Venezia 2009: da Clooney a Greenaway, diario personale dopo la Mostra del Cinema

Per una decina di giorni IdF ha staccato la spina, durante la trasferta per Reuters alla 66a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia (mentre il fedele Mac Pro era in riparazione…). Occasione per incontri con artisti, amici vecchi e nuovi, interviste, spunti e riflessioni spesso pertinenti ai temi di questo blog. Qui una galleria fotografica di star ed eventi. Qui incontro ravvicinato con George Clooney. Qui invece galleria personale di amici incrociati prima e durante la Mostra. Ecco un personalissimo diario. L’INTERVISTA PIU’ INTERESSANTE – Chiacchierata (impegnativa) con un maestro del cinema, tutto proiettato nel futuro, quella con Peter Greenaway (nella foto sulla terrazza dell’Excelsior, mentre scruta il sottoscritto…). Il regista britannico proclama la morte del cinema, come fruizione mediatica passiva in una sala buia. E’ con il telecomando, primo passo di interazione per lo spettatore, dice, che e’ iniziata la fine del cinema come lo abbiamo inteso nel secolo scorso. E il futuro e’ nuove tecnologie, connettivita’ e interconnessione, che danno a tutti la potenzialita’ di diventare autori e distributori. Di opere “in divenire”, che teoricamente potrebbero essere modificate ogni giorno. IL FILM PIU’ BELLO – Non capita spesso di condividere le scelte della giuria. Ma stavolta c’e’ da sottoscriverne la scelta (Sul Leone d’Oro non c’e’ stata discussione”, ha detto il presidente Ang Lee). “Lebanon” dell’israeliano Samuel Maoz e’ stato davvero il film piu’ bello. Un dramma di guerra con un risvolto autobiografico toccante. Un giovane soldato che a vent’anni in guerra uccide per la prima volta e ne resta sconvolto. Poi tenta inutilmente infinite volte di superare quel trauma scrivendone. Ci riesce soltanto 25 anni dopo. In tre anni, la sua storia diventa il suo primo film da regista. Girato tutto all’interno di un blindato. E vince il Leone d’Oro. Carlo Rossella, presidente di Medusa, deluso dai mancati premi a “Baaria” di Giuseppe Tornatore, lo ha definito un film di nicchia! E come no: la guerra, i tormenti interiori di un gruppo di giovani, la paura, l’orrore della violenza… proprio roba di nicchia, no? IL FILM PIU’ DIVERTENTE – Quanta intelligenza e leggerezza nello spassoso Soul Kitchen diFatih Akin, tedesco di origine turca. Dietro alle vicende di un ristorante sgangherato come la curiosa fauna che ci mangia o ci lavora, tutta l’energia di un gruppo di artisti giovani, quasi tutti immigrati. Dramma e commedia, storie e personaggi, brio e semplicita’. Una miscela che al cinema italiano proprio non riesce facile… CLOONEY NON SOLO DA RIDERE – Davvero divertente anche “The Men Who Stared theGoats”, con un brillante George Clooney, film di Grant Heslov in stile fratelli Coen. Clooneycon classe sullo schermo e fuori, capace di reagire con signorilita’ a pesanti domande sulla sua presunta omosessualita’. Ma la bizzarra storia di un reparto speciale dell’esercito che sperimenta poteri paranormali ispirandosi alla controcultura mistica californiana e’ meno strampalata di quel che sembra. I riferimenti a qualcosa di realmente accaduto sono molti piu’ di quanto si immagini, ha detto il regista. E proprio IdF ha tra i suoi temi il ruolo ispiratore avuto dalla controcultura degli anni Sessanta per la rivoluzione informatica, Internet e lo stesso modo di pensare odierno. ITALIANE SULLO SCHERMO – Inutile ricordare quale disastroso stereotipo sia la donna italiana in televisione. E sul grande schermo? Xenia Rappoport e Jasmine Trinca dopo tutto non hanno demeritato, conquistando i premi di miglior attrice e miglior attore emergente per i ruoli svolti in “La doppia ora” di Giuseppe Capotondi, un thriler imperfetto ma interessante. E in “Il grande sogno” rievocazione del ’68 di Michele Placido. Ma molti pronosticavano la palma per Margherita Buy, ancora una volta tormentata interprete, in “Lo spazio bianco” di FrancescaComencini. Brava, niente da dire. Ma mi permetto una personalissima osservazione. E’ mai possibile che alle donne decorative, appariscenti e tutto sommato degradate del piccolo schermo, il grande schermo finisca col contrapporre quasi sempre, spesso con la Buy, figure tormentate nel loro privato, profonde ma profondamente ripiegate su se stesse, all’interno di piccole storie personali? ATTORI ITALIANI MIGLIORI DI REGISTI E SCENEGGIATORI – Nel cinema italiano comunque, attori e attrici sono una spanna al di sopra dei registi degli sceneggiatori. Non lo dico io ma lo ripete da anni un “mostro sacro” della critica, Morando Morandini, autore dell’omonimo dizionario del cinema, che anche quest’anno alla vigilia dei premi ha tracciato in esclusiva per Reuters un bilancio di tutta la Mostra. Come dargli torto? Certo, lui avrebbe premiato la Buy… DRAMMA E OTTIMISMO DALL’IRAN – Ha raccontato il dramma dell’Iran utilizzando in parte spezzoni di filmati girati con videofonini, da suoi connzionali. Hana Makhmalbaf giovane regista di “Green Days” che ha commosso Venezia, nel suo Paese non puo’ tornare. Eppure ha detto di essere ottimista. Perche’ la storia ha dimostrato che le dittature cadono, la voglia di liberta’ viene premiata e oggi puo’ trovare nella Rete e nelle tecnologie nuove armi di resistenza.

Sul NY Times invenzione dell’italiana Wide Tag per monitorare il rumore con iPhone

Il principio di fondo si chiama Internet delle Cose. E cioe’: viviamo in un mondo ormai disseminato di sensori e rilevatori, che interagendo possono darci un monitoraggio prezioso. E’ l’idea sulla quale e’ nata WideTag, start up italiana attiva anche a Silicon Valley. Finita nei giorni scorsi sul New York Times grazie alla sua applicazione per iPhone WideNoisein grado di monitorare l’inquinamento acustico, rilevando i decibel di rumore con il telefonino. Un semplice sensore acustico applicato al microfono del cellulare, puo’ diventare il punto di partenza per un controllo dell’inquinamento acustico a vasto raggio, di un quartiere o di una citta’, nell’interazione tra gli utenti che attivano questa applicazione. Ma la prospettiva e’ di poter estendere questi monitoraggi in tempo reale ai campi piu’ disparati, dall’inquinamento atmosferico ai consumi energetici alle situazione del traffico. Amministratore delegato di WideTag e’ Leandro Agro’, grande amico di Italiani di Frontiera, che ha fondato la societa’ assieme a David Orban e Roberto Ostinelli. Qui l’intervista per Reuters a Leandro, che e’ anche tra gli animatori e organizzatori dello splendido Frontiers of Interaction, che nell’edizione 2009 (rievocata in questo video) ha ospitato a Roma una presentazione di IdF.

Costretti a lasciare Roma per gli Usa da caso di nepotismo, fanno importante scoperta genetica

Per proseguire le loro ricerche avevano dovuto lasciare Roma per gli Usa, dopo aver subito il nepotismo di un primario che, secondo quanto da loro denunciato, li aveva costretti per anni addirittura ad inserire illegittimamente il nome del figlio tra i firmatari delle loro pubblicazioni scientifiche. Ora Antonio Iavarone e Anna Lasorella, marito e moglie, ricercatori napoletani oggi alla Columbia University di New York, hanno annunciato la scoperta del gene che svolge un ruolo chiave nello sviluppo delle cellule staminali e che e’ coinvolto anche nel piu’ aggressivo fra i tumori del cervello, spiegata in un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Developmental Cell. Qui la loro storia in un articolo sul sito di Repubblica, qui altri articoli correlati, nella pagina di Google News. Qui invece l’articolo con la loro denuncia del 2000, dopo aver lasciato il laboratorio nel reparto di oncologia pediatrica del Policlinico Gemelli a Roma. Qui l’intervista ai due ricercatori sul Corriere della Sera. Qui infine un articolo del Corriere della Sera del 2006 su una loro precedente scoperta. Grazie per la segnalazione a Giuseppe Taibi, gia’ protagonista di un post di Italiani di Frontiera.

Marco Battaglia fisico a Berkeley: studiare la materia con vista sul Golden Gate

Come si lavora ad un progetto proiettato nel futuro studiando un passato lontanissimo, in un ufficio con vista sul Golden Gate? All’inizio la produttività crolla nel pomeriggio: quando il sole scende dietro al ponte dandogli i riflessi dorati che gli sono valsi quel nome. E si resta affascinati. Poi ci si abitua, anche se ogni tanto, per un the, si invitano a godere di quello spettacolo naturale studenti normalmente costretti in stanze senza finestre. Perche’ e’ nella natura umana il saper tesaurizzare sui vantaggi. dice Marco Battaglia, padovano cresciuto a Milano. E’ un ufficio dell’Universita’ di Berkeley, quello in cui lavora come fisico sperimentale con specializzazione in fisica delle particelle elementari. Docente a Berkeley dal 2003, Battaglia (attualmente a Ginevra per un anno di permesso sabbatico) e’ membro dello staff scientifico associato al Lawrence Berkeley National Laboratory, il piu’ grande laboratorio nazionale che conduce attività in fisica sia delle particelle sia in altri campi, gestito in collaborazione fra l’Università dellla California e il Department of Energy, l’organismo federale che finanzia attivita’ di ricerca e sviluppo in fisica fondamentale. MAESTRI – Ne ho avuti piu’ di uno. Il primo, Peter Weilhammer, direttore del gruppo di rivelatori alla divisione di fisica sperimentale nel Cern. Entrai nel suo gruppo come Summer Student in un momento particolarmente affascinante ma anche di grande responsabilità mentre si testava un grosso rivelatore. Ogni tanto andavo nel suo ufficio e gli chiedevo un po’ di tempo alla sera, per poter discutere di fisica. La cosa che mi affascinava di lui era che alla fine della conversazione mi chiedeva sempre: “Quando sei entrato da questa porta avevi dei dubbi, ho risposto ai dubbi che avevi?”. E io dicevo di sì, poi tornavo un’ altra volta. Mi è rimasto molto vicino anche se poi ho preso altre strade. UGO AMALDI SCIENZIATO E UMANISTA – La figura fondamentale nella mia formazione di fisico è stata quella di Ugo Amaldi, figlio di Edoardo, il fondatore del Cern. Erede di una dinastia e grandissimo fisico, Ugo Amaldi era a capo dell’esperimento Delphi quando ero al Cern. Un giorno entrai insieme a lui per caso in ascensore. Lui mi guardo’ e mi fece una domanda riguardo un’analisi di cui avevo presentato dei risultati qualche giorno prima. C’erano circa 350 persone attive al Cern nello stesso esperimento, rimasi sconcertato dal fatto che sapesse cosa avevo fatto vedere ad un meeting molto ristretto qualche giorno prima. Mi disse che gli era piaciuta e di andare direttamente nel suo ufficio a parlargli. Cosi’ incominciai. Da allora lo incontrai settimanalmente, è sempre stata per me una figura di riferimento e lo è ancor oggi. Quel che ho sempre amato di lui è la capacità di unire l’attenzione per la fisica e per la natura all’attenzione per l’uomo. Questo fatto che il fisico è una persona globale, non uno al di fuori della società e del contesto umano solo perchè studia dei fenomeni difficili da capire per la maggior parte delle persone. La sua capacità di portare il rigore scientifico anche nel modo di confrontarsi con le persone, soprattutto nel proprio gruppo. Ho passato tantissimo tempo con lui a discutere di temi dalla fisica alla relazione tra religione, fede e scienza. Questo mi ha fatto capire come un grande scienziato risulti essere anche una grande persona. E’ qualcosa che spero di aver dentro e che cerco di trasmettere anche ai giovani studenti. Essere persone complete che guardano al di là della scienza a cui si dedicano è qualcosa che ha a che fare con l’umanesimo. UNIVERSITA’ ITALIANA E AMERICANA – Laureato a Milano, ho poi fatto il dottorato all’Universita’ di Helsinki in Finlandia mentre stavo al Cern. E adesso insegno a Berkeley. Secondo la mia esperienza, l’università italiana sforna fisici ottimi, perchè la preparazione in Italia è estremamente ampia, con conoscenze ad ampio raggio, molto più’ che in quella americana, che forma alcune eccellenze ma proprio per questo dall’inizio porta le persone a specializzarsi, a sapere moltissimo ma di un campo piuttosto ristretto. Ad un corso in parte dedicato alla relativita’, ho suggerito agli studenti un bellissimo libretto di Albert Einstein, “Il significato della realatività”, dove ne parla quasi in termini filosofici. Perche’ devo leggerlo?” mi hanno chiesto diversi, saputo che non era oggetto di esame. APERTURA MENTALE DEGLI ITALIANI – Gli studenti italiani che vengono a lavorare con noi sono generalmente preparati meglio, hanno magari una carenza di profondità su un certo argomento ma l’ampiezza delle loro conoscenze gli permette poi di sopperire studiando un po’ più in quel determinato argomento. Mentre uno studente americano sa tutto di un tema di suo interesse ma di quelli adiacenti generalmente non sa nulla. Per questo, uno studente italiano conoscendo tanti argomenti spesso puo’ raggiungere una sintesi, unire idee da diversi punti e arrivare ad una risposta, cosa che agli studenti americani manca. E questo e’ un aspetto importante. QUASI UN PADRE QUI IL PROFESSORE – Io dei miei studenti conosco i dettagli personali. Se uno di loro ha dei problemi familiari viene da me, come suo docente, a chiedere consiglio e sostegno. Anche se non ha i soldi per pagare l’affitto alla fine del mese, o la retta al campus. Viene e mi chiede: “Può aiutarmi?”. Alcuni chiedono aiuto anche in un momento di crisi. Vengono dicendo: “Non credo in quello che faccio, mi aiuta?”. Effettivamente lo studente americano dà molto, perchè negli anni di studi fa poche cose aldilà di studiare. Però richiede anche molto. E dato l’entusiasmo che ha, noi siamo anche tenuti a dar loro molto. Mi sono sentito davvero in dovere di aiutare molti ragazzi che avevano dei problemi. E capita regolarmente che miei studenti vengano e mi dicano: io voglio fare questa carriera, mi puoi aiutare a fare i passi giusti per arrivare fin là’? STUDENTI ITALIANI “ABBANDONATI” – Purtroppo, dove l’università italiana manca è proprio nel seguire i propri studenti fino a destinazione. L’università americana fa molto per formare i proprio studenti e aiutarli ad avere un profilo in cui poi riescano con

Amici di IdF, Beau Toskisch: i tempi di crisi opportunita’ per chi sa reagire rapidamente

I tempi di crisi sono tempi di opportunità. Per chi sa agire e reagire tempestivamente. Non più “pesce grosso mangia pesce piccolo” ma “pesce veloce mangia pesce lento”. Sfruttando magari un patrimonio culturale e di fascino che in Italia non manca ed è la vera ricchezza sul mercato, dice un guru della comunicazione e della formazione manageriale. “L’esempio è General Motors, che era un pesce grosso. Ma (l’amministratore delegato di Fiat Sergio) Marchionne si è mosso prima e più velocemente… il mercato per definizione fisiologica è una gara in cui si corre. E quando arriva la crisi, chi corre veloce vince, mentre i lenti ci lasciano…”, dice Beau Toskich, americano trapiantato da anni in Italia, esperto di comunicazione commerciale competitiva. Qui l’intervista di qualche giorno fa per Reuters.

Amadeo Peter Giannini, spirito di servizio per una rivoluzione chiamata Bank of America

Aprile 1906. Un italiano, tra le pochissime star mondiali dell’epoca, canta per le strade di San Francisco. Un altro italiano recupera un sacco scavando tra le macerie e lo porta al sicuro su un carretto, nascosto da verdure. La star e’ Enrico Caruso, tenore napoletano di immensa popolarita’. Canta per strada per incoraggiare superstiti e soccorritori, dopo che un terribile terremoto ed un incendio hanno devastato la citta’. L’uomo che scava è Amadeo Peter Giannini, in quel sacco ci sono due milioni di dollari in oro, le riserve della Bank of Italy da lui fondata due anni prima a San Francisco. Che non sarebbe risorta così senza di lui, autentico rivoluzionario del mondo bancario. (nel video Market Street prima e dopo il terremoto del 19 aprile 1906) Pochi giorni dopo, ai colleghi banchieri radunati sul molo della citta’ distrutta, intenzionati a non riaprire le loro banche crollate sino a novembre, Giannini dice senza mezzi termini: “A novembre non troverete nessuna citta’ che voglia essere ricostruita“. Con quel sacco d’oro, e un ottimo fiuto nel marketing, sul molo piazza un bancone fatto di un tavolaccio appoggiato a due barili. E un cartello, che promette credito a tutti. Dando il via alla ricostruzione di San Francisco e ad un modo completamente diverso di fare il banchiere. Nato a San Josè nel 1870 da genitori dell’entroterra ligure giunti in California sulla scia della corsa all’oro, Giannini aveva iniziato l’attività di banchiere fondando nel 1904 la Bank of Italy, come clienti piccoli artigiani e commercianti di origine italiana, che non trovavano nessun’altra banca disposta a far loro credito. Il terremoto diventa per Giannini una straordinaria opportunità. Mentre gli altri banchieri tentennano, lui offre da subito crediti per la ricostruzione a tutti, aprendosi cosi’ all’esterno della comunità italiana. E dando fiducia alla gente semplice e intraprendente, crediti “on a face and a signature” (ad un volto ed una firma), in un’epoca in cui si prestavano soldi solo a chi gia’ ne aveva. Mutui per la casa, prestiti per comprare un’auto sono oggi consuetudine. Prima di Giannini non esistevano. “Il credito al consumo ha un grosso debito nei confronti di uno… che rifiutava di dire no”, ha scritto la rivista Time nel 1998, inserendo Giannini fra i cento “Giganti” che hanno forgiato gli Stati Uniti. DAL TERREMOTO A HOLLYWOOD – Dopo la ricostruzione di San Francisco, Giannini finanzia la nascita del settore vinicolo e le tante aziende agricole, in buona parte di immigrati italiani, che sorgono a sud della citta’, in quella che oggi e’ Silicon Valley. Nel 1919 fonda la Banca d’America e d’Italia, che nel 1927 diventa Bank of America. Nel frattempo, investe a Hollywood prima che la Mecca del Cinema diventi una miniera d’oro. Nel 1923 crea una divisione apposita che aiuterà Mary Pickford, Charlie Chaplin, Douglas Fairbanks e D. W. Griffith a fondare United Artists. E quando Walt Disney e’ in difficolta’ nella realizzazione di Biancaneve e i Sette Nani, con un budget sforato di due milioni di dollari, a risolvere la situazione e’ Giannini. Che a Hollywood stabilisce un legame particolare di amicizia e affari col regista Frank Capra. Nel 1930 Giannini si trasferisce in Europa, dopo aver trasformato la sua banca in una holding finanziaria, TransAmerica Corp, cedendone il timone. Ma capisce che durante la Grande Crisi del 1929 i suoi principi non sono stati rispettati. Allora torna e nel 1932 riprende il controllo in un’aspra contesa, dopo aver conquistato la fiducia e il voto dei piccoli risparmiatori. Nel frattempo trova anche il modo di finanziare la costruzione del Golden Gate Bridge. SILICON VALLEY E PIANO MARSHALL – E’ ancora lui a finanziare i primi passi di William Hewlett ed Henry Packard, che nel garage di Palo Alto considerato luogo di nascita di Silicon Valley gettano le basi di HP, lavorando ad un oscilloscopio utilizzato per la sincronizzazione del film di Disney Fantasia. E’ lui che dopo la guerra agevola gli aiuti all’Italia del Piano Marshall, con prestiti senza interesse. Quando muore, nel 1949 a 79 anni, la sua Bank of America è diventata la prima al mondo. Avrebbe potuto essere miliardario, il suo patrimonio viene invece valutato meno di 500mila dollari. Per anni non aveva voluto stipendio. E quando si era ritrovato a sorpresa una gratifica da un milione e mezzo, l’aveva girata subito alla University of California. “La smania di danaro è  una brutta cosa. Non ho mai avuto quel problema”, disse una volta lui, che a sette anni aveva visto uccidere il padre, dopo un litigio per un dollaro. “A.P Giannini fondò la Bank of Italy a San Francisco nel 1904 per ‘servire le necessita’ degli altri, unico business legittimo oggi nel mondo’. La sua devozione a questa lungimirante filosofia rivoluziono’ il volto dell’attivita’ bancaria e lui visse per vedere la sua ‘banca per gli amici semplici’ diventare Bank of America. La più grande banca del mondo”, dice una scritta all’ingresso del grattacielo Bank of America a San Francisco. “Alla sua filosofia di servizio per tutti, sono dedicati questo edificio e tutte le persone che hanno lavorato per la banca che lui ha ispirato“.

Lawrence Lessig a Milano: il web strumento di rivoluzione democratica della politica

Le potenzialità di interazione che offre Internet si stanno dimostrando uno strumento straordinario di profonda riforma della democrazia e della politica, nel ripristinare una partecipazione attiva e la credibilità di istituzioni screditate dal lungo rapporto privilegiato con potentati economici. Parola di Lawrence Lessig, giurista ad Harvard e Stanford, ospite illustre a Milano di Meet the Media Guru. Davanti ad una platea da tutto esaurito, Lessig, esperto dei diritti intellettuali nel Web, che ha abbinato all’impegno civile quello politico, a sostegno della candidatura di Barack Obama, suo compagno all’Università, nella corsa alla presidenza Usa, ha parlato di Internet e delle straordinarie potenzialita della Rete come strumento di partecipazione atriva, per una radicale riforma della politica e della democrazia. Proprio mentre in Italia il mondo politico ha in cantiere una serie di provvedimenti per imbrigliare e senzionare il web. Qui il servizio per Reuters. Qui la galleria fotografica dell’evento.

Eusebio Chini, gesuita e scienziato trentino del Seicento, padre dell’Arizona tra gli indiani Pima

La sua statua e’ esposta in Campidoglio a Washington. Ma pochi sanno che Eusebio Kino (1645-1711), gesuita, scienziato ed evangelizzatore fra Seicento e Settecento tra gli indiani Pima dell’Arizona, si chiamava in realta’ Eusebio Francesco Chini, era nato in Trentino e fu straordinario uomo di pace e di cultura. Per ricordarlo, il 10 gennaio 2016 è stata celebrato il Kino Legacy Day al Tumacacori National Historical Park MISSIONARIO ED ESPLORATORE – “Eusebio Francesco Chini fu il più caratteristico pioniere e missionario di tutto il Nord-America: esploratore, astronomo, cartografo, Costruttore di missioni e di fattorie, grande allevatore di bestiame e difensore delle frontiere. La sua vita non è solo quella di un individuo eccezionale: essa illumina la storia della cultura di gran parte dell’emisfero occidentale nella stagione pionieristica”, scrisse negli anni Trenta Herbert Eugene Bolton, tra i piu’ eminenti studiosi di storia ispano-americana. DALLA VAL DI NON AL MESSICO – Nato a Segno (Val di Non) nel 1645, erede di nobili proprietari terrieri, Eusebio Chini dopo gli studi si fece gesuita e prese il secondo nome di Francesco, dopo il voto fatto a San Francesco Saverio per una gravissima malattia contratta da ragazzo da cui guarì quasi miracolosamente. A vent’anni entrò nella Compagnia di Gesu’, con la speranza di essere mandato in Cina. Fini’ invece in Nuova Spagna, il Messico, dove arrivo’ nel 1681 dopo un viaggio di tre anni durante il quale perfeziono’ la preparazione scientifica che aveva maturato in universita’ tedesche.Cambiato in Kino il suo cognome originale (che in inglese veniva letto piu’ o meno come “cinese”), partecipo’ a tre viaggi di evangelizzazione nella Bassa California, che per primo accerto’ essere una penisola e non un’isola come si credeva all’epoca. Fu il primo impatto con gli indiani a convincerlo che l’approccio rozzo e militare degli spagnoli era sbagliato. Di li’ l’idea del suo grande piano missionario di trasformazione religiosa e civile, che sviluppo’ dal 1687 partendo dallo stato di Sonora (all’epoca Pimeria Alta), confinante con la California, per evitare i massacri commessi nel secolo precedente con Maya e Aztechi. PADRE A CAVALLO – Chini mirava a una conquista pacifica, senza l’uso delle armi, attraverso i religiosi e gli stessi indio. Voleva che le missioni fossero collegate ad attività economiche, che le rendessero indipendenti. Cambiò gli indiani Imeri, Sobaipuri, Pápago, Gila, Pima in popolazioni di agricoltori e allevatori, facendo importare dall’Europa grano, svariate colture e bestiame di ogni genere, trasformando presto le valli ricche di acqua si trasformarono in zone fertili, spesso saccheggiate dagli Apache, tribù nomadi più violente, ai quali Chini non era mai giunto, obbligando i proprietari a difendersi. Predicava il Vangelo, spesso mediante un interprete. Dopo una sommaria istruzione battezzava i moribondi e i bambini. Formo’ una rete di comunità, che visitava regolarmente per istruzione, culto e animazione comunitaria, con tale frequenza da guadagnarsi il soprannome di “padre a cavallo”.In genere i suoi insegnamenti venivano accettati da popolazioni di cui difendeva strenuamente costumi e cultura, tollerandone anche alcuni eccessi. Chini si impegnò nella difesa della dignità degli Indiani di Sonora, opponendosi agli obblighi di lavoro nelle miniere d’argento che la monarchia spagnola imponeva loro. Questo gli causò diversi contrasti con gli altri missionari, molti dei quali agivano in accordo alle leggi imposte dalla Spagna ai nuovi territori. SCIENZIATO E CARTOGRAFO – Chini non smise mai di effettuare anche accurate rilevazioni scientifiche, che metteva poi a servizio degli indio e dell’organizzazione missionaria. Oltre alla riscoperta della peninsularità della bassa California (che dopo il 1622 era stata erroneamente ritenuta un’isola), raccolse moltissime osservazioni scientifiche, redasse innumerevoli mappe e preziose carte geografiche (di cui 32 accertate) che inviò anche in Europa. L’EREDITA’ – Considerato uno dei fondatori dell’Arizona, nel 1965 lo stato ha donato una statua bronzea di padre Chini al National Statuary Hall del Campidoglio degli Stati Uniti di Washington, luogo dove vengono ricordati i principali fondatori dei diversi stati americani. In onore di Eusebio Chini, due città messicane dello stato di Sonora portano il nome di Bahía Kino e di Magdalena de Kino. Come ricorda Cesare Marino, antropologo allo Smithsonian Institution tra i massimi esperti di nativi americani e amico di Italiani di Frontiera, il primo a fotografare, nell’Ottocento, le missioni fondate da Chini, come quelle di San Xavier del Bac e di Tumacacori, fu un altro italiano, Carlo Gentile, tra i protagonisti di Italiani di Frontiera. A padre Kino è dedicato un museo a Segno in Val di Non, suo paese natale, e  il Mausoleo di Magdalena de Kino, nel nord del Messico, nello stato di Sonora, dove si trovano molte delle missioni da lui fondate e dove negli anni Settanta furono ritrovati i suoi resti, ora ospitati nel mausoleo (qui sotto padre Kino  nel murale di Nereo De La Pena che orna il mausoleo).   Il profilo di Chini è illustrato nel sito dei Gesuiti,  fonte principale di questo post.

“Quando Steve Jobs presento’ il mio video…” Enza Sebastiani, una filmmaker ad Apple

Partecipare ad una presentazione del leggendario Steve Jobs, fondatore di Apple, con migliaia di persone. Vedere sullo schermo alle sue spalle un fotogramma del proprio video, sentire Jobs che lo presenta, dicendo che e’ stato realizzato da una persona “molto dotata”. Anche se non ne fa il nome. E’ quanto accaduto a Enza Sebastiani, filmmaker romana, in California dall’inizio degli anni Novanta, da poche settimane QA Engineer per il Consumers Applications Team ad Apple, dove e’ stata a lungo consulente nel settore video. Qui e qui i suoi lavori. Qui invece Enza in una divertente parodia sexy, “Parah Salin” e una sua campagna pubblicitaria per i gelati di Ben & Jerry, AmeriCone Dream che ha chiamato “There Is No Spoon”. DUE MONDI DA ROMA A LOS ANGELES – Sono venuta da Roma in California nel dicembre del 1991 con la speranza di fare la scuola di cinema e fare film. La Ucla (University of California, Los Angeles) aveva il numero chiuso in cinematografia, cosi’ intanto ho studiato English for Professional Communications, e corsi come sceneggiatura, montaggio, improvvisazione teatrale e persino tiro con l’arco arco, nell’incredibile campus dell’Ucla, che sembra uscire da un libro di Harry Potter. Belle esperienze, ma tra Roma e Los Angeles ci sono stati di mezzo diversi pianti. Due mondi. Mi piaceva andare in bicicletta e camminare, ma a Los Angeles non camminava nessuno e mi guardavano dalle loro macchine come un marziano. Pero’ il sogno non e’ mai svanito. DA HOLLYWOOD AD APPLE – Per vivere a Los Angeles devi esserci nato… io ci sono rimasta sino a fine 1992, trasferendomi poi a San Francisco, che avevo visto da turista, innamorandomene. Ho studiato cinema al San Francisco City College e intanto scrivevo e giravo i primi cortometraggi in Super 8 e 16 millimetri. Poi sono tornata a Los Angeles, dove ho fatto uno stage lavorando nella produzione di Propaganda Film (“1000 Acres”). Era il 1996, allora si giravano video musicali e film in 35 millimetri, riprendendo simultaneamente in analogica per far vedere al regista cosa si stava girando. Gestivo il deck analogico sul set. Negli ultimi 10 anni tutto e’ cambiato, in digitale. Fra 1996 e 1999 ho anche fatto provini, fra una produzione e l’altra, lavorando in video musicali, pubblicita’, TV sitcom (News Radios) e in un bel film di Hbo, “Wallace”, su George Wallace, senatore dell’Alabama, interpretato da Gary Senise. Tornata a San Francisco, i miei amici italiani Francesco e Luigi, del ristorante Il Fornaio erano andati tutti alla sede Apple di Cupertino a gestire il Cafe’ Mac su richiesta personale di Steve Jobs, il CEO di Apple. Mi chiesero di aiutarli nella gestione del locale, dove i clienti sono passati da 150 a 1.600 al giorno. E in tre mesi ho conosciuto tutti, compreso Steve Jobs, che veniva spesso a mangiare li’. E’ cosi’ che sono stata assunta come Advertising Budget Coordinator. STEVE JOBS PRESENTA IL MIO FILM – In quel 1999 Jobs aveva introdotto iMovie, il software che ha rivoluzionato il mondo del montaggio digitale. Quando ho visto per la prima volta la presentazione di iMovie fatta da Steve e ho visto quanto era facile fare una dissolvenza mi sono venute le lacrime, pensando ai nostri film in superotto, fotogrammi piccolissimi, mi ci ero persa gli occhi a lavorarci, una dissolvenza era difficile e per un effetto di qualsiasi tipo dovevi fare tutto in manuale… mi sono detta: basta, ora devo cominciare a fare tutti quei progetti che non ho mai iniziato per questione di budget. Sono stata una pioniera del digitale. Anche se e’ considerato un consumer product, iMovie ti permette di fare tanto. Con l’ultima generazione appena introdotta iMovie 8.0 sta veramente diventando qualcosa di magico. E’ nel pacchetto iLife ’09, ho lavorato su questo prodotto come QA engineer per un anno. Ma il software professionale di montaggo di Apple e’ Final Cut Pro, che ti permette di creare un intero lungometraggio, come hanno fatto i fratelli Coen con “Non e’ un Paese per vecchi” o “Brokeback Mountain” diretto da Ang Lee. Nel Novembre del 2000 ho girato in 35mm un cortometraggio, “Swing Dance” che scrissi per due motivi: l’amore per la danza e la vita in genere, ma anche per mostrare come e’ facile creare video sul Mac. Convertii il filmato in digitale, lo importai poi lo montai con iMovie, lasciandone una copia alla segretaria di Steve Jobs, come “regalo di Natale 2000”. Senza ottenere risposta. Poi mi arrivo’ l’invito alla presentazione innaugurale di Macworld 2001 al Moscone Center di San Francisco, dove 5000 persone fra stampa e VIP si vedono rivelare le nuove generazioni di hardware (computers) e software (programmi) disegnati e prodotti proprio qui alla Apple. Steve ha un carisma unico, un’energia travolgente che ti porta dentro al pianeta Apple, facendoti capire l’importanza della tecnologia su un piano creativo e di business. E quella volta, mentre parlava di un sistema rivoluzionario per distribuire video, chiamato iDVD, sullo schermo appare un fotogramma del mio video, “Swing Dance”. Durante la sua presentazione ad un certo punto fa vedere uno spezzone del mio filmato dicendo: “Questo e’ stato fatto con iMovie, su un Mac by da una dipendente Apple mollto dotata”. Grande emozione. Anche se Steve non mi ha neanche nominata per via di Public Relations e di strette corporate policies… Chi ricorda il film “Almost Famous”? Ma poco dopo fui invitata da Steve Jobs a lavorare nel suo Product Marketing Team come Video Communications Specialist, per monitorare, aiutare a migliorare e incrementare l’uso di iMovie. Uno dei progetti che ho disegnato e che e’ stato adottato subito, e’ stata l’“iMovie Gallery”, l’antenato di Youtube, una galleria virtuale su apple.com che ospitava video e commenti di utenti Apple. Il 14% del traffico totale di apple.com veniva generato prioprio dall’iMovie Gallery. In meno di 3 mesi la data base aveva oltre 10.000 utenti attivi. Un altro progetto che atterro’ sulla mia scrivania e’ stata la produzione di un video sul Firewire su richiesta dell’Academy Awards di Hollywood, per la categoria

Amici di IdF: assurdo mettere limiti a Internet, dice Cory Doctorow, guru canadese del web

Pretendere di imporre ai siti di servizi Internet di filtrare i contenuti pena sanzioni è impossibile e sarebbe un colpo mortale per il futuro della Rete. E i Paesi che adottassero misure del genere si autoescluderebbero dal dialogo culturale del XXI secolo. E’ il parere di uno dei piu’ celebri guru del web, Cory Doctorow, incontrato nei giorni scorsi a Milano, dove e’ stato ospite di Meet the Media Guru, iniziativa promossa da Maria Grazia Mattei, che annoveriamo tra gli Amici di Italiani di Frontiera. Come Cory, al quale abbiamo illustrato brevemente questo progetto, al termine di un‘intervista per Reuters. AGGIORNAMENTO – Di seguito, il testo integrale della chiacchierata di straordinario interesse con Cory, su temi disparati. LIBERTA’ DI INTERNET – Un paio di questioni da considerare… è il costo di affidare a mediatori di Internet la responsabilità (dei contenuti), un colpo mortale a nuovi serivizi Internet. E’ praticamente impossibile che vigilino sul rispetto dei diritti d’autore, sarebbe la fine di blogger, movable type, Gmail, di ogni servizio di contenuti utenti e messaggeria. Il sistema sarebbe troppo costoso da gestire. Problema di legge internazionali in vigore dal 1996, firmate tra gli altri Paesi dall’Italia che libera gli intermediari da responsabilità. Riscrivere quei principi oggi, mentre vediamo la nascita di nuovi servizi innovativi, abbiamo ogni tipo di creativi che si stanno diffondendo nel mondo… è dire essenzialmente: “Non ci importa il futuro, vogliamo difendere il passato”. Letale non solo per l’innovazione nelle aziende ma anche per le future generazioni di creativi. COPIARE PER CREARE – Perchè la creatività comporta copiare e rielaborare. Se andate a Firenze trovate copie del David in ogni angolo, perchè per centinaia di anni ogni singolo scultore ha imparato a diventare tale copiando il David. Ora, se andate al museo trovate il divieto di fotografare … una profonda ignoranza su come nasce la creatività… quando i Beatles hanno iniziato, hanno preso canzoni conosciute suonandole per i loro amici in un garage e nessuno per le strade di Liverpool li ha perseguiti. 
Oggi i creativi non suonano in un garage ma in camera da letto per i loro amici su Internet e dire a questi creativi: “siete dei ladri e dovete smettere di copiare”, pensare che la creatività sia il dito di Dio che scende dal Cielo a toccare il tuo cervello per illuminarti … senza l’influenza di nessun altro… impedire di copiare è essenzialmente dire ai creativi di domani: potreste non esistere. I Paesi che adotteranno queste restrizioni sono quelli che non parteciperanno al dialogo culturale del 21 secolo. FILTRARE INTERNET – Bullismo e discorsi violenti sono reati e si deve continuare a fare quel che si è fatto sinora: trovare i responsabili e perseguirli. E credo sia giusto chiedere a chi ha diffuso quei contenuti di rimuoverli. Ma aspettarsi che ci sia un filtro preventivo, che un avvocato di Google veda tutti i video, decidendo cosa è giusto e cosa no, sarebbe folle. Non funzionerebbe, farebbero sbagli, puniremmo innocenti lasciando liberi dei colpevoli. Per non dire che non ci sono abbastanza ore di avvocati da adesso alla fine del mondo per vedere tutti i video pubblicati su YouTube. RAZIONALITA’ E DIFESA DAI PERICOLI – Un esempio, il terrore della pedofilia, in Gran Bretagna. Ci sono stai esempi orribili. Ma il tempo che occupano nella nostra immaginazione è inversamente proporzionale alla realtà degli abusi sui ragazzi. Che nella vasta maggioranza riguardano figure che sono autorità per i ragazzi. Familiari, genitori, qualcuno della scuola o della chiesa. Così, per proteggere i ragazzi dovremmo insegnar loro a sfidare l’autorità ed è una cosa difficile da insegnare se tu stesso sei un’autorità. … ma è questa la cosa che consente a certe persone di commettere abusi: i ragazzi sono abituati ad obbedire alle autorità…quasi ogni caso di abusi coinvolge qualcuno che ha su di loro un’autorità. Concentrando praticamente tutte le nostre energie sugli estranei, non li proteggiamo dal pericolo principale che hanno davanti, li impauriamo molto per qualcosa che quasi sicuramente non dovranno mai fronteggiare, è del tutto arretrato. E il terrorismo è un altro esempio. in Gran Bretagna gli si dedica molta attenzione. Ma tutti gli attentati hanno causato meno vittime degli incidenti stradali lo scorso anno. Non dico non ci siano (attentati), mia moglie doveva essere su uno dei treni saltati (a Londra). 
Ma se si ha un milione di sterline per la sicurezza pubblica, (si dovrebbe) spendere la maggior parte di risorse ed energie in sicurezza stradale, rifiuti tossici e milioni di altri modi in cui le città uccidono i propri citttadini. Lasciando una piccola parte per terrorismo. E’ un modo molto più razionale di affrontare e limitare i pericoli. SAPER AFFRONTARE IL RISCHIO – Il rischio più grande è che quando dici alla gente in genere e ai giovani in particolare che il pericolo va affrontato pensando a quanto terribile è se diviene realtà, non a come realisticamente si concretizza, confondi la loro capacità di capire d’intuito il rischio. E chiunque ne capisca di assicurazioni, finanza, scommesse ogni campo in cui è compreso il rischio, vi dirà che sapere come si concretizza è il primo più importante passo per saperlo affrontare. Così, senza sapere come si verifica realmente un pericolo, non hai modo di restare al sicuro. In questo modo noi rendiamo tutti molto meno sicuri quando diciamo loro che devono preoccuparsi di pericoli qualsi impossibili e di ignorare quelli che corrono quasi ogni giorno. PAURA, POLITICA E TECNOLOGIA – Puoi sempre ottenere voti, dalla paura. Ma non e’ una buona politica. E’ una politica che punta al fallimento. La tecnologia e’ importante per ribilanciare i poteri tra governo e popolo. I politici devono sapere che sono controllabili tecnicamente dal popolo. ECONOMIA E TECNOLOGIE – Le tecnologie hanno ridotto il costo di azioni collettive… possiamo liberare capitali in settori che ne hanno bisogno. L’esempio di Twitter (social network di microblogging): non ha dovuto investire in sistemi operativi, database, script. Ha potuto (concentrare le risorse) su servizio e banda larga. Il mercato seleziona ma e’ sempre