Vance candidato repubblicano alla vicepresidenza Usa. Su Italiani di Frontiera nel 2017 in anteprima il suo libro sull’America più lontana da Silicon Valley

“Agli antipodi di Silicon Valley: capire l’America bianca disperata col bellissimo “Hillbilly Elegy”, consigliato anche da Bill Gates”. Chi se l’immaginava che l’autore di un romanzo fulminante, per comprendere l’altra America bianca, la più lontana da Silicon Valley, di cui Italiani di Frontiera aveva scritto nel 2017 un’anticipazione per Linkiesta, sarebbe diventato il candidato alla vicepresidenza Usa a fianco di Trump, di cui era stato fermo oppositore? Tre anni dopo, il libro è comparso in Italia pubblicato da Garzanti colo titolo “Elegia Americana”. assieme all’omonimo film (trailer in fondo al pezzo). Ancora grazie a Franco Folini e Francesco Lacapra, amici preziosi e imprenditori a Silicon Valley (Franco oggi è tornato nella sua Valtellina), tra i protagonisti di Italiani di Frontiera. E’ grazie a loro che avevo scoperto questo bellissimo libro, prima che Bill Gates lo consigliasse sul suo blog. Ecco l’articolo che ne era scaturito, pubblicato su Linkiesta No, un biberon pieno di Pepsi forse non era l’ideale, per un bambino di neanche un anno. Quando ha scritto la sua straordinaria storia di riscatto sociale, James David Vance ha ricordato questo incredibile episodio della sua infanzia scoperto anni dopo, protagonista una madre intontita dalla droga, la costante di una figura instabile e inaffidabile nella sua vita. Certo Vance, che si firma J.D., non immaginava quanto il suo libro, uscito lo scorso anno e coperto di elogi dalla critica, sarebbe diventato improvvisamente prezioso al di là dei meriti letterari. Quasi una guida, per capire un pezzo importante e poco visibile di un’America che con l’elezione di Trump si è scoperta profondamente diversa, davanti allo specchio delle elezioni 2017. Perché la sua storia descrive dall’interno una delle comunità bianche, povere e disperate, considerate lo zoccolo duro del presidente. “Non sono uno che si è fatto da solo”, ha ricordato Bill Gates, quando qualche giorno fa ha consigliato sul suo blog la lettura del libro di Vance, “Hillbilly Elegy” (HarperCollins Publishers), che in Italia si chiama Elegia Americana, edito da  (HarperCollins Publishers), che in Italia si chiama Elegia Americana, edito da Garzanti. L’ha fatto per spiegare che per uno come lui, arrivato al successo facendo tesoro di una situazione economica e sociale di grande favore, la storia di un’affermazione personale realizzata malgrado condizioni spaventosamente svantaggiate abbia avuto un fascino particolare. È un libro, dice Gates, che «fa luce sull’enorme divario culturale della nostra nazione, un tema divenuto molto più rilevante di quanto Vance potesse mai sognare mentre scriveva il suo libro». “Hillbilly” è il soprannome della comunità bianca che vive nella zona degli Appalachi, la catena montuosa che corre parallela alla costa orientale del Nordamerica, dal Canada sino all’Alabama, dove prende il nome di monti Unakas. Origini nordirlandesi, un’emigrazione fra Settecento e Ottocento da un Ulster in cui molti erano arrivati nel Seicento con la Plantation, la colonizzazione forzata di contadini protestanti da Scozia e Nord Inghilterra. Una matrice che si ritrova nel bluegrass, la musica tradizionale degli Appalachi, melodie incalzanti con violino, chitarra e soprattutto banjo. Un’impenetrabilità immortalata sullo schermo, dall’inquietante “Un tranquillo weekend di paura” (Deliverance, 1972, John Boorman). Hillbilly ha pure un’accezione negativa, sinonimo di rozzezza, isolamento. La storia personale di Vance è impressionante e supera ogni stereotipo. Un quadro sociale spaventoso, per chiusura e degrado, un gruppo raccontato impietosamente da una mente brillante, consapevole di esser stato fra i pochissimi capaci di fuggire, realizzarsi liberandosi di meccanismi e consuetudini micidiali che inchiodano alla rassegnazione, alla violenza. Vance è stato allevato dalla nonna, che chiama “Mamaw”, una delle poche figure dai risvolti positivi, che in qualche modo hanno ispirato il suo riscatto. Il padre è svanito, la madre quasi sempre preda della droga, sperperava danaro, entrava e usciva dalla sua vita con al fianco figure maschili sempre diverse. Gli Hillbilly, spiega, sono marchiati dalla rassegnazione. Si considerano un mondo a parte, per loro lo Stato e la legge sono estranei, come lo sono i connazionali che non provengono dal loro gruppo. La violenza brutale è il modo più semplice per farsi valere o almeno sfogarsi. Anche all’interno della famiglia, con una paradossale contraddizione, fra il culto ossessivo della comunità, la retorica dei legami di sangue e la realtà miserabile e disperata che i genitori riservano ai propri figli. Una parte di quel gruppo ha conosciuto un piccolo progresso sociale, spostandosi Una parte di quel gruppo ha conosciuto un piccolo progresso sociale, spostandosi dal Kentucky nelle zone industriali dell’Ohio, per poi riprecipitare nel degrado con la chiusura di fabbriche e miniere, osserva Vance. Che si presenta con umiltà e persino un po’ d’imbarazzo (“ho trentun anni e non ho fatto niente di speciale, non ho raggiunto risultati eccezionali…”): dopo l’high school, l’arruolamento nei marines e il servizio in Iraq, al ritorno dopo la laurea alla Ohio state University il diploma alla Yale Law School e oggi un lavoro in una società finanziaria di Silicon Valley. Quello che rende eccezionale il suo percorso non sono i risultati della sua carriera ma il fatto di essere forse il primo ad averli raggiunti malgrado l’handicap rappresentato non dalla miseria di quel gruppo di origine ma dai suoi valori, dai suoi modi di pensare: proprio quelIl gap culturale che ha colpito anche Bill Gates. Perche gli Hillbilly, dice Vance sin dall’inizio, non sono sbandati e degradati perché sono poveri. Sono poveri perché il loro degrado, il loro feroce isolamento culturale non permette loro di adattarsi ai cambiamenti, cogliere le opportunità invece di arroccarsi, come se il costante senso rabbioso e disperato di alienazione e frustrazione dipendesse dal mondo circostante, non da loro. Vance ricorda nell’introduzione quanto imparò nella sua esperienza da ragazzo in un deposito di piastrelle, lavoro ben retribuito ma molto faticoso. Lì lavorava pure Bob, che a 19 anni stava per diventare padre. Il titolare offrì generosamente un posto anche alla ragazza incinta ma dovette licenziarla perché ogni tre giorni di lavoro non si presentava, senza nemmeno avvisare. Niente al confronto con Bob, che ogni settimana saltava un giorno di lavoro, era sempre in ritardo ma soprattutto nel suo turno si prendeva tre

L’incontro 2023 di IdF? Con Laura, “di frontiera” nel saper affrontare la vita

“Scusi… mi sa che l’autore dell’articolo era lei…” Se Italiani di Frontiera è da anni impagabile miniera di incontri con persone straordinarie, di questo 2023 che volge al termine, l’incontro più emozionante lo devo… a un mio articolo su Il Gazzettino del lontano 1985! Con una persona che le frontiere le ha sfidate non per ambizioni professionali ma per capacità di stare al mondo. Di grande ispirazione, alla fine di un anno segnato da emergenze globali che sembrano indurci al pessimismo. Ma come non essere ottimisti dopo aver scoperto e ammirato Laura??? Il mio articolo, Natale 1985, raccontava di un evento straordinario: una bimba nata la vigilia di Natale eccezionalmente prematura, appena 740 grammi. I medici che non credevano ai propri occhi e non potevano citare statistiche, per una casistica in pratica inesistente, la consideravano “miracolo vivente” visto che quella bimba era sopravvissuta in condizioni che in genere lasciano solo poche ore di vita. Laura è quella bambina e quell’articolo l’ha conservato come un cimelio. E per fortuna condividiamo una curiosità insaziabile: mi ha cercato e mi ha trovato. Incontrarla a Mestre, poche settimane prima del Natale e del suo compleanno, è stata un’emozione unica. Minuta, ipovedente, quella forza misteriosa che le ha permesso di sopravvivere in condizioni estreme si è trasformata in una carica spaventosa di energia, profondità di pensiero, voglia di conoscere che l’aiuta a unire i puntini, collegando ad esempio la sua passione per i tramonti, cui ha dedicato un libro (“Il bagliore dei tramonti. Piccoli sguardi verso la finitezza”), al suo lavoro di assistente in casa di riposo, fra anziani che vivono il tramonto della propria esistenza. Una foto assieme a Mestre e qualche giorno dopo lei, che per i problemi di vista non può avere la patente, è partita per un trekking nella Terra del Fuoco, Argentina, documentato con foto e riflessioni che ho seguito passo passo sui social, tornando in tempo per festeggiare il compleanno. Non occorre essere esploratori, innovatori, o creativi per essere “di frontiera”, anche se Laura, che forse vede un po’ meno ma sicuramente vede più a fondo, è tutte queste cose assieme. Grazie Laura, Piccola Grande Donna. Il tuo esempio ci regala speranza.

Beltrami esploratore bergamasco sul Mississippi: 200 anni dopo una lezione su come guardare il mondo

Possibile??? Possibile che la figura di un solitario esploratore romantico dell’Ottocento, curioso, coraggioso e visionario, abbia tanto da insegnarci oggi, su come guardare il mondo e immaginare il futuro? Due secoli fa, 31 agosto 1823,  Giacomo Costantino Beltrami, bergamasco, raggiunse una delle sorgenti del fiume Mississippi dopo un’incredibile viaggio, tanto faticoso quanto pericoloso, nel dedalo di acquitrini che fanno da cornice al grande fiume, camminando nell’acqua sino alla cintola, trascinando una canoa con poco equipaggiamento, una spada e un fucile, forse il primo bianco a percorrere quel territorio popolato di nativi americani. Venne immortalato in un ritratto con capelli lunghi al vento, l’arco sulla spalla, con addosso un abito di pelle con decorazioni e frange. Ma fino a pochi mesi prima era un elegante funzionario del Vecchio Continente. In quella esplorazione, camminando nell’acqua, Beltrami teneva in mano un curioso ombrello rosso: gli servì da bizzarro lasciapassare, perchè gli indiani che lo avevano scorto in una missione solitaria così pericolosa e folle si convinsero che solo un protetto dagli dei potesse osare tanto. E infatti non lo toccarono, permettendogli di raggiungere la sua meta: arrivare a una delle sorgenti del grande fiume. Nato a Bergamo nel 1779, Giacomo Costantino Beltrami, patriota, già magistrato napoleonico nelle Marche, avvilito dal clima della Restaurazione era sfuggito per un soffio all’impiccagione con l’accusa di cospirazione contro lo Stato Pontificio. Spirito inquieto, si era improvvisato esploratore nel Nuovo Mondo, risalendo la regione del  Mississippi in una zona ancora selvaggia, sospinto da tormenti esistenziali. E quando era stato abbandonato dai compagni di avventura, che gli avevano pure sottratto l’acciarino impedendogli così di accendere il fuoco per riscaldarsi alla sera, invece di tornare indietro aveva proseguito da solo. Per giorni e giorni, tenendo un diario dettagliato della sua impresa, fra scoperte e disperazione. “Eccomi, tutto solo in onta alle più fervorose insinuazioni, in mezzo al silenzio di una deserta solitudine, rotto soltanto dal grido di sconosciuti augelli e dagli urli ferini, senza una guida che mi indichi un sentiero, incontro a folte boscaglie nido a rettili velenosi, o lungo il corso di un fiume di tortuoso incerto letto quando quasi stagnante, quando precipite, od avvallato in gorghi vorticosi e profondi con l’incessante timore di abbattermi in orde selvaggie, e colla speranza di pure incontrarne onde avere in esse l’ajuto indispensabile alla meta fissami indeclinabile in mente”. Il 31 agosto 1823, Beltrami raggiunse finalmente un lago, una delle sorgenti del fiume intitolandola a Giulia, amica scomparsa e mai dimenticata. Il primo bianco arrivato sino a lì. Studioso instancabile dei costumi e della cultura dei nativi americani, fu lui a pubblicare il primo dizionario Inglese-Sioux, ancora oggi usato e ristampato dalla Lakota Books, contribuendo con una vasta documentazione a dare degli indiani d’America un’immagine alternativa a quella dominante di feroci selvaggi da sterminare. Al punto che secondo molti fu lui a ispirare James Fenimore Cooper per il suo classico d’avventura “L’ultimo dei Mohicani”, da cui fu tratto l’omonimo film di successo del 1992, diretto da Michael Mann.    Ma a Beltrami, va soprattutto il merito di aver raccolto in questo e altri viaggi numerosi manufatti indiani, oggi di valore inestimabile, spediti in Italia a più riprese, una collezione considerata un tesoro anche dagli etnografi d’oltreoceano, esposti  nel Museo di Storia Naturale Ettore Caffi di Bergamo e nel piccolo Museo Beltrami,  creato con straordinaria passione dallo scomparso conte Glauco Luchetti Gentiloni e curato poi dalla figlia Marzia a Filottrano, Ancona, paese delle colline marchigiane, dove Beltrami, dopo altri viaggi avventurosi in Messico e nei Caraibi, poi in Europa, visse i suoi ultimi anni morendo nel 1855, amareggiato nel sentire svilito in patria come oltreoceano il valore delle sue avventure.  “La sua vera impresa è stata l’aver percorso quel territorio inesplorato con una sensibilità eccezionalmente moderna: registrando testimonianze di prima mano sul degrado che il contatto con i bianchi stava provocando tra gli indiani, in particolare con l’alcolismo. Ma soprattutto, raccogliendo e inviando in Italia a più riprese armi, utensili, indumenti e decorazioni”.  Queste le parole di Cesare Marino, curatore con Guido Chiesura del diario di Beltrami “La scoperta delle sorgenti del Mississippi” (Biblioteca del Vascello), durante una memorabile visita alla collezione di Bergamo dieci anni fa, guidata da lui e organizzata da Italiani di Frontiera. Tra quei pezzi, un bellissimo tamburo decorato su due facce con la figura di un demone e un disco solare, così particolare dall’esser stato scelto come simbolo delle Olimpiadi Invernali di Calgary nel 1988. Da anni Italiani di Frontiera racconta la storia di Giacomo Costantino Beltrami, esempio di come saper cogliere in un mondo sconosciuto qualcosa che gli altri non vedono, grazie al proprio bagaglio culturale, come fece l’esploratore bergamasco con i nativi americani, che pure non potè comprendere a fondo. Proprio Beltrami sarà al centro del prossimo spettacolo di Italiani di Frontiera, storie di italiani sulla frontiera di ieri, quella del West,  preziose per capire, oggi, l’importanza della nostra cultura per interpretare la Complessità di un mondo da scoprire (qui l’anticipazione su BergamoNews). Nel video YouTube, una recente riflessione di Cesare Marino sul valore centrale che ispirò la vita dell’esploratore bergamasci: l’Amicizia. E sulla sua amarezza, nell’essersi sentito incompreso e aver visto svilito il valore della sua straordinaria impresa. Destino comune a tanti visionari e innovatori.

In quel film un Caos che disorienta ma allarga le Frontiere dei nostri orizzonti

  Possibile? Possibile che l’oblò di una lavatrice, una ciambella e un cerchio scarabocchiato con la penna evochino per la loro forma un Buco Nero che tutto risucchia, scompaginando le nostre coordinate spaziotemporali? E che lo sconcerto di un film all’apparenza indecifrabile possa aiutarci ad allargare gli orizzonti e comprendere un futuro già iniziato, tra Fisica Quantistica, Intelligenza Artificiale e Metaverso? Ancora ricordo il mio smarrimento da teenager all’uscita dalla sala che proiettava in prima visione a fine anni Sessanta “2001 Odissea nello Spazio”, rivisto poi non so quante volte, ogni volta scoprendo, e capendo, qualcosa di nuovo. Sconcerto misto a incanto e ammirazione: una sensazione riprovata vedendo qualche settimana fa Everything Everywhere All at Once  firmato dai “The Daniels”  (Daniel Kwan e Daniel Scheinert) ancora in diverse sale a più di un mese dal trionfo alla notte degli Oscar, in cui ha conquistato sette statuette.   Un capitolo nuovo nella storia del cinema con una valanga di idee, trovate e colpi di scena che ci fanno perdere la bussola, svelando l’angustia delle frontiere della nostra capacità di vedere e comprendere. Spiazzante anche perchè a trascinarci in un vortice di storie, trovate, combattimenti in universi paralleli che ci confondono…  è una figura in apparenza agli antipodi dei supereroi: la matura titolare di una lavanderia a gettone, oppressa da crisi col marito e con la figlia lesbica, vessata da una sadica funzionaria delle Imposte (qui sotto il trailer ufficiale in italiano).     Come ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera, la capacità di reazione mentale e visiva richiesta dal film già comincia a vacillare dopo i 30 anni … inseguendo una piccola imprenditrice che all’improvviso si scopre scienziata cuoca, attrice, amante lesbica in un Caos di universi paralleli del Multiverso in cui solo lei, per qualche strano motivo, può avere un ruolo salvifico. Per di più, quelle diverse abilità, come ha notato Rolling Stone, richiamano ruoli che l’attrice Michelle Yeoh ha interpretato in diversi film, prima di diventare, a sessant’anni compiuti, per la prima volta protagonista (mostruosamente agile e brava nei panni di personaggi diversi), in un film che come ricorda Vogue ha spazzato via stereotipi: sulle attrici non occidentali e over 50, su storie ambientate in comunità di immigrati (qui quasi tutti asiatici), sull’uso di lingue diverse e sottotitoli. “Everything Everywhere All at Once” è l’ennesimo salutare shock alle nostre consuetudini. A questo serve l’arte: allargare gli orizzonti. Era accaduto anche più di un secolo fa, quando le avanguardie fecero strame delle linee confortanti dell’arte figurativa (da Pablo Picasso a Jackson Pollock), della musica classica (da Igor Stravinskij ad Arnold Schoenberg), persino del confine che separa spazio e tempo, con Albert Einstein. Allargando i nostri orizzonti. Ma il filo di una trama così difficile da dipanare, sottotraccia in un diluvio di immagini e situazioni impossibili, non rimanda a un esercizio di sforzo visivo ma all’essenza di questioni esistenziali: chi siamo davvero? E chi avremmo potuto essere, in situazioni diverse che magari ci hanno sfiorato? E cosa ci salva, in questo caos, se non il valore dell’amore e dei rapporti umani? Come nel film, che in quel Grande Caos individua in valori di solidarietà umana l’unico senso di un universo confuso, oggi più che mai i progressi della scienza e della tecnologia sono talmente spiazzanti che è indispensabile il soccorso della filosofia e delle scienze umanistiche, per interpretare la Nuova Complessità. Fiduciosi di non doverla subire ma di poterne diventare protagonisti. (Questo post è stato pubblicato in anteprima sul blog Mork&Mindy)

Surf, Mongolfiere, Curiosi… IdF torna sul palco. Con pianista… e l’enigma di un talento che nessuno conosce

Chi è quel personaggio misterioso, grande talento italiano celebre in tutt’Europa, che pochissimi ricordano e di cui nessuno conosce il cognome… nè il volto? Parte da questo enigma il nuovo storytelling di Italiani di Frontiera, “Surf e Mongolfiere: in tempi di crisi è indispensabile essere Curiosi“, che finalmente torna sul palco…a Milano sabato 18 giugno alle 17.30  e che palco! La sala eventi della nuova sede STEP FuturAbility District inaugurata da pochi giorni da Fastweb nel proprio quartier generale di piazza Olivetti 1 a Milano. Per la prima volta, al mio fianco il bravo Alessandro Pavesi alla tastiera, fra sonorità jazz e tocchi di barocco… Appuntamento sabato 18 giugno alle 17.30 (ottima scusa per evitare code e resse in spiaggia o ai laghi…), ingresso libero ma è necessario prenotarsi qui. Grazie ad Andrea Romoli per aver inserivo il nostro appuntamento nella sua seguitissima agenda  degli eventi della settimana da non perdere,   grazie a “Step” che qualche giorno fa ha annunciato il nostro evento su una pagina del Corriere della Sera…

Maria Montessori, la lezione senza tempo di una grande Italiana di Frontiera fuori dagli schemi

  Cos’hanno in comune  grandi protagonisti dell’innovazione che ha cambiato le nostre vite come Sergei Brin e Larry Page (Google) , Mark Zuckerberg (Facebook) , Jeff Bezos (Amazon), Steve Wozniak (Apple), Bill Gates (Microsoft), Jimmy Wales (Wikipedia)…?  Sono stati tutti alunni del metodo Montessori… Il 31 agosto 1870, nasceva a Chiaravalle (Ancona) Maria Montessori.  Educatrice, visionaria, fra le prime italiane laureate in medicina, con una pedagogia ispirata a intercettare, incoraggiare e coltivare il talento dei bambini è stata una figura di livello mondiale nel campo della scuola. E non solo. Oltre centocinquant’anni dopo, in Italia sono pochissimi i suoi connazionali consapevoli di quanto la lezione di questa donna straordinaria sia d’ispirazione, oggi più di ieri, per immaginare il domani, non solo nel mondo della scuola. E mentre  molti dei grandi protagonisti dell’innovazione mondiale a Silicon Valley e dintorni sono usciti da scuole montessoriane, in Italia lo spazio irrisorio che cultura popolare e memoria collettiva hanno riservato a giganti di statura mondiale come Maria Montessori o Adriano Olivetti  deve far riflettere sul loro esser stati personaggi scomodi, “Italiani di Frontiera Out of the Box”, troppo fuori dagli schemi rispetto alle matrici culturali principali, quella cattolica e quella socialista-comunista, per non essere emarginati e sottovalutati dai contemporanei. Un buon motivo per ricordarli, scoprendo la loro straordinaria attualità.     E se inseguendo il filo rosso dell’innovazione e del talento globale finissimo col riscoprirne le radici proprio in casa nostra? Sessant’anni fa, il 6 maggio 1952, si spegneva in Olanda Maria Montessori, straordinaria scienziata, pedagogista ed educatrice. Instancabile, a 82 anni, dopo aver girato il mondo – dove forse è ancor oggi la figura femminile italiana più celebre – sognava di portare anche in Africa il suo progetto all’insegna dell’educazione creativa e libertaria che partito dallo studio dei bimbi con problemi psichici è diventato un progetto pedagogico per tutti i bambini. Quanto ha influito questa idea di educazione “fuori dagli schemi” sul pensiero innovativo che sta ridisegnando il mondo? Nulla di meglio che crescere in un ambiente intellettuale fertile come Stanford, per creare qualcosa che ha cambiato la nostra vita, deve aver pensato Barbara Walters, star della TV Usa, quando chiese qualche anno fa agli inventori di Google quanto fosse stato importante per il loro successo esser figli di professori del celebre ateneo californiano. Ma Sergei Brin e Larry Page risposero che più dell’università, per loro era stato determinante l’asilo. E cioè l’esperienza fatta da tutti e due da bambini col metodo Montessori. Lì avrebbero imparato a “non seguire regole e ordini, essere automotivati, domandarsi che succede nel mondo, fare le cose in modo un po’ diverso”. Un principio da loro espresso in questa intervista poi approfondito, ad esempio durante una conferenza. La lista degli alunni illustri del metodo è lunga e comprende altre star della New Economy, mentre le prime scuole Montessori negli Usa poterono contare su sostegno e finanziamenti di giganti dell’innovazione di ieri, come  Alexander Graham Bell e Thomas Edison. Negli USA si parla persino di “Montessori Mafia” non in termini spregiativi, per riconoscere piuttosto l’esistenza di una elite intellettuale e imprenditoriale che forgiata ieri da quel metodo didattico sta plasmando oggi il nostro futuro.   Se n’è occupato nel suo blog per Forbes, Steve Denning, autorità internazionale nel campo della formazione e della conoscenza. Già direttore dell’omonimo dipartimento alla Banca Mondiale (e autore di un recente libro di successo, in italiano “Guida dei Leader per un management radicale: Re-inventare il posto di lavoro per il 21 Secolo”) con un lungo post arricchito da contributi, contrapponendo il modello Montessori, fucina di futuri leader, agli schemi tradizionali di un insegnamento troppo basato sulle risposte ai test, che dovrebbe invece rivedere gli stessi criteri di valutazione e puntare ad un obbiettivo principale: stimolare quell’apertura mentale che consenta il “Lifelong Learning”, continuare a imparare, una volta lasciati i banchi, per tutta la vita. Un punto di vista in linea con quello di Ken Robinson, tra i maggiori esperti mondiali di educazione, autore di una strepitosa conferenza TED “La scuola uccide la creatività?” (update: quasi 67 milioni di visualizzazioni ad agosto 2020, mese in cui Sir Robinson è scomparso, ndr) seguita poi da altre, come “Provochiamo una rivoluzione nell’apprendimento”. Ma è il momento di chiedersi: come mai un nome che all’estero è sinonimo di educazione d’eccellenza, che negli USA in particolare sembra oggi più che mai incubatore della nuova élite, in Italia per molti ancora è forse solo un volto comparso sulle banconote da mille lire (quanti sapevano chi era?) e il nome di una fiction televisiva interpretata da Paola Cortellesi? Se il futuro va davvero affrontato liberandosi da schemi e stereotipi, allora Montessori offre uno spunto in più di riflessione. “Perché i contenuti del suo insegnamento furono forgiati con un percorso intellettuale tanto coraggioso e rigorosamente controcorrente in patria da esser pagato in prima persona“, spiega Luciano Mazzetti, già docente universitario, presidente del Centro Internazionale Montessori. “Ha osato gettare lo sguardo nella biologia e nel sesso maschile, diceva. A riprova delle resistenze affrontate da studentessa di fine Ottocento all’Università”, ricorda Mazzetti. Montessori scontò in Italia le conseguenze dell’intervento durissimo fatto ad un raduno di pioniere del femminismo a Londra, rivendicando diritto di voto, di lavoro e dignità per le donne, non più solo madri, moglie sorelle. E quando cercò all’estero gli ispiratori per il suo lavoro con i bambini disabili, l’Accademia italiana reagì considerandolo un vero affronto. Il suo rigore scientifico inoltre mal si conciliava con l’Idealismo dominante, mentre negli anni Trenta ruppe con Mussolini. Il Duce finì per farla spiare dall’Ovra, dopo averla blandita per un po’ ritenendola parte delle “tre M italiane esportabili” (Mussolini, Marconi, Montessori). Nel dopoguerra poi, il metodo Montessori era considerato contrapposto a quello dominante di stampo cattolico tradizionale, semmai vicino al Modernismo cattolico ed al Socialismo. Scomodissimo, almeno sino al Concilio Vaticano II, nello sconfessare il peccato originale e ritenere i bambini non solo innocenti ma persino figure messianiche, profetiche. “Per le sue idee trasgressive, in Italia Montessori è rimasta una esule del pensiero dai pensieri dominanti. A Roma per il centenario della prima Casa dei Bambini nel 2007, c’erano 1.150 stranieri, solo una sessantina di italiani quasi tutti addetti ai lavori”, dice ancora Mazzetti. Abituato, come gli è successo di

In quel quadro che tutti conoscono, una storia drammatica di emigrazione dal Veneto alla California. Che pochi conoscono

Quest’anno avrebbe compiuto un secolo. Ma se n’è andata nel giugno 2014, trent’anni dopo aver svelato, con un viaggio dalla nativa California al Veneto terra dei suoi sfortunati genitori, un mistero incredibile e suggestivo. Riguardava la sua famiglia, l’emigrazione italiana con i suoi drammi. Era racchiuso in un’immagine che tutti conosciamo, ignorandone i segreti. A 64 anni, nel 1984, per la prima volta a Venezia da dove i suoi erano partiti, suor Angela Marie Bovo, nata a Oakland, California, finalmente capì. Capì chi erano i genitori che lei e i suoi nove fratelli avevano perso. Capì il significato di quella strana posa nell’ultima foto della vecchia mamma, che strana lo era da tanto tempo, quasi mezzo secolo trascorso in ospedali psichiatrici, la mente sconvolta dal trauma di un marito morto lasciandola con dieci bocche da sfamare, in un Paese in cui lei non apriva bocca perché non ne parlava la lingua. E capì grazie a un quadro, che tutti conosciamo. Come i fratelli, Angela Marie Bovo era cresciuta in orfanotrofio, prima di prendere i voti e farsi suora. Ma non aveva mai rinunciato a cercar di scoprire le proprie radici. Qual era la storia di quella mamma, partita giovanissima col marito dall’Italia e impazzita dopo una tragedia familiare? E c’erano ancora parenti oltreoceano che potessero aiutarla a scoprire quella storia? Nata nel 1920, Angela Marie Bovo aveva preso i voti a diciannove anni e per 35 anni si era dedicata all’insegnamento nel Nord della California. Ne aveva 64 quando finalmente realizzò il suo sogno: arrivare a Venezia, da dove i suoi erano partiti, con in mano i loro documenti, per tentare di ricostruire la loro storia. Riuscendo alla fine  a scoprire che due vecchie zie, ormai ottantenni, erano ancora vive. L’incontro, fra abbracci e lacrime, nella casa di Venezia in cui anche sua madre, Angela Cian, era vissuta, prima di sposarsi e partire col marito Antonio Bovo per la California. Su una parete, una delle immagini più popolari della Madonna, un dipinto riprodotto infinite volte su stampe, santini, libri sacri. “Questa è tua madre”, disse una delle zie. Suor Angela Marie annuì, pensando alla Madonna. Ma quella invece era la sua vera mamma. Aveva undici anni, Angela Cian, quando il pittore Roberto Ferruzzi (1853-1934) nato in Dalmazia da genitori italiani l’aveva incontrata a Luvigliano (Padova) sui Colli Euganei dove viveva. Colpito dalla sua grazia mentre accudiva il fratellino Giovanni, le aveva chiesto di posare col bimbo in braccio, per un quadro diventato un simbolo di maternità. Il dipinto vinse la Biennale di Venezia del 1897, in origine era intitolato “La Zingarella” ma ed ebbe un tale successo popolare come immagine della madre di Gesù che lo stesso pittore lo ribattezzò “Madonnina”. Passato più volte di mano per cifre consistenti, il quadro sarebbe andato disperso nell’oceano con una nave affondata dai tedeschi nella seconda guerra mondiale. Ma prima era stato riprodotto dai Fratelli Alinari, che fecero la sua fortuna con infinite stampe diffuse ovunque con titoli diversi. Arrivata in California nell’anno del terremoto che distrusse San Francisco (1906), un equilibrio psichico precipitato con la morte del marito nell’anno della Grande Crisi (1929), Angela Cian non aveva raccontato a nessuno di quel quadro, dopo che i genitori l’avevano rimproverata ritenendo sconveniente che da ragazzina avesse fatto da modella. Suor Angela Marie capì che nella mente sconvolta della mamma il ricordo di quel quadro non si era perso, quando vide a casa della sorella l’ultima foto scattata alla madre ricoverata. Si era alzata da una panchina in silenzio, si era coperta con un velo e davanti all’obbiettivo si era messa nella stessa posa di quel quadro. Una rivelazione, una scoperta, su una mamma che non parlava una parola d’inglese. Impossibile da realizzare, in Italia, per lei che non parlava una parola d’italiano. Se non fosse stato per un colpo di fortuna. Aver trovato in un convento veneziano una giovane americana che si era appassionata alla sua ricerca aiutandola a districarsi delle una giovane americana in grado di aiutarla a districarsi nell’archivio dell’anagrafe, sino alla scoperta  delle due vecchie zie. Quel mistero, racchiuso nell’immagine forse più popolare della Madonna, impersonata in realtà da una bambina, fu svelato grazie a una suora nata in America, che aveva scoperto d’esser figlia di quella Madonnina italiana. E a una giovane americana trapiantata a Venezia, dell’ordine delle  Suore di Carità Maria Bambina.  fonte principale: https://ecatholic2000.com/wp/madonna-of-the-streets-by-jacqueline-galloway/

Ray Martino, leggenda del jazz dalla storia incredibile e quella festa a Milano per i suoi 90 anni, poco prima che se ne andasse

  Milano, cinque aprile 2018: allo Spirit del Milan una serata indimenticabile promossa da Italiani di Frontiera, per riportare sul palco un protagonista ormai dimenticato del jazz italiano e festeggiare a sorpresa i suoi novant’anni. Dopo aver scoperto la sua incredibile carriera, tenuta a battesimo da Louis Armstrong e vissuta sui palchi di mezzo mondo, poi al cinema e in tv, al fianco di personaggi leggendari. Quella sera aveva rispolverato una voce e una presenza scenica invidiabile, accompagnato dai bravi Emilio e gli Ambrogio. E si era commosso per un’accoglienza che non si aspettava (realizzata grazie a preziosi amici: Maria Teresa Gabriele giornalista nipote di Ray, Luca Locatelli e Ilaria Polleschi che con entusiasmo avevano accolto l’evento nel celebre locale). Un anno e tre mesi dopo, cinque luglio 2019, Ray Martino, al secolo Mario Martiradonna, ci ha lasciati. Ecco la sua storia.   “Quel ragazzo italiano può cantare jazz proprio come facciamo noi!”. La firma è quella di Louis Armstrong. La pagina ingiallita, datata 19 luglio 1952, è del leggendario Melody Maker, il più antico settimanale musicale britannico. Allora il Festival di Sanremo aveva celebrato appena due edizioni, con il doppio trionfo di Nilla Pizzi: “Grazie dei fiori” (1951) e “Vola colomba” (1952). Viaggi e informazioni erano infinitamente più lenti, così in quell’articolo dedicato alla sua tournèe europea, il leggendario Satchmo rievocava l’esperienza vissuta tre anni prima, quando per la prima volta era atterrato in Italia, aeroporto della Malpensa, immortalato da un servizio del cinegiornale Settimana Incom dell’Istituto Luce, oggi disponibile su YouTube. In quelle immagini, ottobre 1949, ad accogliere il mitico jazzista arrivato assieme a una band non meno leggendaria, un musicista che la tv qualche anno dopo avrebbe trasformato in star: Gorni Kramer. Al suo fianco, quel ragazzo, sorridente, che nello stuolo di giornalisti e appassionati accalcati all’aeroporto era l’unico a capire la pronuncia degli artisti americani. Perché a Bari durante la guerra da teenager era diventato un beniamino dei soldati della base americana. E da loro oltre a un ottimo inglese, ascoltando lo swing delle grandi orchestre nei grossi 78 giri destinati alle truppe americane aveva imparato pure la passione per il jazz. Fu proprio Armstrong a tenerlo a battesimo, facendolo esordire in un teatro milanese ancora circondato dalle macerie della guerra ma stracolmo di pubblico, spianandogli la strada per una carriera incredibile, fra concerti con grandi artisti, incontri con personaggi leggendari, tournèe internazionali, cinema e televisione. Quel “ragazzo” alla ribalta prima di Sanremo e della nascita della tv… compie 90 anni. Mario Martiradonna, classe 1928 con il nome d’arte di Ray Martino è stato un grande protagonista, dal jazz alla musica leggera, dal cinema alla tv. Un’avventura artistica che oggi ricorda con invidiabile lucidità, un pezzo di storia dello spettacolo che merita di essere preservato. “I miei genitori si arrabbiarono moltissimo, quando scoprirono che uscito di casa invece di girare a destra e andare a scuola giravo a sinistra e andavo al club degli americani…”. Cresciuto a Bari ma nato a Lecce (anche se nel suo ricordo Armstrong gli aveva assegnato dei fantasiosi natali a Brooklyn)…, Mario arriva a Milano a vent’anni nel ’48 e fa il suo esordio nel varietà con la compagnia di Walter Chiari, che l’ha sentito cantare in un locale della riviera romagnola. L’anno dopo l’incontro con Armstrong, che lo prende in simpatia, lo adotta come interprete e una sera gli chiede di accompagnarlo in teatro. “Scaldati la voce, mi disse porgendomi una caramella… al pianoforte c’era Earl Hines. Io non ci potevo credere. Ma cantai Stormy Weather e altre canzoni… il teatro per poco non esplose…”. L’anno dopo Ray fa il suo esordio al cinema, sempre con Walter Chiari e una giovanissima Antonella Lualdi. Poi accetta l’invito di Renato Carosone e prende il posto di Van Wood nel suo popolarissimo complesso che compredeva Gegè di Giacomo e Alex Bacsik (“un musicista ungherese fuggito in Occidente, con la chitarra era straordinario”). Ma preferisce il jazz al repertorio leggero napoletano e per questo nel ’52 diventa il cantante del gruppo di Bruno Martino, che all’epoca suonava soltanto.   Con il gruppo si esibisce spesso in un locale esclusivo, il Piccolo Bar in via Romagnosi vicino alla Scala. Dove la sorte gli ha riservato un’altra occasione memorabile: cantare accompagnato al piano da… Leonard Bernstein!. “A quell’epoca, il celebre direttore d’orchestra era stato invitato a dirigere la Carmen di Bizet alla Scala. Alla sera con i suoi collaboratori veniva in questo bar che era molto snob. Io cantavo lì. Bernstein, che amava la musica classica ma adorava il jazz allora si metteva al piano e mi accompagnava… dai canta, mi diceva… e io cantavo, le canzoni americane…” La sua carriera prosegue in Spagna e Portogallo, cantando anche a Londra, New York, a Parigi dove vinto il secondo premio al Festival della canzone italiana, in Centro America, Honduras, Guatemala, Messico. Poi negli anni Sessanta le pubblicità. premiato due volte come miglior attore dell’anno di Carosello, l’attività di direttore artistico su navi da crociera, di dirigente nell’industria discografica, senza rinunciare poi a nuove esibizioni, sul palco e alla radio. “Ne abbiamo fatte, mi sono divertito. Abbiamo vissuto.. ho vissuto la mia vita…” Ciao Ray e grazie, non ti dimenticheremo.

Il Columbus Day e l’assurdo revisionismo contro la festa che celebra la fine delle discriminazioni degli italoamericani

Negli USA la campagna contro Cristoforo Colombo sembra inarrestabile: molti stati hanno convertito il Columbus Day in Indigenous Day e pure a San Francisco nei giorni scorsi la statua del navigatore affacciata sulla Baia è stata imbrattata da un vandalo con vernice rossa con una scritta contro la colonizzazione. Ai tanti che negli USA hanno ormai consolidato l’idea che Cristoforo Colombo sia responsabile del genocidio dei nativi americani, verrebbe da dire: guardatevi in tasca. Potreste trovarvi, nelle banconote da venti dollari, l’effigie del responsabile di quello che lo storico Robert V. Remini ha definito “Uno dei peggiori crimini della storia degli Stati Uniti”. A firmare il 28 maggio 1830, l’Indian Removal Act, che legittimò l’esproprio delle terre e la deportazione degli indiani, fu Andrew Jackson, popolare presidente democratico fra 1829 e 1837 e proprietario di schiavi. Che sulle banconote dovrebbe venir sostituito  per la prima volta da una donna: Harriet Tubman, attivista antischiavista, come annunciato dall’ex presidente Obama, cambio previsto per il 2020 ma che l’amministrazione Trump ha deciso di rinviare. L’ottusa tendenza a valutare una persona di 500 anni con criteri del XXI secolo, rimovendo la portata della sua eccezionale impresa, non è diffusa solo in un Paese in cui a scuola si studia solo la storia americana ma coinvolge purtroppo pure diversi italiani, in patria e negli USA. A loro tocca ricordare, come ha fatto il New York Times  in un lungo articolo ripreso dal Corriere della Sera, che il Columbus Day fu istituito nel 1892 dal presidente Benjamin Harrison per ricucire lo strappo diplomatico con il governo italiano, dopo che a New Orleans l’anno prima erano stati linciati 11 italo-americani ingiustamente accusati di aver partecipato all’omicidio del capo della polizia David Hennessy. Celebrazione che fu Franklin Delano Roosvelt nel 1937 a trasformare in festa federale. Come ricorda The New York Times,  l’ondata di immigrati che stava arrivando da tutta Europa aveva generato il panico. Bisognava porre un argine, anche se questo poteva portare ad adottare politiche più restrittive per identificare cosa significasse essere «bianco» e quindi degno di cittadinanza. E già in Italia «i settentrionali avevano a lungo sostenuto che i meridionali — in particolare i siciliani, di pelle più scura — fossero un popolo “incivile” e di razza inferiore, troppo africani per far parte dell’Europa». Argomenti trattati anche da Gian Antonio Stella (che ha firmato la prefazione al mio libro “Italiani di Frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley“) in «L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi». Con discriminazioni in scuole, sale cinematografiche, sindacati e chiese, gli italiani venivano spesso considerati ” non abbastanza bianchi”, disposti a lavorare on condizioni degradanti simili a quelle degli afroamericani. La strada per un pieno riconoscimento dell’integrazione e dei diritti degli italoamericani fu lunga e dolorosa e il Columbus Day è stata per anni la festa che celebrava l’inclusione e del rispetto di etnie diverse. Qualcosa da ricordare soprattutto a quei connazionali che purtroppo in patria e negli USA hanno frettolosamente aderito al revisionismo spicciolo che sta demonizzando il Columbus Day.

Quell’incredibile primo novembre sulla tomba di Carlo Camillo di Rudio. E San Francisco impazzì…

Ma chi l’avrebbe immaginato che un progetto nato sulla frontiera dell’innovazione, fra gli italiani di Silicon Valley, avrebbe avuto come luogo simbolo… la tomba di un patriota dell’Ottocento protagonista prima del Risorgimento, poi sulla frontiera del West, sfiorato cento volte dalla morte e scomparso il primo novembre 1910? Ci siamo tornati tante volte con tanti amici, davanti a quella lapide nel cimitero militare del Presidio, a San Francisco proprio davanti al Golden Gate Bridge, a rendere omaggio a Carlo Camillo di Radio, Forrest Gump dell’Ottocento, l’avventuroso conte bellunese  che rischiò cento volte la vita per cause libertarie e diventato ufficiale di cavalleria negli Stati Uniti, finì col combattere a Little Bighorn con Custer, scampando miracolosamente al terribile massacro. Italiani di Frontiera era nato solo due anni prima, quando con Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution, fra i maggiori esperti mondiali di nativi americani e biografo dell’incredibile personaggio, decidemmo di “inventare” il centenario Di Rudio, organizzando per il primo novembre 2010 una piccola indimenticabile cerimonia su quella collina, assieme a un manipolo di amici e all’allora console generale d’Italia a San Francisco Fabrizio Marcelli. Una suggestione indimenticabile. E una sequenza di emozioni, imprevisti, incidenti, coincidenze strabilianti che alla fine sono diventate per me una lezione: su come si affronta la vita, sul valore delle azioni intraprese di slancio, su come davvero navighiamo fra scogli e venti propizi senza poter prevedere con esattezza la rotta. Fra episodi che sono in apparenza un quadro confuso, che roba un senso invece quando uniamo i puntini ale nostre spalle. Non a caso, a di Rudio ho dedicato prologo ed epilogo del mio libro “Italiani di Frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (2015 EGEA, prefazione di Gian Antonio Stella). E dunque quel primo novembre 2010 a San Francisco con “Cez”, abbiamo messo insieme qualcosa di indimenticabile. Da ripercorrere, con un piccolo diario per immagini. Dalla prima coincidenza: quel giorno è entrato nella storia della città. visto che i Giants quella sera riconquistarono dopo oltre 50 anni le World Series di baseball. E San Francisco impazzì dalla gioia. Ma andiamo per ordine. La cerimonia e i brevi interventi, in questo video.   Giuro che quando ho rivisto quelle immagini, nei video girati assieme a Franco Folini, nei bellissimi scatti di Elaine e Phil  Pasquini,  che ha fatto pure da maestro di cerimonia all’evento, portando un bravissimo trombettista che ci ha regalato ulteriori emozioni, per la commozione ho pianto…   Ma solo arrivare a San Francisco per quell’evento era stata un’odissea, quasi una metafora dell’incredibile esistenza del personaggio che andavamo a celebrare… E a proposito di emozioni, cosa mi ha regalato Italiani di Frontiera? Persino l’esperienza unica di svegliarsi all’alba in un motel.. con a fianco un colto antropologo che disserta su “Storia e MetaStoria”, unisce i puntini interpretando a modo suo la serie di coincidenze fra la nostra avventura e quelle del conte bellunese… Che quel filo rosso fra la frontiera di ieri e quella di oggi non fosse così astruso me l’ha confermato qualche anno dopo un innovatore come Vincenzo di Nicola pubblicando una sua foto su quella tomba, proprio dopo aver ceduto con successo la sua GoPago ad Amazon, prima di tornare in Italia (dove oggi sta lanciando un’altra startup, Conio, nel campo dei bitcoin). E negli anni Di Radio non l’abbiamo dimenticato. Ritrovandolo nel film di Mario Martone dedicato al Risorgimento, “Noi credevamo”, interpretato dal bravo Stefano Cassetti, al quale ho raccontato la storia “americana” del suo personaggio, che non conosceva.   Non bastasse, al ritorno da San Francisco, con Cesare avevamo presentato quell’evento in un incontro al Museo del Risorgimento di Milano. Con l’onore e il piacere di avere tra gli ospiti Sergio Bonelli, il leggendario papà di Tex Willer! E prima o poi quelle immagini usciranno da qualche cassetto segreto dell’archivio Italiani di Frontiera…