“Dobbiamo tutto agli hippie”: 14 anni fa l’intuizione su rivoluzione hi tech “figlia” della controcultura

Quattordici anni fa, il primo marzo 1995, compariva sulla rivista Time un articolo destinato a stupire molti. “Dobbiamo tutto questo agli hippie”, scriveva Stewart Brand, a proposito della rivoluzione hi tech. Indicando senza dubbi nella controcultura che aveva trovato in California la sua culla, dalla Beat Generation al movimento hippy, la vera matrice culturale di fenomeni di portata mondiale: Internet che era la novità degli anni Novanta, ma anche l’intera rivoluzione dei computer. Italiani di Frontiera gli dedica un post, nella convinzione che quell’intreccio spesso sottovalutato tra valori della cultura umanistica, fenomeni sociali e innovazioni tecnologiche sia un nodo cruciale anche di questo progetto. Biologo, artista, sperimentatore, studioso della cultura dei nativi americani, Brand è stato una delle figure più eccentriche tra i pionieri dell’era informatica. E in quell’articolo mise in luce come la carica creativa ed antiautoritaria della controcultura anni Sessanta fu essenziale per indirizzare lo sviluppo dell’hi tech sulla strada di una esaltazione delle potenzialità individuali, quando ancora molti pensavano ai computer come a gigantesche macchine a disposizione di pochissimi, in centri di potere controllati dal governo o da grandi aziende. “Non chiedete cosa il vostro Paese possa fare per voi. Fatelo da solo”, scrisse Brand, parafrasando con spirito una celebre frase di John Fitzgerald Kennedy. E indicando nello spirito ribelle da hacker la chiave del successo di figure come Steve Jobs e Steve Wozniak, fondatori di Apple (nella foto d’epoca). Proprio Jobs, in un memorabile video davanti agli studenti di Stanford nel 2005, riportato anche nella colonna qui a destra, concluse il suo discorso con un augurio “Continuate ad essere affamati e folli”, ispirandosi alla pagina finale del bizzarro Whole Earth Catalog, vera enciclopedia “povera” della curiosità globale, una sorta di Internet su carta… prima che nascesse Internet. Un catalogo della controcultura pubblicato tra 1968 e 1972 proprio da Stewart Brand. Nel 2005, è stato pubblicato un saggio sui rapporti tra new economy e controcultura californiana di un professore dell’Università Cattolica che ha vissuto a Silicon Valley, Enrico Beltramini, autore di Hippie.com . Mentre John Markoff, giornalista del New York Times, ha scritto What the Dormouse Said: How the Sixties Conterculture Shaped the Personal Computer Industry.

Luca Cavalli Sforza, l’intervista esclusiva di IdF al genetista scomparso, poco prima della sua partenza da Stanford nel 2008

Il 31 agosto 2018 all’età di 96 anni scompariva a Belluno Luca Cavalli Sforza, genetista di fama mondiale, uno dei protagonisti più illustri di Italiani di Frontiera. Dieci anni prima, agosto 2008, alla vigilia della sua partenza dall’Università di Stanford dove si era trasferito nel 1971 e dove era stato professore emerito, per tornare in Italia, a Milano all”Università Vita-Salute San Raffaele.  Italiani di Frontiera lo aveva intervistato, raccogliendo in video le sue riflessioni, sulla sua carriera, la scienza, l’insegnamento, il Paese che si lasciava alle spalle e quello in cui aveva deciso di tornare. Una testimonianza eccezionale, per competenza, profondità di pensiero e umanità, che dopo la sua scomparsa ha un valore ancora maggiore. Cavalli Sforza ha dato un contributo in più a questo progetto, visto he è stato incrociando le sue osservazioni sull’Italia a quelle di un altro grande protagonista,  Federico Faggin tra i padri del microchip e inventore del touch, che IdF ha creato la  Sindrome del Palio di Siena,  fortunata metafora sull’assurda conflittualità diffusa in Italia, così popolare da essere diventata titolo del Rapporto Eurspes 2016 sullo stato del Paese. Ecco una sintesi dell’intervista del 2008, che era stata ripresa da Reuters e da AdnKronos  sul proprio portale, anche in formato audio, e rilanciata da diversi altri siti. PADRI E MAESTRI – Ho avuto tre grandi maestri. Il primo, Adriano Buzzati-Traverso (fratello di Dino, giornalista e scrittore ndr) ha capito che la genetica era la biologia del futuro, come oggi sappiamo, e quando io l’ho conosciuto era da poco tornato dagli USA dove era andato per impararla, non avendo trovato nessuno in Italia che gliela insegnasse. Poi due genii in assoluto: R.A.Fisher, professore di genetica a Cambridge, che era un grande genetista e il piu’ grande statistico del secolo scorso. Mi ha insegnato a pensare probabilisticamente. L’altro era un collaboratore stretto un po’ piu’ giovane di me, Joshua Lederberg, autore di contributi fondamentali alla genetica batterica, all’immunologia, all’intelligenza artificiale e altre scienze. Lavorare con i genii non aiuta a migliorare l’opinione di se stessi ma e’ egualmente un grandissimo piacere e stimolo intellettuale. Di genii se ne incontrano pochi e quando capita bisognerebbe riuscire a restarci attaccati. UN INCONTRO CHE HA CAMBIATO LA VITA – Piu’ di uno, oltre a quello coi tre maestri che ho gia’ nominato. Quando ho fatto il primo corso di genetica all’universita’ di Parma nel 1951-52 ho avuto due studenti eccezionali: Don Antonio Moroni, e Danilo Mainardi, poi divenuti professori a Parma, che hanno ambedue usato bene le loro capacita’ intellettuali per promuovere molte iniziative valide. Su informazioni intelligenti avute da loro ho cambiato campi di ricerca, passando dalla genetica batterica all’evoluzione umana ed alla evoluzione culturale. ARRIVO NEGLI USA – La prima volta ho passato tre mesi con Lederberg a Madison (Wisconsin) – avevamo collaborato per posta e siamo diventati molto amici. Quando gli hanno offerto di costruire il dipartimento di Genetica dell’Università di Stanford mi ha invitato a fare corsi e mi ha offerto una cattedra. Ha messo vari anni a convincermi e dopo un anno di prova con tutta la famiglia mi sono trasferito qui nel 1971. Stanford e’ un posto eccezionale perche’ oltre ad essere una delle migliori Università degli USA ha anche uno dei climi piu’ belli del mondo e si vive a contatto con la natura. In agosto torno in Italia per ragioni famigliari ma anche perche’ ho progetti interessanti, ma non sara’ facilissimo rientrare a Milano a tempo pieno. UNIVERSITA’ AMERICANA – E’ la migliore al mondo, seguita a ruota da quella inglese. Prendendo parte ai concorsi per eleggere i professori delle cattedre vacanti ho imparato che cos’e’ la meritocrazia fatta sul serio: ci si scervella veramente per capire qual e’ il candidato migliore. Tutte le decisioni importanti passano al vaglio di un consiglio superiore , fatto di saggi e spesso ricchi magnati locali, sovente ex-allievi dell’università che sono attivi mecenati e vogliono che i loro doni siano ben investiti. Vi sono molte Universita’ di Stato veramente buone, almeno in California, ma le Università migliori sono quasi tutte private. Vi e’ molto mecenatismo e vi sono anche parecchie ricche fondazioni private che aiutano la ricerca. UNIVERSITA’ ITALIANA – E’ rovinata dai concorsi; malgrado molti tentativi di migliorarli e’ tornata al vecchio sistema, che permette all’influenza baronale di aiutare i propri allievi. In questo modo, non si portano le novita’ si porta la roba vecchia, mentre bisogna saper accettare le idee nuove dimenticando quelle vecchie. Se mettiamo in cattedra i nostri allievi perchè continuino le nostre idee, le Universita’ si fermano. Bisognerebbe che le Universita’ diventassero indipendenti e imparassero a scegliere molto bene i loro professori, che sono la parte piu’ importante del loro patrimonio. Lo Stato da’ aiuti sulla base del numero di studenti, che dipende anche da quanto facili sono gli esami. Dovrebbe darlo invece sulla base dei voti nell’esame professionale di Stato, usandoli per valutare le Università dove hanno studiato. Forse per le Universita’ italiane, il metodo migliore sarebbe che nei concorsi fossero dei professori stranieri a scegliere i nostri. HI TECH E SOCIETA’ – Come tutta la tecnologia, la high tech bada soprattutto al proprio guadagno, ma almeno a Silicon Valley vi è anche una visione delle necessita’ di preoccuparsi degli altri, come alcune religioni tentano di insegnare. La high tech è ricca di persone intelligenti, e la combinazione con l’altruismo può dare frutti straordinari. L’IDEA MIGLIORE – E’ quella di coloro che hanno l’intelligenza necessaria per diventare ricchi e a un certo punto divengono anche mecenati (in modo intelligente). In Italia quando i ricchi fanno la carita’, lo fanno in genere in modo egoistico: alla Chiesa, perche’ vogliono comprarsi il Paradiso. O agli ospedali, perchè vogliono essere curati bene. Non c’e’ un buon mecenatismo. Nella Rockefeller University di New York sotto il ritratto di uno dei grandi benefattori vi e’ una semplice iscrizione: L’ARTE DI DONARE. L’ERRORE PIU’ GROSSO – Investire nella guerra che non ha scopi esclusivamente difensivi, o piu’ in generale ignorare che i malanni piu’ grossi della societaà sono guerre, epidemie