Essere i più bravi ma avere “solo” 23 anni: cosa insegna la storia di Walter Bonatti all’Italia di oggi

«In fondo, Walter deve ricordarsi che quando l’abbiamo portato con noi era ancora un balilla». Il Walter in questione, all’epoca aveva 23 anni. E “balilla” stava per ragazzino, che deve saper stare al suo posto. Un piccolo mondo antico, di “veci” e “bocia”. Che in Italia ancora non è del tutto tramontato. Ventitré anni è l’età che avevano Sergei Brin e Larry Page nel 1996, quando si preparavano a cambiare il nostro mondo, lanciando l’anno dopo Google. La stessa età che aveva Mark Zuckerberg, nel 2007, quando annunciò il lancio di Facebook Platform, piattaforma di sviluppo per programmatori ideata per creare applicazioni interne a Facebook, che aveva tenuto a battesimo a vent’anni. Ventitré anni aveva pure Fabrizio Capobianco, oggi presidente di Funambol, azienda ponte fra Italia e USA di grande successo a Silicon Valley, quando come giovane ingegnere girava per le aziende italiane a metà anni Novanta, ripetendo come un mantra che il futuro del business era su Internet. «Non mi rispondevano che non era vero. Mi dicevano: cosa vuoi sapere tu, che hai 23 anni?», ricorda Fabrizio, oggi alla ribalta anche con una nuova startup, TOK.tv. In un paese che ancora non sa scrollarsi di dosso il vizio suicida di mortificare i propri talenti, pure con insensate gerarchie anagrafiche, è a Walter, che 23 anni li aveva nel 1954, che vogliamo rendere omaggio. Oggi, 13 settembre, a due anni dalla sua morte. Era il migliore, il più forte, oltre che il più giovane, Walter Bonatti (1930-2011),  straordinario scalatore ed esploratore bergamasco, quando fu tra i protagonisti di un evento storico: la conquista della vetta del K2 da parte di una spedizione italiana. Ma in quelle pagine destinate ad entrare nei libri, nella storia che aveva emozionato e restituito orgoglio ad un Paese ancora segnato dal disastro della guerra, Walter era entrato con una macchia… L’articolo completo su CheFuturo!

Fabrizio Capobianco: ecco come TOK.tv ha conquistato la “mia” Juventus

E’ andato tutto molto più velocemente del previsto, per l’ultima creatura di Fabrizio Capobianco, Top IdF Friend (protagonista della prima intervista Italiani di Frontiera, all’inizio dell’avventura californiana nel 2008)  e figura di spicco degli italiani di Silicon Valley, dopo il successo della sua Funambol di cui oggi è presidente. Con un piacevole scherzo del destino. Partita con successo negli USA, TOK.tv  doveva arrivare in Italia l’anno prossimo. Invece a Fabrizio è arrivato un messaggio della sua squadra del cuore e… in poco tempo è nata Juventus Live . Partenza alla grande, consacrazione sui media l’altro giorno, con un articolo su Repubblica di Riccardo Luna. Ma andiamo per ordine. Incontrato la primavera scorsa durante il Tour a Silicon Valley con i Giovani Imprenditori del Sud guidati da Antonio Perdichizzi, Fabrizio  ha spiegato nei giorni scorsi a IdF la sua nuova avventura, rimbalzata in anticipo in Italia. Ed i suoi promettenti risvolti di business. – Com’è nata l’idea di TOK.tv? Ero stufo di vedere le partite da solo con il mio cane Roberto (detto Bobby, stai tranquillo). E’ una buona compagnia, pero’ quando segna la Juve e io urlo, si spaventa. Il mio sogno era vedere le partite con la mia famiglia, come facevo quando vivevo in Italia. Purtroppo pero’, loro sono in Italia, io in California, e mio fratellino adesso e’ in Mozambico. Mi sono dovuto inventare un modo per poter vedere le partite con loro a distanza. Adesso ci riesco, mi guardo la Juve con la mia app sul divano e mi sembra di essere a casa. Noi emigrati siamo ingegnosi… – E com’è stata accolta negli USA? Negli USA abbiamo lanciato tre app: TOK Baseball – partita già per le World Series del 2012 – , TOK Football – pubblicata poco prima del Super Bowl – e TOK for Oscars, unico esperimento non sportivo. Con TOK Baseball – entrata tra le top 10 apps della categoria “Sport” in US – abbiamo scoperto che gli utenti tornano ad usare la nostra app quotidianamente e che parlano in media per 24 minuti a partita. Numeri incredibili. Lì abbiamo capito che possiamo davvero essere la second screen app – o come diciamo noi – l’app da divano (o couch app) per eccellenza”. – Cos’è piaciuto di più? “La Social Photo – cioè la possibilità di scattare una foto a tutti i partecipanti alla living room (massimo 4) e di condividerla su Facebook – è stata accolta in modo strepitoso (quasi 15,000 foto scattate durante il primo weekend di Juventus Live…)”. – Forse non pensavi di sbarcare così presto in Europa… da cosa è scaturito il contatto con la Juve? “Un giorno ho ricevuto una mail da un indirizzo con dominio juventus.com. Credevo fosse uno scherzo (puoi immaginarti quante verifiche tecniche ho fatto per accertarmene…) e invece era davvero la mia squadra del cuore, la Juve. La passione di sempre che bussava alla porta di TOK.tv. Puro caso del destino”. – E quali i primi riscontri nei primi giorni della app per la Juve? “Con Juventus Live abbiamo raggiunto quota 100.000 downloads nel primo weekend. I commenti sull’App Store e sui nostri canali Social sono entusiasti. Insomma, non ci lamentiamo… Stiamo lavorando alla versione Android, e vorrei triplicare i downloads nel primo weekend “. – Quali altre occasioni vedi in Italia per TOK.tv: altre squadre di calcio, altri sport o eventi… “Noi non ci poniamo limiti 😉 Lo sbarco in Italia era previsto per il 2014 ma l’esperienza di Juventus Live insegna che l’imprevedibile è sempre dietro le porta. Fintanto che ci sarà qualcuno che vuole restituire alla TV il suo lato autenticamente Social, allora avrà senso pensare che TOK.tv possa trovare spazio sia per gli eventi sportivi sia per altri tipi di produzioni TV. E poi il team – come quello di Funambol – e’ tutto in Italia, quindi piu’ riusciamo a fare nel Bel Paese, meglio e’”. – Dietro ad un servizio utile per appassionati e tifosi c’è un sistema in grado di definire il profilo di utenti possibili consumatori, per potenziali inserzionisti. Puoi spiegare questo aspetto di business? “L’idea e’ semplice: l’85% della raccolta pubblicitaria mondiale e’ legata alla TV. Con l’altro 15% – di Internet – Google ha creato un’azienda enorme. Noi vogliamo avvicinare quell’85% a Internet. Oggi le aziende spendono un milione di dollari per una pubblicita’ durante il Superbowl. Non sanno quanti veramente l’abbiano vista, ne’ possono avere un feedback diretto (il famoso click-through di una campagna Internet). Se passa una pubblicita’ in TV e tu hai in mano TOK.tv, noi possiamo darti la possibilita’ di “cliccare” sulla pubblicita’. Passa uno spot di un libro in televisione, compare l’icona in basso a destra, tu pensi “bello, questo me lo compro”, un click ed e’ fatta. E’ una rivoluzione, in un mercato da 200 miliardi di dollari all’anno. Noi ci accontentiamo dell’1% …”.

Peter Greenaway alla scoperta di Brancusi. Quando a Venezia 2009 mi aveva spiegato il futuro interattivo del cinema…

Negli ultimi anni si è dedicato ad esplorare in modo inedito capolavori dell’arte attraverso cinepresa e nuove tecnologie, convinto che il cinema tradizionale, quello di una fruizione passiva in sala, sia finito. Ora Peter Greenaway si appresta a ricostruire la vita di un grande maestro dell’arte contemporanea, il romeno Costantin Brancusi (grazie per la segnalazione a Nicoletta Iacobacci, preziosa amica di IdF, Head of Multiplatform di European Broadcasting Union e fantastica organizzatrice di TEDx Transmedia a Roma). Un’occasione per rispolverare una delle interviste più interessanti degli ultimi anni. Era stata una chiacchierata impegnativa a straordinaria, quella con un maestro del cinema, tutto proiettato nel futuro. Greenaway  (nella foto sulla terrazza dell’Excelsior, mentre scrutava il sottoscritto…), alla Mostra del Cinema 2009, dov’ero all’epoca inviato di Reuters, l’avevo intervistato da solo, mentre altri colleghi si preoccupavano di seguire i passi al Lido di Noemi Letizia, sigh… Il regista aveva proclamato la “morte del cinema”, come fruizione mediatica passiva in una sala buia. E’ con il telecomando, primo passo di interazione per lo spettatore, aveva detto, che è iniziata la fine del cinema come lo abbiamo inteso nel secolo scorso. E il futuro è nuove tecnologie, connettività e interconnessione, che danno a tutti la potenzialità di diventare autori e distributori. Di opere “in divenire”, che teoricamente potrebbero essere modificate ogni giorno. Sono passati tre anni e in questo mondo di media interattivi siamo immersi più che mai… Qui sotto l’intervista di allora, dal notiziario Reuters di Roberto Bonzio VENEZIA (Reuters) – Il cinema come l’abbiamo conosciuto è destinato a sparire, per questo un posto come la Mostra del Cinema non ha più senso. A dirlo è un maestro del grande schermo, Peter Greenaway, in scena stasera fuori concorso a Venezia con “The Marriage”, parte di un progetto multimediale che il regista britannico ha intrapreso da qualche anno rileggendo con installazioni tra immagini, musica e sculture grandi capolavori dell’arte, dalla Ronda di Notte di Rembrandt all’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. “The Marriage” è dedicato alla Nozze di Caana di Veronese (l’installazione a Venezia è ospitata a San Giorgio), mentre Greenaway proporrà al Lido una rilettura in una chiave inedita di quello che definisce “Live Cinema”. “Ci sono 126 personaggi, ricostruzioni a 360 gradi… abbiamo finito questo lavoro 24 ore fa, non abbiamo ancora un film ma cinque clip associate al film”, dice a Reuters Greenaway, spiegando che con il suo “Live Cinema” si propone di riportare il mondo dei film in una sorta di ritorno alle origini, quasi circo e varietà, con un contatto rinnovato col pubblico, non più spettatore passivo. “Sono diventato una sorta di ‘VJ’, giro il mondo e incontro grandi pubblici… con attrezzature molto sofisticate”, spiega. E si dice molto interessato a cosa il cinema sarà nel futuro. “Di certo non sarà noioso, non sarà star seduti nella sala buia con tutti che guardano in una direzione”. “Deve diventare qualcosa di meglio. E sto cercando per quanto posso di connettere la nozione di cinema a due parole (comuni nel giornalismo): interattività e multimediale. E il cinema può essere entrambe”. Il regista, che ha all’attivo capolavori quali “I misteri del giardino di Compton House”, “L’ultima tempesta”, “I racconti del cuscino”, è convinto che il cinema come è stato nel Ventesimo Secolo sia ormai un fenomeno superato: “I giovani non vanno più al cinema e non guardano più la tv. C’è una nuova ‘laptop generation’ che comunica con Facebook. E la nozione di cinema sta cambiando, che piaccia o meno, in una comunità … i ragazzi i film vogliono farli da soli con laptop, sta diventando un settore fai da te non più per élite, non più organizzato da Hollywood”. “E se voglio continuare a rivolgermi al pubblico, ai giovani che davvero trovo eccitanti, devo cambiare modo di fare film. E posti come la Mostra del Cinema sono oggi una completa perdita di tempo, un’istituzione creata da Mussolini negli Anni Trenta, ora siamo 70 anni dopo abbiamo bisogno di festival?”. L’interazione con un pubblico non più passivo, che con laptop, telefonini e YouTube può fare film costituisce per gli artisti “un dialogo molto più ricco e sofisticato … ai tempi dei romani c’era un creativo ogni milione di persone, dopo la Seconda guerra mondiale forse 250 ogni milione, oggi con laptop e videocamera può essere uno su uno. Se crediamo nella democrazia nella politica, perché non credere nella democrazia nell’arte”, aggiunge. YouTube, Facebook e Internet sono strumenti che consentono di trasformarsi anche in distributori delle proprie opere, osserva. Fenomeno recentissimo, carico di energia. Perché “stiamo comunicando fra noi come non abbiamo mai fatto prima”, aggiunge. E un film girato col telefonino, magari sacrifica formato e suono ma può essere inviato in pochi secondo ad un amico di Pechino. Mentre un film della Mostra, se si è fortunati, a Pechino arriva tre anni dopo. Dobbiamo accantonare cose alle quali siamo abituati per poter sfruttare le opportunità del futuro, dice ancora Greenaway. Convinto che la fine del cinema sia iniziata nel settembre 1983, col primo telecomando, che ha introdotto l’inizio dell’interazione che il cinema non prevede. Non si cambia la fine di Titanic, dice, mentre oggi “posso fare un film e cambiare la fine ogni giorno della settimana. Un incubo, per i distributori, che tanto sono destinati a sparire comunque”. Ma le nuove tecnologie permettono anche di rileggere e scoprire segreti in grandi capolavori del passato. Il suo lavoro sull’Ultima Cena, ricorda Greenaway, ha individuato nella tavola una cosmografia che comprende Plutone, pianeta scoperto nel 1903, mentre le mani del dipinto, riportate su uno spartito musicale, coincidono con le note dell’antica canzone di Salomone che Beethoven riprese nell’Inno alla Gioia. Con “The Marriage”, invece, il regista avvalora la tesi che fu Pietro l’Aretino a convincere il Veronese a dipingere una scena che celava in realtà un’eresia, il matrimonio di Cristo con Maddalena. Greenaway è convinto che siano le nuove tecnologie ad aprire orizzonti inediti all’arte delle immagini in movimento. Per questo, ai giovani attirati dal cinema suggerisce di non preoccuparsi più del cinema: “E’ un fenomeno che sta

Stefano “Stefio” Ceccon e la sua app “London Crowd” che ha spopolato durante le Olimpiadi

Va bene, va bene, lo ammetto: la sterminata galleria di talenti raccolta da Italiani di Frontiera, malgrado tutto è leggermente… sbilanciata a nordest. Ora, che io sia di Mestre conta poco. Ma è colpa mia se IdF viene invitato a Londra per le Olimpiadi (qui un diario per immagini), va in scena nell’auditorium di Casa Italia in un evento organizzato dagli amici di Medioera (ancora grazie a Mauro Rotelli e tutta la banda viterbese) ma alla vigilia scopre (segnalazione dell’inesauribile Luca Perugini) che c’è un talento in trasferta proprio a Londra, che ha appena realizzato una app che spopola online… e quel ragazzo è di Crespano del Grappa? Beh, una parte del tempo passato a Londra, IdF l’ha dedicato a conoscere e soprattuto a fra conoscere a giornalisti e altri personaggi del mondo media e imprenditoriale incrociati a Casa Italia Stefano “Stefio” Ceccon e la sua “London Crowd”, applicazione basata su un algoritmo che rielaborando in tempo reale i dati pubblici delle videocamere che monitorano il traffico nella capitale britannica, fornisce un quadro aggiornato della circolazione e degli intasamenti. Nel video, “Stefio” presenta la sua app e spiega come sia arrivato a Londra per la specializzazione con una borsa di studio alla prestigiosa Brunel University che l’ha selezionato dopo… un colloquio via Skype! La micidiale macchina di relazioni di IdF non si è mossa invano. Stefio e London Crowd sono finiti in tv a Rai Unomattina, Curzio Maltese gli ha dedicato un articolo su Repubblica e il Corriere della Sera un pezzo online, tutti e due citando Italiani di Frontiera. Non solo, grazie a Fortunato Celi Zullo, direttore dell’Italian Trade Commission a Londra, Stefio è stato chiamato last minute a partecipare ad un incontro Banca Intesa, con fior di investitori ai quali è stato invitato a presentare il proprio progetto. Tutta la vicenda è stata ben raccontata da “Dani” Ceccon, brava collega e sorella di Stefio, che era a Londra con noi, in un bell’articolo, “Bassanesi a Casa Italia, diario di un’avventura olimpica” su VicenzaPiù. Sì insomma, IdF non si muove a caso. Anche se può migliorare sui tempi, visto che per girare il breve video qui sopra, come ho scritto ho perso l’aereo pernottando su una panca a Heathrow…         Aggiornamento 2014: per la cronaca, oggi Stefio è rimasto a Londra come ricercatore e lavora part time come esperto di Data Journalism… al prestigioso The Times! Qui una sua presentazione.

Think Out Of The Box e Sindrome del Palio di Siena: IdF in due parole chiave

Think Out Of The Box, Sindrome del Palio di Siena. Finalmente online, in due parole chiave, l’idea centrale di Italiani di Frontiera, che ben conosce chi ha assistito ad una performance dal vivo di IdF. Gli italiani sono ricchi di una dote intellettuale oggi sempre più preziosa, in un mondo in rapida evoluzione: la capacità di ragionare fuori dagli schemi. Eppure per conflitti e rivalità assurde siamo abituati a sperperare questo patrimonio. Incapaci di fare squadra, realizzandosi nella sconfitta altrui che porta a gioire per i fallimenti degli altri, anche se non ci portano alcun vantaggio. Think Out Of The Box è la caratteristica che gli italiani di Silicon Valley riconoscono a se stessi. Sindrome del Palio di Siena è una sintesi “creativa” di quanto raccolto nei colloqui in California con due veterani straordinari, Federico Faggin, uno dei padri del microchip, e Luca Cavalli Sforza, genetista di fama mondiale, che nei giorni scorsi ha compiuto 90 anni Il video dalla presentazione IdF all”evento Econocom a Montecarlo, 9 febbraio 2012.

Luciano Dalle Ore: come ristrutturare un’azienda a Silicon Valley

Italiani di Frontiera aveva incontrato tre anni fa Luciano Dalle Ore, grande amico di IdF, veronese laureato a Stanford e veterano  italiano di Silicon Valley, dove si occupa in particolare di assistenza ai venture capitalist nella ristrutturazione aziendale. Incrociato nei giorni scorsi all’evento SVIEC a Redwood City cui hanno preso parte i partecipanti all’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, Luciano ha spiegato con poche chiarissime parole come aggiustare la rotta per  un’azienda di Silicon Valley non sia facile, ma cambiare completamente rotta, quando le condizioni lo richiedono, in un ambiente estremamente competitivo ed in rapida evoluzione, sia molto più difficile. Luciano è stato esemplare per sintesi e qualità delle osservazioni. E diversi di noi sono rimasti proprio fulminati dalla sua breve, illuminante riflessione… Italiani di Frontiera aveva incontrato tre anni fa Luciano Dalle Ore, grande amico di IdF, veronese laureato a Stanford e veterano  italiano di Silicssime parole come aggiustare la rotta per  un’azienda di Silicon Valley non sia facile, ma cambiare completamente rotta, quando le condizioni lo richiedono, in un ambiente estremamente competitivo ed in rapida evoluzione, sia molto più difficile. Luciano è stato esemplare per sintesi e qualità delle osservazioni. E diversi di noi sono rimasti proprio fulminati dalla sua breve, illuminante riflessione…    

Roberto Busa, gesuita vicentino incredibile pioniere dell’informatica umanistica con l’Index Thomisticus

“Lettore fermati! E’ morto padre Busa. Se navighi in Internet lo devi a lui, se usi un pc per scrivere mail e documenti di testo lo devi a lui. Se puoi leggere questo articolo lo devi, lo dobbiamo a lui…“. Con questo attacco, forse un po’ troppo pomposo per un tipo così semplice,  l’Osservatore Romano ha annunciato nel 2011 la morte di padre Roberto Busa, 98 anni, un incredibile pioniere dell’informatica umanistica, con la linguistica computazionale. Come autore dell’«Index Thomisticus», monumentale lemmatizzazione dell’opera omnia di Tommaso d’Aquino e dei testi a lui più strettamente collegati,  padre Busa, vicentino (come Federico Faggin tra i padri del microchip) dell’altopiano di Asiago, fu anticipatore dell’ipertesto attivo di Internet 15 anni prima delle ricerche di scienziati americani. Roberto Busa (1913-2011), che lavorò fra New York e Milano alla realizzazione di un sogno folle per l’epoca, nel 1949 compagno di studi di Albino Luciani che poi divenne papa Giovanni Paolo I, era un giovane neolaureato, con una tesi su san Tommaso d’Aquino, quando pensò che per riordinare quella spaventosa mole di testi che aveva consultato… si sarebbe potuto usare il computer! Gli elaboratori dell’epoca non erano i nostri laptop ma armadi colossali pieni di cavi e valvole, con pochissime persone in grado di interagire con la macchina. Busa però riuscì ad arrivare con quel sogno fino all’ufficio di Thomas John Watson, il manager che fece di IBM un colosso internazionale e a cui oggi è intitolato l’algoritmo del supercervellone del cognitive computing. Sembra che pure lui al momento avesse risposto che era impossibile. Ma che fosse poi rimasto colpito dalla personalità di Busa, che al suo rifiuto, gli aveva sbattuto sulla scrivania un biglietto pubblicitario IBM con la scritta «Think». Secondo la leggenda, a quel punto Watson impressionato dalla sua personalità avrebbe dato l’ok, dopo aver però raccomandato: «Devi promettermi che non cambierai il nome International Business Machines in International Busa Machines…». Busa impiegò trent’anni, il suo lavoro è raccolto oggi in cinquantasei volumi e un Index Thomisticus che si trova in parte online. Ma soprattutto, lavorò con macchine che in quei trent’anni cambiarono del tutto, dalle schede perforate ai nastri ai dischi. Affrontando e risolvendo problemi di ipertesto e rapporto fra parola e macchina almeno quindici anni prima degli inventori di Internet. Per questo fu premiato negli anni Novanta col riconoscimento che oggi porta il suo nome. L’impresa dell’Index Thomisticus, avviata nel 1949 grazie all’aiuto di IBM, fu realizzata prima servendosi di schede perforate, poi di nastri magnetici sempre più capaci. E completata nel 1980. Nel 1998 la Association for Literary and Linguistic Computing (ALLC) e la Association for Computers in the Humanities (ACH) hanno istituito un premio, a lui assegnato per primo e poi a lui intitolato, “Roberto Busa Prize“ che premia figure insigni distintesi nel campo dell’informatica umanistica, di cui Busa è considerato il padre. Qui il post su padre Busa in inglese sul blog di Forbes.  

Dal successo di Bing ad un musical a Broadway. Lorenzo Thione: ecco cosa ho imparato di me stesso

Forse ha messo a segno il colpo più clamoroso, tra i tanti giovani italiani che hanno fatto fortuna all’estero. Ma da tempo ormai si sta cimentando in un campo del tutto nuovo. Non più la tecnologia a Silicon Valley ma… il musical, a Broadway! Il sito è appena stato lanciato: Allegiance è una grande produzione di Broadway avviata già da tempo, un musical che nelle previsioni esordirà sulle scene il prossimo anno. Eppure Lorenzo Thione, comasco cresciuto a Milano e trapiantato negli Usa da una dozzina d’anni, proprio  non ci pensa a raccontare come ha fatto. Come ha fatto ad elaborare un sistema alla base del motore di ricerca Bing, acquistato da Microsoft per 100 milioni di dollari… No, preferisce parlare di quel che strada facendo ha imparato, nel diventare imprenditore ma soprattutto di se stesso. Nel video qui sotto, Lorenzo parla invece a fondo del musical. Ma anche di come un filo di talento e di spirito imprenditoriale leghi queste due sue esperienze così diverse: software e musica. In coda forse lo spunto più interessante: nel musical come in una nuova impresa, non conta tanto l’idea iniziale quanto il saperla modificare e adattare, cambiarla in corsa, imparando di continuo cose nuove. Una riflessione straordinaria, da non perdere. Una lezione di vita, pochi minuti densi  di spunti. Un incontro in un (rumorosissimo) bar di Milano, all’indomani della chiacchierata fatta all’evento “Ma dobbiamo andarcene tutti?” organizzato in Assolombarda dal Gruppo Giovani Imprenditori che ha visto di scena pure una presentazione di Italiani di Frontiera (grazie ad Alvise Biffi ed Almir Ambeskovic per l’invito). Da notare la finezza della regia, che per movimentare il video ha sapientemente combinato all’intervista, l’allestimento sullo sfondo… della vetrina di Pasqua! Per finire, il giudizio di Lorenzo su Italiani di Frontiera. Un commento davvero generoso. Grazie Lorenzo!

Amici di IdF: Andrea Vaccari under 30 pioniere negli Usa della sociologia digitale

Quando l’avevo incrociato per la prima volta, a Roma a Frontiers of Interaction 2009, l’avevo scambiato per uno studente di belle speranze. Poi mi aveva raccontato con semplicità il suo curriculum, che faceva spavento. Ora Andrea Vaccari, origine veronese svelata da una dolce cadenza,  di anni ne ha 27, e dopo la laurea Summa Cum Laude al Politecnico di Milano in Computer Engineering,  le esperienze da assistente allo stesso Politecnico, poi oltreoceano alla University of Illinois a Chicago, dove ha conseguito un pH.D. in Computer Science, di ricercatore al Massachussetts Institute of Technology a Cambridge (Usa), e al Santa Fe Institute di Santa Fe (Nuovo Messico), ha aggiunto nei mesi scorsi un breve periodo come Software Engineer nella sede Google di New York, prima di tornare all’Università a Chicago. Andrea l’ho incrociato di  nuovo quest’anno a Roma, a Frontiers edizione 2010. Nel video, racconta la sua esperienza d’avanguardia nel campo della sociologia digitale. Esplorando e studiando i comportamenti sociali  attraverso l’utilizzo che facciamo delle nuove tecnologie, dai telefonini al web.

Carlo Gentile fotografo napoletano del West: sul web il libro di Marino con le sue immagini

Tra i personaggi piu’ originali rievocati da questo blog, Carlo Gentile (1835-1893), fotografo napoletano del West ha anche un delle storie piu’ toccanti. Il bimbo indiano che adotto’ dopo averlo riscattato dal suo rapitore, da lui battezzato col nome di Carlos Montezuma, divenne infatti un eminente intellettuale, figura storica dei diritti civili dei nativi americani. Eternamente grato a Gentile, che invece mori’ in disgrazia. Ora il libro uscito negli Usa nel 1998 scritto da Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution e partner di Italiani di Frontiera, che rievoca la figura di Gentile, e’ disponibile con lunghi estratti su Google Books. Con una serie di bellissime foto scattate da Gentile. Qui il link a “The Remarkable Carlo Gentile” su Google Books.