Mensile Diario elogia il progetto IdF “Catalogo dell’ottimismo creativo e intelligente”

“Il catalogo dell’ottimismo creativo e intelligente di un’Italia apolide e generosa… e il pubblico assorbe adrenalina, dimentica la crisi e riorienta i pensieri“. Parole niente male, quelle usate da Manuela Gandini, giornalista, curatrice e critica d’arte contemporanea, per descrivere i contenuti della presentazione multimediale di Italiani di Frontiera, nel suo lungo pezzo dedicato a questo progetto, pubblicato sul numero di agosto del mensile Diario, da pochi giorni in edicola. “Presente e passato assumono lo stesso peso e si fondono. Campi di battaglia e laboratori informatici, istituti di ricerca, banche, terremoti musica e brands formano un unico affresco che pullula di gente out of the box, fuori dagli schemi“, si legge ancora nell’articolo. Un grazie a Diario ed a Manuela in particolare, che nel suo articolo appassionato oltre all’autore ed al curatore del progetto, Moreno Gentili, ha ricordato tra gli Italiani di Frontiera di oggi Cesare Marino, Enrico Beltramini, Roberto Crea, Federico Faggin, Guido Radaelli e Francesco Lemmi, dopo aver rievocato le storie, tra quelli di ieri, di Amadeo Peter Giannini, Carlo Camillo di Rudio e Carlo Gentile.

Amadeo Peter Giannini, spirito di servizio per una rivoluzione chiamata Bank of America

Aprile 1906. Un italiano, tra le pochissime star mondiali dell’epoca, canta per le strade di San Francisco. Un altro italiano recupera un sacco scavando tra le macerie e lo porta al sicuro su un carretto, nascosto da verdure. La star e’ Enrico Caruso, tenore napoletano di immensa popolarita’. Canta per strada per incoraggiare superstiti e soccorritori, dopo che un terribile terremoto ed un incendio hanno devastato la citta’. L’uomo che scava è Amadeo Peter Giannini, in quel sacco ci sono due milioni di dollari in oro, le riserve della Bank of Italy da lui fondata due anni prima a San Francisco. Che non sarebbe risorta così senza di lui, autentico rivoluzionario del mondo bancario. (nel video Market Street prima e dopo il terremoto del 19 aprile 1906) Pochi giorni dopo, ai colleghi banchieri radunati sul molo della citta’ distrutta, intenzionati a non riaprire le loro banche crollate sino a novembre, Giannini dice senza mezzi termini: “A novembre non troverete nessuna citta’ che voglia essere ricostruita“. Con quel sacco d’oro, e un ottimo fiuto nel marketing, sul molo piazza un bancone fatto di un tavolaccio appoggiato a due barili. E un cartello, che promette credito a tutti. Dando il via alla ricostruzione di San Francisco e ad un modo completamente diverso di fare il banchiere. Nato a San Josè nel 1870 da genitori dell’entroterra ligure giunti in California sulla scia della corsa all’oro, Giannini aveva iniziato l’attività di banchiere fondando nel 1904 la Bank of Italy, come clienti piccoli artigiani e commercianti di origine italiana, che non trovavano nessun’altra banca disposta a far loro credito. Il terremoto diventa per Giannini una straordinaria opportunità. Mentre gli altri banchieri tentennano, lui offre da subito crediti per la ricostruzione a tutti, aprendosi cosi’ all’esterno della comunità italiana. E dando fiducia alla gente semplice e intraprendente, crediti “on a face and a signature” (ad un volto ed una firma), in un’epoca in cui si prestavano soldi solo a chi gia’ ne aveva. Mutui per la casa, prestiti per comprare un’auto sono oggi consuetudine. Prima di Giannini non esistevano. “Il credito al consumo ha un grosso debito nei confronti di uno… che rifiutava di dire no”, ha scritto la rivista Time nel 1998, inserendo Giannini fra i cento “Giganti” che hanno forgiato gli Stati Uniti. DAL TERREMOTO A HOLLYWOOD – Dopo la ricostruzione di San Francisco, Giannini finanzia la nascita del settore vinicolo e le tante aziende agricole, in buona parte di immigrati italiani, che sorgono a sud della citta’, in quella che oggi e’ Silicon Valley. Nel 1919 fonda la Banca d’America e d’Italia, che nel 1927 diventa Bank of America. Nel frattempo, investe a Hollywood prima che la Mecca del Cinema diventi una miniera d’oro. Nel 1923 crea una divisione apposita che aiuterà Mary Pickford, Charlie Chaplin, Douglas Fairbanks e D. W. Griffith a fondare United Artists. E quando Walt Disney e’ in difficolta’ nella realizzazione di Biancaneve e i Sette Nani, con un budget sforato di due milioni di dollari, a risolvere la situazione e’ Giannini. Che a Hollywood stabilisce un legame particolare di amicizia e affari col regista Frank Capra. Nel 1930 Giannini si trasferisce in Europa, dopo aver trasformato la sua banca in una holding finanziaria, TransAmerica Corp, cedendone il timone. Ma capisce che durante la Grande Crisi del 1929 i suoi principi non sono stati rispettati. Allora torna e nel 1932 riprende il controllo in un’aspra contesa, dopo aver conquistato la fiducia e il voto dei piccoli risparmiatori. Nel frattempo trova anche il modo di finanziare la costruzione del Golden Gate Bridge. SILICON VALLEY E PIANO MARSHALL – E’ ancora lui a finanziare i primi passi di William Hewlett ed Henry Packard, che nel garage di Palo Alto considerato luogo di nascita di Silicon Valley gettano le basi di HP, lavorando ad un oscilloscopio utilizzato per la sincronizzazione del film di Disney Fantasia. E’ lui che dopo la guerra agevola gli aiuti all’Italia del Piano Marshall, con prestiti senza interesse. Quando muore, nel 1949 a 79 anni, la sua Bank of America è diventata la prima al mondo. Avrebbe potuto essere miliardario, il suo patrimonio viene invece valutato meno di 500mila dollari. Per anni non aveva voluto stipendio. E quando si era ritrovato a sorpresa una gratifica da un milione e mezzo, l’aveva girata subito alla University of California. “La smania di danaro è  una brutta cosa. Non ho mai avuto quel problema”, disse una volta lui, che a sette anni aveva visto uccidere il padre, dopo un litigio per un dollaro. “A.P Giannini fondò la Bank of Italy a San Francisco nel 1904 per ‘servire le necessita’ degli altri, unico business legittimo oggi nel mondo’. La sua devozione a questa lungimirante filosofia rivoluziono’ il volto dell’attivita’ bancaria e lui visse per vedere la sua ‘banca per gli amici semplici’ diventare Bank of America. La più grande banca del mondo”, dice una scritta all’ingresso del grattacielo Bank of America a San Francisco. “Alla sua filosofia di servizio per tutti, sono dedicati questo edificio e tutte le persone che hanno lavorato per la banca che lui ha ispirato“.

Eusebio Chini, gesuita e scienziato trentino del Seicento, padre dell’Arizona tra gli indiani Pima

La sua statua e’ esposta in Campidoglio a Washington. Ma pochi sanno che Eusebio Kino (1645-1711), gesuita, scienziato ed evangelizzatore fra Seicento e Settecento tra gli indiani Pima dell’Arizona, si chiamava in realta’ Eusebio Francesco Chini, era nato in Trentino e fu straordinario uomo di pace e di cultura. Per ricordarlo, il 10 gennaio 2016 è stata celebrato il Kino Legacy Day al Tumacacori National Historical Park MISSIONARIO ED ESPLORATORE – “Eusebio Francesco Chini fu il più caratteristico pioniere e missionario di tutto il Nord-America: esploratore, astronomo, cartografo, Costruttore di missioni e di fattorie, grande allevatore di bestiame e difensore delle frontiere. La sua vita non è solo quella di un individuo eccezionale: essa illumina la storia della cultura di gran parte dell’emisfero occidentale nella stagione pionieristica”, scrisse negli anni Trenta Herbert Eugene Bolton, tra i piu’ eminenti studiosi di storia ispano-americana. DALLA VAL DI NON AL MESSICO – Nato a Segno (Val di Non) nel 1645, erede di nobili proprietari terrieri, Eusebio Chini dopo gli studi si fece gesuita e prese il secondo nome di Francesco, dopo il voto fatto a San Francesco Saverio per una gravissima malattia contratta da ragazzo da cui guarì quasi miracolosamente. A vent’anni entrò nella Compagnia di Gesu’, con la speranza di essere mandato in Cina. Fini’ invece in Nuova Spagna, il Messico, dove arrivo’ nel 1681 dopo un viaggio di tre anni durante il quale perfeziono’ la preparazione scientifica che aveva maturato in universita’ tedesche.Cambiato in Kino il suo cognome originale (che in inglese veniva letto piu’ o meno come “cinese”), partecipo’ a tre viaggi di evangelizzazione nella Bassa California, che per primo accerto’ essere una penisola e non un’isola come si credeva all’epoca. Fu il primo impatto con gli indiani a convincerlo che l’approccio rozzo e militare degli spagnoli era sbagliato. Di li’ l’idea del suo grande piano missionario di trasformazione religiosa e civile, che sviluppo’ dal 1687 partendo dallo stato di Sonora (all’epoca Pimeria Alta), confinante con la California, per evitare i massacri commessi nel secolo precedente con Maya e Aztechi. PADRE A CAVALLO – Chini mirava a una conquista pacifica, senza l’uso delle armi, attraverso i religiosi e gli stessi indio. Voleva che le missioni fossero collegate ad attività economiche, che le rendessero indipendenti. Cambiò gli indiani Imeri, Sobaipuri, Pápago, Gila, Pima in popolazioni di agricoltori e allevatori, facendo importare dall’Europa grano, svariate colture e bestiame di ogni genere, trasformando presto le valli ricche di acqua si trasformarono in zone fertili, spesso saccheggiate dagli Apache, tribù nomadi più violente, ai quali Chini non era mai giunto, obbligando i proprietari a difendersi. Predicava il Vangelo, spesso mediante un interprete. Dopo una sommaria istruzione battezzava i moribondi e i bambini. Formo’ una rete di comunità, che visitava regolarmente per istruzione, culto e animazione comunitaria, con tale frequenza da guadagnarsi il soprannome di “padre a cavallo”.In genere i suoi insegnamenti venivano accettati da popolazioni di cui difendeva strenuamente costumi e cultura, tollerandone anche alcuni eccessi. Chini si impegnò nella difesa della dignità degli Indiani di Sonora, opponendosi agli obblighi di lavoro nelle miniere d’argento che la monarchia spagnola imponeva loro. Questo gli causò diversi contrasti con gli altri missionari, molti dei quali agivano in accordo alle leggi imposte dalla Spagna ai nuovi territori. SCIENZIATO E CARTOGRAFO – Chini non smise mai di effettuare anche accurate rilevazioni scientifiche, che metteva poi a servizio degli indio e dell’organizzazione missionaria. Oltre alla riscoperta della peninsularità della bassa California (che dopo il 1622 era stata erroneamente ritenuta un’isola), raccolse moltissime osservazioni scientifiche, redasse innumerevoli mappe e preziose carte geografiche (di cui 32 accertate) che inviò anche in Europa. L’EREDITA’ – Considerato uno dei fondatori dell’Arizona, nel 1965 lo stato ha donato una statua bronzea di padre Chini al National Statuary Hall del Campidoglio degli Stati Uniti di Washington, luogo dove vengono ricordati i principali fondatori dei diversi stati americani. In onore di Eusebio Chini, due città messicane dello stato di Sonora portano il nome di Bahía Kino e di Magdalena de Kino. Come ricorda Cesare Marino, antropologo allo Smithsonian Institution tra i massimi esperti di nativi americani e amico di Italiani di Frontiera, il primo a fotografare, nell’Ottocento, le missioni fondate da Chini, come quelle di San Xavier del Bac e di Tumacacori, fu un altro italiano, Carlo Gentile, tra i protagonisti di Italiani di Frontiera. A padre Kino è dedicato un museo a Segno in Val di Non, suo paese natale, e  il Mausoleo di Magdalena de Kino, nel nord del Messico, nello stato di Sonora, dove si trovano molte delle missioni da lui fondate e dove negli anni Settanta furono ritrovati i suoi resti, ora ospitati nel mausoleo (qui sotto padre Kino  nel murale di Nereo De La Pena che orna il mausoleo).   Il profilo di Chini è illustrato nel sito dei Gesuiti,  fonte principale di questo post.

Ricercatori italiani “riscrivono” la storia delle origini degli indiani d’America

Uno studio internazionale guidato dai genetisti dell’Università di Pavia e pubblicato sulla rivista Current Biology, ha proposto una riscrittura della storia delle origini degli indiani d’America, sostenendo che i primi asiatici arrivarono in America non in un solo gruppo come creduto sinora ma da due diverse migrazioni. Qui l’articolo riportato da Yahoo dal notiziario AdnKronos. Secondo lo studio, Un gruppo sarebbe arrivato in America dall’attuale stretto di Bering seguendo la costa del Pacifico, arrivando dopo una decina di generazioni fino alla punta meridionale del Sud America. Un secondo, sempre dalla Beringia, sarebbe penetrato nel Nord America attraverso il corridoio di terra a est delle Montagne Rocciose tra i ghiacciai canadesi. Grazie per la segnalazione a Daniela Rota (sue le foto nel post su Costantino Beltrami).

Cento anni di Olivetti – Patrimonio ancora vivo, dice Laura, figlia di Adriano e presidente della Fondazione

“Non c’è solo il ricordo, se persone andate in America con Olivetti si sono poi affermate lì con aziende loro, grazie alle competenze acquisite con Olivetti. E se nel Canavese (la regione attorno ad Ivrea ndr) ancora oggi c’è un proliferare di aziende e imprese ad alta specializzazione, fondate da ex Olivetti con capacità e senso imprenditoriale acquisito in Olivetti”. Cosi’ Laura Olivetti, figlia di Adriano (con lui da bambina nella foto) e presidente della Fondazione intitolata al padre, ha ricordato in un’intervista a Reuters l’importanza dell’eredità Olivetti, nel centenario della fondazione della prima fabbrica a Ivrea (29 ottobre 1908) da parte del nonno Camillo. Quel che ‘ rimasto, dice, è più del ricordo di un’impresa fuori dagli schemi, a suo modo unica in Italia. E’ un patrimonio di intraprendenza e spirito creativo che prosegue ancor oggi, su frontiere avanzate in Italia e all’estero. Attraverso i tanti manager, ingegneri e imprenditori di diverse imprese, che si formarono in Olivetti portandone con sè i valori. Ecco il testo dell’intervista, “Cento anni di Olivetti: un patrimonio ancora vivo, dice l’erede” realizzata per Reuters. MILANO (Reuters) – L’eredità Olivetti è più del ricordo di un’impresa fuori dagli schemi, a suo modo unica in Italia. E’ un patrimonio di intraprendenza e spirito creativo che prosegue ancor oggi, su frontiere avanzate in Italia e all’estero. Attraverso i tanti manager, ingegneri e imprenditori di diverse imprese, che si formarono in Olivetti portandone con sè i valori. E’ quanto afferma Laura Olivetti, figlia di Adriano, oggi presidente dell’omonima Fondazione (www.fondazioneadrianolivetti.it), nei giorni in cui si celebra con numerosi eventi il centenario dell’azienda, fondata il 29 ottobre 1908 da suo nonno Camillo a Ivrea e cresciuta col padre a livello internazionale. “Non c’è solo il ricordo, se persone andate in America con Olivetti si sono poi affermate lì con aziende loro, grazie alle competenze acquisite con Olivetti. E se nel Canavese (la regione attorno ad Ivrea ndr) ancora oggi c’è un proliferare di aziende e imprese ad alta specializzazione, fondate da ex Olivetti con capacità e senso imprenditoriale acquisito in Olivetti”, dice a Reuters la presidente della Fondazione. ORGANIZZAZIONE E LIBERTA’ DI PENSIERO Di quell’esperienza di integrazione tra fabbrica e territorio, business e ricerca, manodopera e artisti d’avanguardia, segnata dalla morte di Adriano Olivetti il 27 febbraio 1960, quando lei era bambina, Laura conserva anche suggestioni d’infanzia. “Vivere nella luce… era la realtà, per tutti i bambini che ruotavano attorno alla Olivetti. Avevano questi spazi tutti pieni di luce, dall’asilo alla fabbrica. Non c’erano posti dove non ci fosse la luce naturale…né senso di costrizione fisica e chi ci è passato lo ricorda benissimo: spazio e luce”, dice Laura Olivetti. Quasi una metafora, per un’azienda lanciata da un imprenditore illuminato, capace di circondarsi di alcuni dei migliori artisti dell’epoca. “Grande libertà di pensiero, anche se c’è da sfatare la leggenda che alla Olivetti a un certo livello tutti facessero quel che volevano…architetti, designer o scrittori facevano il loro mestiere secondo una regola. Liberi di usare la propria testa ma dando poi conto del proprio lavoro”, ricorda. A proposito di un’organizzazione che “funzionava alla perfezione non per degli spazi pindarici, ma per l’abilità (di mio padre) di individuare chi aveva le competenze per dare il meglio, saper mettere le persone giuste al posto giusto”. Una gloriosa storia aziendale di cui rievoca con amarezza l’epilogo, la scomparsa nel 2003 del marchio Olivetti dal listino di Piazza Affari, dopo la fusione per incorporazione nel 2003 di Telecom Italia in Olivetti. Anche se a pregiudicarne le sorti, dice, fu forse la cessione forzata, ancora nel 1964, della divisione elettronica alla General Electric, imposta, come ricorda il memoriale della Fondazione, da nuovi azionisti tra cui Fiat, Pirelli, Mediobanca, Imi e la Centrale. “Olivetti all’epoca era davvero all’avanguardia mondiale, l’ordine di cedere a GE era venuto chiaramente dall’America”, afferma Laura Olivetti. “LABORATORIO DELL’INTANGIBILE” PER RIPORTARE IL NOME OLIVETTI A IVREA Il centenario dell’azienda sarà occasione per riportare il nome Olivetti a Ivrea, con un progetto già presentato a enti locali e aziende hi-tech come Microsoft, dice la presidente della Fondazione. “Un tavolo per l’innovazione, un ‘laboratorio dell’intangibile’ che aiuti piccole e medie imprese a misurare e mettere a bilancio i loro di ‘capitali intangibili’, in base alle norme Ue”, spiega, facendo riferimento alle regole di Basilea 2 che impongono condizioni rigorose per la concessione di crediti, con una valutazione della reale consistenza aziendale molto difficile da certificare per imprese di alta specializzazione e piccole dimensioni. Proprio da Ivrea, ricorda ancora Laura, la Olivetti fece scuola in un campo oggi di grande attualità, la cosiddetta “social corporate responsability “. “Tra asili per i figli dei dipendenti e studi d’avanguardia sull’ergonomia in fabbrica, per tutelare la salute dei lavoratori, questo senso di responsabilità sociale non veniva imposto da regole imposte dall’esterno”, dice. “Era parte di un’idea d’impresa in cui il profitto non andava diviso solo tra gli azionisti ma andava ad aumentare il valore dell’impresa con sviluppo e ricerca, con benefici non solo per chi ci lavorava ma per tutta la comunità e il territorio, di cui la fabbrica era motore”.

Giorgio Pocaterra, un vicentino cowboy romantico del Novecento in Canada

Primi anni del Novecento, l’epopea del Far West negli Usa si è appena conclusa, ma l’ovest canadese è ancora selvaggio e scarsissimamente popolato. Un uomo bianco nella boscaglia ha appena tagliato alcuni tronchi per il suo ranch e si riposa preparandosi a fumare, quando si accorge di essere circondato da indiani, piu’ incuriositi che minacciosi. Reagisce con un sorriso offrendo loro del tabacco. La tensione si scioglie e se li fa amici. Scoprirà piu’ tardi che l’esclamazione con la quale loro avevano reagito, nella loro lingua significava “Questo bianco non ha paura di nulla!”. Quel rancher, nel profondo ovest canadese, era vicentino. Si chiamava Giorgio Pocaterra, nato il 22 settembre a Piovene Rocchette, paesino all’ingresso della Valdastico, nel 1882. Un’altra storia straordinaria di “Italindani” scoperta da Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution e partner di Italiani di Frontiera, che si ripromette di ricostruirla nei particolari. Rampollo di buona famiglia, dopo gli studi in Inghilterra Pocaterra seguì l’istinto d’avventura alimentato da ragazzo con le escursioni alpine con il Cai ed i romanzi di Emilio Salgari e James Finemore Cooper, alla conquista dell’ovest canadese. Cowboy romantico del Novecento, Pocaterra aprì un ranch che fu pioniere dell’agriturismo, per turisti di citta’. E visse a contatto profondo con gli indiani, con un rispetto ed un’ammirazione per la loro civiltà che forse mancava ai ranchers anglocanadesi. Figlio di un alto funzionario della fiorente industria laniera vicentina, dice Marino, Pocaterra crebbe seguendo il padre nelle escursioni montane ed eccellendo da studente negli sport, dal ciclsmo al calcio al rugby. Fu mandato a studiare a Berna, poi in Inghilterra a Bedford, Yorkshire. Ma il futuro nel settore tessile gli stava stretto. Così, affascinato dai libri letti sul Far West, per lui divenne decisivo l’incontro a Berna con un reverendo canadese della provincia di Manioba. Partì da Liverpool sbarcando in Nuova Scozia nel marzo 1903. Sognava l’Ovest ma con pochi soldi in tasca la vita fu durissima e arrivato nel Manitoba finì a spalare letame dei maiali. Ma senza cedere, puntoa verso le Montagne Rocciose e le raggiunse l’anno successivo, insediandosi in una casetta colonica ed avviando poi un vero ranch per l’allevamento . Ma non disdegnava escursioni nei territori circostanti dove pochi bianchi si avventuravano, E fu li’, ricorda Marino, il suo primo incontro con un gruppo di indiani Stoney, inizio di una profonda amicizia con i nativi americani, di cui apprese a fondo e con grande rispetto usi, costumi e lingue. Con loro andava a caccia e fu durante una battuta in un ambiente micidiale che salvo’ la vita a due figli di un capo, portandoli al sicuro. Guadagnandosi riconoscenza eterna, ed un nome indiano: Figlio della Montagna. Dopo anni Giorgio tornò in Italia, incontrando in un ristorante milanese una cantante lirica, Norma Piper, che veniva da Calgary e divenne sua moglie. Con lei tornò nell’ovest canadese, non senza difficoltà. Negli anni Cinquanta, ricorda ancora Marino, Pocaterra fu interprete per la troupe del regista Raoul Walsh che girava in quella regione “Saskatchewan” (1954) con Alan Ladd e Shelly Winters. Poi fece del suo “Buffalo Head Ranch” che gli è sopravvissuto, la meta di un’altra attività pionieristica: l’agriturismo, meta di facoltosi turisti di citta’ in cerca di emozioni nel selvaggio West. Pocatera morì il 12 marzo nel 1972. Non prima di aver registrato lunghe testimonianze orali sulla sua avventurosa vita, che si possono ascoltare ancor oggi in Rete, sul sito della comunità italiana dell’Alberta.

Roberto Crea intenta una causa sui diritti di uno storico brevetto biotech

Roberto Crea, pioniere delle biotecnologie oggi alla guida di Protelica, uno di protagonisti di Italiani di Frontiera (qui la sua prima intervista sul blog) ha annunciato nei giorni scorsi di aver intentato una causa legale al City Hope Medical Center di Duarte (California), per i diritti legati ad un brevetto al quale Crea ha dato alla fine degli anni Settanta un contributo fondamentale. In una nota, lo studio Carr&Ferrell, che rappresenta Crea, afferma che la causa riguarda royalties per centinaia di milioni di dollari ricevuti dal City of Hope da Genentech, colosso delle biotecnologie, in base ad un accordo per lo sfruttamento commerciale da parte dell’azienda di brevetti realizzati nel centro ricerche dell’ospedale. La vicenda legale riguarda il ruolo cruciale che Crea ha svolto negli esperimenti ritenuti la pietra miliare che ha di fatto inaugurato un settore oggi d’avanguardia come quello delle biotecnologie. Crea realizzo’ un particolare reagente che consenti la produzione di Dna artificiale introdotto in batteri poi utilizzati per la creazione di proteine umane, somatostatina e insulina artificiale, in un’epoca in cui si riteneva che questo non fosse possibile. Questi esperimenti realizzati al City of Hope Medical Center sfociarono in cinque brevetti acquisiti con un accordo da Genentech. Due di questi brevetti, dice Carr & Ferrell, riconoscono Crea come unico inventore, mentre altri tre, che hanno portato alla produzione di proteine umane, sono stati realizzati usando il reagente di Crea e sono stati attribuiti ai suoi colleghi Keiichi Itakura e Arthur Riggs. Secondo i documenti forniti al tribunale, in base all’accordo stipulato, Genentech, della quale Crea e’ stato primo direttore del settore Acidi Nucleici, avrebbe pagato al City of Hope Medical Center 700 milioni di dollari per i diritti di sfruttamento di questi brevetti, buona parte dei quali andati a Itakura e Riggs, escludendo Crea. “E’ un peccato che il pagamento di questi diritti sia stato suddiviso solo fra due dei tre inventori”, ha detto Crea. Secondo i documenti allegati alla causa, il reagente ideato da Crea sarebbe stato fondamentale non solo per la produzione di somatostatina ed insulina ma anche per quella di dozzine di altri prodotti realizzati da Genentech ed altre societa’ biotech, aprendo la strada al settore delle biotecnologie.

Enzo Torresi pioniere dell’hi tech: Olivetti a Silicon Valley, storia appassionante e amara

Alle origini della presenza italiana nel cuore delll’hi tech mondiale, mentre Silicon Valley stava diventando tale. Il contributo eccezionale e’ di Enzo Torresi, oggi partner fondatore di EuroFund, societa’ di venture capital, pioniere e memoria storica dell’ingegno made in Italy  oltreoceano. Che per Italiani di Frontiera ha rievocato la vicenda della presenza Olivetti a Silicon Valley, coincisacon la prima parte della sua straordinaria carriera. Storia appassionante, di intuizioni, grandi professionisti, sviluppo internazionale. Una storia purtroppo con un epilogo amaro. DALLA SICILIA A TORINO – Siciliano di origine, mi laureai a Torino nel 1969. In quel periodo c’era molta crescita e molti meno laureati in elettronica. Eravamo pochissimi, io ebbi 23 offerte di lavoro appena laureato. Il Politecnico forniva i nostri nomi a tutte le aziende: Olivetti Siemens, Telettra e Fiat, quelli che avevano una componente elettrotecnica… Andai subito a lavorare a Ivrea. Avevo lavorato negli ultimi due anni di Universita’ con una societa’ che faceva brevetti. Avevo perso mio padre a 24 anni ed ero l’unico che poteva fare qualcosa per la famiglia. Accelerai moltissimo il numero di esami per laurearmi il prima possibile… Questo torinese che mi dava il lavoro, quando mi arrivo’ l’offerta dell’Olivetti disse che l’avrebbe raddoppiata purche’ restassi con lui. Io lo mandai a quel paese, perche’ aveva dimostrato quanto poco mi avesse pagato sino ad allora. Studiavo, poi lavoravo di pomeriggio e fine a notte tarda per 120.000 lire al mese. INGRESSO ALL’OLIVETTI – L’Olivetti me ne offri’ 220.000. Io mi trasferii a Ivrea e qui avvenne una cosa molto strana. Il mio capo a Ivrea era un americano della Xerox, che Olivetti aveva assunto come capo della ricerca. A Ivrea aveva 400 persone, altre 40 nel New Jersey, a Tenafly. Questo americano Phd era un radioamatore. Io ero cinque livelli sotto di lui e un giorno per caso ci incontrammo in un corridoio e  gli dissi che ero radioamatore come lui, Guardando nei nostri registri trovammo le rispettive sigle: ci eravamo gia’ parlati senza sapere chi fossimo. Questo piccolo evento risulto’ molto importante per la mia carriera, perche’ lui mi favori’ molto. “Dottor Torresi, io la portero’ nel mio laboratorio nel New Jersey che e’ molto importante perche’ penso che qui sarebbe sprecato…“, mi diceva. COINCIDENZA FORTUNATA NEGLI USA – A quei tempi a Ivrea in mille facevano progettazione, in 400 facevamo ricerca. Resistetti li’ dieci mesi, dopo di che lui mi mise su un aereo mandandomi con una scusa all’Universita’ del Rhode Island, dove feci un corso di due mesi post graduate sulla fisica dei dispaly a cristali liquidi. In due mesi di Kingston mi resi conto che quel che volevo fare io era negli Stati Uniti. Lui alla fine di questa permanenza mi mando’ nel laboratorio del New Jersey, dove avvenne un altro caso fortuito. Il capo dei capi della ricerca e sviluppo, ingegner Perotto venne negli Usa per approvare il budget 1971. E io mi trovavo li’ in queste due settimane di permanenza… Io avevo lavorato per un po’ con i colleghi americani per fare una dimostrazione di questo display, uno schermo sul quale dovevamo far apparire inumeri di una calcolatrice elettronica. In questa riunione in cui presentavamo il nuovo prodotto del gruppo di ricerca mi disse: “Per sbrigarci perche’ non me lo racconta lei cosa state facendo, invece di questi americani, che ho dfficolta’ a capire cosa dicono?“. Io feci tutta la presentazione, poi la dimostrazione, l’indomani lui prima mi partire mi disse: “Sa, tutti stanno pensando di farla venire in questo laboratorio ad aiutarli in questo progetto dei  cristalli liquidi perche’ ha fatto buona impressione a tutti“. Tornai a Ivrea e raccattai tutto… avevo un figlio di un mese, Marco, ero appena sposato. E nel dicembre 1970 mi trasferii permanentemente in America.  Non so se sia stata una fuga dei cervelli ma di fatto io mi dissi con mia moglie che sarei stato infelice a Ivrea e volevo cogliere questa opportunita’ che mi si presentava. TEST PREVENTIVI SUI CHIP USA – Dopo due anni di lavoro, Olivetti vendette questi brevetti a Timex e Motorola. Il gruppo americano venne sciolto e io corsi il rischio di tornare in Italia.  Ma in quel periodo  in California stavano nascendo diverse aziende di semiconduttori: Intel, Motorola, Texas Instruments…. Io proposi di fare di mestiere il residente Olivetti presso queste societa’ di semiconduttori, con cui stavamo stabilendo importanti rapporti per trasformare in elettroniche macchine da scrivere e calcolatrici che allora Olivetti faceva con lamiere stampate. Tutti concordarono che ci fosse bisogno di una persona negli Usa. All’inizio mi diedero un ufficio a New York, da dove dovevo fare il pendolare con San Francisco. Dopo un mese mi trasferirono  a Mountain View,  dove affittarono un appartamento. Io avevo tre uffici dedicati: uno a Intel, uno alla  National Semiconductors e uno alla Texas Instruments. Era il 1973. Dopo due anni, tutti consideravano positivamente il mio esempio. All’epoca all’Olivetti, prima dell’arrivo di Carlo De Benedetti, c’erano Marisa Bellisario e l’ingegner Ottorino Beltrami. Ci fu un successo di progettazione alla Fairchild, che fece un chip  molto grande tutto in silicio, che sostituiva tutte le componenti meccaniche di una calcolatrice, rispetto alle vecchie macchine elettromeccaniche. Olivetti mise in produzione questa macchina, tutti parlavano di questa idea di mandare un residente presso queste aziende e mi diedero carta bianca per fare altre attivita’. SCONTRI CON INTEL – Olivetti stava iniziando a comprare grandi quantita’ di prodotti, memorie statiche da Intel soprattutto, e da Texas Instruments. Io proposi di fare un laboratorio per collaudare tutti i semiconduttori che partivano da Silicon Valley per Ivrea, come avevamo fatto in un primo test. Mi dissero ok e fecero fare un investimento di 500.000 dollari di allora per comprare due grosse macchine di collaudo dei semiconduttori. A questo punto, il gruppo divenne di venticinque persone. Il nostro mestiere era quello di confrontare i risultati dei test con le specifiche tecniche dei prodotti di Ivrea. Quindi (se risultavano incompatibilita’) potevamo anche rifiutare una spedizione. Cosa che io feci un paio di volte, con Intel, suscitando reazioni risentite e quasi grane diplomatiche. Ma se il chip di memoria che ci consegnavano non passavano lo screening di Cupertino, veniva rigettato. Per Olivetti questo fu un grosso risparmio: in tempi normali si sarebbero accorti di incompatibilita’  solo quando il chip era gia’ arrivato a Ivrea, e Intel poi rifiutava di riconoscere vi fossero problemi, scaricando la responsabilita’ sui tecnici di  Ivrea… cosi’ invece noi controllavamo e dicevamo loro: venite a vedere il test di Cupertino, dieci minuti di macchina e vi

Prima di Silicon Valley: Frederick Marrazzo racconta gli italiani di ieri

Quando Palo Alto e dintorni non erano ancora Silicon Valley ma un giardino fertilissimo, che forniva frutta e verdura a mezza America, gli immigrati italiani furono protagonisti del suo straordinario sviluppo agricolo. Interi gruppi di famiglie trapiantati in una zona che ricordava per clima e geografia il loro Belpaese. Valori forti e forte voglia di riscatto sociale, dalla miseria della madrepatria e dalle discriminazioni del Nuovo Mondo. Di questo parla “Italians in the Santa Clara Valley”, bellissimo libro di memorie e immagini di Frederick W. Marrazzo , giovane storico e giornalista di origine italiana. Con Italiani di Frontiera Frederick ha parlato del suo lavoro di ricerca, che continua fra video e interviste. Qui il video di YouTube. PRIMI ITALIANI DELLA BAY AREA – I primi italiani arrivati nella Bay Area sono stati probabilmente i missionari gesuiti, alcuni individualmente, dal 1840 in modo piu’ sistematico, importanti per lo sviluppo dell’educazione e della scienza. Ne ha parlato un libro pubblicato a Stanford lo scorso anno IMMIGRATI – Gli immigrati sono arrivati sulla scia della corsa all’oro attorno al 1850. Magari non facevano i cercatori ma si occupavano di servizi per i cercatori, dai negozi ai ristoranti. Questi primi italiani erano in prevalenza di origine settentrionale ed abbastanza facoltosi da tentare di avviare una piccola impresa in proprio. Le vere grandi ondate di immigrazione sono pero’ arrivate tra 1880 e 1920, da tutte le parti d’Italia ma in prevalenza da Genova e Milano. Della comunita’ italiana a San Francisco, il 70% proveniva dal Settentrione. Emigrati che con l’ascesa di Mussolini al potere furono sostenitori del fascismo. PRIMA DI SILICON VALLEY – Chi si stabiliva nella valle di Santa Clara, che comprende Palo Alto e l’attuale Silicon Valley, era attratto soprattutto dalle possibilita’ offerte dall’agricoltura, con una terra ed un clima che ricordavano l’Italia. La viticoltura fu iniziata dai francesi ma a svilupparla, dal 1890, furono gli italiani. Che facevano ogni tipo di lavoro: lattonieri, tornitori, spazzini, autisti, erano una forza lavoro. E furono la manodopera per eccellenza, soprattutto nell’industria conserviera, frutta e verdura in scatola, dal 1890 sino a dopo la seconda guerra mondiale, quando molti posti di operaio furono lasciati ai nuovi immigrati, i messicani. Fu uno sviluppo in alcune zone “a clan”, cioe’ famiglie o gruppi di compaesani concentrati in un’area. Come i Locatelli di Bergamo a Santa Cruz, per loro simile alla loro citta’. O la famiglia calabrese dei Filice a Gilroy, diventata capitale della coltivazione d’aglio e sede del Garlic Festival, fondato Rudy Melone, figura di grande educatore. Oppure le famiglie di Trabia paesino del Palermitano, trapiantate in blocco nella contea di Santa Clara. Agli italiani la valle ricordava i loro i villaggi in Italia, per il paesaggio ed il clima mite… fu il passaparola a spingere molti italiani dalla costa est molto piu’ urbanizzata a venire qui: “Andate a ovest”…, forse volevano anche uscire dai ghetti di Little Italy. E forse per questa situazione diversa non c’e’ stato qui un grosso sviluppo di mafia, solo alcun bande criminali ma non cosi’ radicate come a est. I PRESTITI DI GIANNINI – Molti italiani furono abbastanza intelligenti da comprare la terra da lavorare quando costava poco. E Amadeo P. Giannini, banchiere di origine italiana nato a San Jose’, che fu tra i fondatori di Bank of America, ebbe un importante ruolo, concedendo crediti per acquistare terreni. Che gli italiani comprarono per coltivarli. Non pensavano certo che sarebbero diventati un investimento. DISCRIMINAZIONI E STEREOTIPI – Non era facile per gli italiani, che erano oggetto di discriminazioni. E durante la seconda guerra mondiale la situazione e’ diventata ancora piu’ dura. C’erano restrizioni, assurde: una legge impose che gli italiani non potessero vivere a meno di cinque miglia dalla costa, non potessero possedere radio ne’ segnalatori luminosi… una paranoia: si aspettavano forse potessero aiutare uno sbarco di Mussolini sulle coste del Pacifico? Ci furono anche internamenti, di cui pochi sanno. Un dramma dimenticato, al quale Lawrence DiStasi, (storico di origine italiana che ho intervistato nel mio programma tv Cronaca) ha dedicato un libro, “Una storia segreta”. La propaganda di guerra invitava a non parlare “le lingue dei nemici” e questi sono forse stati shock che hanno spinto molti immigrati a rinnegare le proprie origini, a non insegnare ai figli l’italiano e magari nemmeno la storia di famiglia. C’e’ stata una frattura col proprio passato. Forse ancor oggi molti non si vogliono mescolare a quello che dell’Italia conoscono solo attraverso stereotipi, su malavita e famiglie mafiose, come nei telefilm dei Sopranos. Che non sono il modo migliore per conoscere le proprie origini. Ed e’ per questo motivo che ho scritto questo libro… CONTRIBUTO ITALIANO ALL’AMERICA – Durante la seconda guerra mondiale, proprio gli italoamericani sono stati il maggior gruppo etnico, come contributo di uomini al fronte. Nel dopoguerra, con il baby boom ed il consumismo, gli italiani si sono integrati di piu’, volevano diventare americani a tutti gli effetti. Nel boom sono stati protagonisti nel mondo dell’edilizia, con grandi imprese di costruzioni come De Mattei Construction, Nibbi Brothers, Sovrato Deveplopment, Ferma Corporaton dei fratelli Ferrari. E mentre ad occupare molti dei posti piu’ umili, nelle imprese di pulizie e nei cantieri, sono arrivati i nuovi immigrati, i messicani, molti italiani sono arrivati al successo, come professionisti, medici, artisti a Hollywood… Ma sono rimasti molto frammentati, come il loro Paese d’origine… non rappresentano ad esempio una forza come gruppo di pressione o di opinione, a differenza di altre etnie. Cosa sarebbe la California senza i prodotti introdotti dagli italiani? Aglio, broccoli, le alici, lo sviluppo dei pomodori, il vino diventato con loro un’industria… Molti di questi prodotti oggi vengono dalla valle di Fresno, a sud di San Jose’. Qui nella valle di Santa Clara orti e frutteti sono diventati Silicon Valley. E anche l’ultima industria dell’inscatolamento, la Del Monte, e’ stata chiusa nel 1999 e spostata a Fresno. Ma gli italiani hanno dato alla California molto piu’ del loro prodotti agricoli e degli edifici che hanno costruito: hanno dato soprattutto i loro valori ed

New Orleans 1891: undici siciliani linciati. Una strage da non dimenticare

L’anniversario e’ passato da poco. Era il 14 marzo 1891, a New Orleans undici immigrati italiani, siciliani, furono linciati dal folla, con un’irruzione nella prigione in cui erano detenuti, sulla scia della fuoriosa reazione ad un processo che non era riuscito a individuare i responsabili dell’uccisione del capo della polizia. Fu la piu’ grave strage del genere che vide vittime immigrati italiani negli Stati Uniti e porto’ persino ad una breve interruzione dei rapporti diplomatici fra i due Paesi. E di immigrazione Italiani di Frontiera parlera’ in un prossimo post, dopo l’incontro con Frederick W. Marazzo, giovane storico di origini italiane, autore del recente “Italians in the Santa Clara Valley” (Arcadia Publishing) che ripercorre le tappe dell’insediamento di italiani nella zona della California che comprende oggi Silicon Valley. Intanto, per non dimenticare la strage di New Orleans e le sue vittime, e ricordare che che anche l’emigrazione italiana negli Usa ha conosciuto pagine drammatiche, ecco un po’ di link. Un documentario Rai di La Grande Storia ha ricostruito lo scorso anno l’episodio, mentre un articolo di Repubblica ne ha rievocato il clima. Infine il link al sito di L’Orda (Quando gli albanesi eravamo noi), libro Rizzoli di Gian Antonio Stella, bravo giornalista del Corriere della Sera, diventato progetto multimediale (oltre al  sito uno spettacolo teatrale con musica). Tra cronache, statistiche e vignette, un testo assolutamente indispensabile, per una riflessione fuori dagli stereotipi sull’emigrazione, ieri dall’Italia, oggi in Italia. Si comincia a leggerlo pensando sia utile conoscere le storie degli italiani emigranti, per capire meglio gli immigrati che arrivano oggi in Italia. Un po’ alla volta, ci si rende conto che occorre conoscere piu’ a fondo gli immigrati di oggi, da dove vengono e le loro storie, per capire chi siamo davvero noi italiani e da dove veniamo… L’episodio di New Orleans e’ stato anche rievocato in un film tv del 1999, Vendetta, protagonista Christopher Walken.