiana di un professore dell’Università Cattolica che ha vissuto a Silicon Valley, Enrico Beltramini, autore di Hippie.com . Mentre John Markoff, giornalista del New York Times, ha scritto What the Dormouse Said: How the Sixties Conterculture Shaped the Personal Computer Industry.

Prima uscita pubblica per Italiani di Frontiera serata a Brera parlando di merito e impresa

Prima la neve poi la pioggia, ma non e’ bastato ad impedire ad un manipolo di ardimentosi di partecipare alla prima uscita in pubblico di Italiani di Frontiera. E’ accaduto lunedi’ scorso 2 febbraio allo Speakeasy di Brera, Milano, ad uno degli aperitivi “Mi merito un drink?”. A far gli onori di casa Alessia Mosca, giovane parlamentare del Pd, che con la sua squadra organizza questi appuntamenti per discutere in un’atmosfera informale di temi attinenti alla meritocrazia, uno dei punti dolenti del sistema Italia. In apertura di serata, il video di 23 minuti che presenta il progetto Italiani di Frontiera, con una carrellata tra gli “Italindiani” scoperti da Cesare Marino ed estratti dalle interviste a Roberto Crea, Federico Faggin, Luca Cavali Sforza, Marcello Forconi, Barbara Rosario e Fabrizio Capobianco. Incoraggianti i commenti e le reazioni. Qui una galleria fotografica dell’evento di lunedi’ scorso, proposta dagli organizzatori. Qui una seconda galleria di immagini a cura di Fabio Falanga e Valerio Vigo. Qui il blog dell’iniziativa. Poi un’interessante chiacchierata, introdotta da Antonio Garufi, con gli interventi di Rita Fatiguso, giornalista del Sole 24 Ore appena tornata dalla Cina, di Mattia Mior, imprenditore giovane e innovativo e di Francesco Liguori, impegnato con Leonardo 3 a rendere accessibili le opere di Leonardo grazie alle nuove tecnologie. Prossimo appuntamento a Brera lunedi’ prossimo 16 febbraio con Enrico Letta parlamentare del Pd ed il giornalista Beppe Severgini.

Faggin: nel mercato globale un handicap per l’Italia aziende di famiglia e nepotismo

Sul mercato globale si vince con vitalita’ e competenza. Caratteristiche che spesso non si combinano, nelle aziende italiane, molte delle quali legate ad una gestione familiare, struttura anacronistica per competere a livello internazionale. Competenze, nepotismo, cosmopolitismo: seconda parte delle riflessioni su suo Paese d’origine di Federico Faggin, gia’ protagonista di questo post. VITALITA’ E COMPETENZA – Per competere sul mercato mondiale, occorrono soprattutto due cose in aggiunta alle risorse finanziarie: vitalita’ e competenza. Silicon Valley e’ un esempio di questa energia vitale… senza la quale, non succede niente. Se si guarda al motore economico dell’Italia, in molte piccole ditte del Nord, c’e’ gente che si dà un gran daffare, lavora, sgobba, tira avanti meglio che puo’. Ma generalmente rimangono piccole, non possono crescere. Mancano i capitali… ma manca la mentalita’ giusta ancor piu’ del capitale. Nel Vicentino, da dove vengo io, il tipico imprenditore non e’ uno laureato in ingegneria ma uno che spesso ha fatto l’istituto professionale, o anche meno. Però ha tanta voglia di fare, ha energia vitale, e per questo ce la fa. Ma spesso non ha la competenza e le conoscenze necessarie per affrontare i mercati internazionali, in un’economia che e’ globalizzata. Dunque uno fa quello che puo’, non puo’ crescere più di tanto. Di contro, spesso in Italia le persone che hanno studiato molto non hanno questa energia vitale o non vedono nell’imprenditorialita’ un valore importante. Vanno a lavorare per lo Stato, il governo, cercano il posto fisso, la vita comoda… AZIENDA FAMILIARE, UN HANDICAP – L’imprenditoria italiana e’ anche condizionata da logiche di famiglia. E’ molto legata al nepotismo: faccio partire una ditta, poi ci metto dentro i miei figli, i nipoti… questo controllo attraverso le relazioni, anche al piu’ alto livello e’ causa di problemi di successione generazionale terribili…mica tutti i figli di un bravo imprenditore sono bravi imprenditori! Peggio ancora, se i figli non sono all’altezza del compito, il problema finisce per demotivare le persone brave che in azienda si sentono sfruttate in un ambiente in cui non esiste la meritocrazia. Dopotutto, il figlio del padrone avra’ sempre una posizione più di riguardo, rispetto al dipendente piu’ bravo di lui. I CINESI SONO MENO NEPOTISTI – Sarebbe interessante vedere il confronto ad esempio con i cinesi. Anche loro hanno fortissimi legami familiari… ma non arrivano a quel punto di quasi sfacciataggine, di forzare tutto dentro una struttura in cui i legami familiari sono piu’ importanti di tutto il resto. Uno non puo’ far crescere una ditta a livello internazionale, con questa mentalita’. La riprova e’ che sono poche le ditte italiane che hanno saputo farsi avanti nel mercato globale, mentre le ditte cinesi sono moltissime. CONOSCENZA E COSMOPOLITISMO – Conoscenza e culture diverse: sono altri due segreti di Silicon Valley. A New York si puo’ trovare gente di tutto di mondo. Ma sul posto di lavoro non c’e’ lo stesso livello di cosmopolitismo, mentre qui arrivano persone istruite da tutto il mondo. Indiani, cinesi, mediorientali ed europei lavorano tutti assieme… fa parte del mix di Silicon Valley. Dove, cosa interessante, gli americani sono…”minoranza”! Visto che i nati all’estero con i loro figli rappresentano piu’ della meta’ della popolazione, con oltre un quarto di asiatici. E a Stanford, tra chi fa il Phd gli americani sono molto pochi. Questo ambiente cosmopolita, la controcultura degli anni Sessanta, ha visto nascere il personal computer in circoli di hobbisti appassionati, e non all’Ibm. L’atmosfera innovativa e imprenditoriale che i giovani respirano all’universita’ e in famiglia sono stati tutti ingredienti sociali e culturali che hanno contribuito a fare di Silicon Valley quello che e’ oggi. La gente qui ama la tecnologia, potrei dire anche troppo poichè la tecnologia non è tutto, ma senza questo entusiasmo non è possible inventare nuovi prodotti e nuove tecnologie. In Italia invece, si pensa ancora che la tecnologia sia qualcosa di estraneo al resto della vita sociale e culturale viene vista quasi con sospetto da molti”.

Ricercatori italiani “riscrivono” la storia delle origini degli indiani d’America

Uno studio internazionale guidato dai genetisti dell’Università di Pavia e pubblicato sulla rivista Current Biology, ha proposto una riscrittura della storia delle origini degli indiani d’America, sostenendo che i primi asiatici arrivarono in America non in un solo gruppo come creduto sinora ma da due diverse migrazioni. Qui l’articolo riportato da Yahoo dal notiziario AdnKronos. Secondo lo studio, Un gruppo sarebbe arrivato in America dall’attuale stretto di Bering seguendo la costa del Pacifico, arrivando dopo una decina di generazioni fino alla punta meridionale del Sud America. Un secondo, sempre dalla Beringia, sarebbe penetrato nel Nord America attraverso il corridoio di terra a est delle Montagne Rocciose tra i ghiacciai canadesi. Grazie per la segnalazione a Daniela Rota (sue le foto nel post su Costantino Beltrami).