Leandro Agrò: “C’è un antidoto ai guru di ultradestra della Silicon Valley inquietanti ma efficaci. È il pensiero critico”

«Siamo stati sulla Luna nel luglio 1969. Woodstock è cominciato tre settimane dopo. Col senno di poi, è lì che il progresso si è fermato e che hanno vinto gli hippie». Delle tante affermazioni sconcertanti, spiazzanti della lunga intervista nei giorni scorsi sul New York Times a Peter Thiel, fondatore di PayPal e Palantir, tra i primi finanziatori di Facebook e oggi figura di spicco della destra a Silicon Valley come sostenitore di Donald Trump dal 2016 e mentore del vicepresidente Vance, questa è quella che più mi ha stupito. Perché per anni con Italiani di Frontiera ho indagato sul contributo della controcultura californiana alla crescita della culla mondiale dell’innovazione, pure con uno spettacolo (“Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“, regia di Alessio Mazzolotti), che all’esordio ebbe l’onore di un pubblico elogio da uno spettatore d’eccezione: Federico Faggin.  Agli occhi di Thiel invece, dagli anni Settanta sarebbe iniziato un pericoloso rallentamento nella dinamica di cambiamenti e innovazione iniziata nella società occidentale a metà Settecento. E mentre molti di noi oggi temono di vedere già avviata l’era di un inquietante autoritarismo tecnologico, lui, che ammette di aver puntato subito su Trump solo come unico elemento dirompente di questa stagnazione, il pericolo lo intravede in un possibile «regime autoritario ecologista» immobilista che tutto pretende di controllare e misurare, indicando fra diverse citazioni del Vecchio Testamento il possibile Anticristo in… Greta Thunberg! Per anni ho celebrato il potere innovativo del pensiero controcorrente di personaggi scomodi, dai poeti della Beat Generation alla breve stagione hippie, che ispirarono il sogno libertario di diversi pionieri dell’hi tech, non solo Steve Jobs. Oggi scopro che a mettermi a disagio è proprio un pensiero controcorrente, di visionari di una controcultura contrapposta ma germogliata sempre nella Bay Area, profondamente di destra. Come fronteggiarla?  A soccorrermi è stato un vecchio amico come Leandro Agrò, pioniere in Italia di Internet delle Cose e Design Thinking, “orgogliosamente siciliano” da alcuni anni trapiantato a Silicon Valley, con una preziosa riflessione a tutto campo sulle parole di Thiel. Agrò vive e lavora a Palo Alto. Si occupa di innovazione in ambito hardware/IoT e Physical AI, portando il design thinking nei processi di accelerazione per startup deep tech. È a capo dei programmi  Deep Tech Programs a INNOVIT e collabora con venture builder tra Italia e Stati Uniti. È advisor di compagnie a forte vocazione robotica ed è Chief Product Design Officer di SailADV Group / D.gree, dove progetta una tecnologia di autonomia e intelligenza artificiale per superyacht. Peter Thiel imprenditore e investitore, figura di spicco della destra a Silicon Valley Prima di tutto Leandro, quali sono i motivi di questo profondo disagio in persone aperte alle idee nuove, davanti alle dichiarazioni di questi guru di Silicon Valley?Personaggi come Peter Thiel ed Elon Musk Incarnano un tipo di leadership che è allo stesso tempo inquietante e, innegabilmente, efficace. E questo avviene in un luogo, Silicon Valley, dove viene definita una buona parte del nostro futuro, spesso senza il nostro consenso. Le loro idee ci turbano perché non si fermano a migliorare il presente. Mentre noi ci sentiamo intrappolati in un mondo fratturato, loro parlano di stagnazione, intelligenza artificiale come strumento di potere, futuri rubati e religioni algoritmiche. Molti li liquidano come megalomani narcisisti o cattivi da fantascienza. Eppure qui nella Valley, le persone li seguono con un livello di riverenza che sfiora la devozione. ‘Sei un mal di testa per questo Paese‘ detto da un professore, per il mio procedere controcorrente, è stato il miglior complimento che abbia mai ricevuto. Allora perché nascondersi dalle idee di coloro che ora danno a me il mal di testa? Affrontiamoli, i mostri”. E come sono questi “mostri”?Hanno idee forti, invasive, spesso pericolosamente semplici. Ma colpiscono quel punto cieco dove si nasconde la nostra paura dell’irrilevanza e della stagnazione. Le persone che lavorano con loro lo sanno bene: nelle loro aziende, da SpaceX a Palantir, da Neuralink a Anduril, si racconta di orari disumani, pressione estrema e visioni uscite direttamente da un romanzo distopico. Ma anche di motivazione radicale, in luoghi in cui la convinzione dominante è ‘Cambia il mondo… o muori provandoci’ . Ma dove porta questa strada?La parola chiave? ‘Obbiettivo’. Quella sensazione di essere parte di qualcosa di più grande di te stesso. In una società che sogna un futuro ‘alla Star Trek’ dove i problemi sociali sono risolti e il lavoro non è più una necessità ma una scelta – avere un obbiettivo è tutto. Che siamo d’accordo o meno con quell’obbiettivo è irrilevante, quel che conta è che è potente. Musk e Thiel non si limitano a dire cose provocatorie. Come in politica, il loro valore risiede nel generare un significato e in ciò che provocano negli altri. Come nella riflessione sugli hippie: tagliente, esasperante. Ma innegabilmente memorabile La loro leadership non è lì per essere copiata. È lì per essere decodificata. Come un virus. Solo in questo modo possiamo realizzare gli anticorpi. Peter Thiel dice spesso: viviamo in un’era di stagnazione mascherata da innovazione. Non è esagerato?Attenzione, sotto la frustrazione di queste dichiarazioni si nasconde una spinta più profonda: Progresso,  non come miglioramento lineare, ma come ribellione. Rifiuto di un presente che sembra bloccato. Thiel, Musk e gli altri non sono eroi o salvatori. Sono disadattati con capitale. Menti inquiete che non riescono a trovare pace nel sistema che hanno ereditato. Persone che non sopportano l’idea che la realtà sia già decisa. Per loro il cambiamento è un’esigenza esistenziale. Per questo attaccano, col riferimento agli hippie, una  visione pacifista, ecologista che racchiude in sè il concetto di conservazione, mantenere e ripetere il presente. Così facendo ignorano i freni culturali, evitano il consenso e mirano dritti al nucleo del potere: computazionale, energetico, narrativo. Che ci piaccia o no, stanno riscrivendo i termini di accesso al futuro.  In questa iperbole, Thiel è assai critico con l’Intelligenza Artificiale… Secondo lui, l’AI sforna meme e sciocchezze – certo, forse aumenta la nostra produttività – ma nel processo erode il pensiero critico. Niente nuove città. Niente energia pulita. Niente estensione della vita. Ma in un mondo in cui il costo dei televisori è diventato quasi irrisorio mentre

Patrick Consorti: a Silicon Valley per imparare a far business. Consapevoli dei propri punti di forza

Dall’Italia a Silicon Valley per imparare a fare business. Ma senza complessi di inferiorità, consapevoli dei propri punti di forza.. Un confronto fra Sardegna e Bay Area, la consapevolezza di quali sono questi punti di forza “mano destra” (cultura, capacità di socializzare, costi contenuti, molteplicità di talenti, creatività) sforzandosi di combinarli con i potenziali punti deboli “mano sinistra” (rischio, velocità, flessibilità, velocità di crescita, rapporto col danaro). Più una performance che una lezione, quella del mio amico Patrick Consorti, non solo il valore dei contenuti ma la capacità di proporli in modo vivace e creativo, interattivo. “Ok hai un minuto per convincermi: perchè dovrei investire sulla tua startup in Sardegna?” Grande Patrick, nella sessione a a Galvanize San Francisco del progetto TalentUpSardegna ASPAL – Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro. di Regione Autonoma della Sardegna. Un progetto organizzato da Fondazione Giacomo Brodolini, come partner Italiani di Frontiera e l’inarrestabile Paolo Privitera, con i video e le foto di Enrica Cavalli.

“Caos creativo”, tempestività e squadra: a San Francisco i consigli per startup di Francesco Lacapra

Un po’ di “caos creativo” può essere utile… tempestività e squadra sono cruciali, così come un senso di “autocritica costruttiva”. E innovare può essere non solo inventare un prodotto nuovo ma intuire che un’idea che ha funzionato può esser trasferita in un altro settore di mercato… Questi alcuni dei  consigli per una startup del bravo Francesco Lacapra, vecchio amico e protagonista di IdF, veterano Olivetti già docente, imprenditore e startupper seriale. Francesco ha anche ricordato come l’ecosistema di Silicon Valley possa essere spietato e grandi aziende con megauffici legali possano intentare cause temerarie su presunte violazioni di copyright solo per strangolare una startup ritenuta rivale  Vincere la causa costa qualche milione di dollari, spiccioli per un colosso, quanto basta per paralizzare la startup, che per ottenere il risarcimento delle spese legali dovrebbe intentare un’altra causa… L’incontro a San Francisco nella sessione a Galvanize  per il progetto TalentUpSardegna ASPAL – Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro. di Regione Autonoma della Sardegna. Un progetto organizzato da Fondazione Giacomo Brodolini, come partner Italiani di Frontiera e l’inarrestabile Paolo Privitera, con i video e le foto di Enrica Cavalli. Qui il primo incontro con Francesco dall’archivio 2008 di Italiani di Frontiera: “Da Olivetti e Università al fare impresa in Suilicon Valley”.

Per Paolo Privitera exit con Evensi e cittadinanza USA… preparando una nuova avventura con IdF

E’ stato uno dei primi amici di IdF incontrati durante l’avventura 2008 a San Francisco, l’unico mestrino e cafoscarino come me (tutti e due premiati da Ca’ Foscari Alumni come Alumnus dell’Anno, 2013 e 2014). Paolo Privitera ha giurato come cittadino americano, proprio nei giorni in cui finalmente viene resa pubblica la sua ultima impresa: aver concluso con successo una exit con una startup, Evensi acquisita dalla società americana Events.com. Una piattaforma di eventi acquisita grazie a un lungo lavoro in mesi di lockdown in cui… gli eventi erano a zero! Come ci sia riuscito poi… ma con Paolo abbiamo fatto l’abitudine alle “Mission Impossible”… La prossima la affronteremo come altre insieme, tornando nella Bay Area dove lui vive, con un nuovo formato di Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour per quasi un mese! Qui i post nell’archivio di Italiani di Frontiera in cui compare Paolo. Qui l’articolo dedicato all’acquisizione di Evensi su Startupitalia, Qui invece l’articolo di Wired

Vivere in Silicon Valley: le cose da sapere

Mare, colline, buon clima e tanti tanti soldi. A prima vista sembra non mancare nulla in Silicon Valley. Per chi ha una una buona idea ma soprattutto tantissima determinazione su come portarla al successo, questo è il luogo delle possibilità, in cui poter incontrare venture capital o business angel, investitori pronti a sostenere economicamente progetti per farli decollare dalla loro fase iniziale, quella di start-up. Sembra un paradiso per innovatori in cerca di finanziamenti, il luogo in cui i sogni possono concretizzarsi. Ma la realtà è meno rosea. La competizione è durissima, chi investe a forte rischio non lo fa per filantropia ma per un ritorno che dev’essere consistente e rapido: se l’azienda va “solo” benino, va chiusa e si passa ad altro. L’area sud della San Francisco Bay Area è diventata sin dai primi anni 2000 la meta di migliaia e migliaia di persone che lavorano nel settore della tecnologia. Innovatori, scienziati, ingegneri, imprenditori e giovani start-upper che, arrivati qui da tutto il mondo, hanno fatto della Silicon Valley la loro casa. Un’“invasione” hi-tech che ha contribuito, negli ultimi 20 anni, a ridisegnare l’intera area che ha dovuto confrontarsi con nuove soluzioni abitative e dotarsi di nuovi servizi, per rispondere ai bisogni dei suoi nuovi abitanti. Ecco un breve elenco di curiosità per “leggere” in numeri la vita sociale nella culla mondiale dell’innovazione.Per chi sogna di trasferirsi a vivere lì ma anche per chi vorrebbe scoprirla con un viaggio. 1100 elefanti in 615 piscine olimpioniche: Silicon Valley in numeri Silicon Valley si snoda per poco più 100 km lungo la baia di San Francisco tra mare, montagne e migliaia di aziende che hanno qui le loro sedi e che hanno trasformato questa zona in un polo di attrazione per moltissimi giovani che vogliono entrare nel mercato del lavoro. Per conoscere meglio la vita qui partiamo da alcuni numeri, elaborati dai dati forniti dal Silicon Valley Institute for Regional Studies: 3.000.000: il numero di abitanti che risiedono in Silicon Valley, pari a circa il 7% dell’intera popolazione californiana. Se fosse una città sarebbe al terzo posto dopo New York e Los Angeles. 1.500.000: i litri di acqua consumati ogni giorno per uso domestico, l’equivalente di 615 piscine olimpioniche. 600.000: i chilogrammi di rifiuti domestici prodotti quotidianamente, che corrisponde al peso di 1100 elefanti. 40.000.000.000: i chilometri percorsi in auto per raggiungere i luoghi di lavoro, come compiere circa 1 milione di giri intorno al mondo. 2,9: il numero di abitanti medi per ogni abitazione. AAA casa cercasi Le favole a lieto fine della Silicon Valley spesso sono iniziate in un garage, da quello in legno di Hewlett e Packard, i padri di HP, a quello ormai celeberrimo in cui è nato Apple, a Los Altos, senza il quale forse oggi non esisterebbe l’IPhone. I lavoratori del settore tecnologico della zona non vivono in un garage ma in appartamenti e in stanze in affitto, principalmente ubicate in città o nei più limitrofi dintorni. Con un’alta maggioranza di under 40, la Silicon Valley è decisamente un approdo per giovani e giovanissimi, molti dei quali preferiscono stare a San Francisco e affittare mono e bi-locali o optare per un appartamento in condivisione. Share economy o money saving? Nonostante i salari molto generosi i costi rimangono altissimi, con un impatto brutale, sulla città, er chi non condivide la ricchezza dell’Hi Tech. Quasi impossibile vivere in città, per chi fa lavori meno qualificati ma anche per professionisti di altri settori con famiglia. Un monolocale in città è arrivato a costare 3600 dollari al mese, e una casa in Silicon Valley, dove gli appartamenti sono una rarità, costa di più che a Londra, Los Angeles, Parigi e Dubai. Per cercare casa – e risparmiare – molti si affidano al web per trovare il coinquilino perfetto (e condividere le spese), attraverso piattaforme come Easyroommate, Roommates, Kangaroom, For Rent and Yelp. E può succedere che oltre a un coinquilino si trovi pure un socio in affari, come accaduto ai due fondatori di Airbnb qualche anno fa… Dimmi chi sei e ti dirò quale città scegliere in Silicon Valley Fuori San Francisco, l’urbanizzazione è ben diversa da quella delle nostre città, con una serie di cittadine sviluppate in orizzonale, con estese zone residenziali e piccoli centri con i relativi servizi, dai ristoranti internazionali ai supermarket ai pochi edifici a più piani. Più del 50% della popolazione vive in queste aree e la scelta della casa è spesso condizionata, oltre che dal proprio reddito, dalla scelta della scuola per i figli, un percorso “pianificato” sin dall’asilo: Ma quale città scegliere? Palo Alto, la città dei boschi di querce e Tesla È uno dei luoghi con la migliore qualità della vita. Che non è a buon mercato… Bellissimi giardini e spazi verdi, ottimi ristoranti e una svariata selezione di catene di alimentari a gestione familiare che offrono prodotti bio e etnici a prezzi economici… e almeno 300 giorni di sole ogni anno. Per single e famiglie, Palo Alto offre eventi, molte occasioni di svago, apprezzate scuole pubbliche e anche attività gratuite di pre e post scuola per i piccoli figli dei lavoratori. E l’Università di Stanford è a soli pochi chilometri… Menlo Park, la casa di Facebook È il posto ideale per chi è molto ricco, con alcune ville lussuose che non si trovano altrove. In questa città, ispirati da Mark Zuckerberg (qui c’è pure la sede di Facebook), tutti hanno a cuore la questione ambientale e si impegnano quotidianamente a migliorare la comunità in cui vivono. In perfetto stile da startupper moderno (per tasche che non sono però quelle da startupper…) si fa la spesa ai mercati contadini che offrono cibo sano e km 0. Anche per chi è soltanto in visita, da non perdere il Menlo Park Farmer Market ogni domenica dalle 9 alle 13, un’occasione unica per acquistare il mais dolce californiano, il delizioso granchio dell’Half Moon Bay e succulenti pomodori biologici rigorosamente locali. Mountain View, la sede di Google È tra le meno care fra le

Giovanna Ceserani e il progetto di Stanford che mappa in digitale i diari dei viaggiatori del Grand Tour, con un tocco di Politecnico Milano

Pisana, laureata all’Università di Bologna, PhD a Cambridge e oggi Associate Professor al Dipartimento Studi Classici della Stanford University, Giovanna Ceserani è tra gli artefici di un inedito progetto di Digital Humanities: tecnologia digitale al servizio degli studi umanistici. Mapping the Grand Tour è un’elaborazione visuale dell’enorme mole di dati, documenti e diari di migliaia di viaggiatori inglesi che nel Settecento, come altri facoltosi europei, compirono il lungo viaggio d’istruzione in Italia. La nuova sfida è quella di portare approcci Big Data e le possibilità di visualization offerte dalle nuove discipline del computer a contatto con gli studi umanistici. Questo tipo di visualizzazione ha svelato percorsi, intrecci e significati inediti dei dati, che non si coglievano in quella che prima era una raccolta in forma di dizionario. Qui un articolo di The Economist, “Rewriting  History” in cui Giovanna illustra il suo lavoro. Nel video, l’incontro informale di Giovanna con i giovani professionisti del Sud protagonisti dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2013, in cui racconta il suo lavoro e la sua esperienza nell’università californiana, fra suggestioni e intrecci fra culture diverse. Il lavoro fa parte di un progetto più ampio, chiamato Mapping the Republic of Letters, a cui – chi l’avrebbe detto? – ha collaborato dall’Italia anche un prezioso amico di IdF, Paolo Ciuccarelli, fondatore e direttore scientifico del DensityDesign Research Lab del Politecnico di Milano, mentre la panoramica grafica è stata curata da Michele Graffieti, laurea allo stesso Politecnico, oggi visual designer a New York.  

A Silicon Valley con Italiani di Frontiera. Diario di viaggio di Luca Vignaga, manager HR

Vecchio amico di Italiani di Frontiera, Luca Vignaga direttore Risorse Umane di Marzotto entra a buon diritto nel nostro gruppo di “fulminati sulla via di Silicon Valley”. Patito di IdF,  dopo infiniti incroci ha partecipato al Silicon Valley Study Tour 2015 con Paolo Marenco, diventando  prezioso partner nella promozione e organizzazione di un Tour in collaborazione con AIDP, Associazione Italiana Direttori Personale, di cui è vicepresidente, realizzato tra agosto e settembre. Non solo ha partecipato al Tour con una carica inesauribile, ha intervistato molti degli speaker, stilando poi a caldo un diario di viaggio, ricco di spunti preziosi non solo per i professionisti delle Risorse Umane come lui. E’ un primo importante passo per Italiani di Frontiera, che d’ora in poi sempre più spesso accoglierà contenuti e contributi di amici di IdF. Grazie Luca!      di Luca Vignaga “L’aereo che mi porta da San Francisco a Philadelphia sta a metà del viaggio e il sonno non arriva. È l’occasione giusta per scrivere le prime sensazioni del mio secondo viaggio in Silicon Valley. Nell’Agosto del 2015 avevo deciso di andare a capire che cosa ci fosse di tanto particolare in questa terra arsa, con una storia imparagonabile alla nostra, ma che ha disegnato, fin dagli anni ’30, tutte le più grandi trasformazioni che oggi fanno parte del nostro bagaglio giornaliero. Una terra che già dieci anni fa gli economisti davano per finita, pronta ad essere traslocata in una altra parte del mondo, magari in qualche zona del Far East. E invece questa terra arsa continua a produrre innovazione. Per quale motivo? In quel viaggio mi ero chiesto quanto questo tipo di esperienza fosse utile al mio mestiere di HR e, tornato in Italia, mi ero convinto che potesse avere un senso costruire un percorso in Silicon Valley dedicato a noi HR. Con Paolo Marenco dell’Associazione La Storia nel Futuro, Roberto Bonzio di Italiani di Frontiera e Jeff Capaccio di SVIEC (Silicon Valley Italian Executive Council), siamo passati dall’idea al progetto. Facile è stato poi trovare in AIDP (Associazione Italiana per la Direzione del Personale) un partner dell’iniziativa, tanto che il progetto e diventato realtà in questi giorni con una pattuglia di undici persone dalle esperienze e obbiettivi più diversi. Pianeta innovazione – La Silicon Valley non ha una storia, ma ha una “sua” storia. Affonda le sue radici nei cercatori d’oro di metà dell’800, nei movimenti beat e della contro cultura americana. Senza considerare questo, come spesso ci ha sottolineato Roberto Bonzio, la nostra impareggiabile guida durante il viaggio, non si può entrare in questo mondo. Oggi è una striscia nel nord della California che concentra gran parte della ricerca e dell’innovazione del pianeta. Una striscia fatta di una montagna di soldi dove i cercatori d’oro del XXI secolo si dannano per trovare start up che devono crescere con un picchi di intensità pari solo all’eccitazione che si prova quando ci si innamora. Una striscia dove l’apice dell’iceberg è fatto da aziende come Apple, Facebook, Uber, Airbnb che stanno sulla bocca di tutti; realtà in grado di confondere un po’ le idee perché se certamente queste aziende stanno cambiando la nostra vita, non sono quelle che la cambieranno in profondità. Le Università di Berkeley e Stanford, parte integrante di questo territorio, con i loro laboratori di ricerca, sono i veri giacimenti dell’innovazione. Questione di ossigeno – Qui la guerra è all’ultimo sangue, ed è una guerra non tanto di talenti, ma di manodopera. Certo non sono operai quelli che cercano: sono principalmente ingegneri, softwaristi, designer. È una guerra combattuta con salari folli (e conseguente costo della vita), fatta di ambienti di lavoro che vogliono assumere l’atmosfera della propria casa e benefit che arrivano a non stabilire il numero delle ferie che si può prendere durante l’anno. In realtà, quello che è rilevante non lo si vede ad occhio nudo, lo capisci mettendo insieme i vari racconti. Sì perché la differenza in questa densità di competenze è l’ossigeno che permea tutto questo perimetro. Nelle aziende che abbiamo visitato, nei molteplici incontri che abbiamo avuto, capisci che la differenza la fa la voglia di futuro che c’è in questo luogo. Nessuno si preoccupa in quale posto di lavoro sarà domani perché sa che questa paura non deve tenerla con sé. Da qui una spinta all’imprenditorialità individuale e collettiva che non riesci a misurare. Muoversi in questo ecosistema è come entrare in un acceleratore di particelle (la metafora mi viene facile visto che abbiamo visitato lo SLAC, uno dei più grandi acceleratori al mondo) che ti fa vedere come potrebbe essere il futuro: nanotecnologie, realtà virtuale/aumentata, robot/machine learning, alcune delle grandi trasformazioni che oggi stanno diventando applicazioni quotidiane in grado di cambiare la nostra vita in modo radicale. Italiani di frontiera – Certo, visitare Stanford University, gli Headquarters di Linkedin, Google, Airbnb, e incontrare i colleghi di queste realtà, ti fa comprendere come nella loro people value proposition nulla è lasciato al caso. E’ però negli incontri con Fabrizio Capobianco, inventore di Funambol e ora di Tok.tv, Riccardo di Blasio COO di Cohesity, Marco Palladino ventottenne startupper di Mashape, Flavio Bonomi con la sua Nebbiolo Technologies e Vittorio Viarengo Executive di importanti aziende della Silicon Valley (da VMWare a MobileIron), che capisci come le organizzazioni del futuro potranno riorientarsi. Ho sempre mal sopportato la definizione che ci è stata attribuita di HR Business Partner perché noi o siamo dentro al business o non facciamo il nostro mestiere, quindi non siamo partner di nessuno. Infatti un giro di questo tipo ti porta a fare non solo considerazioni legate agli strumenti HR che usiamo, ma ad essere costruttori del futuro delle nostre aziende. Flashback – Philadelphia è annunciata, per poi ripartire destinazione Venezia; devo chiudere il tavolino. Il tempo per una prima razionalizzazione di questo primo “Italiani di Frontiera Silicon Valley HR tour”, per il momento è finito; in un flashback mi arrivano tutte assieme le immagini di questa intensa settimana che non ci ha lasciato respiro tra meeting, ma anche momenti serali altrettanto interessanti e, in questo caso, divertenti. Come al solito quando vivi così ad alta quota i tuoi compagni di viaggio sono fondamentali per dare tridimensionalità ad una esperienza di questo

Scoprire Silicon Valley con Italiani di Frontiera: parola ai reduci del Tour 2016 con Magnetic Media

Da Berkeley a Stanford, da Google a IBM, alla scoperta della culla mondiale dell’innovazione con un viaggio di Italiani di Frontiera per la prima volta tutto dedicato a una sola azienda: Magnetic Media Network. Commenti, parole chiave e riflessioni dei reduci dal Tour per scoprire come un’esperienza nella Bay Area fra connazionali d’eccellenza, ispiri professionisti e innovatori nel loro lavoro in Italia. Per la prima volta, in un video tutti i nostri preziosi speaker: Alessandro Ratti e Daniele Filippetti (Berkeley), Francesca Santoro ed Emanuele Pecora (Stanford), Luisa Bozano e Simone Bianco (IBM), Luca Prasso e Giulia Pierangeli (Google), Emilio Billi e Antonella Rubicco (a3Cube), Carlo Tedesco (NetApp), Luca Venturini (BootUp),  Vittorio Viarengo (già a VMWare e MobileIron). Il video a cura di Magnetic Media Network è stato realizzato e prodotto da Stefano Giambellini (Incontroluce), affiancato nelle interviste da Priscilla Cavaliere. Grazie ragazzi, bellissimo lavoro, prezioso per la crescita del Tour e di Italiani di Frontiera.    

Cosa ci ha lasciato l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour: la parola a quattro professionisti e amici

Un giovane imprenditore che ha appena inaugurato la nuova sede di occhiali nel Bellunese, due professionisti veterani del mondo aziendale, il titolare di un’impresa di energie rinnovabili: cosa lascia l’esperienza della scoperta di Silicon Valley dopo uno dei Tour di Italiani di Frontiera. Un grazie a Nicola Del Din, Renato Ciuci, Angelo Bonomi e Silvio Gentile, che confermano come il valore più importante di Italiani di Frontiera sia lo straordinario network delle persone che si riconoscono in questa avventura.

L’addio a Cisco di Mazzola e Cafiero, fra gli “Olivetti Boys” che hanno fatto storia a Silicon Valley

Inseparabili, sin dai tempi di Olivetti. Al punto che il primo era arrivato negli USA con l’azienda di Ivrea prendendo il posto dell’altro… bloccato in Italia dal servizio militare. Mario Mazzola e Luca Cafiero, veterani di Silicon Valley, hanno lasciato forse come nessun altro un imprinting made in Italy in un colosso della Bay Area che deve a loro molto del proprio successo, Cisco, dal quale secondo le anticipazioni diffuse in questi giorni da The Wall Street Journal e riprese da diversi notiziari si apprestano ora a uscire, a causa di dissensi sul loro ruolo nell’ambito della recente riorganizzazione del gruppo decisa dal CEO Chuck Robbins, che nel giugno 2015 ha preso il posto di John Chambers, per vent’anni alla guida della società di cui oggi è rimasto presidente e che secondo una stima di Business Insider, a questi manager ed al loro team ha erogato nel tempo un totale di 2,38 miliardi di dollari. Per anni, formando una squadra formidabile assieme a due colleghi, soprannominata prima MarioPremLuca, poi MPLS acronimo dei loro nomi (Mario Mazzola, Prem Jain, Luca Cafiero e successivamente Soni Jiandani), Mazzola e Cafiero si sono specializzati in una formula inedita di enorme successo tecnologico e commerciale, ricavandone consistenti profitti: quella dello spin-in. Per quattro volte, a partire dalla loro Crescendo Communications (reti locali ad alta prestazione) acquisita da Cisco nel 1993,  poi Andiamo (dati distribuiti da più reti inun’unica rete), Nuova e infine Insieme Networks, Mazzola e Cafiero hanno creato prodotti di successo sfornati lavorando in autonomia con gruppi selezionati di dipendenti uscendo dal colosso, col dinamismo proprio delle startup nel campo della ricerca e dello sviluppo, in imprese che di fatto erano esterne ma finanziate da Cisco, che alla fine le ha acquisite per cifre consistenti. L’ultima, Insieme Networks, è considerata la base del prodotto di networking Cisco di nuova generazione Nexus 9000, che ha aperto alla società un mercato nei programmable switching systems e relativo software con profitti valutati dal nuovo CEO in due miliardi di dollari l’anno. Una formula inedita pure a Silicon Valley,  che ha generato enormi profitti sollevando pure qualche perplessità. “Ma quanto strano è? Immaginate se Apple mandasse le sue star come Jony Ive, Jeff Williams, Craig Federighi, e Eddy Cue fuori in una startup finanziata da Apple ogni volta che volesse realizzare un nuovo prodotto come un music player, uno smartphone, o uno smartwatch, e poi pagasse loro tre quarti di miliardo di dollari per gestire il prodotto una volta realizzato… Sembra ridicolo giusto? E’ il lavoro di questi ragazzi creare nuovi prodotti per Apple. Non è così per Cisco…” ha scritto Business Insider un paio d’anni fa in una lunga inchiesta di Julie Bort dedicata proprio a questa anomala esperienza Cisco, in cui riportava pure malumori fra i dipendenti Cisco per quella formula: “E’ un incubo quando la persona nell’ufficio accanto al tuo è multimilionario e tu non perchè non sei stato scelto…”. Li chiamavano Olivetti Boys, quel manipolo di ingegneri e manager sbarcati nella Bay Area dai primi anni Settanta, sulla scia del successo dell’azienda di Ivrea. Un’esperienza esaltante, quando con un investimento di mezzo milione di dollari l’azienda lanciò un laboratorio di collaudo a Cupertino per le grosse quantità di chip che acquistava per la fabbrica di Ivrea. Mentre prima quando c’erano problemi i fornitori incolpavano di regola i tecnici  italiani, da allora in poi “…(Se risultavano incompatibilità) potevamo anche rifiutare una spedizione. Cosa che io feci un paio di volte, con Intel, suscitando reazioni risentite e quasi grane diplomatiche. Ma se i chip di memoria che ci consegnavano non passavano lo screening di Cupertino, veniva rigettato. Per Olivetti questo fu un grosso risparmio…” ha ricordato in un’intervista a Italiani di Frontiera Enzo Torresi, che dello sbarco negli USA di Olivetti fu il principale protagonista. in America la casa di Ivrea progettò la macchina da scrivere elettronica e anche l’M 20, considerato il primo personal computer europeo (dopo la celebre P 101 “Perottina” di cui furono realizzati però pochi esemplari). Gli Olivetti Boys erano arrivati ad essere più di 250 al momento della chiusura, 1994-95 nei laboratori di Cupertino e Palo Alto.  Alcuni tornarono in Italia, altri si stabilirono definitivamente nella Bay Area, molti capaci di carriere straordinarie, facendo tesoro di competenze manageriali, tecniche e imprenditoriali maturate con l’esperienza nell’azienda di Ivrea. Come Giacomo Marini (dal successo con Logitech al venture capital),  Enrico Pesatori (passato poi a Penguin Computing),  Francesco Lacapra (oggi startupper con Peaxy), Giamma Clerici (che di Lacapra è stato allievo), Gianluca Rattazzi (imprenditore seriale),  Giacomo Lorenzin ( imprenditore software), Ezio Valdevit (poi a Brocade) e  Silvano Gai, già docente del Politecnico di Torino ed ex manager a Cisco, “incubatole seriale” con la moglie Antonella Caporello per tanti suoi studenti che anni dopo l’hanno seguito a Silicon Valley, come Loris Degioanni, diventando la seconda generazione di italiani emigrati a Silicon Valley. Combinare competenze tecniche e manageriali maturate con Olivetti è stato il punto di forza anche di Mazzola e Cafiero, che un ex collega del loro team aveva definito con Business Insider “l’Anima e la Mente” di quella squadra, di cui “Prem è il Cuore e Sonj la Bocca”. Un imprinting made in Italy a Silicon Valley, per una pagina che si chiude lasciando una ricca eredità di successi, esperienza e nuovi protagonisti. Senza tirarsela troppo però, perchè poche cose infastidiscono Cafiero come l’aria di superiorità ostentata da qualche connazionale nei confronti di altri che nella Bay Area si fanno onore, a cominciare da cinesi e indiani. Convinto che chi fa bene a Silicon Valley non debba ringraziare la cultura del suo Paese d’origine ma la propria intelligenza e le proprie doti.