Dieci libri per iniziare il 2024 sfidando l’onda della Complessità… su un surf chiamato Curiosità

Dall’Intelligenza Artificiale al Metaverso, dalla musica alla letteratura alla passione civile, dieci libri (alcuni di amici di Italiani di Frontiera) per esplorare una modernità sempre più complicata, difendersi dalle Fake News, intercettare i talenti precoci… e iniziare il nuovo anno planando sull’onda della Complessità con un surf chiamato Curiosità.  Con i migliori auguri di un 2024 felice e creativo, da Italiani di Frontiera. SOLO UNO STRUMENTO L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE Fra i tanti libri su AI come non segnalare quello di un amico come Fabio Ferrari, fondatore a Modena di Ammagamma, sempre in prezioso equilibrio fra tecnologia d’avanguardia e rimandi alla cultura umanistica. In “L’Intelligenza artificiale non esiste” (Sole24Ore) con un titolo provocatorio Fabio esorta a considerare questo potente congegno di conoscenza e sviluppo per quel che deve essere: uno strumento di cui dobbiamo imparare a servirci, non un pericoloso soggetto di cui subire il potere. Lo fa raccogliendo spunti da dialoghi  con fior di esperti (fra loro Federico Faggin, mentre Luciano Floridi firma la postfazione), senza rinunciare a un collegamento con la cultura classica, ricordando la figura mitologica di Talos, gigantesco automa a protezione di Creta dono del dio Efesto, in apparenza invulnerabile ma alla fine ucciso con un colpo nell’unico punto vulnerabile, metafora del primato dell’ingegno umano su congegni che sembrano sovrastarci. UNA PASSIONE CIVILE PAGATA CON LA VITA Certo sembra riduttivo definire “curiosità” il motore di una passione professionale e civile eccezionale come quello di una giornalista che ha sacrificato la vita per il coraggio di inseguire, scoprire e documentare tragiche verità, dando spesso voce e dignità ai più derelitti. In “Una madre. La vita e la passione per la verità di Anna Politkovskaia” (Rizzoli) , è la figlia Vera Politkovskaia con Sara Giudice a raccontare la figura di una reporter straordinaria che fu uccisa il 7 ottobre 2006, dopo aver firmato una straordinaria serie di reportage e libri scomodissimi per il regime russo, svelandone impietosamente retroscena che forse l’Occidente ha troppo a lungo finto di non conoscere, sino all’invasione dell’Ucraina. LAVORO “INTELLIGENTE” SOLO CON UNA RIVOLUZIONE CULTURALE In ” Si fa presto a dire Smart, La strada per lavorare in modo intelligente” (Guerini) Adele Nardulli imprenditrice e linguista, fondatrice dell’agenzia di traduzioni Landoor, ha esplorato da esperta il pianeta “Lavoro Intelligente”, rilevando come l’organizzazione del lavoro tradizionale sia a scadenza breve e per reggere il confronto con quanto si fa all’estero ed essere attrattivi per i lavoratori più giovani, che hanno esigenze diverse, è indispensabile e urgente un profondo cambiamento culturale nelle aziende. Cambiamento che passa dal controllo alla valutazione del risultato, con una flessibilità sia di spazio che di tempo. In un viaggio fra aziende che sono state pioniere in questo campo, il libro evidenzia come pratiche di lavoro «smart» possano non solo innovare il management ma garantire pure vantaggi competitivi alle aziende stesse. PERCHE’ FATICHIAMO A LIBERARCI DELLE BALLE Con “La scienza dell’incredibile. Come si formano credenze e convinzioni e perchè le peggiori non muoiono mai” (Rizzoli)  Massimo Polidoro, giornalista cofondatore con Piero Angela del CICAP (Comitato Italiano per il controllo sulle affermazioni sulle pseudoscienze) esamina a fondo l’antico “bisogno di credere” come necessità di dare un senso alla realtà, oggi reso più evidente da tecnologie e social con la diffusione di fake news e teorie complottiste che “semplificano” una realtà sempre più complessa. Un percorso di conoscenza affascinante fra mille storie, che aiuta ad acquisire strumenti per valutare con occhio critico da scienziato l’infinità di informazioni, pronti quando è il caso a cambiare opinione di fronte a prove concrete, aggrappati a quella scialuppa di salvataggio (o… surf?) che è la curiosità. FERNANDA PIVANO COME NESSUNO L’HA CONOSCIUTA E’ la curiosità, mista a una dose di giovanile incoscienza, ad aver fatto cogliere l’occasione della vita a  un ragazzo che di fronte a  una figura storica della letteratura italiana alle prese con la propria complicata autobiografia, per le cui mani erano passati molti dei libri della sua formazione, si era sentito proporre: “Vuoi essere tu il mio assistente?“. E’ così che Enrico Rotelli (amico di Italiani di Frontiera, sul ponte fra Italia e San Francisco) ha raccolto in “Nanda e io. I miei anni con Fernanda Pivano” (La Nave di Teseo) il diario della sua straordinaria esperienza a fianco della scrittrice e traduttrice che per decenni ha fatto conoscere la letteratura americana agli italiani. In una galleria di incontri memorabili con figure storiche dell’arte e della letteratura (non tutte simpaticissime…) e un’infinità di aneddoti, sono la stima e l’affetto sempre più intensi  ad aver segnato il singolare rapporto fra l’anziana intellettuale che tutti conosceva e il suo giovanissimo braccio destro, oggi giornalista e scrittore impegnato a proseguire (brillantemente) l’esplorazione del mondo letterario americano. LA MUSICA UNA GALASSIA DA ESPLORARE INCANTATI Sconsigliato a chi considera la musica solo un piacevole sottofondo, raccomandato ai curiosi dispersivi (come il sottoscritto) “Polvere di stelle. Dall’armonia delle sfere ai concerti negli stadi” (Mimesis) è un saggio impegnativo e incredibile, per profondità e ampiezza, di un autore di cui sono sfegatato fan: Alessandro Carrera, docente alla University of Houston, traduttore e massimo esperto di Bob Dylan. Dall’antichità alle leggende orientali, dalla cosmologia all’antropologia, Carrera spazia con una competenza sbalorditiva, tra riflessioni sulla musica popolare e quella d’avanguardia, sul Pierpaolo Pasolini musicato da Giovanna Marini come sul “pop esoterico” di Franco Battiato. Ricordando che è “la Musica creata da noi umani a imitazione dell’attrito degli astri nel cielo e per la quale dovremmo veramente essere grati a noi stessi”. GUIDA ALLA SCOPERTA DI BAMBINI PARTICOLARI: I PLUSDOTATI E se il pianeta da esplorare fosse quello del talento di bambini molto particolari… perchè straordinariamente intelligenti? Con “Plusdotazione e Talento. Cosa fare e non” (Erickson) Lara Milan (che Italiani di Frontiera anni fa ha affiancato in un evento internazionale sul tema, nella sua Vicenza) propone una guida rapida per insegnanti della scuola secondaria di primo grado, da vera pioniera di un settore che in Italia è assai arretrato rispetto ad altri Paesi, per una serie di pregiudizi che aggravano i disagi di questi bambini “diversi”,

Cavalcare l’Onda della Complessità: una guida dopo gli storytelling Italiani di Frontiera a Cagliari

Che emozione, e che piacere tornare qualche giorno fa con Italiani di Frontiera a Cagliari a nove anni esatti dal primo incontro, 30 giugno 2014, scoprendo un’infinità di preziosi amici vecchi e nuovi: al mattino alla Facoltà di Ingeneria dell’Università, al pomeriggio nella sala di Open Campus, incubatore Tiscali. Un piacere anche per IdF, accompagnato per anni negli storytelling da chitarra o pianoforte, la prima di un  duetto con un sax, quello del bravo Enrico Marongiu. Grazie Enrico! Replicheremo presto…   IdF ha ampliato il proprio raggio discostandosi dal ponte Italia-Silicon Valley con sempre nuovi spunti d’ispirazione. Ecco quindi una scaletta per ricordare e approfondire gli spunti degli ultimi storytelling. Chris Hadfield astronauta canadese, combinando eccezionali competenze, realizza un memorabile video cantando Space Oddity nella Stazione Spaziale Orbitante, in assenza di peso. 52 milioni di visualizzazioni in dieci anni, per quella che David Bowie aveva considerato la miglior versione della sua canzone, uscita pochi giorni prima dello sbarco dell’Uomo sulla Luna.   A ispirargli Space Oddity, aveva detto Bowie, lo sconcerto di fronte a un film bellissimo e misterioso come “2001: Odissea nello Spazio” di Stanley Kubrick.   Lo stesso sconcerto provato davanti al film di Kubrick si ripresenta davanti al caotico Multiverso di “Everything. Everywhere. All at Once“, film dei “Daniels“, vincitore di sette premi Oscar.       Lo spazio che sa ispirare. Cristina Dalle Ore astronoma trevigiana  e la sonda su Plutone Gli italiani e la Complessità. Federico Faggin e il dono unico degli italiani di affrontare la complessità con una visione di sistema.   Fabio Parodi (ex LinkedIn) e la capacità degli italiani di affrontare la Complessità sentendosi a proprio agio anche quando questa ha le sembianza del Caos   Cavalcare l’onda della Complessità. La metafora del surf  come Pensiero Laterale, inizio dello spettacolo “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy” (Milano, Blue Note esaurito il 28 maggio 2018)   Luca Prasso da Dreamworks a Google Maria Montessori straordinaria pedagogista che insegnò a intercettare e valorizzare il talento, l’incredibile serie di Montessori Alumni protagonisti a Silicon Valley. Adriano Olivetti e gli olivettiani su Italiani di Frontiera. Roberto Busa gesuita incredibile pioniere dell’Umanesimo Digitale   Cesare Marino antropologo degli indiani allo Smithsonian Institution e scopritore di italiani nel West. Giacomo Costantino Beltrami esploratore romantico alle sorgenti del Mississippi.   La La Land, Once, A Star i is Born, Tre film che raccontando un sofferto rapporto d’amore fra due artisti svelano l’importanza di essere mentori: ispirare e aiutare gli altri a superare ostacoli sul proprio percorso. Non sono nel sito ma nel libro “Italiani di Frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (EGEA 2015, prefazione di Gian Antonio Stella) storie che si trovano online com quella dei fratelli Jacuzzi, di  Francesca Cavallo, autrice con Elena Favilli del successo mondiale di “Storie della Buonanotte per bambine ribelli”.    “Ci siamo dimenticati chi siamo. Pionieri. Esploratori. Non Guardiani”. “Interstellar” (2014) di Christopher Nolan. Italiani di Frontiera a Cagliari, Open Campus Tiscali 30 giugno 2014.

Surf , Mongolfiere e Curiosità. In arrivo il nuovo storytelling di IdF, l’annuncio sul Corriere

In tempi drammatici, con una guerra in corso in Europa mentre ancora non è finita la pandemia che ha sconvolto le nostre abitudini, a salvarci sarà… la curiosità. In arrivo il nuovo storytelling di Italiani di Frontiera, “Surf e Mongolfiere. In tempi di crisi è indispensabile essere curiosi“, annunciato persino su una pagina del Corriere della Sera di Milano, per un ciclo di eventi con fior di sponsor promosso da Fastweb, che già due anni fa aveva ospitato in pieno lockdown uno IdF storytelling “Pionieri, Esploratori. Non Guardiani“, diffuso con un bel video . L’appuntamento sabato 18 giugno alle 17.30, fa parte del progetto StepToTheFuture promosso da Fastweb, che lo ospiterà nel suo quartier generale Fastweb in piazza Olivetti. Ingresso gratuito ma posti limitati, per partecipare occorre registrarsi sul sito steptothefuture.it  Fra le novità, per la prima volta lo storytelling sarà accompagnato non alla chitarra a al pianoforte, da Alessandro Pavesi, abile non solo  alla tastiera ma anche come Project Manager e Coach, prezioso collaboratore nella riprogettazione di IdF assieme a Sofia Elisa Suanno  (con noi nella foto) che ha ridisegnato alla grande il sito, con le illustrazioni della bravissima Susanna della Sala.

Guardare ed essere: quella mania di girare video che stravolge la consapevolezza di chi siamo

“Non conta quello che guardi. Conta quello che vedi”. Questa bellissima frase  di Henry David Thoreau (1817–1862), filosofo americano, scrittore e pioniere della disobbedienza civile e dell’ecologismo, grande ispiratore per la cultura americana e per apostoli della nonviolenza come Gandhi e Martin Luther King, rimanda a una capacità di abbinare lo sguardo a una consapevolezza: non solo interpretare l’immagine che gli occhi inviano al cervello, pure guardare oltre e saper cogliere suggestioni visionarie: non solo quel che è ma quel che potrebbe diventare. Alcuni drammatici casi di cronaca sono segnale inquietante di una consapevolezza che sembra invece confondersi.  L’abitudine a riprendere e riprendersi col telefonino in ogni situazione sta mutando profondamente a livello collettivo la percezione di sè, deformandola ben oltre la smania di apparire, che ha dilatato il narcisismo a fenomeno di massa. Quasi che il poter registrare immagini ci relegasse tutti al ruolo di spettatori, che ambiscono ad affermarsi catturando l’attenzione di altri spettatori e abdicando al ruolo di protagonisti attivi, che in alcuni casi possono e devono intervenire, non stare a guardare. Dalla cronaca a un vecchio profetico film anni Sessanta,  “L’occhio che uccide” (Peeping Tom, 1960) del regista britannico Michael Powell agli incubi della bellissima serie tv  Black Mirror (annunciata da poco la sesta stagione). Lo Specchio Nero è quello dei nostri telefonini spenti, che come quello usato dal killer di “L’occhio che uccide” possono rimandare un’immagine di noi deformata, quando l’ossessione del “guardare” ci fa dimenticare che prima che spettatori siamo protagonisti attivi, che la consapevolezza, che ci fa “vedere” oltre quel che guardiamo, che l’empatia nei confronti degli altri devono guidare il nostro essere: umani. Una mia riflessione su Medium.

La lezione per il futuro da quelle ragazze veneziane senza volto musiciste del Settecento

Com’è possibile? Vissero tre secoli fa. Nessuno conosce i loro volti (anche se forse alcuni appaiono in un celebre affresco), abbandonate dai genitori, solo di poche si ricorda il nome, solo due divenuti celebri: Anna Maria e Chiaretta. Com’è possibile che a loro sia stata dedicata una bellissima mostra a Cremona (che ha chiuso i battenti il 31 ottobre ma presto verrà riproposta) e che compaiano tra i protagonisti di un recente libro, best seller New York Times che indaga le chiavi per affrontare il futuro, accanto a personaggi del calibro di Keplero e Van Gogh, star dello sport come Tiger Woods e Roger Federer, del jazz come Django Reinhardt, innovatori come Gunpei Yokoi, pioniere dei videogiochi artefice del successo di Nintendo, o Andy Ouderkirk, geniale inventore di pellicole straordinariamente innovative in 3M?… . ..Nel suo “Range” (Generalisti. Perchè una conoscenza allargata, flessibile e trasversale è la chiave per il futuro, LUISS 2020) David Epstein ha dedicato un capitolo a queste ragazze senza volto, quasi tutte senza nome, vissute tre secoli fa. Esaltando un aspetto del loro talento: virtuose di uno strumento, molte erano straordinarie polistrumentiste, capaci cioè di destreggiarsi anche con altri strumenti… L’articolo su Medium

IdF per OVS – Anna Fiscale: impresa di successo trasformando problemi in opportunità

All’inizio, tutto sembrava esser troppo fuori dagli schemi. Troppo particolare, troppo diversa, troppo poco applicabile l’idea. Troppo giovani, troppo poco esperti e credibili per potenziali partner quei ragazzi, che si illudevano di trapiantare in un’attività tradizionale del territorio veronese come l’abbigliamento, idee e modelli dell’economia sociale che una giovane laureata in Economia, Master in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, aveva appreso in esperienze di cooperazione tra India, Haiti e stage alla Commissione Europea a Bruxelles. L’idea “troppo strana” era quella di realizzare un’impresa capace di trasformare due problemi in un’opportunità: creare occupazione per persone emarginate dal tradizionale mercato del lavoro, affrontando contemporaneamente uno dei nodi di un’industria come quella della moda: riconvertire tessuti in eccedenza in nuovo abbigliamento. Era il 2013, Anna Fiscale aveva 25 anni, tantissimo entusiasmo e tantissima passione che sono serviti a reggere il peso di quella diffidenza, a superare momenti di sconforto, in cui per poter sopravvivere è stato indispensabile reinventarsi. L’ultima volta lo scorso anno all’inizio del lockdown, quando la produzione è stata riconvertita in sole tre settimane dopo aver creato un team interno dedicato alla prototipazione di mascherine ad uso medico Classe I di tipo IIR: le prime riutilizzabili iscritte nell’elenco dei dispositivi medici sul registro del Ministero della Salute. E a fine anno, Anna ha ricevuto una telefonata dal Quirinale. Che le comunicava la nomina a Cavaliere al merito della Repubblica, onorificenza consegnatale dal presidente Sergio Mattarella. Prima lo stupore, la gioia. Poi l’emozione per quella motivazione  “…per l’appassionato contributo e lo spirito di iniziativa con cui ha lavorato sulle vulnerabilità e le differenze per trasformarle in valore aggiunto sociale ed economico“. “Finalmente l’attenzione alla diversità, spesso interpretata come fragilità — veniva riconosciuta come una risorsa anche in Italia. Un messaggio forte e necessario, che mi ha resa ancora più fiera di ciò che porto avanti, insieme al mio team, ogni giorno“, dice Anna. Oggi la cooperativa con Progetto Quid, brand di moda etica e sostenibile, crea capi di abbigliamento e accessori in edizione limitata, che prendono vita da eccedenze di tessuti messe a disposizione dalle aziende di moda e del settore tessile trasformate in capi unici grazie a persone – soprattutto donne – con trascorsi di fragilità, alle quali il lavoro con Quid offre un’occasione di riscatto. Quando da bambina le chiedevano cosa volesse diventare da grande, lei rispondeva senza esitazione che avrebbe voluto diventare un medico.  “Se sono diventata invece imprenditrice sociale,  forse è stato proprio inseguendo quel sogno di miglioramento e cambiamento”, dice oggi. Ammettendo debiti di riconoscenza a tante persone che ha avuto a fianco. Anche se a guidarla, confessa, è un piccolo oggetto di legno che porta al collo, ricordo di una delle sue esperienze in Paesi lontani che hanno ispirato il suo percorso: “È un oggetto che nascondo, o meglio proteggo, sotto i vestiti. Nei momenti di difficoltà tormento la catenella che lo regge, nei momenti di serenità — quando cammino, passeggio, o corro verso un obiettivo — lo sento vicino”. Credere fermamente in un’idea controcorrente di ragazzi sognatori, sino a quando non si è concretizzata. Come è stato possibile? “La svolta è arrivata  quando i primi partner hanno creduto nella nostra idea e l’hanno sostenuta. Mi  hanno fatto capire che stavamo intraprendendo una strada poco battuta ma che ci avrebbe regalato splendidi panorami!” – risponde Anna–  C’è voluta cocciutaggine, quella che non fa demordere mai e spinge a credere in un mondo più giusto. E ottimismo, quello che da sempre mi fa ripetere — a me stessa e alla mia squadra — “Alè, alè avanti tutta!”. Per tener duro, occorre aver fiducia, non paura, il suo consiglio ai più giovani: “Bisogna fidarsi e affidarsi.  Le persone intorno a voi sono fondamentali per crescere e consolidarsi, ognuna di loro può aggiungere un pezzetto… un Quid in più”. Quid in numeri 2013 l’anno di nascita 133 i dipendenti 67% la percentuali di lavoratori in condizioni di fragilità 85% la percentuale di donne 17 le nazionalità dei dipendenti 50 le collaborazioni con aziende tessili 31 le partnership come fornitori di prodotti etici con aziende non solo di abbigliamento tra cui marchi celebrati 13 milioni gli euro di fatturato 2020 105 i chilometri di tessuto trasformati in mascherine nel 2020 Per saperne di più Quid in un video Google 2020 per la serie Crescere in Digitale Progetto Quid tra Etica ed Estetica (video 2019 Invitalia)   Anna Fiscale conferenza 2017 TEDx Como: Il Fattore Fragilità Anna Fiscale intervento 2016 alla Camera dei Deputati    

Su YouTube video di studenti di Brera su ’68 e controcultura… protagonisti Italiani di Frontiera e “Dobbiamo tutto agli Hippie”!

Vedere in un video  una carrellata di immagini del nostro spettacolo “Dobbiamo tutto agli HIppie. Ale radici della New Economy“, con Woodstock, il leggendario discorso di Mario Savio a Berkeley, i poeti della Beat Generation al Caffè Trieste… assieme alla montagna di libri sulla controcultura della mia biblioteca, , con la musica dei Greateful Dead nel salotto di casa mia… è  stato un piacere e un onore aver collaborato e ispirato il bel video “Ponti d’Oltreoceano – Il ‘68 tra Italia e America di ieri ed oggi” realizzato qualche mese fa  da Federica De Marchi, Francesco Visentin, Giulia Bruno e Marcello Minghetti, studenti  dell’Accademia di Belle Arti di Brera e oggi su YouTube. Occasione per sviluppare un paio di idee (come quella su cos ail ’68 NON è riuscito a cambiare, delle nostre cattive abitudini) che per questioni di tempo non tocchiamo durante lo spettacolo. Grazie! Avete fatto un lavoro straordinario, facendomi a tratti persino sembrare una persona seria!!!

Giovanna Ceserani e il progetto di Stanford che mappa in digitale i diari dei viaggiatori del Grand Tour, con un tocco di Politecnico Milano

Pisana, laureata all’Università di Bologna, PhD a Cambridge e oggi Associate Professor al Dipartimento Studi Classici della Stanford University, Giovanna Ceserani è tra gli artefici di un inedito progetto di Digital Humanities: tecnologia digitale al servizio degli studi umanistici. Mapping the Grand Tour è un’elaborazione visuale dell’enorme mole di dati, documenti e diari di migliaia di viaggiatori inglesi che nel Settecento, come altri facoltosi europei, compirono il lungo viaggio d’istruzione in Italia. La nuova sfida è quella di portare approcci Big Data e le possibilità di visualization offerte dalle nuove discipline del computer a contatto con gli studi umanistici. Questo tipo di visualizzazione ha svelato percorsi, intrecci e significati inediti dei dati, che non si coglievano in quella che prima era una raccolta in forma di dizionario. Qui un articolo di The Economist, “Rewriting  History” in cui Giovanna illustra il suo lavoro. Nel video, l’incontro informale di Giovanna con i giovani professionisti del Sud protagonisti dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2013, in cui racconta il suo lavoro e la sua esperienza nell’università californiana, fra suggestioni e intrecci fra culture diverse. Il lavoro fa parte di un progetto più ampio, chiamato Mapping the Republic of Letters, a cui – chi l’avrebbe detto? – ha collaborato dall’Italia anche un prezioso amico di IdF, Paolo Ciuccarelli, fondatore e direttore scientifico del DensityDesign Research Lab del Politecnico di Milano, mentre la panoramica grafica è stata curata da Michele Graffieti, laurea allo stesso Politecnico, oggi visual designer a New York.  

Missione compiuta per Lorenzo Thione: dopo Bing e il software, oggi l’esordio con un musical a Broadway

Piccolo teatro Off Broadway, un giovane ingegnere italiano di grande successo, studi al Politecnico di Milano e University of Texas, a New York dopo un’esperienza a Silicon Valley, siede col suo compagno in platea, vicino a una coppia di altri uomini che inizia a commentare una serie di spettacoli che anche lui aveva visto. Uno è un volto celebre, un signore anziano già protagonista della serie di culto televisiva Star Trek.   La curiosità diventa amicizia ma solo per caso il giorno dopo i quattro si ritrovano di nuovo seduti vicini in un altro teatro.  Quando il volto celebre viene rigato dalle lacrime. L’ingegnere si incuriosisce e chiede il perchè di quella commozione. L’attore risponde che il dramma sul palco gli ricorda quello vissuto dalla sua famiglia, immigrati di origine giapponese che all’indomani di Pearl Harbour si trovarono trattati da nemici in quella che consideravano la loro nuova patria, internati in campi di concentramento. L’emozione si trasforma in ispirazione. L’idea di rievocare quella pagina dolorosa per un’intera comunità su un altro palcoscenico. In un musical. Storia di ieri con temi di straordinaria attualità: identità, immigrazione, determinazione. Dopo una lunga gestazione, un esordio a San Diego e un mese di previews col pubblico di New York, “Allegiance” (Fedeltà) fa il suo esordio ufficiale a Broadway martedì 10 novembre. L’interprete principale, George Takei, classe 1937 nel frattempo è diventato una star del web, protagonista di un’attenta campagna di promozione sui social media. Produttore e coautore del musical Lorenzo Thione, comasco di nascita, milanese d’adozione, che dopo aver conquistato la ribalta nel mondo hi tech per aver gettato nel 2008 le basi del motore di ricerca di Microsoft, operazione da 100 milioni di dollari, a poche settimane da un incontro con il presidente Barack Obama completa ora uno straordinario percorso professionale: dal software al musical, da Bing a Broadway. Fra i protagonisti di questo progetto e del libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura a Silicon Valley” (EGEA), Lorenzo ha concesso questa intervista in esclusiva, alla vigilia dell’esordio a Broadway. – In questo musical c’è qualcosa della tua esperienza personale? “La mia esperienza ha avuto un impatto enorme su questo lavoro con due autori, uno italiano l’altro americano di origine cinese… Io sono arrivato come studente, ho avuto una determinazione molto mirata nel voler restare. E a dire la verità non ti fanno la vita facile: arrivi col visto da studente, devi trovare il modo di fermarti con visto di lavoro… nel mio percorso ci sono voluti quasi otto anni e mezzo. Nel frattempo, avevo costruito una vera vita, una famiglia, amici, un’esperienza di precarietà, ti sembra che da un momento all’altro possa succedere qualcosa per cui  tutto quello che hai costruito, per cui hai lavorato possa svanire, l’ho sempre percepita come una spada di Damocle, qualcosa  che non era sotto il mio controllo…”. – E come si integra la tu storia con una vicenda della seconda guerra mondiale? “L’esperienza di queste famiglie, i loro padri o i loro nonni venuti qui per realizzare un futuro migliore per sé e i propri figli e il vedersi  sottrarre da un momento all’altro tutto quel che avevano costruito, in maniera del tutto fuori dal loro controllo, a causa di questa precarietà determinata da un senso di percezione dei cittadini di origine giapponese come stranieri… in questa esperienza, anche senza questi aspetti drammatici, io mi riconoscevo: la sensazione che malgrado ti impegni a integrarti, a identificarti anche in una cultura, nelle norme sociali, c’è sempre una voce di sottofondo che dice: ma sei effettivamente completamente riconosciuto come parte della società? E’ una sensazione latente che ha avuto un ruolo nello scegliere questa storia”. – Qual è stata la cosa più difficile, per arrivare a Broadway? “Ottenere un teatro qui a Broadway,  uno dei palcoscenici che sono limitati e hanno un’enorme richiesta. E’ difficilissimo, c’è voluta una grande pazienza e quasi tre anni, ci sono voluti tempo e dedizione. Si tratta di un settore molto diffidente, di cui devi ottenere fiducia e stima per poter meritare questa opportunità. La vera prova sarà vedere se lo spettacolo piacerà o no. I prossimi mesi saranno cruciali per noi per capire se questo è un lavoro che piace al pubblico”. – E come si affronta questa sfida? “Devi avere un team estremamente differenziato, avere persone esperte di ambiti dei quali sai pochissimo, dunque la vera abilità è quella di mettere insieme la squadra giusta che può essere vincente.  Esordiamo dopo un mese di preview, con lo spettacolo che cambia ogni giorno, solo alla fine la vera apertura ufficiale. Il che significa ogni giorno, dopo lo spettacolo, ripensarlo di notte, alla mattina effettuare i cambiamenti, al pomeriggio le prove, tutto in base alle reazioni del pubblico, d’istinto. Ci scambiamo le impressioni sulle reazioni della platea attraverso l’evoluzione dello spettacolo, magari decidiamo un cambiamento di scena che richiede una settimana per essere realizzato”.   – Cosa c’entra un musical con l’esperienza precedente di imprenditore nel software? “Il percorso dello sviluppo di questo spettacolo è molto simile a quello del prodotto  software… richiede anni di impegno non solo della squadra che lo realizza ma pure feedback dal pubblico. Il copione oggi ha forse uno o due dei brani e delle scene dell’originale, tutto il resto è diverso. Hai uno percorso interattivo, di crescita, analisi, sviluppo… come se stessi facendo una scultura, ci vogliono anni e ogni volta che ritocchi all’improvviso capisci che devi rimodellare tutto in modo diverso… E’ un processo incredibile di scoperta, di cose dei cui non avevi idea, perchè non sai… le cose che non sai!  Ed è la stessa cosa che venture capital ed angels mi dicevano riguardo a come decidevano di finanziare o no un imprenditore. Vieni con un’idea ma l’unica cosa di cui devi essere certo e che non lo seguirai alla lettera. L’importante per i finanziatori era riconoscere se quella persona aveva la resistenza e l’abilità per cogliere queste svolte ed essere flessibili e motivati per andare nella nuova direzione scoperta.  Riciclarsi, cambiare direzione in risposta

Bonnie & Clyde, fu il film sulla leggendaria coppia di banditi ad anticipare il cinema “controcorrente” che salvò Hollywood

“Come i fiori sono resi più profumati / dalla luce del sole e la rugiada / così questo vecchio mondo è più splendente / Grazie all’esistenza di persone come te”. Sono i versi scritti sulla tomba di Bonnie Elizabeth Parker, tratti da una sua poesia. Non era una poetessa Bonnie ma è entrata per sempre nell’immaginario popolare, assieme al suo compagno Clyde Barrow, come la coppia di banditi più celebre della storia americana, icona di una criminalità che nell’era della Grande Depressione, in modo spavaldo e spietato, fra rapine, omicidi e grandi fughe, perennemente ricercata,  viveva a grande velocità quasi con la consapevolezza che quella vita sarebbe durata poco.  Finì il 23 maggio 1934, in un’imboscata  propiziata dal tradimento di un loro complice, crivellati dai poliziotti che li aspettavano: 17 colpi nel corpo di lui, 26 in quello di lei. Come spesso accade, molti ingredienti della loro leggenda non corrispondono alla realtà storica, spiega uno speciale a loro dedicato da Biography.com. Bonnie pur avvenente era alta solo un metro e mezzo, non fumava sigari (malgrado una foto che la rese famosa), i due non rapinarono assieme così tante banche (in genere Clyde lo faceva con altri complici), inseguivano entrambi passioni artistiche: lei scriveva poesie e sognava una carriera nel cinema (e nelle auto da loro rubate venivano trovare regolarmente riviste di cinema), lui che aveva suonato la chitarra era diventato un discreto sassofonista (e un sassofono fu trovato nell’auto in cui morirono).  Furono quattordici gli uomini di legge uccisi sul loro percorso. Ma l’omicidio di due agenti, che rivoltò loro contro l’opinione pubblica che prima li guardava con una certa simpatia, fu frutto di un malinteso: Clyde ordinò a un complice di catturare uno degli agenti, lui invece sparò. L’imbalsamatore che trattò i loro corpi prima della sepoltura fece a fatica il suo lavoro, per la quantità di ferite in tutte le parti. Per coincidenza anche lui era stato fra i tanti catturati e poi liberati dai banditi durante una delle loro razzie. Uscito nel 1967, “Gangster Story” il film di Arthur Penn con Faye Dunaway  e Warren Beatty (che ne fu produttore) nei panni di Bonnie e Clyde, fu un enorme successo. L’arte sa cogliere in anticipo le tensioni che sfociano in fenomeni sociali…così alla vigilia della grande contestazione studentesca e del Maggio francese, Robert Benton e David Newman, che curarono la sceneggiatura di “Gangster Story” si ispirarono chiaramente alle inquietudini della Nouvelle Vogue francese, e inizialmente si era addirittura pensato di affidare la sceneggiatura del film a Jean-Luc Godard e Francois Truffaut ( lo scorso anno Bonnie and Clyde è tornata sullo schermo con una minierei tv). Bollata per anni a sinistra come film “fascista”, la pellicola di Arthur Penn con la sua celebrazione dello spirito ribelle è considerata invece l’anticipatrice di quell’ondata di cinema anticonformista degli anni della controcultura, di cui “Easy Rider” è il simbolo. Quel cinema, spiega un bellissimo documentario, Easy Riders Raging Bulls, ispirato all’omonimo libro di Peter Biskind, grazie alla generazione sesso-droga-rock ‘n roll, ha letteralmente salvato e rigenerato Hollywood, che dopo l’ennesimo kolossal finito in un fiasco stava per chiudere definitivamente la stagione degli studios. La protesta, la controcultura, come fucina di innovazione sociale. E successo anche a Silicon Valley, ha scritto un vecchio amico di Italiani di Frontiera, Enrico Beltramini, nel bellissimo Hippie.com…