Carlo Gentile fotografo napoletano del West: sul web il libro di Marino con le sue immagini

Tra i personaggi piu’ originali rievocati da questo blog, Carlo Gentile (1835-1893), fotografo napoletano del West ha anche un delle storie piu’ toccanti. Il bimbo indiano che adotto’ dopo averlo riscattato dal suo rapitore, da lui battezzato col nome di Carlos Montezuma, divenne infatti un eminente intellettuale, figura storica dei diritti civili dei nativi americani. Eternamente grato a Gentile, che invece mori’ in disgrazia. Ora il libro uscito negli Usa nel 1998 scritto da Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution e partner di Italiani di Frontiera, che rievoca la figura di Gentile, e’ disponibile con lunghi estratti su Google Books. Con una serie di bellissime foto scattate da Gentile. Qui il link a “The Remarkable Carlo Gentile” su Google Books.

Eusebio Chini, gesuita e scienziato trentino del Seicento, padre dell’Arizona tra gli indiani Pima

La sua statua e’ esposta in Campidoglio a Washington. Ma pochi sanno che Eusebio Kino (1645-1711), gesuita, scienziato ed evangelizzatore fra Seicento e Settecento tra gli indiani Pima dell’Arizona, si chiamava in realta’ Eusebio Francesco Chini, era nato in Trentino e fu straordinario uomo di pace e di cultura. Per ricordarlo, il 10 gennaio 2016 è stata celebrato il Kino Legacy Day al Tumacacori National Historical Park MISSIONARIO ED ESPLORATORE – “Eusebio Francesco Chini fu il più caratteristico pioniere e missionario di tutto il Nord-America: esploratore, astronomo, cartografo, Costruttore di missioni e di fattorie, grande allevatore di bestiame e difensore delle frontiere. La sua vita non è solo quella di un individuo eccezionale: essa illumina la storia della cultura di gran parte dell’emisfero occidentale nella stagione pionieristica”, scrisse negli anni Trenta Herbert Eugene Bolton, tra i piu’ eminenti studiosi di storia ispano-americana. DALLA VAL DI NON AL MESSICO – Nato a Segno (Val di Non) nel 1645, erede di nobili proprietari terrieri, Eusebio Chini dopo gli studi si fece gesuita e prese il secondo nome di Francesco, dopo il voto fatto a San Francesco Saverio per una gravissima malattia contratta da ragazzo da cui guarì quasi miracolosamente. A vent’anni entrò nella Compagnia di Gesu’, con la speranza di essere mandato in Cina. Fini’ invece in Nuova Spagna, il Messico, dove arrivo’ nel 1681 dopo un viaggio di tre anni durante il quale perfeziono’ la preparazione scientifica che aveva maturato in universita’ tedesche.Cambiato in Kino il suo cognome originale (che in inglese veniva letto piu’ o meno come “cinese”), partecipo’ a tre viaggi di evangelizzazione nella Bassa California, che per primo accerto’ essere una penisola e non un’isola come si credeva all’epoca. Fu il primo impatto con gli indiani a convincerlo che l’approccio rozzo e militare degli spagnoli era sbagliato. Di li’ l’idea del suo grande piano missionario di trasformazione religiosa e civile, che sviluppo’ dal 1687 partendo dallo stato di Sonora (all’epoca Pimeria Alta), confinante con la California, per evitare i massacri commessi nel secolo precedente con Maya e Aztechi. PADRE A CAVALLO – Chini mirava a una conquista pacifica, senza l’uso delle armi, attraverso i religiosi e gli stessi indio. Voleva che le missioni fossero collegate ad attività economiche, che le rendessero indipendenti. Cambiò gli indiani Imeri, Sobaipuri, Pápago, Gila, Pima in popolazioni di agricoltori e allevatori, facendo importare dall’Europa grano, svariate colture e bestiame di ogni genere, trasformando presto le valli ricche di acqua si trasformarono in zone fertili, spesso saccheggiate dagli Apache, tribù nomadi più violente, ai quali Chini non era mai giunto, obbligando i proprietari a difendersi. Predicava il Vangelo, spesso mediante un interprete. Dopo una sommaria istruzione battezzava i moribondi e i bambini. Formo’ una rete di comunità, che visitava regolarmente per istruzione, culto e animazione comunitaria, con tale frequenza da guadagnarsi il soprannome di “padre a cavallo”.In genere i suoi insegnamenti venivano accettati da popolazioni di cui difendeva strenuamente costumi e cultura, tollerandone anche alcuni eccessi. Chini si impegnò nella difesa della dignità degli Indiani di Sonora, opponendosi agli obblighi di lavoro nelle miniere d’argento che la monarchia spagnola imponeva loro. Questo gli causò diversi contrasti con gli altri missionari, molti dei quali agivano in accordo alle leggi imposte dalla Spagna ai nuovi territori. SCIENZIATO E CARTOGRAFO – Chini non smise mai di effettuare anche accurate rilevazioni scientifiche, che metteva poi a servizio degli indio e dell’organizzazione missionaria. Oltre alla riscoperta della peninsularità della bassa California (che dopo il 1622 era stata erroneamente ritenuta un’isola), raccolse moltissime osservazioni scientifiche, redasse innumerevoli mappe e preziose carte geografiche (di cui 32 accertate) che inviò anche in Europa. L’EREDITA’ – Considerato uno dei fondatori dell’Arizona, nel 1965 lo stato ha donato una statua bronzea di padre Chini al National Statuary Hall del Campidoglio degli Stati Uniti di Washington, luogo dove vengono ricordati i principali fondatori dei diversi stati americani. In onore di Eusebio Chini, due città messicane dello stato di Sonora portano il nome di Bahía Kino e di Magdalena de Kino. Come ricorda Cesare Marino, antropologo allo Smithsonian Institution tra i massimi esperti di nativi americani e amico di Italiani di Frontiera, il primo a fotografare, nell’Ottocento, le missioni fondate da Chini, come quelle di San Xavier del Bac e di Tumacacori, fu un altro italiano, Carlo Gentile, tra i protagonisti di Italiani di Frontiera. A padre Kino è dedicato un museo a Segno in Val di Non, suo paese natale, e  il Mausoleo di Magdalena de Kino, nel nord del Messico, nello stato di Sonora, dove si trovano molte delle missioni da lui fondate e dove negli anni Settanta furono ritrovati i suoi resti, ora ospitati nel mausoleo (qui sotto padre Kino  nel murale di Nereo De La Pena che orna il mausoleo).   Il profilo di Chini è illustrato nel sito dei Gesuiti,  fonte principale di questo post.

Ricercatori italiani “riscrivono” la storia delle origini degli indiani d’America

Uno studio internazionale guidato dai genetisti dell’Università di Pavia e pubblicato sulla rivista Current Biology, ha proposto una riscrittura della storia delle origini degli indiani d’America, sostenendo che i primi asiatici arrivarono in America non in un solo gruppo come creduto sinora ma da due diverse migrazioni. Qui l’articolo riportato da Yahoo dal notiziario AdnKronos. Secondo lo studio, Un gruppo sarebbe arrivato in America dall’attuale stretto di Bering seguendo la costa del Pacifico, arrivando dopo una decina di generazioni fino alla punta meridionale del Sud America. Un secondo, sempre dalla Beringia, sarebbe penetrato nel Nord America attraverso il corridoio di terra a est delle Montagne Rocciose tra i ghiacciai canadesi. Grazie per la segnalazione a Daniela Rota (sue le foto nel post su Costantino Beltrami).

Gli “Italindiani” del West di IdF in un reportage sul mensile Geo

Prima uscita sulla carta stampata per Italiani di Frontiera. L’ultimo numero del mensile Geo in edicola pubblica infatti un reportage che raccoglie le straordinarie biografie raccolte da Cesare Marino, parte integrante di questo progetto. Carlo Camillo di Rudio conte bellunese sopravvissuto a Little Big Horn, Carlo Gentile fotografo napoletano, Costantino Beltrami esploratore bergamasco sul Mississippi,Paolo Andreani che percorse invece l’Hudson, e Giorgio Pocaterra, cowboy vicentino del Novecento, sono i protagonisti del servizio, che propone anche alcune delle foto di Daniela Rota dei manufatti indiani raccolti da Beltrami e conservati in un museo di Bergamo. L’articolo sugli italiani fra gli indiani fa parte di uno speciale Usa che comprende anche un reportage sui bianchi del profondo Sud firmato da Paolo Pontoniere, giornalista italiano da 20 anni a San Francisco, tra gli amici di Italiani di Frontiera. Grazie per l’editing a Paola Vozza e Irene Merli, photo editor e redattrice di Geo, e in particolare a Fiona Diwan e Marco Restelli, che mesi fa come direttore e vicedirettore di Geo hanno creduto nel progetto.

Giorgio Pocaterra, un vicentino cowboy romantico del Novecento in Canada

Primi anni del Novecento, l’epopea del Far West negli Usa si è appena conclusa, ma l’ovest canadese è ancora selvaggio e scarsissimamente popolato. Un uomo bianco nella boscaglia ha appena tagliato alcuni tronchi per il suo ranch e si riposa preparandosi a fumare, quando si accorge di essere circondato da indiani, piu’ incuriositi che minacciosi. Reagisce con un sorriso offrendo loro del tabacco. La tensione si scioglie e se li fa amici. Scoprirà piu’ tardi che l’esclamazione con la quale loro avevano reagito, nella loro lingua significava “Questo bianco non ha paura di nulla!”. Quel rancher, nel profondo ovest canadese, era vicentino. Si chiamava Giorgio Pocaterra, nato il 22 settembre a Piovene Rocchette, paesino all’ingresso della Valdastico, nel 1882. Un’altra storia straordinaria di “Italindani” scoperta da Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution e partner di Italiani di Frontiera, che si ripromette di ricostruirla nei particolari. Rampollo di buona famiglia, dopo gli studi in Inghilterra Pocaterra seguì l’istinto d’avventura alimentato da ragazzo con le escursioni alpine con il Cai ed i romanzi di Emilio Salgari e James Finemore Cooper, alla conquista dell’ovest canadese. Cowboy romantico del Novecento, Pocaterra aprì un ranch che fu pioniere dell’agriturismo, per turisti di citta’. E visse a contatto profondo con gli indiani, con un rispetto ed un’ammirazione per la loro civiltà che forse mancava ai ranchers anglocanadesi. Figlio di un alto funzionario della fiorente industria laniera vicentina, dice Marino, Pocaterra crebbe seguendo il padre nelle escursioni montane ed eccellendo da studente negli sport, dal ciclsmo al calcio al rugby. Fu mandato a studiare a Berna, poi in Inghilterra a Bedford, Yorkshire. Ma il futuro nel settore tessile gli stava stretto. Così, affascinato dai libri letti sul Far West, per lui divenne decisivo l’incontro a Berna con un reverendo canadese della provincia di Manioba. Partì da Liverpool sbarcando in Nuova Scozia nel marzo 1903. Sognava l’Ovest ma con pochi soldi in tasca la vita fu durissima e arrivato nel Manitoba finì a spalare letame dei maiali. Ma senza cedere, puntoa verso le Montagne Rocciose e le raggiunse l’anno successivo, insediandosi in una casetta colonica ed avviando poi un vero ranch per l’allevamento . Ma non disdegnava escursioni nei territori circostanti dove pochi bianchi si avventuravano, E fu li’, ricorda Marino, il suo primo incontro con un gruppo di indiani Stoney, inizio di una profonda amicizia con i nativi americani, di cui apprese a fondo e con grande rispetto usi, costumi e lingue. Con loro andava a caccia e fu durante una battuta in un ambiente micidiale che salvo’ la vita a due figli di un capo, portandoli al sicuro. Guadagnandosi riconoscenza eterna, ed un nome indiano: Figlio della Montagna. Dopo anni Giorgio tornò in Italia, incontrando in un ristorante milanese una cantante lirica, Norma Piper, che veniva da Calgary e divenne sua moglie. Con lei tornò nell’ovest canadese, non senza difficoltà. Negli anni Cinquanta, ricorda ancora Marino, Pocaterra fu interprete per la troupe del regista Raoul Walsh che girava in quella regione “Saskatchewan” (1954) con Alan Ladd e Shelly Winters. Poi fece del suo “Buffalo Head Ranch” che gli è sopravvissuto, la meta di un’altra attività pionieristica: l’agriturismo, meta di facoltosi turisti di citta’ in cerca di emozioni nel selvaggio West. Pocatera morì il 12 marzo nel 1972. Non prima di aver registrato lunghe testimonianze orali sulla sua avventurosa vita, che si possono ascoltare ancor oggi in Rete, sul sito della comunità italiana dell’Alberta.

Amici di Idf: Emily Viggiano, 18 anni best student a Gunn e idee gia’ chiare

Nipote di due veterani italiani di Silicon Valley (Dina e Adalberto, presto protagonisti di un post su Italiani di Frontiera), a 18 anni Emily Viggiano sembra avere le idee molto chiare. E’ stata una dei tre “best student” tra gli oltre 400 neodiplomati della Gunn High School di Palo Alto, tra le dieci migliori scuole Usa. Qualche giorno di “riposo” svegliandosi all’alba per lavorare in uno dei locali italiani piu’ rinomati di Palo Alto, il Caffe’ del Doge. Poi la partenza per il Costa Rica, per una vacanza di lavoro all’insegna della solidarieta’. Impressionata dalle condizioni di vita dei meno abbienti, durante un viaggio un paio d’anni fa in Ecuador, ha deciso che vuol diventare medico per dedicarsi alla sanita’ nei Paesi in via di sviluppo. Prima di partire, Emily, ha accettato di rispondere a qualche domanda, confermando di meritare un posto tra gli amici di Italiani di Frontiera. STUDIARE ALLA GUNN – Mi e’ proprio piaciuto studiare alla Gunn. I corsi sono impegnativi e la maggior parte degli insegnanti sono bravi. Ci sono anche molti sport, club e gruppi studenteschi in cui impegnarsi. Una cosa che non mi e’ piaciuta e’ che pur essendoci cosi’ tante diversificazioni, gli studenti tendono a isolarsi a livello di classi o di gruppi etnici. IL LAVORO IN COSTA RICA – In Costa Rica lavorero’ in una piccola fattoria chiamata La Iguana Chocolate. Coltivano una varieta’ di ortaggi e frutti tropicali, raccolgono semi di cacao e producono a loro volta cioccolato. Hanno anche pollame, mucche e cavalli. Ho deciso di lavorare li’ perche’ voglio viaggiare in un modo che allo stesso tempo costi poco e e mi permetta di conoscere il modo di vivere della gente in Costa Rica. Spero anche di parlare molto spagnolo e riuscire a conoscere la famiglia che gestisce la fattoria. IL MIO FUTURO – Il prossimo anno studiero’ alla Brown University, partecipando ad un programma di otto anni chiamato Liberal Medical Education. Spero di avere un anno libero prima della scuola di medicina per viaggiare e vivere all’estero, possibilmente in Europa. Quando diventero’ medico, spero di lavorare nella sanita’ a livello internazionale, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, che hanno piu’ bisogno di cure mediche. RICORDI DELL’ITALIA – I Viggiano sono di Venezia, anche se la famiglia del nonno e’ originaria della Campania. Ho molti ricordi dei miei viaggi in Italia, dove vorei tornare presto. Sono rimasta incantata dalla villa della mia prozia Marisa a Follina, mura spesse e davanzali sui quali stare seduta e guardare un corso d’acqua che scorre li’ vicino. Mi piaceva gettare gli avanzi di cibo nell’acqua, ai pesci ed alle anatre. Mi piaceve molto andare anche sulle Dolomiti, nel piccolo rifugio che hanno i miei nonni, chiamato La Montanina. Era cosi’ piccolo che da bambina mi sembrava fatto su misura per me. Aveva una finestra con una magnifica vista sulle montagne. Ho splendidi ricordi di quando la mattina me ne stavo a mangiare pesche o pane e Nutella. Oppure passeggiare sui sentieri scoprendo la bellezza dei prati e dei fiori selvatici. I miei viaggi in Italia mi hanno fatto decidere che voglio andarci a vivere ad un certo punto della mia vita. RADICI ITALIANE – Penso di avere influenze italiane piu’ forti rispetto a molti altri italoamericani perche’ sono stata cresciuta vicino ai miei nonni, che sono ancora molto italiani. Ho sentito molto parlare italiano, e anche se non lo so parlare correntemente credo di poterlo imparare abbastanza facilmente perche’ l’ho sentito parlare per tanto tempo. Penso che il valore della famiglia sia una delle cose piu’ importanti della mia eredita’ italiana. Molti dei miei ricordi d’infanzia riguardano grandi riunioni di famiglia nella casa dei miei nonni. Loro sono stati cosi’ tolleranti e ci hanno dato cosi’ tanto amore incondizionato che penso tutti i membri della nostra famiglia capiscano quanto sia importante amarsi e aiutarsi l’un l’altro. In queste riunioni, ho visto l’influenza italiana nelle nostre lunghe cene, con tante portate. E a Natale, apriamo i regali mangiando un sacco di panettone, pandoro e torrone!

Jeff Capaccio, gruppo di talenti sparsi trasformato in squadra con Sviec

Italiani protagonisti da sempre a Silicon Valley. Ma in ordine sparso. Per anni, pionieri dell’hi tech sbarcati nella Baia hanno scritto pagine importanti della rivoluzione informatica. Ma ognuno per se’, mentre altri, come i francesi, facevano gruppo, con tutti i vantaggi che comporta. Sino a qualche anno fa, quando un avvocato, Jeff Capaccio, il piu’ italiano… degli italoamericani, ha avuto l’idea di creare il Silicon Valley Italian Executive Council. Con Sviec, Capaccio ha cambiato l’immagine ed il peso della presenza italiana nel cuore dell’hi tech mondiale (seguito di recente dai giovani di Baia). E qui spiega come ha fatto. ITALIANI IN ORDINE SPARSO – L’idea mi e’ venuta qualche anno fa. Come avvocato avevo tutti questi contatti, con l’Italia ed i tanti italiani di Silicon Valley. Molti si conoscevano fra loro ma non c’era nessuna aggregazione che fosse per loro un punto di riferimento. E’ se facessimo qualcosa che permettesse agli italiani di qui di incontrarsi periodicamente, scambiarsi le proprie idee e fare business assieme? E’ stato cosi’ che ho creato il Silicon Valley Executive Italian Council, coinvolgendo subito Federico Faggin, Enzo Torresi e Pierluigi Zappacosta, Giacomo Marini e Michele Libraro. PASSIONE POLITICA UNA TRADIZIONE – Io sono nato in America ma mi sento italiano quanto sono americano. I nonni, originari di Sestri Levante, erano venuti negli anni Venti in America, dove nacque mia mamma, tornando in Italia quando lei aveva tre anni. Mio nonno aveva comprato dei terreni in Italia con quano aveva guadagnato nelgi usa come florirocoltore. E dopo la guerra tornarono negli Usa. Successivamente arrivo’ anche mio padre, che durante la Resistenza era stato partigiano, ed era anche finito in carcere. E la pasisone politica e’ rimasta una tradizione di famiglia. A casa mia si parlava italiano ed i miei hanno sempre insistito per insegnarmelo, a differenza di tanti italoamericani, che ai figli hanno insegnato solo l’inglese, forse perche’ non patissero le discriminazioni che loro avevano subito. Dopo la laurea in Scienze Politiche (Politica Internazionale) e Diritto all’Universita’di Santa Clara, ho iniziato a lavorare in studi legali ed ho continuato a occuparmi di politica. Sono stato il primo stagista alla Niaf di cui oggi sono vicepresidente, nel 1983 ero stato stagista alla Camera dei deputati, nella commissione Giustizia presieduta da Peter Rodino, deputato di origine italiana che era divenuto celebre per il rigore con cui aveva promosso l’azione contro Richard Nixon, ai tempi del Watergate. Ho fatto di tutto per restare a Washington e finiti gli studi ho lavorato per un paio di campagne elettorali di candidati democratici: Walter Mondale (vicepresidente con Jimmy Carter e sconfitto alle presidenziali da Ronald Reagan nel 1984) e Geraldine Ferraro (che correva con lui alla vicepresidenza). CONCORRENZA ANCHE IN TRIBUNALE – Nell’87 ho iniziato la carriera legale in uno studio con una decina di avvocati, occupandomi di contenziosi civili. Si tratta di un settore strategico, nel mondo delle imprese. Con un sistema giudiziario efficace e veloce, ma molto costoso, una piccola azienda deve imparare in fretta come sopravvivere, in un mondo in cui la concorrenza si gioca anche con cause legali e magari hai di fronte un ufficio agguerritissimo di avvocati di un colosso del tuo settore. Dal 1999 ho iniziato ad occuparmi in particolare di contenziosi che riguardavano la proprieta’ intellettuale nell’hi tech, biotecologie e venture capital, seguendo i trasferimenti tecnologici fra Italia e Silicon Valley. Intanto sono diventato consigliere di Niaf. CONVIVI E BUSINESS – E’ stato cosi’ che ho pensato a Sviec. Non una serie di eventi ma un punto di organizzazione permanente. Abbiamo scelto di coinvolgere soltanto dirigenti e manager italiani e italoamericani di Silicon Valley, per avere un forte impatto in termini di immagine. E oggi contiamo 400 soci, fra italiani e americani di origine italiana. Cosa che consente di sviluppare il business, dalle assunzioni di personale alle joint venture ai finanziamenti, presentandosi al resto di Silicon Valley non piu’ individualmente ma come gruppo. Che rappresenta persone ai vertici aziendali, che contraddicono tanti stereotipi sugli italiani e sono creative, precise, affidabili. Si riuniscono in eventi all’insegna della tradizione italiana, ottimo cibo e ottimi vini, per ascoltare speaker di livello eccezionale. Anche per questo ad ogni evento ci ritroviamo in almeno 150… UN PONTE CON L’ITALIA – Sviec ha contribuito a dare una forte immagine degli italiani di Silicon Valley. Ed ha permesso ad alcuni manager italiani di ritrovarsi magari dopo 20 anni in cui ognuno era andato per la sua strada… e’ successo anche a me, con Paolo Marenco, ingegnere genovese amico di gioventu’, incrociato nuovamente qualche anno fa tramite Internet. Da tempo si occupava in italia di promozione dei distretti produttivi con La Storia nel Futuro, mentre io ero diventato rappresenante degli italiani di questo “distretto”: Silicon Valley… ora Paolo e’ partner di Sviec con il Silicon Valley Study Tour, che porta ogni anno qui un gruppo di laureandi italiani selezionati, che qui incontrano diversi nostri soci, alcuni dei quali sono figure storiche dell’hi tech. Per alcuni di loro con opportunita’ per stage, tesi e anche lavoro. DAI VETERANI ALLE NUOVE LEVE – In Italia la diffidenza, la paura di essere fregati, sembra bloccare spesso ogni iniziativa. Noi andiamo nella direzione opposta: massima apertura alle iniziative di scambio. Con gli studenti del Silicon Valley Study Tour e attraverso programmi come Best e Mind the Bridge, di cui siamo partner,, con i giovani imprenditori, ai quali favoriamo sbocchi e opportunita’ a Silicon Valley. Mettendo a disposizione delle nuove leve, contatti e servizi Sviec, grazie ai “veterani” di Silicon Valley.

Sam Rodia e le bizzarre Watts Towers di Los Angeles, che costruì da solo in 30 anni

  Era l’aprile 1977, quando il National Register of Historic Places inseriva nel suo elenco di luoghi storici da tutelare uno dei piu’ bizzarri monumenti degli Stati Uniti: le Watts Towers, nell’omonimo distretto di Los Angeles.  Un intreccio di 17 diverse strutture, la piu’ alta delle quali supera i 30 metri, costruite con materiali di scarto: pezzi di ferro decorati con cemento, cocci, ceramiche e conchiglie. A realizzarle, da solo nel tempo libero, in trent’anni di lavoro tra gli anni Venti e Cinquanta, un immigrato italiano, Sam Rodia (1879-1965). La sua storia e’ stata raccontata in un documentario, “I Build the Tower”. “Perche’ le ho costruite? Non so dirlo. Perche’ un uomo realizza i pantaloni? Perche’ fa delle scarpe?”, diceva Rodia, nato a Ribottoli (Avellino) nel 1879. Che dal documentario emerge come una figura controversa, tra genio e follia, che ha proiettato nella sua bizzarra opera un sentimento di riscatto umano e sociale, iniziando a lavorarci dopo un periodo di forte sbandamento in cui era diventato un vagabondo alcolizzato . Ostinandosi a proseguire nella sua opera malgrado l’ostilita’ di molti, tra cui i vicini, che ne fecero bersaglio di atti vadalici. Specie durante la seconda guerra mondiale, quando era stata fatta circolar la voce che quelle strane costruzioni nascondessero antenne radio per comunicare con i nemici giapponesi. Quando nel 1954 Rodia abbandono’ le Torri per far ritorno nella zona di San Francisco dove nel 1906 da ragazzo era sopravvissuto al terribile terremoto, la sua opera fu ad un passo dall’essere demolita perche’ considerata pericolante. Ma l’ordinanza non venne per fortuna eseguita. Le Watts Towers non furono sfiorate dai violenti disordini razziali scoppiati nel quartiere, ormai un ghetto di neri americani, nel 1965.  Ormai erano considerate un simbolo di liberta’ e spirito d’iniziativa individuale dalla comunita’. Diventando monumento nazionale 12 anni dopo. Anche se pochi conoscono la sua storia, quasi tutto senza saperlo hanno visto il suo volto. Morto a Martinez, California, il 17 giugno 1965, Simon Rodia è stato immortalato infatti nella celebre foto di gruppo della copertina forse piu’ famosa della storia del pop, quella di Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band dei Beatles, dove spunta in alto a destra proprio dietro a Bob Dylan..                     A suo modo, Rodia e’ diventato un’icona pop. Ha ispirato libri e  programmi tv, a lui e’ anche intitolato un festival jazz. Mentre la sua frase “I Build the Tower” e’ stata anche trasformata in tormentone da una canzone rap. E una citazione alle Watts Towers compare anche in una canzone dei Red Hot Chili Peppers.

Duecento anni dalla nascita di Antonio Meucci. Ma un altro italiano semisconosciuto, arrivo’ al telefono…

Oggi ricorre il secondo centenario della nascita di Antonio Meucci, padre del telefono, nato a Firenze il 13 aprile 1808. Se n’e’ ricordato anche Google, con un originale logo dedicato all’inventore toscano emigrato in America Qui e Qui alcune delle biografie che ricordano la figura di Meucci ed il suo lungo sfortunato braccio di ferro con Graham Bell, inventore scozzese e imprenditore di successo, per veder riconosciuto il proprio contestato primato nell’invenzione dell’apparecchio che ha cambiato le nostre vite. Un primato che il Parlamento Usa gli ha riconosciuto solo nel 2002. Anche se in un recente libro, molto interessante, “Hacker, scienziati e pionieri”, scaricabile gratis sul sito di Stampa Alternativa, l’autore Carlo Gubitosa ricorda che un altro italiano, ignoto ai piu’, era arrivato al telefono tra 1865 e prima di Meucci (1871) e Bell (1876): si chiamava Innocenzo Manzetti, era valdostano. Ed i suoi meriti sono oggi ancora misconosciuti, a differenza di Meucci, come ricorda “Il laboratorio delle meraviglie”, un libro a lui dedicato ed uscito nei giorni scorsi.

Un fotografo napoletano nel Far West: Carlo Gentile, padre adottivo del bimbo indiano che divenne Carlos Montezuma

Sconosciuto ai più in Italia, in alcuni documenti e anche su Internet il suo nome è stato spesso storpiato: Carlos Gentile. Viene citato appena, Carlo Gentile (1835-1893), come figura di secondo piano nelle biografie di Carlos Montezuma (1866-1923), storico pioniere dei diritti civili dei nativi americani. Ma Gentile, fotografo napoletano sulla Nuova Frontiera americana, fu un personaggio straordinario, innovatore tanto ingegnoso e ardito quanto sfortunato. Come racconta la sua toccante biografia, che Cesare Marino ha raccolto in un libro, “The Remarkable Carlo Gentile. Italian Photographer of the American Frontier”. Una storia, quella di Gentile, che Marino ha iniziato a tracciare partendo dal 1866. Quando il napoletano, spirito intrepido e fotografo di talento da tempo in America, al momento di tornare in Italia scoprì che la sua preziosa collezione di foto scattate in dieci anni passati nel West, con le quali era convinto di fare fortuna nel Vecchio Continente, era andata perduta al primo scalo, Vancouver. Disperato, ripieg su San Francisco, aprendovi uno studio, nella centralissima Kearney Street. Forse nessuno lo ricorderebbe oggi, se un bambino indiano della tribù degli Yavapai, nato proprio in quel 1866, non avesse incrociato la sua strada. Aveva cinque anni Wassaja (pronuncia Uassagia), “colui che che fa un gesto con la mano”, nel 1871 quando in un’Arizona in subbuglio tra febbre dell’oro, invasione di coloni e mai sopite rivalità tribali, Gentile impietosito lo riscattò per 30 dollari da un banda di indiani Pima che l’avevano rapito, lo adottò facendolo battezzare col nome di Carlos Montezuma, ispirandosi all’imperatore azteco. Col bimbo, Gentile va a scattare foto in New Mexico e Arizona. Poi a Chicago i due lavorano con William Cody, Buffalo Bill, che riempie i teatri con un uno spettacolo rozzo, “Scouts of Prairie”, precursore di quel “Wild West Show” con cui girera’ il mondo, Italia compresa. Carlos e’ l’unico vero indiano, tra i protagonisti accanto a un’italiana, la ballerina della Scala Giuseppina Morlacchi, che interpreta la bella principessa indiana, mentre Gentile fa da fotografo alla compagnia. Gli anni successivi, a New York, sono decisivi per la formazione del ragazzo. Non è facile la vita per un indiano, nella grande città dell’est. Gentile gli insegna ad esprimersi con poche parole, comunicare più con i gesti e le espressioni. E ad essere cortese. Ma anche a farsi valere senza paura davanti a prepotenze e discriminazioni razziali, che anche lui come italiano ha subito. Una lezione che il ragazzo non dimenticherà, rivelandosi eccezionalmente dotato. Gentile vuole che continui a studiare e per questo lo affida dopo dodici anni ad un predicatore, mentre lui continua a girare l’America come fotografo. Carlos ripagherà le sue aspettative: nel 1884 è il primo nativo americano a laurearsi in Scienze, poi in Medicina. Diventerà una figura storica nella battaglia per i diritti dei nativi americani, eternamente riconoscente al padre adottivo. Al quale invece, la sorte ha voltato le spalle. Tra incendi che devastano i suoi archivi, disastri finanziari che minano le sue iniziative, nel campo della fotografia e della stampa per gli italiani d’America. E una salute sempre più precaria. Gentile muore a 58 anni il 27 ottobre 1893, secondo alcune fonti suicida, scrive Marino. Montezuma si prenderà cura della vedova e di un suo figlioletto, probabilmente a sua volta adottato. Figura carismatica e leader rispettato, Montezuma (al quale una studiosa di origine italiana ha di recente dedicato una biografia) continuerà a proclamare di dovere tutto al suo padre adottivo. Sino alla sua morte, per tubercolosi, nel 1923. Nell’Arizona in cui era nato e dove aveva voluto tornare sentendosi alla fine. E da dove un fotografo napoletano incontrato per caso l’aveva riscattato, insegnandogli a conoscere il mondo. Nel 2014 un documentario intitolato “Carlos Montezuma: Changing is not Vanishing”, in cui compare anche Cesare Marino, è stato realizzato da University of Illinois, che aveva avuto tra i suoi studenti Montezuma.