I 50 anni del microprocessore. “Ridurre i consumi e garantire la sicurezza le sfide del futuro”, dice Federico Faggin

  Abbiamo compiuto in passato progressi incredibili, due le principali sfide per il futuro: ridurre il consumo di energia nel calcolo, garantire sicurezza nel calcolo e in tutti i tipi di elaborazione. E’ quando ha detto Federico Faggin, ospite d’onore all’evento online di IEEE Micro che nei giorni scorsi ha celebrato il cinquantenario del primo  microprocessore, in cui compare la sigla FF di Federico, che lo ha disegnato e ne è stato uno dei padri.   Qui la traduzione (intervento di Federico nel video da 25’25” a 30’40″9). “Se guardo indietro, sono incredibili i progressi che sono stati compiuti nella tecnologia, nell’architettura, nel modo di integrare funzioni. Se guardo avanti tuttavia vedo due passi importanti che si devono compiere. Uno è la riduzione del consumo di energia necessaria per fare qualsiasi tipo di calcolo. Se osserviamo il nostro cervello, usa un milione di volte meno energia di quella che usiamo per il calcolo. Così la natura ha fatto di gran lunga molto meglio e abbiamo una lunga strada da compiere per ridurre lo spreco di energia in ogni tipo di calcolo. L’altro problema che vedo è quello di una comunicazione sicura e l’elaborazione sicura, un altro compito che dobbiamo affrontare. Ma sono sicuro che la creatività che si scatenerà con questa nuova tecnologia che abbiamo oggi e che è incredibile troverà la soluzione e non vedo l’ora che ci siano altri 50 anni di incredibili progressi nei microprocessori”. In un’intervista in esclusiva per Italiani di Frontiera alla vigilia dell’uscita del suo libro “Silicio” (2019), la riflessione di Federico sulla capacità unica degli italiani di affrontare la complessità cogliendone un aspetto “di sistema”. “…Se uno guarda al layout dello Z80 per esempio, che ho fatto a mano quasi quasi tutto per due terzi e stesso uno vede una certa capacità di organizzare un sistema complesso in maniera che diventa artistico è bello da vedersi, come un pezzo d’arte al ma una sua espressività che a me è sempre piaciuta…” Qui tutti i contenuti di Italiani di Frontiera dedicati a Federico (interviste, video e l’evento speciale organizzato per lui nel 2019 a Vinci), che di questo progetto è stato il principale mentore.

IdF per OVS – Anna Fiscale: impresa di successo trasformando problemi in opportunità

All’inizio, tutto sembrava esser troppo fuori dagli schemi. Troppo particolare, troppo diversa, troppo poco applicabile l’idea. Troppo giovani, troppo poco esperti e credibili per potenziali partner quei ragazzi, che si illudevano di trapiantare in un’attività tradizionale del territorio veronese come l’abbigliamento, idee e modelli dell’economia sociale che una giovane laureata in Economia, Master in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, aveva appreso in esperienze di cooperazione tra India, Haiti e stage alla Commissione Europea a Bruxelles. L’idea “troppo strana” era quella di realizzare un’impresa capace di trasformare due problemi in un’opportunità: creare occupazione per persone emarginate dal tradizionale mercato del lavoro, affrontando contemporaneamente uno dei nodi di un’industria come quella della moda: riconvertire tessuti in eccedenza in nuovo abbigliamento. Era il 2013, Anna Fiscale aveva 25 anni, tantissimo entusiasmo e tantissima passione che sono serviti a reggere il peso di quella diffidenza, a superare momenti di sconforto, in cui per poter sopravvivere è stato indispensabile reinventarsi. L’ultima volta lo scorso anno all’inizio del lockdown, quando la produzione è stata riconvertita in sole tre settimane dopo aver creato un team interno dedicato alla prototipazione di mascherine ad uso medico Classe I di tipo IIR: le prime riutilizzabili iscritte nell’elenco dei dispositivi medici sul registro del Ministero della Salute. E a fine anno, Anna ha ricevuto una telefonata dal Quirinale. Che le comunicava la nomina a Cavaliere al merito della Repubblica, onorificenza consegnatale dal presidente Sergio Mattarella. Prima lo stupore, la gioia. Poi l’emozione per quella motivazione  “…per l’appassionato contributo e lo spirito di iniziativa con cui ha lavorato sulle vulnerabilità e le differenze per trasformarle in valore aggiunto sociale ed economico“. “Finalmente l’attenzione alla diversità, spesso interpretata come fragilità — veniva riconosciuta come una risorsa anche in Italia. Un messaggio forte e necessario, che mi ha resa ancora più fiera di ciò che porto avanti, insieme al mio team, ogni giorno“, dice Anna. Oggi la cooperativa con Progetto Quid, brand di moda etica e sostenibile, crea capi di abbigliamento e accessori in edizione limitata, che prendono vita da eccedenze di tessuti messe a disposizione dalle aziende di moda e del settore tessile trasformate in capi unici grazie a persone – soprattutto donne – con trascorsi di fragilità, alle quali il lavoro con Quid offre un’occasione di riscatto. Quando da bambina le chiedevano cosa volesse diventare da grande, lei rispondeva senza esitazione che avrebbe voluto diventare un medico.  “Se sono diventata invece imprenditrice sociale,  forse è stato proprio inseguendo quel sogno di miglioramento e cambiamento”, dice oggi. Ammettendo debiti di riconoscenza a tante persone che ha avuto a fianco. Anche se a guidarla, confessa, è un piccolo oggetto di legno che porta al collo, ricordo di una delle sue esperienze in Paesi lontani che hanno ispirato il suo percorso: “È un oggetto che nascondo, o meglio proteggo, sotto i vestiti. Nei momenti di difficoltà tormento la catenella che lo regge, nei momenti di serenità — quando cammino, passeggio, o corro verso un obiettivo — lo sento vicino”. Credere fermamente in un’idea controcorrente di ragazzi sognatori, sino a quando non si è concretizzata. Come è stato possibile? “La svolta è arrivata  quando i primi partner hanno creduto nella nostra idea e l’hanno sostenuta. Mi  hanno fatto capire che stavamo intraprendendo una strada poco battuta ma che ci avrebbe regalato splendidi panorami!” – risponde Anna–  C’è voluta cocciutaggine, quella che non fa demordere mai e spinge a credere in un mondo più giusto. E ottimismo, quello che da sempre mi fa ripetere — a me stessa e alla mia squadra — “Alè, alè avanti tutta!”. Per tener duro, occorre aver fiducia, non paura, il suo consiglio ai più giovani: “Bisogna fidarsi e affidarsi.  Le persone intorno a voi sono fondamentali per crescere e consolidarsi, ognuna di loro può aggiungere un pezzetto… un Quid in più”. Quid in numeri 2013 l’anno di nascita 133 i dipendenti 67% la percentuali di lavoratori in condizioni di fragilità 85% la percentuale di donne 17 le nazionalità dei dipendenti 50 le collaborazioni con aziende tessili 31 le partnership come fornitori di prodotti etici con aziende non solo di abbigliamento tra cui marchi celebrati 13 milioni gli euro di fatturato 2020 105 i chilometri di tessuto trasformati in mascherine nel 2020 Per saperne di più Quid in un video Google 2020 per la serie Crescere in Digitale Progetto Quid tra Etica ed Estetica (video 2019 Invitalia)   Anna Fiscale conferenza 2017 TEDx Como: Il Fattore Fragilità Anna Fiscale intervento 2016 alla Camera dei Deputati    

Ray Martino, leggenda del jazz dalla storia incredibile e quella festa a Milano per i suoi 90 anni, poco prima che se ne andasse

  Milano, cinque aprile 2018: allo Spirit del Milan una serata indimenticabile promossa da Italiani di Frontiera, per riportare sul palco un protagonista ormai dimenticato del jazz italiano e festeggiare a sorpresa i suoi novant’anni. Dopo aver scoperto la sua incredibile carriera, tenuta a battesimo da Louis Armstrong e vissuta sui palchi di mezzo mondo, poi al cinema e in tv, al fianco di personaggi leggendari. Quella sera aveva rispolverato una voce e una presenza scenica invidiabile, accompagnato dai bravi Emilio e gli Ambrogio. E si era commosso per un’accoglienza che non si aspettava (realizzata grazie a preziosi amici: Maria Teresa Gabriele giornalista nipote di Ray, Luca Locatelli e Ilaria Polleschi che con entusiasmo avevano accolto l’evento nel celebre locale). Un anno e tre mesi dopo, cinque luglio 2019, Ray Martino, al secolo Mario Martiradonna, ci ha lasciati. Ecco la sua storia.   “Quel ragazzo italiano può cantare jazz proprio come facciamo noi!”. La firma è quella di Louis Armstrong. La pagina ingiallita, datata 19 luglio 1952, è del leggendario Melody Maker, il più antico settimanale musicale britannico. Allora il Festival di Sanremo aveva celebrato appena due edizioni, con il doppio trionfo di Nilla Pizzi: “Grazie dei fiori” (1951) e “Vola colomba” (1952). Viaggi e informazioni erano infinitamente più lenti, così in quell’articolo dedicato alla sua tournèe europea, il leggendario Satchmo rievocava l’esperienza vissuta tre anni prima, quando per la prima volta era atterrato in Italia, aeroporto della Malpensa, immortalato da un servizio del cinegiornale Settimana Incom dell’Istituto Luce, oggi disponibile su YouTube. In quelle immagini, ottobre 1949, ad accogliere il mitico jazzista arrivato assieme a una band non meno leggendaria, un musicista che la tv qualche anno dopo avrebbe trasformato in star: Gorni Kramer. Al suo fianco, quel ragazzo, sorridente, che nello stuolo di giornalisti e appassionati accalcati all’aeroporto era l’unico a capire la pronuncia degli artisti americani. Perché a Bari durante la guerra da teenager era diventato un beniamino dei soldati della base americana. E da loro oltre a un ottimo inglese, ascoltando lo swing delle grandi orchestre nei grossi 78 giri destinati alle truppe americane aveva imparato pure la passione per il jazz. Fu proprio Armstrong a tenerlo a battesimo, facendolo esordire in un teatro milanese ancora circondato dalle macerie della guerra ma stracolmo di pubblico, spianandogli la strada per una carriera incredibile, fra concerti con grandi artisti, incontri con personaggi leggendari, tournèe internazionali, cinema e televisione. Quel “ragazzo” alla ribalta prima di Sanremo e della nascita della tv… compie 90 anni. Mario Martiradonna, classe 1928 con il nome d’arte di Ray Martino è stato un grande protagonista, dal jazz alla musica leggera, dal cinema alla tv. Un’avventura artistica che oggi ricorda con invidiabile lucidità, un pezzo di storia dello spettacolo che merita di essere preservato. “I miei genitori si arrabbiarono moltissimo, quando scoprirono che uscito di casa invece di girare a destra e andare a scuola giravo a sinistra e andavo al club degli americani…”. Cresciuto a Bari ma nato a Lecce (anche se nel suo ricordo Armstrong gli aveva assegnato dei fantasiosi natali a Brooklyn)…, Mario arriva a Milano a vent’anni nel ’48 e fa il suo esordio nel varietà con la compagnia di Walter Chiari, che l’ha sentito cantare in un locale della riviera romagnola. L’anno dopo l’incontro con Armstrong, che lo prende in simpatia, lo adotta come interprete e una sera gli chiede di accompagnarlo in teatro. “Scaldati la voce, mi disse porgendomi una caramella… al pianoforte c’era Earl Hines. Io non ci potevo credere. Ma cantai Stormy Weather e altre canzoni… il teatro per poco non esplose…”. L’anno dopo Ray fa il suo esordio al cinema, sempre con Walter Chiari e una giovanissima Antonella Lualdi. Poi accetta l’invito di Renato Carosone e prende il posto di Van Wood nel suo popolarissimo complesso che compredeva Gegè di Giacomo e Alex Bacsik (“un musicista ungherese fuggito in Occidente, con la chitarra era straordinario”). Ma preferisce il jazz al repertorio leggero napoletano e per questo nel ’52 diventa il cantante del gruppo di Bruno Martino, che all’epoca suonava soltanto.   Con il gruppo si esibisce spesso in un locale esclusivo, il Piccolo Bar in via Romagnosi vicino alla Scala. Dove la sorte gli ha riservato un’altra occasione memorabile: cantare accompagnato al piano da… Leonard Bernstein!. “A quell’epoca, il celebre direttore d’orchestra era stato invitato a dirigere la Carmen di Bizet alla Scala. Alla sera con i suoi collaboratori veniva in questo bar che era molto snob. Io cantavo lì. Bernstein, che amava la musica classica ma adorava il jazz allora si metteva al piano e mi accompagnava… dai canta, mi diceva… e io cantavo, le canzoni americane…” La sua carriera prosegue in Spagna e Portogallo, cantando anche a Londra, New York, a Parigi dove vinto il secondo premio al Festival della canzone italiana, in Centro America, Honduras, Guatemala, Messico. Poi negli anni Sessanta le pubblicità. premiato due volte come miglior attore dell’anno di Carosello, l’attività di direttore artistico su navi da crociera, di dirigente nell’industria discografica, senza rinunciare poi a nuove esibizioni, sul palco e alla radio. “Ne abbiamo fatte, mi sono divertito. Abbiamo vissuto.. ho vissuto la mia vita…” Ciao Ray e grazie, non ti dimenticheremo.

Parole chiave e valori di Italiani di Frontiera nel discorso di fine 2019 del presidente della Repubblica

Guardare il Paese da lontano (per apprezzarne le qualità distaccandosi da liti e beghe), il “bisogno d’Italia” che si riscontra girando il mondo. Poi la valorizzazione delle nostre eccellenze, dei giovani e del loro talento, l’importanza del senso civico e della responsabilità anche nell’uso dei social, per combattere le fake news… Difficile dire quante delle parole chiave di Italiani di Frontiera sono rimbalzate nel bel discorso di fine anno del presidente della Repubblica. E proprio alle riflessioni di Sergio Mattarella a Recanati per i 200 anni dell’Infinito di Leopardi si sono ispirati gli auguri di IdF. “Vorrei soltanto esporre le ragioni per cui sono presente qui oggi. Naturalmente il primo motivo è un omaggio a Leopardi, alla cultura, alla nostra cultura e alla cultura in generale che, per la verità, non tollera confini”. Qui L’Infinito recitato da 22 voci di protagonisti della musica d’autore italiana. Per un 2020 da pionieri, esploratori. Non guardiani. Parole che hanno dato il titolo all’evento organizzato da Italiani di Frontiera, portando nella terra di Leonardo Federico Faggin, padre del microchip e del touch per inaugurare il nuovo capitolo di Italiani di Frontiera.

Dalla Calabria a San Francisco per raccontare Lawrence Ferlinghetti in un film: il sogno avverato di Giada Diano ed Elisa Polimeni

  Erano partite senza ben sapere cosa stessero facendo, con l’idea d’imbarcarsi in una cosa troppo grande per loro… poi seguendo l’istinto hanno superato innumerevoli ostacoli, guidate dal cuore e dalle emozioni regalate dal personaggio che vive oltreoceano, al quale volevano dedicare il proprio lavoro, uno dei più celebri poeti viventi, sopravvissuto di una stagione lontana, la Beat Generation, ma da decenni inesauribile fonte di versi, visioni, voce costantemente controcorrente nel suo Paese, gli Stati Uniti d’America: Lawrence Ferlinghetti. E’ così che Giada Diano ed Elisa Polimeni, giovani studiose di letteratura e di storia dell’arte, partite dalla Calabria hanno realizzato il loro sogno, un documentario frutto di anni di  appassionato impegno a fianco del poeta. “Lawrence. A Lifetime in Poetry” è stato presentato con grande successo (davvero molto bello!) in prima mondiale a San Francisco proprio il 24 marzo 2019, giorno in cui il poeta ha compiuto il secolo di vita. Incontrare al termine dell’ultimo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour alla prima a San Francisco  Elisa e Giada, che di Ferlinghetti è pure traduttrice e biografa (dopo “Io sono come Omero”, Feltrinelli 2008, ora è al lavoro nella traduzione dell’ultimo libro, Little Boy, Penguin Random House 2019, che il poeta ha appena pubblicato con l’assistenza di un altro amico di Italiani di Frontiera, Mauro Aprile Zanetti) è stata un’occasione preziosa, per raccogliere le loro riflessioni non solo sul lavoro svolto ma pure su quella matrice culturale italiana che le ha guidate nel districarsi con successo in un lavoro così complesso. Una matrice alla quale lo stesso Ferlinghetti, con un padre bresciano che morì prima della sua nascita, ha fatto riferimento durante buona parte della sua vita, in una costante ricerca delle proprie radici che lo ha portato più volte a visitare l’Italia. Qui sotto a cura di City Lights, la leggendaria libreria di San Francisco fondata negli anni Cinquanta dal poeta, che ha festeggiato il suo compleanno con un grande happening durato tutto il giorno,  il promo di “Lawrence. A Lifetime in Poetry” che Giada ed Elisa presenteranno al prossimo Biografilm Festival a Bologna.    

Un tocco made in Italy nel “robot sociale” in copertina su Time. Roberto Pieraccini presenta Jibo

. Dopo una lunga fase di preparazione, Jibo il piccolo “social robot” che risponde alle domande con senso dell’umorismo e sa persino ballare, a poche settimane dall’uscita sul mercato è finito sulla copertina di Time Magazine tra le migliori invenzioni del 2017.     A presentarlo in questa intervista è Roberto Pieraccini, incrociato a San Francisco e ritrovato poi a Milano,  che oggi vive a Boston dopo un lungo periodo a Silicon Valley. Un video con immagini in esclusiva di Italiani di Frontiera, che aveva incontrato il robot quando ancora non era uscito dai laboratori di Redwood City. Autore di “The Voice in the Machine: Building computers that Understand Speech” (2012), grande esperto di interazione vocale con le macchine, Roberto  è Director of Advanced Conversational Technology dell’azienda fondata da Cyntia Brezeal di MIT Media Labs, che ha progettato il robot.     Con Roberto ci siamo rivisti a Milano dov’è stato speaker a Frontiers Conferences 2017, 23 settembre, nei giorni in cui venivano consegnati i primi esemplari del piccolo robot a clienti che lo avevano prenotato da tempo.     Per me Jibo ha un valore particolare… visto che anche se con grafia diversa, ha lo stesso nome di mio papà, Giovanni “Gibo” Bonzio, cronista per una vita a Mestre, che qualche anno fa gli ha intitolato una piazzetta in centro. Ed è stato divertente svelare lo scorso anno a Redwood City agli sviluppatori hi tech del robottino che in una città a due passi da Venezia c’è una corte che porta il nome della macchina che stavano ultimando…      

Manson, il sogno e l’incubo nella controcultura. Una riflessione su Linkiesta dopo “Dobbiamo tutto agli Hippie”

A pochi giorni dall’esordio a Vicenza del nuovo spettacolo “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy”, una riflessione su Linkiesta in occasione della morte in un carcere californiano il 19 novembre 2017 di Charles Manson, che di quella controcultura ha incarnato come nessun altro il vero spirito del Male, l’incubo che si insinua nella ricerca del sogno. “Healter Skelter”. Il titolo della canzone dei Beatles, scritto in modo sgrammaticato col sangue su un frigorifero, in quell’Agosto 1969, fece il giro del mondo. Accompagnata dalle immagini di una delle scene del crimine più agghiaccianti mai viste. In una sontuosa villa hollywoodiana a Bel Air, distretto di Los Angeles, aveva trovato la morte, assieme ad altre tre persone, Sharon Tate, bellissima attrice di 26 anni, incinta all’ottavo mese. Una carriera iniziata in Italia dov’era al seguito del padre militare della base USA di Vicenza. Un massacro misterioso, un episodio di inaudita crudeltà. Pochi giorni dopo, le prime pagine vennero invase dalle immagini di un gigantesco raduno all’insegna di Pace, Amore e Musica. Oltre 400mila ragazzi, forse ancora di più quelli bloccati su strade e autostrade intasate, verso una fattoria a nordovest di New York City, per la tre giorni del Festival di Woodstock. Sul come raccontare un evento di quella portata e senza precedenti, si scatenò un‘accesa polemica all’interno del New York Times. Fra editorialisti che da Manhattan guardando le foto avevano infierito scrivendo di un disastro di fango e colossali ingorghi, e inviati sul posto, che arrivarono addirittura a minacciare le dimissioni per il modo in cui i loro colleghi avevano distorto i fatti in base a pregiudizi, mentre loro erano stati conquistati dallo spirito pacifico e di collaborazione di cui erano stati testimoni, che alla fine aveva permesso di svolgere un raduno gigantesco, improvvisato e rischioso senza incidenti gravi. La scena di un feroce massacro, un grande evento spontaneo all’insegna della pace: solo pochi mesi dopo si scoprì che immagini tanto diverse avevano una matrice comune. E fu una scoperta sconvolgente. Se Charles Manson, scomparso ieri nel carcere californiano di Bakersfield poco dopo aver compiuto 83 anni è diventato per quasi mezzo secolo nell’immaginario collettivo un’icona pop, la personificazione stessa del Male, non è solo per la terribile crudeltà dei sette delitti commessi dai suoi seguaci (altri tre oltre a quelli nella villa di Sharon Tate, anche se lui di fatto non uccise mai nessuno) ma anche perché quegli omicidi efferati di persone scelte solo per il loro status sociale furono ispirati da un’aberrante deformazione di quella stessa controcultura che perseguiva l’utopia di un mondo diverso e migliore. Quasi che inseguire il sogno racchiudesse in sé anche l’inquietante germe dell’incubo. Figlio illegittimo di una madre minorenne, Manson finì nei guai con la giustizia sin da ragazzino. Considerato un soggetto pericoloso in riformatorio già a diciassette anni. Ne aveva 33 quando finita di scontare l’ennesima condanna, dopo un soggiorno a Berkeley si trasferì nel cuore hippie di San Francisco, il quartiere di Haight Ashbury, fondando una comune che si ritagliò uno spazio suo in quell’incrocio di controcultura, droghe, musica ed esperienze mistiche della Summer of Love, l’estate 1967 che fu il punto più alto ma pure l’inizio di un rapidissimo declino per il movimento. Vincent Bugliosi, che fu implacabile interlocutore di Manson come procuratore nel processo per la strage di Bel Air, scrisse che il criminale era stato probabilmente ispirato dalla filosofia della Process Church, che credeva in una riconciliazione fra Satana e Cristo alla vigilia di un’imminente fine del mondo, nella quale secondo Manson l’America avrebbe conosciuto l’Apocalisse per mano degli afroamericani, incapaci però di gestire un dopo rivoluzione, in cui un’elite di Illuminati avrebbe retto il potere. E lui ovviamente sarebbe stato uno di questi. Satanismo, Scientology, ipnotismo Manson li aveva studiati avidamente in carcere, perfezionando una capacità di manipolazione e soggiogamento psicologico e sessuale che esercitò su un gruppo di giovani sbandati, tra cui alcune ragazze che alle spalle non avevano abusi e traumi ma famiglie della “buona borghesia”. Quando Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Leslie Van Houten, tre delle “Manson’s Women” comparvero in abiti color pastello davanti ai giudici, cantando e tenendosi per mano sorridenti, nei corridoi del tribunale che le processò e condannò come esecutrici materiali degli omicidi ordinati dal loro capo spirituale, quelle immagini surreali fecero rabbrividire ancor più di quelle della villa imbrattata di sangue in cui avevano massacrato persone a loro sconosciute. A scatenare quella follia omicida premeditata, dopotutto, era stato il veder sfumare il sogno di entrare in quel mondo dorato hollywoodiano. Manson era stato a un passo dal realizzare un disco con Dennis Wilson, batterista e co-fondatore dei Beach Boys, nella cui casa aveva incassato come musicista persino gli apprezzamenti di Neil Young, che aveva a sua volta pensato a un disco con lui. La sua vendetta si era scatenata contro persone colpevoli solo di trovarsi nella villa di proprietà del produttore che alla fine aveva chiuso la porta in faccia a Manson. Una strage alla quale, altro aspetto inquietante, il regista Roman Polanski marito di Sharon Tate era scampato perché impegnato nella lavorazione del suo film più demoniaco, Rosemary’s Baby. Dopo la condanna alla pena di morte, poi convertita in ergastolo, Manson registrò diverse canzoni messe in commercio e incise anche da altri musicisti. Diventando un’icona pop per quella sua combinazione di ferocia, follia, carisma e capacità manipolatorie. Con quella svastica tatuata sulla fronte, era l’immagine perfetta del Male postmoderno, per il mondo della moda, della musica, celebrata in libri, dischi, documentari e film, l’ultimo dei quali ancora in cantiere, annunciato pochi mesi fa da Quentin Tarantino. Dieci anni dopo quel delitto, Francis Ford Coppola prendeva spunto da Cuore di Tenebra di Joseph Conrad per rievocare la delirante follia che si nasconde nei meandri della mente umana con Apocalypse Now. Solo un anno prima, in una location non meno esotica delle Filippine in cui aveva girato il suo film ambientato in Vietnam, la Guyana, il reverendo Jim Jones, altro inquietante guru di quella controcultura californiana, aveva trasformato

Inventori del Futuro: dieci video d’ispirazione

Inventori del Futuro è il nuovo format di eventi multimediali interattivi per gli studenti prodotto da Italiani di Frontiera. Video, testimonianze, storie di ieri e di oggi per ispirare i più giovani a diventare con fiducia protagonisti del domani. #InventoridelFuturo  PROLOGO Renzo Piano: Partire e poi tornare. Per scoprire il resto del mondo ma prima ancora se stessi.   Chris Hadfield: Space Oddity (David Bowie, 1969) registrata dall’astronauta canadese in assenza di gravità sulla Stazione Spaziale Orbitante. Christoper Nolan: “E’ come se ci fossimo dimenticati chi siamo. Pionieri, Esploratori. Non Custodi…” (Interstellar 2014, con Matthew McConaughey).     AsapScience, Science Wars parodia sulle note di Guerre Stellari (Star Wars 1977, di George Lucas. Colonna sonora di John Williams). acapellascience: Evo-Devo (sulle note di Despacito, 2017 di Luis Fonsi con Daddy Yankee)     Stanley Kubrick: Paths of Glory (Orizzonti di Gloria, 1957, con Kirk Douglas), scena finale.   acapellascience: The Molecular Shape of You (parodia di Ed Sheeran)   Charlie Chaplin: City Lights (Luci della Città, 1931, con Charlie Chaplin e Virginia Cherrill), scena finale. acapellascience: The Science of Love (Parodia dei Queen). Playing for Change: Standy By Me (di B. E. King, 1961) progetto multimediale con musicisti di tutto il pianeta.

“Dobbiamo tutto agli Hippie”, un successo la prima nazionale a Vicenza. E alla fine gli elogi sul palco di Federico Faggin!

  “Ho imparato molte cose nuove guardando il tuo lavoro… quando uno è dentro, non ha la visione a 360… come può avere uno che guarda successivamente e vede connessioni che io certamente non avevo visto…” Le parole di Federico Faggin (nel video con slideshow qui sopra) il padre del microchip e della tecnologia touch, salito sul palco al mio fianco, emozionandomi non poco, alla fine della prima nazionale di “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“, giovedì 26 ottobre al Teatro Comunale di Vicenza, sono state il coronamento di una serata indimenticabile. L’esordio è andato oltre ogni aspettativa. Anche se lavoro con gente così brava che a volte vorrei fermarmi nella mitragliata di parole, per ascoltare meglio la musica scelta sul palco da Luca Presence Carini, guardare le immagini e le bellissime animazioni alle mie spalle frutto della creatività di Roberta Gaito e Roberta Pirrera, tutta la scena ideata e diretta con maestria alla regia da Alessio Mazzolotti.   Come sempre è la passione il vero motore, e questa avventura non sarebbe nemmeno iniziata senza la passione di Claudia Baldina e degli amici di Niuko, di Alessandro Fossato arrivato da Mestre con una folta squadra dalla sua Interlogica, le due aziende che hanno comprodotto lo spettacolo.   Collegare Hippie e New Economy poteva sembrare un’idea bizzarra a chi non conosce le radici culturali di Silicon Valley,  in realtà questo spettacolo attraverso storie e aneddoti invita a riflettere su come siano i visionari capaci di sogni all’apparenza impossibili i veri protagonisti dell’innovazione, in un intreccio fra personaggi  e idee che spera di ispirare chi deve immaginare il futuro.   Sul palco, il surf è diventato metafora del pensiero laterale, capace di scoprire percorsi inaspettati, dall’arte alla scienza, dalla cultura alla società. Un racconto spiazzante, che lungo quel filo rosso individua molti protagonisti dai nomi italiani, da Lawrence Ferlinghetti patriarca della Beat Generation a Jack Sarfatti, scienziato eccentrico che ispirò il personaggio di Doc di “Ritorno al Futuro”, dal regista Francis Ford Coppola a Mario Savio, leader universitario che all’Università di  Berkeley “innescò” la contestazione studentesca già nel 1964.   E il percorso inaspettatamente, partendo dalla California incrocia figure di grandi innovatori come il designer Ettore Sottsass, due grandi visionari che pur scomparsi alla vigilia di quella stagione ispirarono valori che ancor oggi sono le fondamenta della culla mondiale dell’innovazione: Adriano Olivetti e Maria Montessori. Sino a Federico Faggin, vicentino d’origine trapiantato dagli anni Sessanta in California, che dopo storiche invenzioni è impegnato oggi in una battaglia ideale, per contestare l’idea diffusa a Silicon Valley che le macchine diventeranno presto più intelligenti degli esseri umani, al quale è dedicata la chiusura dello spettacolo multimediale, con grafica digitale e animazioni sullo schermo, la musica selezionata dal vivo sul palco da Luca. Come nessun altro Federico ha ispirato con le sue riflessioni il mio lavoro, con Italiani di Frontiera e oggi con questo spettacolo. Per questo, la fortunata coincidenza di scoprire che in questi giorni era in Italia, invitarlo con una mail e ricevere al telefono la sua conferma nel giro di venti minuti, esordire nella sua città d’origine con lui attentissimo in una delle prime file, poi vederlo alzarsi con un’ovazione della sala e ricevere sul palco i suoi elogi e alla fine averlo assieme a tanti preziosi anici con noi pure all’aperitivo dopo lo spettacolo, con la moglie Elvia… davvero indimenticabile. Ma ora la sfida è quella di proseguire avventura, portando “Dobbiamo tutto agli Hippie” in giro per l’Italia… e perchè no? Magari pure oltreoceano… Un grazie a Marina Pezzoli amministratore delegato di Niuko, intervistata con me e Federico nel video qui sotto, realizzato dal bravo Marco Bergamaschi che ringrazio anche per le belle foto.    

Federico Faggin e il mistero della consapevolezza, che non ci farà mai diventare uguali alle macchine

Un grande piacere, aver incontrato nuovamente lo scorso luglio a Campus Party, evento a Milano Fiera, Elvia e Federico Faggin, fra i padri del microchip e della tecnologia touch, che come pochi ha contribuito con le sue straordinarie riflessioni al percorso di Italiani di Frontiera, protagonista sul palco di una straordinaria conferenza, nella sala che il giorno dopo ha ospitato uno stroryelling IdF promosso da EGEA. Qui sotto l’articolo scritto per l’occasione per Linkiesta: Federico Faggin, l’uomo che ha inventato il microchip: Non diventeremo schiavi di chi ci vuole uguali alle macchine”   Assuefatti a una cronaca che sembra tirarci sul fondo, tra una Capitale in perenne emergenza, connazionali che devastano l’ambiente appiccando fuoco o peggio ancora continuano ad assassinare donne, ha senso tentare di volare alto chiedendoci chi siamo, com’è il mondo attorno a noi? Forse sì e nei giorni scorsi c’è stata l’occasione per un pizzico d’orgoglio nazionale, perché a ispirare una riflessione “alta” sul domani è stato un italiano. Anzi l’italiano che forse più di tutti ha contribuito nel passato recente a rivoluzionare il presente e proiettarlo nel futuro, non solo nostro ma dell’umanità. Chi siamo? Non siamo macchine innanzitutto, e le macchine sempre più intelligenti che ci circondano potranno anche sostituirci in molti lavori o nei calcoli ma non saranno mai intelligenti come gli esseri umani. Com’è il mondo? Studiare il nostro rapporto con queste macchine ispira un’intuizione che dalla scienza sfiora il pensiero mistico: la consapevolezza, che ci distinguerà sempre da computer e robot, non è esclusiva della mente umana ma una misteriosa proprietà presente in natura. Come se l’energia stessa che determina la materia, tendesse misteriosamente verso questa coscienza di sé. A tenere inchiodata per oltre un’ora una platea ammirata di centinaia di giovani, sul palco Feel the Future al Campus Party in Fiera a Milano dello scorso luglio è stato un ingegnere vicentino classe 1941, con una visione in netta controtendenza rispetto al pensiero dominante in Silicon Valley, culla mondiale californiana dell’innovazione dove vive dalla fine degli anni Sessanta, che forse a lui deve pure il suo nome. Fu Federico Faggin infatti a firmare il primo microchip che ha dato il via all’era del silicio, la rivoluzione hi tech che ha cambiato le nostre vite con apparecchi sempre più piccoli, potenti e veloci. Negli anni Ottanta, fu ancora lui a progettare la prima tecnologia touch, che i giganti della telefonia per anni non capirono. E quando Steve Jobs lo incontrò, intuendo il potenziale di quella invenzione tentò di ottenerla in esclusiva, e al rifiuto di Faggin, decise che la sua azienda ne avrebbe sviluppata una simile. Quando ci riuscì, rivoluzionando in breve il mondo dei portatili, le altre aziende che non avevano capito corsero ad acquistare dall’ingegnere vicentino il touch, che oggi è parte integrante, persino invasiva, della nostra quotidianità. Quello che fu un ragazzino così dotato da costruire a 13 anni da solo un aeroplanino e farlo volare, è stato premiato dal presidente Obama con la prestigiosa National Medal of Technology and Innovation 2009, per il suo eccezionale contributo al progresso tecnologico. Da scienziato imprenditore, Faggin aveva sconfinato da tempo dalla fisica nella biologia. Ma ora la sua ricerca sembra approdare pure alla filosofia, materia di cui suo padre Giuseppe fu illustre studioso. «Volevo creare reti neurali in silicio, come un microprocessore che si crei da solo, che impari, invece di un microprocessore che si deve programmare. Mi sono chiesto: sarà possibile fare un computer consapevole? Gli scienziati pensavano che la consapevolezza fosse un fenomeno emergente dal funzionamento del cervello. Se è considerato una macchina perché non posso fare una macchina consapevole», ha ricordato Faggin. «Non ci volle molto per capire che la differenza fondamentale sta nei sentimenti, nella capacità di avere sensazioni fisiche, per esempio il colore rosso, il profumo di una rosa, il sapore del vino…». Un computer, ha spiegato, può anche arrivare a decifrare gli impulsi elettrici di un profumo e riconoscere la rosa. Ma non può e non potrà arrivare mai a cogliere il valore simbolico, la sensazione e i pensieri che quel profumo genera. «Mi sono messo a cercare di capire da dove scaturisce questa differenza: dalle equazioni della fisica? No, non ci dicono nulla dei sentimenti, ci dicono come dei simboli vengono trasformati in altri simboli, che è quello che fa il computer. Ma noi tra un simbolo e l’altro abbiamo una sensazione e questo è solo l’inizio… senza sentimenti la vita non avrebbe senso. Il computer dentro ha il buio, noi abbiamo luce, la capacità di immaginare, di creare. Noi comprendiamo il contesto nei quali i simboli si trovano e il computer non può comprenderlo questo contesto, glielo diamo noi». Faggin è convinto che questa consapevolezza sia di natura e qualità completamente diversa dalla qualità della materia, non il risultato della complessità. E il modello che sta elaborando diverge da quello della fisica standard, comincia con l’idea che l’energia che compone spazio tempo e materia, sia consapevole, riflette se stessa, possa percepire se stessa. «Io guardo a me stesso per avere un’idea di cosa sia un’esperienza interiore. Nella mia realtà ci sono due mondi collegati, due facce di una medaglia, quello interno dei sentimenti, della comprensione e quello esterno. Dov’è il mondo interno del computer? È solo esteriorità non c’è niente dentro. Nel campo della scienza nessuno ha mai studiato la natura della consapevolezza, una parola che vent’anni fa non si poteva neanche usare in accademia. I filosofi, gli psicologi la usavano, ma perché disturba l’idea che siamo materia, che siamo delle macchine. Non siamo macchine! E dobbiamo essere contenti di non esserlo. Vogliamo essere macchine? Ma siamo matti?». I fisici, lo scienziato rimprovera una «paura di Dio, delle cose mistiche: si irrigidiscono di fronte a quelle che sono invece domande assolutamente appropriate da farci: com’è che siamo consapevoli, come mai le equazioni della fisica non ci dicono il perché. E se la realtà ha una faccia interna e una esterna dobbiamo prenderne atto. Ma i fisici pensano che quella interna nasca da quella esterna