Creare stelle in laboratorio per l’energia “pulita”: Claudio Bellei, fisico in California

In un laboratorio californiano grande come due campi da calcio, il laser più grande del mondo, con 192 fasci che  concentrano la loro energia su una sferetta di uno o due millimetri di diametro, mira a provocarne l'implosione, riducendola a poche  decine di micron per qualche miliardesimo di secondo, arrivando a produrre una temperatura di centinaia di milioni di gradi. Per catturare i segreti che permetteranno di produrre energia pulita, al Lawrence Livermore National Laboratory in California si lavora alla fusione nucleare con una strumentazione d'avanguardia, per riprodurre le dinamiche alla base della creazione delle stelle, spiega Claudio Bellei, fisico romano laureato alla Sapienza, dottorato all'Imperial College di Londra. L'incontro con Claudio è stato causale, a tarda sera a casa di amici a San Francisco.  Condito da strimpellate alla chitarra, un guasto alla videocamera sostituita d'emergenza dall'iPhone... e un buffo imprevisto alla fine, complice il jet lag che ha quasi stroncato l'intervistatore...

Fare impresa a Silicon Valley, un tour de force fra incubatori e aziende innovative

“Pensa in grande. Parti con intelligenza. Cresci in fretta”. La seconda giornata  dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour,  promosso da Unindustria Forlì Cesena con Agenzia Viaggi Manuzzi e organizzato da La Storia nel Futuro, è stata una vera full immersion su come fare impresa, nella culla dell’innovazione. Di primo mattino nella sede di San Josè, una sessantina di chilometri da San Francisco, Alfredo Coppola coamministratore delegato dell’incubatore Us Market Access  riassume con un’impeccabile analisi le chiavi del successo, che arride non alla tecnologia migliore, dice, ma a quella che ha il miglior marketing. Per affrontare un ecosistema dove tutto si muove rapidamente e occorre sapersi adeguare a questo ritmo, anche nelle presentazioni, che devono essere brevi e fulminanti. Imparare a colpire ma anche a capire rapidamente se  l’opportunità sfa sfumando. Con umiltà, sottolinea, ricordando la storia di un giovane brillante startupper con un bel progetto, dche ovendo incontrare 17 investitori ha immaginato si sarebbero fatti la guerra per ottenere la sua ottima idea, che invece per il suo atteggiamento arrogante è rimasta nel cassetto. Nel cassetto rischiava di restare pure l’idea di Emilio Billi, che assieme ad Antonella Rubicco sta perfezionando  A3Cube, che in Italia era stato bocciato ed è invece visto con grande interesse a Silicon Valley, dov’è  incubato da Us Market Access. Un’idea dalla portata addirittura rivoluzionaria, ispirata dallo studio del cervello: sostituire un processore con tanti piccoli processori, in modo da aumentare enormemente le capacità di elaborazione di un computer, cosa che ridurrebbe consumi energetici  e di banda permettendo inoltre di moltiplicare utenti e contenuti e soprattutto di abbattere i tempi di realizzazione di elaborazioni complesse, come previsioni ambientali o economiche, che invece di alcuni giorni richiederebbero poche ore. Da tener d’occhio, Emilio e Antonella… Ma a Silicon Valley possono sbarcare pure piccole e medie imprese. Che troppo spesso approcciano il mercato oltreoceano in modo maldestro, prima di tutto ignorando quanti e quali siano in realtà i loro concorrenti. E’ nel preparare con studi di settore ed assistere le aziende italiane che vogliono tentare il grane salto che si sta specializzando un altro incubatore, M31 di Aldo Cocchiglia, che facendo gli onori di casa, sempre a San Josè, ha spiegato ai giovani imprenditori romagnoli quanto sia importante affrontare una sfida così difficile come l’ingresso nel mercato USA con dati affidabili e studi di esperti per valutare le proprie effettive potenzialità ma anche per superare le barriere culturali con una realtà complessa, che questa sfida richiede.  E’ quel che fa M31, e in alcuni casi il consiglio è di lasciar perdere. Mentre quando un’azienda ha i numeri per percorrere questa strada, compensa poi la consulenza con una percentuale sui profitti o quote di azioni. Si possono fare aziende di successo interagendo in modo singolare con dei colossi, ha spiegato invece nel quartier generale di Cisco Carlo Tedesco, ripercorrendo la straordinaria storia della company. E ricordando come Mario Mazzola e Luca Cafiero, storici manager della società, che vanta una forte presenza di italiani, abbiano adottato negli anni più volte una formula singolare: lasciare la società per fondare una startup, realizzare una tecnologia di successo, acquisita proprio da Cisco. Quindi farvi ritorno per ripartire dopo qualche anno con un’altra idea, un’altra uscita e un nuovo ritorno coronato da successo. E da un impatto finanziario non indifferente. E se il business riguarda la tv e il suo futuro? Nell’ultima tappa del tour de force, a Minerva Networks, Mauro Bonomi  ceo della società spiega che la tecnologia della sua azienda segue una strada precisa: saranno sempre più i contenuti… a inseguire gli utenti e non viceversa. Dunque non solo la tv non è stata uccisa dal web ma reti e infrastrutture dovranno favorire un’interazione per una fruizione di contenuti sempre più personalizzata, su televisori ma anche su apparecchi mobili. Il tempo per l’utlima foto ricordo e si riparte. Serata a Palo Alto. E le prossime tappe saranno a Facebook e Stanford…

Business verde da Silicon Valley: intervista a Rex Northen, direttore di CleanTech Open

                      Chi l’avrebbe detto? Persino Daniel Craig James Bond e Tom Hanks in “Angelo e Demoni” han fatto i conti con il risparmio energetico.Merito di particolari congegni adottati sui set dei rispettivi film, in grado di far funzionare le potenti luci del cinema senza ricorrere a generatori e risparmiare notevolmente corrente elettrica. E’ una delle tante idee di “business verde” promosse da CleanTech Open, non profit californiana che a Silicon Valley si occupa di trovare, finanziare e promuovere idee ecocompatibili in grado di trasformarsi in attività imprenditoriali. Incontrato nelle settimane scorse all’i7Summit a Chantilly, Parigi, dove è stato uno dei relatori, Rex Northen, direttore esecutivo della non profit californiana, in questa intervista in inglese per Forbes parla  di obbiettivi raggunti negli anni scorsi e mission di CleanTech Open. Oggi e domani CleanTech Open è di scena a San Josè con il 2011 Global Forum, una delle principali vetrine internazionali del business ecocompatibile.

Sul NY Times invenzione dell’italiana Wide Tag per monitorare il rumore con iPhone

Il principio di fondo si chiama Internet delle Cose. E cioe’: viviamo in un mondo ormai disseminato di sensori e rilevatori, che interagendo possono darci un monitoraggio prezioso. E’ l’idea sulla quale e’ nata WideTag, start up italiana attiva anche a Silicon Valley. Finita nei giorni scorsi sul New York Times grazie alla sua applicazione per iPhone WideNoisein grado di monitorare l’inquinamento acustico, rilevando i decibel di rumore con il telefonino. Un semplice sensore acustico applicato al microfono del cellulare, puo’ diventare il punto di partenza per un controllo dell’inquinamento acustico a vasto raggio, di un quartiere o di una citta’, nell’interazione tra gli utenti che attivano questa applicazione. Ma la prospettiva e’ di poter estendere questi monitoraggi in tempo reale ai campi piu’ disparati, dall’inquinamento atmosferico ai consumi energetici alle situazione del traffico. Amministratore delegato di WideTag e’ Leandro Agro’, grande amico di Italiani di Frontiera, che ha fondato la societa’ assieme a David Orban e Roberto Ostinelli. Qui l’intervista per Reuters a Leandro, che e’ anche tra gli animatori e organizzatori dello splendido Frontiers of Interaction, che nell’edizione 2009 (rievocata in questo video) ha ospitato a Roma una presentazione di IdF.

Marco Battaglia fisico a Berkeley: studiare la materia con vista sul Golden Gate

Come si lavora ad un progetto proiettato nel futuro studiando un passato lontanissimo, in un ufficio con vista sul Golden Gate? All’inizio la produttività crolla nel pomeriggio: quando il sole scende dietro al ponte dandogli i riflessi dorati che gli sono valsi quel nome. E si resta affascinati. Poi ci si abitua, anche se ogni tanto, per un the, si invitano a godere di quello spettacolo naturale studenti normalmente costretti in stanze senza finestre. Perche’ e’ nella natura umana il saper tesaurizzare sui vantaggi. dice Marco Battaglia, padovano cresciuto a Milano. E’ un ufficio dell’Universita’ di Berkeley, quello in cui lavora come fisico sperimentale con specializzazione in fisica delle particelle elementari. Docente a Berkeley dal 2003, Battaglia (attualmente a Ginevra per un anno di permesso sabbatico) e’ membro dello staff scientifico associato al Lawrence Berkeley National Laboratory, il piu’ grande laboratorio nazionale che conduce attività in fisica sia delle particelle sia in altri campi, gestito in collaborazione fra l’Università dellla California e il Department of Energy, l’organismo federale che finanzia attivita’ di ricerca e sviluppo in fisica fondamentale. MAESTRI – Ne ho avuti piu’ di uno. Il primo, Peter Weilhammer, direttore del gruppo di rivelatori alla divisione di fisica sperimentale nel Cern. Entrai nel suo gruppo come Summer Student in un momento particolarmente affascinante ma anche di grande responsabilità mentre si testava un grosso rivelatore. Ogni tanto andavo nel suo ufficio e gli chiedevo un po’ di tempo alla sera, per poter discutere di fisica. La cosa che mi affascinava di lui era che alla fine della conversazione mi chiedeva sempre: “Quando sei entrato da questa porta avevi dei dubbi, ho risposto ai dubbi che avevi?”. E io dicevo di sì, poi tornavo un’ altra volta. Mi è rimasto molto vicino anche se poi ho preso altre strade. UGO AMALDI SCIENZIATO E UMANISTA – La figura fondamentale nella mia formazione di fisico è stata quella di Ugo Amaldi, figlio di Edoardo, il fondatore del Cern. Erede di una dinastia e grandissimo fisico, Ugo Amaldi era a capo dell’esperimento Delphi quando ero al Cern. Un giorno entrai insieme a lui per caso in ascensore. Lui mi guardo’ e mi fece una domanda riguardo un’analisi di cui avevo presentato dei risultati qualche giorno prima. C’erano circa 350 persone attive al Cern nello stesso esperimento, rimasi sconcertato dal fatto che sapesse cosa avevo fatto vedere ad un meeting molto ristretto qualche giorno prima. Mi disse che gli era piaciuta e di andare direttamente nel suo ufficio a parlargli. Cosi’ incominciai. Da allora lo incontrai settimanalmente, è sempre stata per me una figura di riferimento e lo è ancor oggi. Quel che ho sempre amato di lui è la capacità di unire l’attenzione per la fisica e per la natura all’attenzione per l’uomo. Questo fatto che il fisico è una persona globale, non uno al di fuori della società e del contesto umano solo perchè studia dei fenomeni difficili da capire per la maggior parte delle persone. La sua capacità di portare il rigore scientifico anche nel modo di confrontarsi con le persone, soprattutto nel proprio gruppo. Ho passato tantissimo tempo con lui a discutere di temi dalla fisica alla relazione tra religione, fede e scienza. Questo mi ha fatto capire come un grande scienziato risulti essere anche una grande persona. E’ qualcosa che spero di aver dentro e che cerco di trasmettere anche ai giovani studenti. Essere persone complete che guardano al di là della scienza a cui si dedicano è qualcosa che ha a che fare con l’umanesimo. UNIVERSITA’ ITALIANA E AMERICANA – Laureato a Milano, ho poi fatto il dottorato all’Universita’ di Helsinki in Finlandia mentre stavo al Cern. E adesso insegno a Berkeley. Secondo la mia esperienza, l’università italiana sforna fisici ottimi, perchè la preparazione in Italia è estremamente ampia, con conoscenze ad ampio raggio, molto più’ che in quella americana, che forma alcune eccellenze ma proprio per questo dall’inizio porta le persone a specializzarsi, a sapere moltissimo ma di un campo piuttosto ristretto. Ad un corso in parte dedicato alla relativita’, ho suggerito agli studenti un bellissimo libretto di Albert Einstein, “Il significato della realatività”, dove ne parla quasi in termini filosofici. Perche’ devo leggerlo?” mi hanno chiesto diversi, saputo che non era oggetto di esame. APERTURA MENTALE DEGLI ITALIANI – Gli studenti italiani che vengono a lavorare con noi sono generalmente preparati meglio, hanno magari una carenza di profondità su un certo argomento ma l’ampiezza delle loro conoscenze gli permette poi di sopperire studiando un po’ più in quel determinato argomento. Mentre uno studente americano sa tutto di un tema di suo interesse ma di quelli adiacenti generalmente non sa nulla. Per questo, uno studente italiano conoscendo tanti argomenti spesso puo’ raggiungere una sintesi, unire idee da diversi punti e arrivare ad una risposta, cosa che agli studenti americani manca. E questo e’ un aspetto importante. QUASI UN PADRE QUI IL PROFESSORE – Io dei miei studenti conosco i dettagli personali. Se uno di loro ha dei problemi familiari viene da me, come suo docente, a chiedere consiglio e sostegno. Anche se non ha i soldi per pagare l’affitto alla fine del mese, o la retta al campus. Viene e mi chiede: “Può aiutarmi?”. Alcuni chiedono aiuto anche in un momento di crisi. Vengono dicendo: “Non credo in quello che faccio, mi aiuta?”. Effettivamente lo studente americano dà molto, perchè negli anni di studi fa poche cose aldilà di studiare. Però richiede anche molto. E dato l’entusiasmo che ha, noi siamo anche tenuti a dar loro molto. Mi sono sentito davvero in dovere di aiutare molti ragazzi che avevano dei problemi. E capita regolarmente che miei studenti vengano e mi dicano: io voglio fare questa carriera, mi puoi aiutare a fare i passi giusti per arrivare fin là’? STUDENTI ITALIANI “ABBANDONATI” – Purtroppo, dove l’università italiana manca è proprio nel seguire i propri studenti fino a destinazione. L’università americana fa molto per formare i proprio studenti e aiutarli ad avere un profilo in cui poi riescano con

Christiana Rattazzi, manager dell’ambiente a poco piu’ di vent’anni

Ad appena 22 anni, al primo impiego, un posto di responsabilita’ in un’azienda innovativa come SunPower, nel campo dell’energia solare. La storia professionale iniziata da poco di Christiana Rattazzi, nata negli Usa da famiglia italiana, e’ un esempio dell’intraprendenza e della straordinaria versatilita’ della Bay Area. Capace di puntare su persone dotate, valutandole in base alle loro potenzalita’, senza pregiudizi di sesso e nemmeno di eta’. Figlia di un veterano di Silicon Valley e imprenditore seriale, Gianluca, (e’ stato tra i primi protagonisti di Italiani di Frontiera, in questo post), dal padre Christiana ha ereditato anche la passione per l’automobilismo. Oltre a quella per le sfide. GLI STUDI – Mi sono laureata in Neuroscienze e Biologia comportamentale alla Emory University nel maggio 2007, ottenendo anche il premio Wall of Fame, riconosciuto allo studente che ha dato il maggior contribuito all’Universita’ in termini di leadership ed esempio. Dopo il primo grado, pensavo di frequentare medicina, che a differenza che in Italia costituisce un secondo grado di laurea. Ma mentre preparavo gli esami di ammissione mi sono accorta che i miei interessi stavano orientandosi verso un’altra direzione. Il fatto di parlare quattro lingue, avere una cultura europea e americana, essere interessata al mondo imprenditoriale e saper gestire persone (come avevo fatto all’Universita’ con club e attivita’ studentesche) mi ha indotto a tornare sulla decisione di studiare medicina, per tentare la strada dell’impresa. IL LAVORO – Ho iniziato a fare colloqui per posizioni di marketing connesse al mio campo (sanita’ e biotecnologie) ma sono arrivata ad un’azienda di punta nel campo dell’energia rinnovabile, SunPower. Impressionata dalle conseguenze planetarie della crisi petrolifera e dell’effetto serra, ho capito che ci sono aziende che fanno di questi problemi energetici e ambientali la propria missione primaria. Ed ho capito che come con medicina, anche con SunPower mi sarei occupata di migliorare la qualita’ della vita delle persone e delle future generazioni. In piu’ la qualita’ delle persone incontrate li’ ed il fatto che l’azienda, lanciatissima (vendite decuplicate fra 2005 e 2007) avesse una grossa percentuale di attivita’ in Europa mi hanno fatto propendere per questa strada. PUNTARE IN ALTO – Mi avevano offerto un primo impiego nel marketing ma volevo mettere alla prova le mie capacita’ ad un livello maggiore di responsabilita’. Cosi’ mi sono proposta per un posto di Creative Services Manager (che inizialmente non era disponibile per un neoassunto) ma alla fine, dopo prove e colloqui, l’ho ottenuto. Nel dipartimento di Corporate Marketing, lavoro con clienti interni ed agenzie esterne per realizzare prodotti innovativi adatti all esigenze di questi interlocutori. Sono estremamente riconoscente a questa societa’ che mi ha dato fiducia, e anche se l’orario e’ pesante ed i compiti gravosi, sono molto soddisfatta di quanto realizzato e delle sfide future, mentre l’azienda continua a crescere a rotta di collo. SunPower ha anche aperto una serie di uffici in Italia, attraverso una recente acquisizione, e potrebbe essere un’opportunita’ per contribuire a ridurne la dipendenza dal petrolio. RADICI E VALORI – Ho viaggiato molto e mi sento cittadina del mondo, a proprio agio in qualsiasi posto mi trovi, in particolare in Europa e Usa. E credo che i miei genitori abbiano cresciuto me ed i miei fratelli con i valori migliori offerti dall’Italia e dagli Stati Uniti. Penso che il mondo si stia muovendo nella giusta direzione verso un’uguaglianza fra uomini e donne, anche se rimangono ancora delle disparita’. Ci sono sempre piu’ donne in posti di responsabilita’ dalla politica all’impresa negli Usa. E credo che l’Italia stia procedendo nella stessa direzione.

Francesco Cantatore (AnsaldoBreda): solo la passione fa metter radici negli Usa

Si arriva negli Stati Uniti per il business. Ci si resta solo con il cuore. Francesco Cantatore, vicepresidente di AnsaldoBreda, racconta con la sua esperienza due mondi del lavoro diversissimi, fra Italia e Stati Uniti. E spiega perche’ e’ convinto che solo una forte passione possa far mettere radici oltreoceano a un italiano. GLI USA E UN PRESENTIMENTO – Mio padre, saputo della mia partenza per gli Usa (giugno 2001), volle a tutti i costi accompagnarmi all’aeroporto. Non c’e’ bisogno, dicevo, ho viaggiato tantissime volte e parto solo per sei mesi… niente da fare. Non lo dimentichero’ mai. Taciturno e pensoso sul taxi, in una Genova grigia, sotto la pioggia… Mi guardava in modo diverso dal solito. Lui, che quando ero bambino a Bari, dove sono nato, ci raccontava dell’emozione di New York e dei suoi grattacieli, vista dalla nave con la quale lui all’epoca navigava trasportando in Italia gli aiuti del Piano Marshall… “So che questo sara’ un viaggio particolare”, disse. Aveva capito che stavolta non sarei tornato. Una parte del suo cuore si staccava, perche’ l’America faceva per me. Il ricordo di questo suo presentimento e’ legato a quello della mia partenza. Una vibrazione fortissima…mi emoziono ancor’oggi, a ripensarci. MEZZA EUROPA PRIMA DEGLI USA – Subito dopo la laurea in Ingegneria elettronica a Genova, alla fine degli anni Ottanta, sono stato assunto dalla Ansaldo, per il settore nucleare. Girare tantissimo (Repubblica Ceca, Russia, Ucraina, Bulgaria) ha rafforzato la mia propensione a viaggiare aprendosi a culture, a influssi e storie diverse dalla tua. Esperienza molto interessante, professionalmente ma anche dal punto di vista umano. In Russia ad esempio, alla fine dell’epoca di Gorbaciov, con l’ultimo barlume di comunismo e l’inizio della nuova Russia. Con colleghi e clienti, i contatti erano molto basati su rapporti umani. Li’ non fai business ad un certo livello se non passi giorni e notti a bere, parlare conoscersi. Poi ho accettato un posto di direttore in America per la Marconi. “Sei mesi-un anno. Quando hai creato la struttura, rientri e vai da un’altra parte”, mi dicevano. RESTARE PER AMORE – Ricordo il mio arrivo a Pittsburgh, Pennsylvania. Prima riunione. Poi il sabato, mi alzo e in due ore finisco il giro della citta’… resto un po’ sgomento: se ho girato tutto in due ore… domenica sera due colleghi italiani della Marconi mi invitano a cena.. a quella cena c’e Courtney, oggi mia moglie (nella foto). E’ scattato subito qualcosa e’ cambiato presto tutto nell’essere qui, nella professione. La molla che ti da’ la motivazione e la forza per radicarti viene dall’amore: per una donna, la natura, il lavoro, la cultura, una persona… quelli che sono venuti e poi se non sono andati via non l’avevano. Magari erano venuti per una passione venale come i soldi, o alcuni professori per una motivazione accademica, avere nel curiculum un anno a Stanford o Berkeley. DAL BOOM AI TAGLI – Alla Marconi ero direttore ufficio acquisti per Nordamerica, un budget di centinaia di milioni di dollari all’anno. All’epoca c’erano 56mila dipendenti di cui 4.000 in America. Una crescita cosi’ veloce che la struttura aziendale non era adeguata. Ho vissuto gli anni piu’ difficili, arrivando a bolla gia’ pronta a scoppiare… Ho dovuto affrontare per esempio la cultura del licenziamento: in America sai che puoi essere licenziato in qualsiasi momento. Nel frattempo pero’ come professionista avevo un mercato. Ed ho trovato un altro posto, alla AnsaldoBreda. Obiettivo: rilanciare l’azienda, per tutto il 2005. Poi la nuova sfida a San Francisco. Vendiamo treni per metropolitane, come in Italia. Vendita e manutenzione, per ora, in futuro anche produzione. Abbiamo gia’ due fabbriche a Boston (in chiusura) e Pittsburg California… per servire San Francisco e Los Angeles. Un centinaio di dipendenti, fatturato di decine di milioni di dollari… Nel piano di sviluppo anche l’obbiettivo di realizzare qualcosa di particolare che non e’ stato fatto in Italia. MENTALITA’ SUL LAVORO – Ci sono differenze abissali, nella mentalita’ sul lavoro, tra Stati Uniti e Italia. A partire dal valore del tempo. In America, una riunione alle 8 inizia alle 8 e se e’ fissata un’ora di durata, un’ora dura. Hai un’agenda con i punti da trattare. Se non si raggiunge un accordo, ci si rivede un altro giorno per continuare, e non si tira invece per le lunghe. Perche’ magari dopo c’e’ un’altra riunione e puo’ essere piu’ produttivo fare cosi’… C’e’ un valore del tempo ed il rispetto per quello degli altri… GERARCHIA E CONTRIBUTI – In Italia la gerarchia nella catena di comando si sente moltissimo. Se in una riunione sei col tuo capo o il capo del tuo capo, lui parla, tu parli solo se interpellato. In America invece c’e’ un senso di rispetto ma se il tuo capo dice qualcosa di sbagliato, puoi farglielo capire anche nel corso della riunione e lui non si offende, Questo e’ un concetto di un’importanza straordinaria… In quante milioni di riunioni magari il 10% di quegli errori potevano essere evitati se l’ultimo ingegnere avesse potuto dire la sua? Questo fa parte di valori fondamentali in America: certo c’e’ chi guadagna di piu’ ma tutti contano… in Marconi ogni due mesi c’era un evento, Town Hall, l’amministratore delegato fa una presentazione tutti sono presenti o collegati, alla fine chiunque poteva intervenire e a volte porre domande imbarazzanti. Una volta, uno si e’ alzato dicendo che i gabinetti del suo ufficio erano costantemente sporchi. L’amministratore delegato non si e’ messo a ridere ma gli ha risposto seriamente che il giorno dopo avrebbe chiamato il responsabile per chiedere spiegazioni. E nessuno ha riso. Perche’ di fondo c’e’ un apprezzamento generalizzato delle idee degli altri. Si vuole dare un messaggio unificante, i manager devono poi implementare quello che l’amministratore delegato dice… e fai in qualche modo branding. IN AZIENDA TUTTI SANNO – Le comunicazioni in azienda, sono un’altra enorme differenza tra l’Italia e Usa. Se chiedi in Italia a qualsiasi dipendente quali sono le indicazioni di lungo e medio termine nell’azienda in ci lavora… sai queste cose?

Mind the Bridge, un ponte con gli Usa per le idee innovative made in Italy

Il meglio dell’innovazione italiana in cinque progetti selezionati per la finale di “Mind the Bridge“, iniziativa non profit ideata per favorire con una business plan competition nuovi progetti imprenditoriali, dalle biotecnologie a Internet, dalla telefonia all’energia, gettando un ponte fra Italia e Stati Uniti. Appuntamento domani per l’evento finale a San Francisco, mentre gia’ oggi e’ iniziato il road show per i cinque progetti selezionati, come spiega in questo link Marco Marinucci, ingegnere di Google, uno degli animatori dell’iniziativa. Mind the Bridge e’ stato promosso dall’ambasciatore Usa in Italia Richard Spogli nell’ambito del progetto Partnership for Growth, e realizzato in collaborazione con Baia, Sviec e First Generation Network.

Biocarburante dalle alghe, la scommessa verde di Guido Radaelli e Aurora Biofuels

A 36 anni Guido Radaelli, milanese, sta lavorando ad un progetto che promette di essere davvero rivoluzionario: ricavare biocarburante non dai cereali ma dalle alghe. Con Italiani di Frontiera, Guido ha parlato del suo lavoro in Aurora Biofuels, azienda di energie  rinnovabili di cui e’ vicepresidente, avviata con finanziamenti in buona parte italiani. Ma anche del mondo accademico italiano che si e’ lasciato alle spalle. Con qualche riflessione amara. DAL POLITECNICO A BERKELEY – La mia e’ una famiglia normale. Padre pensionato (ora studia con grande passione Internet), mia madre casalinga. Nato a Vimercate (1972), vissuto a Cologno Monzese, nord di Milano, sono arrivato negli Stati Uniti dopo la Laurea in Ingegneria chimica al Politecnico di Milano, per conseguire un master in business administration (MBA) all’Universita’ di Berkeley Qui galleria fotografica. AURORA BIOFUELS – La societa’ e’ partita nel 2006, con un’idea sviluppata a partire da una tecnologia inventata a Berkeley. Ottenuta la licenza del brevetto, abbiamo ottenuto un investimento da venture capital con Noventi, fondata daGiacomo Marini (gia’ cofondatore di Logitech assieme a Pierluigi Zappacosta, vedi post precedente), che ha raccolto fondi da Sorgenia, societa’ del Gruppo De Benedetti, Gabriel VP e Oak (uno dei piu’ grossi fondi di venture capital al mondo). Siamo piu’ di una dozzina a lavorare oggi in Aurora Biofuels, presto saremo il doppio. LAVORARE SULLE ALGHE – Quel che facciamo e’ selezionare specie di microalghe provenienti da tutto il mondo,con l’ obbiettivo di identificare e, se possibile, migliorare le caratteristiche di quelle piu’ adatte a produrre olio vegetale, la materia prima per fare biodiesel. Stiamo ottenendo buoni risultati. In particolare, da una di queste alghe. Coltiviamo, selezioniamo e miglioriamo le specie per sviluppare caratteristiche specifiche utili per il processo di produzione, ad esempio per aumentare l’accumulazione di olio nelle cellule. UNIVERSITA’ E RICERCA IN ITALIA – Temo che in Italia vada sempre peggio. Della mia generazione, molti sono andati all’estero dopo la laurea, tra i laureati in corso del mio corso di laurea penso che siamo all’estero in 19 su 20. Ma oggi vengono all’estero prima ancora della laurea, per finire gli studi. E ci restano. E’ tempo che se ne parli col giusto risalto. Ma quale fuga di cervelli, questa e’ la fuga delle persone normali! L’Universita’ in Italia e ‘ chiusa, ripiegata su se stessa come il Paese. E’ il momento di cambiare. Qui all’Universita’, molti professori sono stranieri. Quanti sono in Italia? L’HANDICAP DELL’INGLESE – Ho lavorato a Zurigo, li’ la meta’ dei corsi di materie scientifiche sono in inglese. Per questo arrivano studenti da tutto il mondo. E in Italia? Quanti sono i corsi in inglese nelle nostre universita’? Pochissimi. Ci sono studenti che mi scrivono,  vorrebbero venire in America… io chiedo loro: ma lo sapete l’inglese? “Stiamo facendo un corso”… ma quello serve solo per le basi, poi occorre venire qui. Magari a lavorare in un ristorante italiano ed imparare la lingua parlata. CULTURA UMANISTICA E IGNORANZA SCIENTIFICA – Oltre all’inglese, l’Italia e’ gravata da handicap nella conoscenza delle tecnologie e delle materie scientifiche. Da noi ci sono professori di Lettere che si fanno un vanto di non saper fare due piu’ due… ma perche’ io mi devo vergognare se non conosco Dante e loro no, se non conoscono la matematica? Qui in America, se ti presenti in un’azienda e non sai niente di matematica, non sei nulla.