Cento anni di Olivetti – Patrimonio ancora vivo, dice Laura, figlia di Adriano e presidente della Fondazione

“Non c’è solo il ricordo, se persone andate in America con Olivetti si sono poi affermate lì con aziende loro, grazie alle competenze acquisite con Olivetti. E se nel Canavese (la regione attorno ad Ivrea ndr) ancora oggi c’è un proliferare di aziende e imprese ad alta specializzazione, fondate da ex Olivetti con capacità e senso imprenditoriale acquisito in Olivetti”. Cosi’ Laura Olivetti, figlia di Adriano (con lui da bambina nella foto) e presidente della Fondazione intitolata al padre, ha ricordato in un’intervista a Reuters l’importanza dell’eredità Olivetti, nel centenario della fondazione della prima fabbrica a Ivrea (29 ottobre 1908) da parte del nonno Camillo. Quel che ‘ rimasto, dice, è più del ricordo di un’impresa fuori dagli schemi, a suo modo unica in Italia. E’ un patrimonio di intraprendenza e spirito creativo che prosegue ancor oggi, su frontiere avanzate in Italia e all’estero. Attraverso i tanti manager, ingegneri e imprenditori di diverse imprese, che si formarono in Olivetti portandone con sè i valori. Ecco il testo dell’intervista, “Cento anni di Olivetti: un patrimonio ancora vivo, dice l’erede” realizzata per Reuters. MILANO (Reuters) – L’eredità Olivetti è più del ricordo di un’impresa fuori dagli schemi, a suo modo unica in Italia. E’ un patrimonio di intraprendenza e spirito creativo che prosegue ancor oggi, su frontiere avanzate in Italia e all’estero. Attraverso i tanti manager, ingegneri e imprenditori di diverse imprese, che si formarono in Olivetti portandone con sè i valori. E’ quanto afferma Laura Olivetti, figlia di Adriano, oggi presidente dell’omonima Fondazione (www.fondazioneadrianolivetti.it), nei giorni in cui si celebra con numerosi eventi il centenario dell’azienda, fondata il 29 ottobre 1908 da suo nonno Camillo a Ivrea e cresciuta col padre a livello internazionale. “Non c’è solo il ricordo, se persone andate in America con Olivetti si sono poi affermate lì con aziende loro, grazie alle competenze acquisite con Olivetti. E se nel Canavese (la regione attorno ad Ivrea ndr) ancora oggi c’è un proliferare di aziende e imprese ad alta specializzazione, fondate da ex Olivetti con capacità e senso imprenditoriale acquisito in Olivetti”, dice a Reuters la presidente della Fondazione. ORGANIZZAZIONE E LIBERTA’ DI PENSIERO Di quell’esperienza di integrazione tra fabbrica e territorio, business e ricerca, manodopera e artisti d’avanguardia, segnata dalla morte di Adriano Olivetti il 27 febbraio 1960, quando lei era bambina, Laura conserva anche suggestioni d’infanzia. “Vivere nella luce… era la realtà, per tutti i bambini che ruotavano attorno alla Olivetti. Avevano questi spazi tutti pieni di luce, dall’asilo alla fabbrica. Non c’erano posti dove non ci fosse la luce naturale…né senso di costrizione fisica e chi ci è passato lo ricorda benissimo: spazio e luce”, dice Laura Olivetti. Quasi una metafora, per un’azienda lanciata da un imprenditore illuminato, capace di circondarsi di alcuni dei migliori artisti dell’epoca. “Grande libertà di pensiero, anche se c’è da sfatare la leggenda che alla Olivetti a un certo livello tutti facessero quel che volevano…architetti, designer o scrittori facevano il loro mestiere secondo una regola. Liberi di usare la propria testa ma dando poi conto del proprio lavoro”, ricorda. A proposito di un’organizzazione che “funzionava alla perfezione non per degli spazi pindarici, ma per l’abilità (di mio padre) di individuare chi aveva le competenze per dare il meglio, saper mettere le persone giuste al posto giusto”. Una gloriosa storia aziendale di cui rievoca con amarezza l’epilogo, la scomparsa nel 2003 del marchio Olivetti dal listino di Piazza Affari, dopo la fusione per incorporazione nel 2003 di Telecom Italia in Olivetti. Anche se a pregiudicarne le sorti, dice, fu forse la cessione forzata, ancora nel 1964, della divisione elettronica alla General Electric, imposta, come ricorda il memoriale della Fondazione, da nuovi azionisti tra cui Fiat, Pirelli, Mediobanca, Imi e la Centrale. “Olivetti all’epoca era davvero all’avanguardia mondiale, l’ordine di cedere a GE era venuto chiaramente dall’America”, afferma Laura Olivetti. “LABORATORIO DELL’INTANGIBILE” PER RIPORTARE IL NOME OLIVETTI A IVREA Il centenario dell’azienda sarà occasione per riportare il nome Olivetti a Ivrea, con un progetto già presentato a enti locali e aziende hi-tech come Microsoft, dice la presidente della Fondazione. “Un tavolo per l’innovazione, un ‘laboratorio dell’intangibile’ che aiuti piccole e medie imprese a misurare e mettere a bilancio i loro di ‘capitali intangibili’, in base alle norme Ue”, spiega, facendo riferimento alle regole di Basilea 2 che impongono condizioni rigorose per la concessione di crediti, con una valutazione della reale consistenza aziendale molto difficile da certificare per imprese di alta specializzazione e piccole dimensioni. Proprio da Ivrea, ricorda ancora Laura, la Olivetti fece scuola in un campo oggi di grande attualità, la cosiddetta “social corporate responsability “. “Tra asili per i figli dei dipendenti e studi d’avanguardia sull’ergonomia in fabbrica, per tutelare la salute dei lavoratori, questo senso di responsabilità sociale non veniva imposto da regole imposte dall’esterno”, dice. “Era parte di un’idea d’impresa in cui il profitto non andava diviso solo tra gli azionisti ma andava ad aumentare il valore dell’impresa con sviluppo e ricerca, con benefici non solo per chi ci lavorava ma per tutta la comunità e il territorio, di cui la fabbrica era motore”.

Mind the Bridge, online tutti i video della due giorni a Venezia, prima uscita informale di IdF

Sono online tutti i video della due giorni Mind the Bridge svoltasi a Mestre Venezia il 10 e 11 ottobre scorsi, nel corso della quale e’ avvenuta la prima presentazione informale del progetto Italiani di Frontiera. In particolare, qui l’intervista a Massimo Colomban, imprenditore di successo gia’ fondatore di Permasteelisa e oggi direttore del Vega, centro scientifico e tecnologico, che ha ospitato l’evento), realizzata dall’autore di di IdF. Qui invece l’introduzione e le conclusioni di Marco Marinucci, manager di Google e amico di Italiani di Frontiera, che ha ideato e animato l’evento con un tour de force micidiale. Qui l’intervista ad Alberto Sangiovanni Vincentelli , professore di Berkeley, una delle figure piu’ carismatiche del made in Italy nella Bay Area di San Francisco, realizzata da Frediano Finucci di La7, altro amico di Italiani di Frontiera. Questo invece l’indirizzo del blog Mind the Bridge dove lasciare commenti e suggerimenti.

IdF Archives, Enzo Torresi ricorda la straordinaria esperienza Usa di Olivetti

All’inizio, era l’Olivetti. Il 29 ottobre 1908 aprì a Ivrea la prima fabbrica di macchine da scrivere Olivetti, fondata da Camillo e lanciata poi a livello internazionale dal figlio Adriano. Una storia straordinaria, anche se dall’epilogo amaro. Un esempio unico di azienda votata all’innovazione, con uno spirito aziendale molto simile a quello di Silicon Valley, dove l’Olivetti sbarcò in forze, contando oltre 250 dipendenti al momento della chiusura, 1994-95 nei laboratori di Cupertino e Palo Alto. E gli “Olivetti Boys”, oggi imprenditori veterani, sono il nucleo centrale  degli Italiani di Frontiera protagonisti di questo blog. A partire da un testimone d’eccezione, Enzo Torresi, oggi venture capitalist con EuroFund , che fu il vero protagonista dell’avventura Usa di Olivetti. DA IVREA ALL’AMERICA – Laureato da poco, all’inizio degli anni Settanta entrai in Olivetti. A Ivrea avvenne una cosa molto strana. Il mio capo a Ivrea era un americano della Xerox, che Olivetti aveva assunto come responsabile della ricerca. A Ivrea aveva 400 persone, altre 40 nel New Jersey, a Tenafly. Questo americano Phd era un radioamatore. Io ero cinque livelli sotto di lui e un giorno per caso ci incontrammo in un corridoio e gli dissi che ero radioamatore come lui, Guardando nei nostri registri trovammo le rispettive sigle: ci eravamo gia’ parlati senza sapere chi fossimo. Questo piccolo evento risulto’ molto importante per la mia carriera, perche’ lui mi favori’ molto. “Dottor Torresi, io la portero’ nel mio laboratorio nel New Jersey che e’ molto importante perche’ penso che qui sarebbe sprecato…”, mi diceva. COINCIDENZA FORTUNATA NEGLI USA – A quei tempi a Ivrea in mille facevano progettazione, in 400 facevamo ricerca. Resistetti li’ dieci mesi, dopo di che lui mi mise su un aereo mandandomi con una scusa all’Universita’ del Rhode Island, dove feci un corso di due mesi post graduate sulla fisica dei display a cristali liquidi. In due mesi di Kingston mi resi conto che quel che volevo fare io era negli Stati Uniti. Lui alla fine di questa permanenza mi mando’ nel laboratorio del New Jersey, dove avvenne un altro caso fortuito. Il capo dei capi della ricerca e sviluppo, ingegner Perotto venne negli Usa per approvare il budget 1971. E io mi trovavo li’ in queste due settimane di permanenza… Io avevo lavorato per un po’ con i colleghi americani per fare una dimostrazione di questo display, uno schermo sul quale dovevamo far apparire inumerai di una calcolatrice elettronica. In questa riunione in cui presentavamo il nuovo prodotto del gruppo di ricerca mi disse: “Per sbrigarci perche’ non me lo racconta lei cosa state facendo, invece di questi americani, che ho dfficolta’ a capire cosa dicono?”. Io feci tutta la presentazione, poi la dimostrazione, l’indomani lui prima mi partire mi disse: “Sa, tutti stanno pensando di farla venire in questo laboratorio ad aiutarli in questo progetto dei cristalli liquidi perche’ ha fatto buona impressione a tutti”. Tornai a Ivrea e raccattai tutto… avevo un figlio di un mese, Marco, ero appena sposato. E nel dicembre 1970 mi trasferii permanentemente in America. Non so se sia stata una fuga dei cervelli ma di fatto io mi dissi con mia moglie che sarei stato infelice a Ivrea e volevo cogliere questa opportunita’ che mi si presentava. TEST PREVENTIVI SUI CHIP USA – Dopo due anni di lavoro, Olivetti vendette questi brevetti a Timex e Motorola. Il gruppo americano venne sciolto e io corsi il rischio di tornare in Italia. Ma in quel periodo in California stavano nascendo diverse aziende di semiconduttori: Intel, Motorola, Texas Instruments…. Io proposi di fare di mestiere il residente Olivetti presso queste societa’ di semiconduttori, con cui stavamo stabilendo importanti rapporti per trasformare in elettroniche macchine da scrivere e calcolatrici che allora Olivetti faceva con lamiere stampate. Tutti concordarono che ci fosse bisogno di una persona negli Usa. All’inizio mi diedero un ufficio a New York, da dove dovevo fare il pendolare con San Francisco. Dopo un mese mi trasferirono a Mountain View, dove affittarono un appartamento. Io avevo tre uffici dedicati: uno a Intel, uno alla National Semiconductors e uno alla Texas Instruments. Era il 1973. Dopo due anni, tutti consideravano positivamente il mio esempio. All’epoca all’Olivetti, prima dell’arrivo di Carlo De Benedetti, c’erano Marisa Bellisario e l’ingegner Ottorino Beltrami. Ci fu un successo di progettazione alla Fairchild, che fece un chip molto grande tutto in silicio, che sostituiva tutte le componenti meccaniche di una calcolatrice, rispetto alle vecchie macchine elettromeccaniche. Olivetti mise in produzione questa macchina, tutti parlavano di questa idea di mandare un residente presso queste aziende e mi diedero carta bianca per fare altre attivita’. SCONTRI CON INTEL – Olivetti stava iniziando a comprare grandi quantita’ di prodotti, memorie statiche da Intel soprattutto, e da Texas Instruments. Io proposi di fare un laboratorio per collaudare tutti i semiconduttori che partivano da Silicon Valley per Ivrea, come avevamo fatto in un primo test. Mi dissero ok e fecero fare un investimento di 500.000 dollari di allora per comprare due grosse macchine di collaudo dei semiconduttori. A questo punto, il gruppo divenne di venticinque persone. Il nostro mestiere era quello di confrontare i risultati dei test con le specifiche tecniche dei prodotti di Ivrea. Quindi (se risultavano incompatibilita’) potevamo anche rifiutare una spedizione. Cosa che io feci un paio di volte, con Intel, suscitando reazioni risentite e quasi grane diplomatiche. Ma se il chip di memoria che ci consegnavano non passavano lo screening di Cupertino, veniva rigettato. Per Olivetti questo fu un grosso risparmio: in tempi normali si sarebbero accorti di incompatibilita’ solo quando il chip era gia’ arrivato a Ivrea, e Intel poi rifiutava di riconoscere vi fossero problemi, scaricando la responsabilita’ sui tecnici di Ivrea… cosi’ invece noi controllavamo e dicevamo loro: venite a vedere il test di Cupertino, dieci minuti di macchina e vi convincerete anche voi…”. Questa operazione dei test divene un altro grosso successo di efficienza per Olivetti e mi diedero ancora un po’ piu’ corda. PROGETTARE IL PRIMO PC OLIVETTI – La fonte dello

Amici di Idf: Laura Curino in teatro con il sogno Olivetti nel centenario

L’impresa come sogno di visionari con i piedi per terra. Un padre che la crea scommettendo su un futuro di tecnologia, un figlio che da’ all’azienda statura mondiale. Senza mai dimenticare che al centro non sta il profitto ma l’uomo e la costante innovazione. Lo ammetto, avevo gli occhi lucidi applaudendo al Teatro Studio di Milano la straordinaria Laura Curino, attrice bravissima tornata in scena con “Camillo Olivetti: alle radici di un sogno“. Qui l’intervista per Reuters a Laura, che ha riportato in scena lo spettacolo su Adriano Olivetti. Temi particolarmente importanti per questo blog. Non solo perche’ da Olivetti e’ uscito il nucleo centrale degli Italiani di Frontiera di Silicon Valley. Alcuni gia’ presenti sul blog. Come Enzo Torresi, Gianluca Rattazzi , Giacomo Marini, Enrico Pesatori, Ezio Valdevit, Luciano dalle Ore, Giamma Clerici . E altri di imminente pubblicazione come Francesco Lacapra di MaxiScale e Luca Cafiero di Cisco. Ma anche perche’ lo spirito che ispiro’ gli Olivetti, forse troppo in anticipo sui tempi in Italia, ha molto in comune con quello di Silicon Valley. Qui un commento di Carlo De Benedetti (in un lancio Agi) in occasione del coinvegno a Milano moderato proprio da Laura Curino (qui un resoconto Ansa). Qui invece un ricordo di Laura Olivetti su La Stampa.

Marcello Forconi: ricercatore a Stanford, dopo concorsi beffa italiani

Una telefonata che  cambia la vita, da un luminare di fama mondiale che non l’aveva mai visto in faccia ma aveva valutato e apprezzato il suo lavoro. Che in due concorsi in Italia era stato invece disprezzato. Cosi’ Marcello Forconi (nella foto con la moglie Lina), bolognese, chimico ricercatore, e’ arrivato a Stanford. CONCORSI ALL’ITALIANA – Sono uscito dall’Università di Bologna con una laurea in chimica industriale,108, pieno di speranze, con l’idea di fare ricerca. Un anno da laureato frequentatore (senza compenso e pagandomi una assicurazione anti-infortuni), poi un concorso di dottorato. Tanti temi generici, io ne scelgo uno, sulle tecniche spettroscopiche, che avevo trattato nella mia tesi. Il modo migliore per far capire come so sviluppare un tema per conto mio. All’orale invece, il Presidente della Commissione mi disse che avrei dovuto trattare un argomento di chimica organica… Ho capito dopo quanto sia terribile questa suddivisione rigida nell’Università In Italia, dove spesso un dipartimento non sa quel che succede fuori dal proprio orticello. Questo non aiuta lo sviluppo scientifico… Qui, a Stanford, uno viene apprezzato se prende le cose che conosce e cerca di approfondirle, applicandole ad un sistema diverso. Perchè è così che si progredisce nella ricerca. In Italia, purtroppo, non si fa. Di solito, ti laurei e fai il dottorato nello stesso Istituto e con lo stesso professore che hai avuto durante l’anno di tesi, cosa inconcepibile qui in America! In Italia per diventare ricercatore universitario devi continuare ad appoggiarti allo stesso professore col quale hai lavorato durante il dottorato. E se decidi di cambiare laboratorio o tipo di ricerca, puoi avere seri problemi a rimetterti sul mercato universitario. Ad un altro concorso, a Bologna, il giorno del tema avevo incontrato una mia amica, che mi aveva detto: “Fai il concorso di dottorato? Beh… sono gia’ entrate le due persone che si sa gia’ avranno il posto…”. Il principio stesso dei concorsi in Italia, forse aveva senso in altri tempi, oggi non lo ha più. Continuare a prendere le stesse persone che già si conoscono, abituate a fare la stessa cosa per anni… alla ricerca universitaria serve invece selezionare le persone migliori in un dato campo per ampliare le conoscenze, tentare strade nuove e arrivare a nuovi sviluppi come succede nella maggior parte dei casi all’estero. UNA TELEFONATA CHE NON DIMENTICHERÒ – Stavo facendo il PhD in Inghilterra, a Sheffield, un’Università già più aperta di quella italiana, verso la fine mandai via e-mail una domanda per fare il Post-Doc nel laboratorio a Stanford di una tra le massime autorità nel campo dell’enzimologia: Daniel Hershlag, che aveva lavorato col premio Nobel Tom Cech, che ha contribuito ad uno dei più grandi cambiamenti nel pensiero biologico degli ultimi 30 anni. Dan (Hershlag) mi risponde quasi subito, iniziammo a scambiarci e-mail. Poi un giorno mi arriva una telefonata al cellulare, che non dimenticherò mai più. Lui, il migliore, un’autorità mondiale nel campo in cui volevo far ricerca, mi chiama come se ci conoscessimo da sempre. Spunti ed osservazioni a raffica… ed io, che non ero ancora sceso dall’auto, emozionatissimo, cercavo di rispondere alle sue domande, frugando freneticamente nello zaino a caccia dei miei appunti e di una penna con la quale scrivere i suoi suggerimenti e le sue idee. Una valanga di parole e idee, quando la telefonata è finita, mi è “morto” il telefonino. Io ero esaurito quasi quanto la batteria ma contentissimo. In due giorni ho dovuto mandare a Dan un mio mini-progetto. Poi lui mi ha chiamato qui. Quando sono arrivato a Stanford, aprile 2003, ho capito perchè alla mia prima e-mail “Dear Professor”, avesse risposto: “Chiamami Dan”. La mentalità di questi scienziati è diversa. Vogliono instaurare un rapporto personale con studenti e collaboratori, un rapporto di parità che serve a favorire lo scambio di opinioni, anche con le persone alle quali insegnano. PESCE PICCOLO IN UN MONDO NUOVO – All’inizio qui per me è stato un shock. Tutto era diverso: cultura, cibo, persone e soprattutto l’idea di ricerca. Non solo rispetto all’Italia ma anche rispetto all’Inghilterra; dove ad esempio ho fatto quasi solamente esperimenti, per tre anni. Ma lavorando in questo modo, a mio parere, non riesci a capire la prospettiva, il contesto globale, anche se lavori “come un matto”. Qui, a Stanford, è tutto molto più intenso! E questo contesto globale c’è! Devi essere molto, molto bravo nel tuo specifico, senza mai dimenticare che è molto, molto piccolo. E per questo devi cercare i collegamenti per inserirlo nell’immenso mondo della ricerca che è fuori. La sensazione è quella di essere un pesciolino di un piccolo acquario messo in un oceano….. di conoscenze. Che ti dà tante possibilità, ma che all’inizio ti fa sentire perso! LA MIA RICERCA – Nel mio caso, lavoriamo per individuare i concetti fondamentali del funzionamento degli enzimi, le molecole che permettono alle reazioni chimiche nelle cellule di procedere con velocità compatibili con la vita. Gli enzimi sono generalmente lunghe catene di amminoacidi (proteine), ma alcuni particolari enzimi (ribozimi) sono invece formati da acido ribonucleico (RNA), un polimero simile al DNA. Il mio scopo è quello di capire come funzionino questi enzimi, come catalizzino le reazioni, quali siano le similitudini e le differenze rispetto alle proteine. E questo ha anche un’implicazione per l’evoluzione della vita. COME SI LAVORA – Per i miei studi, uso una tecnica particolare, e altri ricercatori ne usano diverse. Dunque è importante sapere cosa fanno e come si muovono gli altri, costruire dei collegamenti, usare tecniche diverse per ricostruire un’immagine che è la stessa per tutti ma non è fissa, è in movimento… Per fare tutto ciò devi essere bravo nell’usare la tua tecnica e tenerti aggiornato, devi mantenere stretti collegamenti con gli altri, se vuoi ricostruire questa immagine. Una volta significava giorni e giorni di biblioteca, ora col web hai tutto a disposizione e puoi comunicare rapidamente con la posta elettronica! I software di ricerca sono importantissimi… Anche se si sta creando un gap tra Università grandi e ricche e atenei più piccoli e con meno

Giorgio Pocaterra, un vicentino cowboy romantico del Novecento in Canada

Primi anni del Novecento, l’epopea del Far West negli Usa si è appena conclusa, ma l’ovest canadese è ancora selvaggio e scarsissimamente popolato. Un uomo bianco nella boscaglia ha appena tagliato alcuni tronchi per il suo ranch e si riposa preparandosi a fumare, quando si accorge di essere circondato da indiani, piu’ incuriositi che minacciosi. Reagisce con un sorriso offrendo loro del tabacco. La tensione si scioglie e se li fa amici. Scoprirà piu’ tardi che l’esclamazione con la quale loro avevano reagito, nella loro lingua significava “Questo bianco non ha paura di nulla!”. Quel rancher, nel profondo ovest canadese, era vicentino. Si chiamava Giorgio Pocaterra, nato il 22 settembre a Piovene Rocchette, paesino all’ingresso della Valdastico, nel 1882. Un’altra storia straordinaria di “Italindani” scoperta da Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution e partner di Italiani di Frontiera, che si ripromette di ricostruirla nei particolari. Rampollo di buona famiglia, dopo gli studi in Inghilterra Pocaterra seguì l’istinto d’avventura alimentato da ragazzo con le escursioni alpine con il Cai ed i romanzi di Emilio Salgari e James Finemore Cooper, alla conquista dell’ovest canadese. Cowboy romantico del Novecento, Pocaterra aprì un ranch che fu pioniere dell’agriturismo, per turisti di citta’. E visse a contatto profondo con gli indiani, con un rispetto ed un’ammirazione per la loro civiltà che forse mancava ai ranchers anglocanadesi. Figlio di un alto funzionario della fiorente industria laniera vicentina, dice Marino, Pocaterra crebbe seguendo il padre nelle escursioni montane ed eccellendo da studente negli sport, dal ciclsmo al calcio al rugby. Fu mandato a studiare a Berna, poi in Inghilterra a Bedford, Yorkshire. Ma il futuro nel settore tessile gli stava stretto. Così, affascinato dai libri letti sul Far West, per lui divenne decisivo l’incontro a Berna con un reverendo canadese della provincia di Manioba. Partì da Liverpool sbarcando in Nuova Scozia nel marzo 1903. Sognava l’Ovest ma con pochi soldi in tasca la vita fu durissima e arrivato nel Manitoba finì a spalare letame dei maiali. Ma senza cedere, puntoa verso le Montagne Rocciose e le raggiunse l’anno successivo, insediandosi in una casetta colonica ed avviando poi un vero ranch per l’allevamento . Ma non disdegnava escursioni nei territori circostanti dove pochi bianchi si avventuravano, E fu li’, ricorda Marino, il suo primo incontro con un gruppo di indiani Stoney, inizio di una profonda amicizia con i nativi americani, di cui apprese a fondo e con grande rispetto usi, costumi e lingue. Con loro andava a caccia e fu durante una battuta in un ambiente micidiale che salvo’ la vita a due figli di un capo, portandoli al sicuro. Guadagnandosi riconoscenza eterna, ed un nome indiano: Figlio della Montagna. Dopo anni Giorgio tornò in Italia, incontrando in un ristorante milanese una cantante lirica, Norma Piper, che veniva da Calgary e divenne sua moglie. Con lei tornò nell’ovest canadese, non senza difficoltà. Negli anni Cinquanta, ricorda ancora Marino, Pocaterra fu interprete per la troupe del regista Raoul Walsh che girava in quella regione “Saskatchewan” (1954) con Alan Ladd e Shelly Winters. Poi fece del suo “Buffalo Head Ranch” che gli è sopravvissuto, la meta di un’altra attività pionieristica: l’agriturismo, meta di facoltosi turisti di citta’ in cerca di emozioni nel selvaggio West. Pocatera morì il 12 marzo nel 1972. Non prima di aver registrato lunghe testimonianze orali sulla sua avventurosa vita, che si possono ascoltare ancor oggi in Rete, sul sito della comunità italiana dell’Alberta.

Capobianco spiega come “allenerà” gli imprenditori al salto Italia-Silicon Valley

Una “palestra” per aiutare gli imprenditori italiani decisi a sbarcare a Silicon Valley. Con assistenza professionale e consigli pratici per muoversi nella Bay Area. In questi giorni in Italia, Fabrizio Capobianco, giovane amministratore delegato di Funambol, tra i primi protagonisti di Italiani di Frontiera nei mesi scorsi in questo post, ha annunciato il lancio di “Funambol Gymnasium”, obbiettivo: preparare chi e’ deciso a tentare il salto dal BelPaese a Silicon Valley, ambiente ricco di opportunita’ ma non facile da affrontare. Specie se non si entra nella mentalita’ del luogo o peggio, se si tenta di affrontarla adottando il modo di pensare “all’italiana”. Capobianco ha illustrato i particolari del suo progetto in questa intervista a Reuters (divenuta Thomson Reuters dopo la recente acquisizione da parte della societa’ canadese) di cui ha visitato la sede milanese.

Christiana Rattazzi, manager dell’ambiente a poco piu’ di vent’anni

Ad appena 22 anni, al primo impiego, un posto di responsabilita’ in un’azienda innovativa come SunPower, nel campo dell’energia solare. La storia professionale iniziata da poco di Christiana Rattazzi, nata negli Usa da famiglia italiana, e’ un esempio dell’intraprendenza e della straordinaria versatilita’ della Bay Area. Capace di puntare su persone dotate, valutandole in base alle loro potenzalita’, senza pregiudizi di sesso e nemmeno di eta’. Figlia di un veterano di Silicon Valley e imprenditore seriale, Gianluca, (e’ stato tra i primi protagonisti di Italiani di Frontiera, in questo post), dal padre Christiana ha ereditato anche la passione per l’automobilismo. Oltre a quella per le sfide. GLI STUDI – Mi sono laureata in Neuroscienze e Biologia comportamentale alla Emory University nel maggio 2007, ottenendo anche il premio Wall of Fame, riconosciuto allo studente che ha dato il maggior contribuito all’Universita’ in termini di leadership ed esempio. Dopo il primo grado, pensavo di frequentare medicina, che a differenza che in Italia costituisce un secondo grado di laurea. Ma mentre preparavo gli esami di ammissione mi sono accorta che i miei interessi stavano orientandosi verso un’altra direzione. Il fatto di parlare quattro lingue, avere una cultura europea e americana, essere interessata al mondo imprenditoriale e saper gestire persone (come avevo fatto all’Universita’ con club e attivita’ studentesche) mi ha indotto a tornare sulla decisione di studiare medicina, per tentare la strada dell’impresa. IL LAVORO – Ho iniziato a fare colloqui per posizioni di marketing connesse al mio campo (sanita’ e biotecnologie) ma sono arrivata ad un’azienda di punta nel campo dell’energia rinnovabile, SunPower. Impressionata dalle conseguenze planetarie della crisi petrolifera e dell’effetto serra, ho capito che ci sono aziende che fanno di questi problemi energetici e ambientali la propria missione primaria. Ed ho capito che come con medicina, anche con SunPower mi sarei occupata di migliorare la qualita’ della vita delle persone e delle future generazioni. In piu’ la qualita’ delle persone incontrate li’ ed il fatto che l’azienda, lanciatissima (vendite decuplicate fra 2005 e 2007) avesse una grossa percentuale di attivita’ in Europa mi hanno fatto propendere per questa strada. PUNTARE IN ALTO – Mi avevano offerto un primo impiego nel marketing ma volevo mettere alla prova le mie capacita’ ad un livello maggiore di responsabilita’. Cosi’ mi sono proposta per un posto di Creative Services Manager (che inizialmente non era disponibile per un neoassunto) ma alla fine, dopo prove e colloqui, l’ho ottenuto. Nel dipartimento di Corporate Marketing, lavoro con clienti interni ed agenzie esterne per realizzare prodotti innovativi adatti all esigenze di questi interlocutori. Sono estremamente riconoscente a questa societa’ che mi ha dato fiducia, e anche se l’orario e’ pesante ed i compiti gravosi, sono molto soddisfatta di quanto realizzato e delle sfide future, mentre l’azienda continua a crescere a rotta di collo. SunPower ha anche aperto una serie di uffici in Italia, attraverso una recente acquisizione, e potrebbe essere un’opportunita’ per contribuire a ridurne la dipendenza dal petrolio. RADICI E VALORI – Ho viaggiato molto e mi sento cittadina del mondo, a proprio agio in qualsiasi posto mi trovi, in particolare in Europa e Usa. E credo che i miei genitori abbiano cresciuto me ed i miei fratelli con i valori migliori offerti dall’Italia e dagli Stati Uniti. Penso che il mondo si stia muovendo nella giusta direzione verso un’uguaglianza fra uomini e donne, anche se rimangono ancora delle disparita’. Ci sono sempre piu’ donne in posti di responsabilita’ dalla politica all’impresa negli Usa. E credo che l’Italia stia procedendo nella stessa direzione.

Luca Cavalli Sforza, l’intervista esclusiva di IdF al genetista scomparso, poco prima della sua partenza da Stanford nel 2008

Il 31 agosto 2018 all’età di 96 anni scompariva a Belluno Luca Cavalli Sforza, genetista di fama mondiale, uno dei protagonisti più illustri di Italiani di Frontiera. Dieci anni prima, agosto 2008, alla vigilia della sua partenza dall’Università di Stanford dove si era trasferito nel 1971 e dove era stato professore emerito, per tornare in Italia, a Milano all”Università Vita-Salute San Raffaele.  Italiani di Frontiera lo aveva intervistato, raccogliendo in video le sue riflessioni, sulla sua carriera, la scienza, l’insegnamento, il Paese che si lasciava alle spalle e quello in cui aveva deciso di tornare. Una testimonianza eccezionale, per competenza, profondità di pensiero e umanità, che dopo la sua scomparsa ha un valore ancora maggiore. Cavalli Sforza ha dato un contributo in più a questo progetto, visto he è stato incrociando le sue osservazioni sull’Italia a quelle di un altro grande protagonista,  Federico Faggin tra i padri del microchip e inventore del touch, che IdF ha creato la  Sindrome del Palio di Siena,  fortunata metafora sull’assurda conflittualità diffusa in Italia, così popolare da essere diventata titolo del Rapporto Eurspes 2016 sullo stato del Paese. Ecco una sintesi dell’intervista del 2008, che era stata ripresa da Reuters e da AdnKronos  sul proprio portale, anche in formato audio, e rilanciata da diversi altri siti. PADRI E MAESTRI – Ho avuto tre grandi maestri. Il primo, Adriano Buzzati-Traverso (fratello di Dino, giornalista e scrittore ndr) ha capito che la genetica era la biologia del futuro, come oggi sappiamo, e quando io l’ho conosciuto era da poco tornato dagli USA dove era andato per impararla, non avendo trovato nessuno in Italia che gliela insegnasse. Poi due genii in assoluto: R.A.Fisher, professore di genetica a Cambridge, che era un grande genetista e il piu’ grande statistico del secolo scorso. Mi ha insegnato a pensare probabilisticamente. L’altro era un collaboratore stretto un po’ piu’ giovane di me, Joshua Lederberg, autore di contributi fondamentali alla genetica batterica, all’immunologia, all’intelligenza artificiale e altre scienze. Lavorare con i genii non aiuta a migliorare l’opinione di se stessi ma e’ egualmente un grandissimo piacere e stimolo intellettuale. Di genii se ne incontrano pochi e quando capita bisognerebbe riuscire a restarci attaccati. UN INCONTRO CHE HA CAMBIATO LA VITA – Piu’ di uno, oltre a quello coi tre maestri che ho gia’ nominato. Quando ho fatto il primo corso di genetica all’universita’ di Parma nel 1951-52 ho avuto due studenti eccezionali: Don Antonio Moroni, e Danilo Mainardi, poi divenuti professori a Parma, che hanno ambedue usato bene le loro capacita’ intellettuali per promuovere molte iniziative valide. Su informazioni intelligenti avute da loro ho cambiato campi di ricerca, passando dalla genetica batterica all’evoluzione umana ed alla evoluzione culturale. ARRIVO NEGLI USA – La prima volta ho passato tre mesi con Lederberg a Madison (Wisconsin) – avevamo collaborato per posta e siamo diventati molto amici. Quando gli hanno offerto di costruire il dipartimento di Genetica dell’Università di Stanford mi ha invitato a fare corsi e mi ha offerto una cattedra. Ha messo vari anni a convincermi e dopo un anno di prova con tutta la famiglia mi sono trasferito qui nel 1971. Stanford e’ un posto eccezionale perche’ oltre ad essere una delle migliori Università degli USA ha anche uno dei climi piu’ belli del mondo e si vive a contatto con la natura. In agosto torno in Italia per ragioni famigliari ma anche perche’ ho progetti interessanti, ma non sara’ facilissimo rientrare a Milano a tempo pieno. UNIVERSITA’ AMERICANA – E’ la migliore al mondo, seguita a ruota da quella inglese. Prendendo parte ai concorsi per eleggere i professori delle cattedre vacanti ho imparato che cos’e’ la meritocrazia fatta sul serio: ci si scervella veramente per capire qual e’ il candidato migliore. Tutte le decisioni importanti passano al vaglio di un consiglio superiore , fatto di saggi e spesso ricchi magnati locali, sovente ex-allievi dell’università che sono attivi mecenati e vogliono che i loro doni siano ben investiti. Vi sono molte Universita’ di Stato veramente buone, almeno in California, ma le Università migliori sono quasi tutte private. Vi e’ molto mecenatismo e vi sono anche parecchie ricche fondazioni private che aiutano la ricerca. UNIVERSITA’ ITALIANA – E’ rovinata dai concorsi; malgrado molti tentativi di migliorarli e’ tornata al vecchio sistema, che permette all’influenza baronale di aiutare i propri allievi. In questo modo, non si portano le novita’ si porta la roba vecchia, mentre bisogna saper accettare le idee nuove dimenticando quelle vecchie. Se mettiamo in cattedra i nostri allievi perchè continuino le nostre idee, le Universita’ si fermano. Bisognerebbe che le Universita’ diventassero indipendenti e imparassero a scegliere molto bene i loro professori, che sono la parte piu’ importante del loro patrimonio. Lo Stato da’ aiuti sulla base del numero di studenti, che dipende anche da quanto facili sono gli esami. Dovrebbe darlo invece sulla base dei voti nell’esame professionale di Stato, usandoli per valutare le Università dove hanno studiato. Forse per le Universita’ italiane, il metodo migliore sarebbe che nei concorsi fossero dei professori stranieri a scegliere i nostri. HI TECH E SOCIETA’ – Come tutta la tecnologia, la high tech bada soprattutto al proprio guadagno, ma almeno a Silicon Valley vi è anche una visione delle necessita’ di preoccuparsi degli altri, come alcune religioni tentano di insegnare. La high tech è ricca di persone intelligenti, e la combinazione con l’altruismo può dare frutti straordinari. L’IDEA MIGLIORE – E’ quella di coloro che hanno l’intelligenza necessaria per diventare ricchi e a un certo punto divengono anche mecenati (in modo intelligente). In Italia quando i ricchi fanno la carita’, lo fanno in genere in modo egoistico: alla Chiesa, perche’ vogliono comprarsi il Paradiso. O agli ospedali, perchè vogliono essere curati bene. Non c’e’ un buon mecenatismo. Nella Rockefeller University di New York sotto il ritratto di uno dei grandi benefattori vi e’ una semplice iscrizione: L’ARTE DI DONARE. L’ERRORE PIU’ GROSSO – Investire nella guerra che non ha scopi esclusivamente difensivi, o piu’ in generale ignorare che i malanni piu’ grossi della societaà sono guerre, epidemie

Kim Polese, radici friulane: da Java alla sfida free software con SpikeSource

Padre italiano di Sacile (Pordenone), una carriera di prim’ordine a Silicon Valley con il successo straordinario di Java di cui a Sun Microsystems e’ stata product manager, Kim Polese affronta oggi una nuova sfida, come amministratore delegato di SpikeSource. Il campo, quello del software open source per aziende, e’ una delle nuove frontiere dell’hi tech, dalle potenzialita’ ancora in gran parte da scoprire, dice Kim. LE MIE RADICI – Mio padre italiano di Sacile (Pordenone) venne qui da bambino negli anni Trenta, mia madre e’ danese. Mi ritengo dunque il prodotto del miscuglio di culture della Bay Area. Lui e’ sempre stato concentrato sul lavorare sodo e far bene per la propria famiglia e penso avesse un’impronta imprenditoriale che credo di aver ereditato. La mamma ha viaggiato per tutto il mondo prima di arrivare a San Francisco anche lei con uno spirito determinato: non c’era nulla che potesse distogliere i miei se si mettevano in testa di realizzare una cosa. L’ESPERIENZA JAVA – Ho lavorato per sette anni a Sun Microsystems ed ho avuto il privilegio di far parte della squadra che ha creato Java, di cui sono stata product manager. La tecnologia Java e’ stata realizzata all’inizio degli anni Novanta grazie a degli sviluppatori davvero innovatori che hanno previsto un mondo del futuro in cui tutto sarebbe stato collegato, una rete. E all’epoca questa era una visione che appariva davvero lontana… loro sapevano che avevamo bisogno di un software di una piattaforma operativa, un linguaggio capace di adattarsi ad un mondo collegato in rete. Cosi’ hanno creato Java, che abbiamo lanciato nel 1995 e penso sia stato perfettamente sincronizzato ai bisogni che stavano crescendo nel mercato in quel momento. E’ stato immediatamente un grosso successo, per come e’ stato adottato dalla comunita’ di sviluppatori, un’innovazione straordinaria nella realizzazione di applicazioni consapevoli della Rete, capaci di trarre vantaggio dalle potenzialita’ d Internet. Nel 1995 dopo il lancio di Java ho lasciato Sun con altri colleghi del team di Java per fondare Marimba, per contribuire a potenziare la diffusione di Java nel mondo delle imprese. SPIKESOURCE E IL SOFTWARE LIBERO – Oggi sono amministratore delegato di una societa’ chiamata SpikeSource che fornisce software open source e di altro genere ad un ampio mercato aziendale. Quel che facciamo sono test e certificazioni automatiche che risolvono molti dei principali problemi nel rendere rapidamente individuabili e utilizzabili i software affidabili. Abbiamo una partnership con Intel e stiamo creando il piu’ ampio mercato mondiale nella certificazione dei software. Stiamo scoprendo che un sacco di prodotti interessanti hanno bisogno di trovare la strada verso un vasto pubblico e contemporaneamente di essere considerati affidabili. E la nostra alleanza con Intel e’ in grado di soddisfare questa esigenza. E’ stato bello creare questa societa’, abbiamo un centinaio di persone la meta’ qui in Silicon Valley, l’altra meta’ in India. Il mercato del software sta andando incontro ad una straordinaria innovazione, rappresentata principalmente dal software open source, cioe’ realizzato da sviluppatori che realizzano delle applicazioni e le mettono a disposizione gratuitamente su Internet spesso rendendo pubblico il codice fonte che consente di modificarle. Quel che e’ stato fatto sta accelerando il ciclo dell’innovazione ed il software procede molto velocemente perche’ ci sono sempre piu’ persone che lo sviluppano e migliorano e il software open source viene adottato in modi estremamente seri dal mondo delle aziende. E quel che e’ eclatante e’ che sta creando prodotti molto migliori, meno cari, inducendo una grande quantita’ di cambiamenti nella tecnologia perche’ il software e’ dappertutto, sempre piu’ in ogni prodotti che usiamo nella vita quotidiana. E’ una rivoluzione e la sfida nel mercato del software open source e’ che molti utenti o clienti del mondo aziendale non sempre sanno quale software utilizzare, se e’ stato testato e certificato per funzionare con gli altri software che usano e risolvere questo problema su larga scala e’ quel che fa SpikeSource abbiamo davvero l’occasione di partecipare a questa incredibile corsa all’innovazione. DONNA MANGER – Mi chiedono spesso come sia essere una donna nel mondo imprenditoriale hi tech e a dire il vero non ci penso troppo: sono cosi’ concentrata sul mio obbiettivo nel fondare una societa’ e non ho mai considerato un ostacolo essere una donna, credo perche’ il mondo di Silicon Valley in particolare e’ meritocratico e vieni valutato per quel che realizzi, per le tue idee e per come sai trasformare le tue idee in qualcosa che abbia davvero valore per la gente e non importa quanto giovane o vecchio sei, se sei maschio o femmina e com’e’ il tuo aspetto. Se sei capace di farlo avrai successo, Questa e’ davvero l’esperienza che ho avuto. C’e’ stata una generazione di donne che mi ha preceduto e che sono state pioniere del settore lavorando in societa’ come Sun Microsystems Hp e altre, che forse hanno dovuto affrontare sfide piu’ impegnative, dieci o quindici anni prima di me. Ma penso che in genere quando parlo con donne, sono cosi’ concentrate su cosa stanno creando le societa’ che stanno fondando o i gruppi con cui lavorano che questo non e’ un ostacolo… Personalmente credo che abbiamo bisogno di piu’ donne in ruoli di leadership a Silicon Valley e credo che il modo per realizzarlo sia di incoraggiare le ragazze a farsi coinvolgere sin da giovanissime dalla scienza e dalla tecnologia. Mi piacerebbe veder una nuova tendenza ovunque e molte piu’ ragazze abbracciare la scienza e le tecnologie. Penso che la societa’ trarrebbe giovamento dall’avere a disposizione sempre piu’ menti brillanti e creative.