Augusto Marietti startupper di successo a Silicon Valley con Kong (già Mashape)
Augusto Marietti, “Golden Boy” dei giovani imprenditori italiani a Silicon Valley
Augusto Marietti, “Golden Boy” dei giovani imprenditori italiani a Silicon Valley
Un esempio per molti giovani di talento, Michele d’Alena, esperto di comunicazione e marketing in Rete, amico di IdF, che realizzando Italoblog ha avviato una interessante attività imprenditoriale, costruita su passione e competenze nel web. Il suo sito infatti è diventato il punto di riferimento per l’intraprendente comunità di aziende italiane attive in Slovacchia. Michele, che oggi sta lavorando ad un progetto analogo per un altro Paese del centro Europa, ha fatto a lungo la spola tra Bologna e Bratislava. E in questo video spiega benissimo come l’online non debba essere per forza un mondo a parte per smanettatori ma possa invece esaltare al meglio le potenzialità dell’economia offline, diffondendo informazioni e creando soprattutto una rete interattiva, tra chi magari si muove come imprenditore in terra straniera. Grande motivo d’orgoglio, quando ha confessato di aver mosso i primi passi su questa strada monitorando le iniziative analoghe presenti in Rete, trovando ispirazione proprio in Italiani di Frontiera… grazie Michele!
“Non sono mai stato sicuro che la morale della storia di Icaro sia quella generalmente accettata, non tentare di volare troppo alto, potrebbe anche essere: dimentica cera e piume e fai di meglio con le ali”. Con le parole di Stanley Kubrick, da Italiani di Frontiera un buon inizio d’anno, con l’augurio a tutti di riuscire a trovare nel 2012 le ali adatte per spiccare il volo. Con la convinzione che serva a guardare più lontano. E che le frontiere da superare siano quasi tutte nelle nostre teste. (Per i curiosi ed i patiti di cinema, la citazione viene dal discorso di ringraziamento pronunciato in video da Kubrick ricevendo il premio DW Griffith).
Un archivio personalizzato online dei login, per dissolvere l’incubo delle password e facilitare la navigazione sicura. L’idea di Passpack, lanciata in Italia e ora in fase di avanzata crescita a Silicon Valley, è la storia di fine anno di Italiani di Frontiera, raccontata da Francesco Sullo e Tara Kelly in questa intervista e video per Forbes. Un business per tutti gli utenti, particolarmente utile però al mondo delle piccole imprese. Un’idea che è valsa ai due dinamici imprenditori una nomination ai premi TechCrunch Europas e un posto tra i finalisti di Mind the Bridge 2009. Incontrati lo scorso settembre all’Italian Start Up Day all’Istituto italiano di Cultura a San Francisco, durante il primo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, Tara e Francesco parlano anche d’altro. Di come si rafforza un business online con un’infaticabile attività di web evangelist (Tara). Di come l’esperienza di hacker diventi preziosa per occuparsi poi di sicurezza. Anche quando, scoprendo di lavorare in un’azienda che si comporta slealmente con i propri clienti, si decide di tutelare gli utenti con una rischiosa attività: far filtrare notizie segrete in stile Wikileaks, a scapito dei malintenzionati manager che lavorano al proprio fianco. Come ha fatto Francesco.
Venti minuti fitti di storie e riflessioni, alla vigilia di Natale. Per raccontare alla radio Italiani di Frontiera, i suoi protagonisti, i valori che persegue. Sintetizzati nel manifesto Tornare a Sognare per una Nuova Italia. Davvero una grande occasione, quella offerta a IdF da Sergio Nava, amico e giornalista di Radio24, dove conduce la trasmissione Giovani Talenti, che sabato 24 dicembre ha dedicato una puntata speciale natalizia proprio a Italiani d Frontiera. Abbiamo parlato di amici vecchi e nuovi: Federico Faggin, Roberto Crea, Marco Marinucci, Fabrizio Capobianco Augusto Marietti, Elena Favilli… e Vincenzo Di Nicola (ideatore di Pago), la cui intervista uscirà a giorni su IdF. Raccontando anche la storia ricca d’ispirazione di Amadeo Peter Giannini, banchiere visionario, fondatore di Bank of America. I riscontri sono stati ottimi, grazie a tutti per i commenti positivi. Qui l’audio Mp3 dello speciale natalizio Italiani d Frontiera di Radio24. Un grazie speciale a Sergio Nava, davvero bravissimo. I temi trattati dai nostri progetti e della trasmissione natalizia sono in sintonia con quelli proposti dall’associazione ITalents, nata da poco, di cui sono stato tra i fondatori con un gruppo di preziosi amici: scommettere sul ponte fra talenti italiani in patria e all’estero. Scambi di conoscenze e idee, per rinnovare l’Italia. E fare squadra.
Niente domande su Babbo Natale per favore. Anche se lei abita e lavora in Lapponia. Luisa Trojanis è stata ospite di un evento organizzato da Italiani di Frontiera a Milano lo scorso settembre, “Business creativo con il social network”, nell’ambito della Social Media Week. Ne abbiamo approfittato per una chiacchierata con videointervista al parco, sotto il sole, habitat un po’ diverso dal quello della Lapponia svedese dove ha deciso di trasferirsi. Diventando imprenditrice turistica con Redfox Adventure. Un business, da un paesino di 22 anime, lanciato online grazie ad una intelligente strategia di comunicazione, che in particolare su Facebook ha dato notorietà a Luisa (le interviste non si contano) trasformando in star del web il suo cane Ginger, un Siberian husky. Dietro, oltre a belle foto, passione per la natura e intuizioni da imprenditrice “di frontiera”, una tenacia e una determinazione impressionanti, che hanno fatto decidere a Luisa di lasciare uno degli angoli più dolci del Paese, la sua Val d’Orcia, per trasferirsi in un ambiente estremo, dove la temperatura può scendere a meno 40°… Grinta, voglia di mettersi alla prova in difficili sfide, doti di cui oggi in Italia oggi c’è proprio bisogno, per immaginare un futuro fuori dalla crisi, non solo finanziaria, pure culturale. Quel che fa imbestialire Luisa sono gli sterotipi, sulla Lapponia in cui vive. Che sia una regione della Finlandia (mentre lei vive in Svezia), o la terra di Babbo Natale. Per questo il post lo pubblico ora in clima natalizio. Uno scherzetto a Luisa… Qui il post con il video, in inglese, per Forbes.
Per approdare a Silicon Valley, il periodo d’incubazione a volte può passare… per il divano di una casa nella Bay Area. Magari quella di Antonella Caporello e Silvano Gai, già docente del Politecnico di Torino, poi manager di successo a Cisco. Oggi Antonella e Silvano vivono nei pressi di Yosemite Park ma il loro mettere radici in California, dove sono arrivati una quindicina di anni fa, è stato prezioso per decine di giovani di talento, molti allievi di Silvano al Politecnico, che il grande salto, arrivando a Silicon Valley, l’hanno realizzato grazie a questi due straordinari… “incubatori seriali”. Antonella e Silvano infatti hanno creato opportunità ed ospitato nei primi giorni molti di questi giovani oggi affermati nelle aziende hi tech californiane, aiutandoli ad ambientarsi ed a capire un mondo così diverso. Tra loro anche Loris Degioanni, incontrato da Italiani di Frontiera il mese scorso a Mind The Bridge. Una vicenda singolare, che Antonella ha da poco raccontato in un bel libro, “Una CInquecento rossa in California”, reperibile su Lulu.com . Incontrati alla vigilia dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, Antonella e Silvano hanno rievocato in una videointervista la loro esperienza, con molte preziose riflessioni.
Era talmente convinto di se stesso e del suo essere controcorrente, che Steve Jobs inizialmente rifiutò le cure tradizionali per il suo tumore, affidandosi alla medicina alternativa. Questo potrebbe essergli stato fatale. E’ quanto afferma uno dei suoi più stretti amici e colleghi, come riportato in un servizio della BBC comparso oggi sul sito online della rete britannica. “Steve era una persona non convenzionale e quando è stato il momento di curare la sua malattia è stato molto felice di usare metodi non tradizionali”, afferma Avie Tevanian, già capo progettista software ad Apple. “Penso che lui credesse davvero di potersi curare con sistemi alternativi”. Tevanian afferma che molte persone vicine a Jobs, compresi lui stesso e la moglie, avevano cercato di convincerlo che forse avrebbe potuto sottoporsi ad un intervento chirurgico, senza riuscirci. “Era il tipo di persona che poteva convincersi di cose che non erano necessariamente vere o necessariamente semplici, e forse pensare semplicemente è il modo migliore… questo ha sempre funzionato per progettare i suoi prodotti, quando poteva andare dalle persone e chieder loro di fare qualcosa che loro pensavano fosse impossibile”. Ma Jobs insisteva nel richiedere l’impossibile e spesso lo otteneva, dice ancora Tevanian. Che ricorda di aver pensato che Jobs si sarebbe ritirato prima per curarsi. Mentre avvene l’opposto: iniziò a lavorare più duramente. “E’ come se spesse che il suo tempo era limitato. E c’era ancora molto che voleva fosse fatto”. La BBC ricorda che Jobs parlò pubblicamente del suo tumore solo nel 2004, quando accettò di farsi operare. E che al suo biografo Walter Isaacson confessò che quel ritardo era stato un errore. “Avrei dovuto farlo prima”. Steve Jobs, morto lo scorso 5 ottobre a 56 anni, si era ritirato per motivi di salute solo nel gennaio di quest’anno. Su Steve Jobs in Italiani di Frontiera, una riflessione sul suo ruolo di imprenditore, in occasione della sua morte, la singolare esperienza con Jobs di Enza Sebastiani, videomaker ad Apple.
Ci sono giornalisti che scrivono di Esteri su grandi quotidiani specializzandosi come… “inviati nel lavoro altrui”: pezzi copiati interamente da giornali stranieri, citando la fonte al massimo in una riga. E continuano impuniti, malgrado Internet consenta facilmente di smascherarli. Altri che fanno gli inviati in grandi hotel, con cospicue note spese e interpellando tutt’al più qualche tassista. Altri ancora che senza schiodarsi dalla redazione hanno già un’idea preconcetta dello scenario di un Paese lontano. E se il reporter che sta sul posto, magari rischiando in una piazza calda, racconta una realtà diversa… la ignorano, perchè a loro non interessa conoscere la realtà ma cercare solo conferme a quel che hanno in testa. Ma ce ne sono tanti altri coraggiosi, appassionati, capaci di muoversi con gli occhi aperti, lontano dai riflettori. Pronti a stupirsi e a raccontare con attenzione quel che hanno scoperto anche quando è assai diverso da quel che si aspettavano. E’ il loro lavoro ad aiutarci a capire il mondo, a crescere, con consapevolezza fuori dagli stereotipi. Antonella Appiano che oggi lavora per la testata online L’Indro, è una di questi giornalisti “di Frontiera”. Lunga carriera in quotidiani e tv, poi nel web, mesi fa ha deciso di partire da sola alla volta della Siria, poco prima che il Paese, sulla scia delle rivolte della primavera araba, si trasformasse in uno scenario incandescente, vietato ai giornalisti stranieri. Lei ha continuato a lavorare, raccontare e inviare di nascosto i proprie pezzi. Raccolti oggi in un libro uscito da poco, “Clandestina a Damasco– Cronache da un Paese sull’orolo della guerra civile” (Castelvecchi), storia di “quattro mesi nella Siria vietata ai giornalisti stranieri, false identità e travestimenti per sfuggire alla censura e raccontare in esclusiva la repressione del regime di Assad”. Un mosaico di straordinario valore. Su come si guarda il mondo in evoluzione, come si fa il mestiere di giornalista. – Decidere di andare per mesi da sola in un Paese mediorientale sotto pressione, vietato ai giornalisti, mentre si susseguivano le rivoluzioni in Nordafrica… come è nata questa idea un po’ folle? “Non la definirei un’idea folle. Prima di tutto quando sono arrivata in Siria, il 7 marzo 2011, il Paese era tranquillo. Certo l’area nordafricana era ‘calda’ , dopo le rivolte in Tunisia e in Egitto. E per una giornalista specializzata in Medio Oriente, il momento storico avrebbe potuto rivelarsi interessante anche per la Siria. In secondo luogo, molto banalmente, avevo deciso di riprendere gli studi della lingua araba e per motivi di lavoro, ho approfittato di un momento favorevole. In più conoscevo molto bene la Siria, la sua storia, la sua cultura, i luoghi, le caratteristiche religiose, settarie. E avevo contatti ed amici. – Quali i preconcetti di cui bisogna liberarsi, per affrontare un’avventura del genere? “Amare il viaggio, la conoscenza di altre culture, stili di vita. Amare lo “spaesamento”, essere in grado di evitare le comode routine, i percorsi definiti. Sapersi adattare e mettersi alle prova. Ma io non ho dovuto liberarmi di preconcetti. Come scrivo nel mio blog www.conbagaglioleggero.com io mi definisco una giornalista nomade alla ricerca dell’’altrove’”. – Occorre mettersi in gioco non poco, per affrontare da soli situazioni impreviste. Qual è stata la cosa più difficile? “In Siria, da quando sono scoppiate le prime rivolte e i giornalisti stranieri sono stati allontanati e poi espulsi dal Paese, ogni situazione è diventata un imprevisto’. Ero entrata con un semplice visto turistico e quindi dovevo lavorare “camuffando” la mia vera identità. Cercare informazioni senza insospettire e senza mettere in pericolo nessuno. Guadagnarmi la fiducia della gente. Lottare con le connessioni Internet capricciose, valutare in una manciata di secondi se una proposta di contatto poteva invece rivelarsi una trappola”. – Buttandosi, rischiando… ci sono opportunità impensabili, scoperte, cose che vanno meglio di ogni previsione? “Certo. Ma solo se si è consapevoli del rischio. La conoscenza è alla base di tutto. I colpi di testa sono inutili e controproducenti”. – Come usare mezzi di comunicazione, inviare pezzi e andare in Rete in un Paese repressivo? “E’ importante non girare con il pc per il Paese, cancellare tutto il materiale, di volta in volta. Nel mio caso, le connessioni a Internet spesso erano difficoltose. Mi è capitato di non potermi collegare per ore. Allora cambiavo zona, cercavo un Internet Point o un wireless café nei quartieri più eleganti della capitale. A volte mandavo il pezzo in ritardo, magari in piena notte, ma sono sempre riuscita a farlo”. – E nella vita di tutti i giorni, come ci si muove per raccogliere notizie senza dare nell’occhio? “Bisogna vivere fra la gente del posto e non fra gli stranieri. Abitare in una casa come la loro. Mangiare lo stesso cibo, andare negli stessi locali. Al mercato a fare la spesa. Non restare chiusi in aree privilegiate, isolate. Saper ascoltare”. – C’è stato un momento di forte tensione in cui hai dovuto davvero rischiare molto? “Quando ho deciso di partecipare a una manifestazione, per vedere con i miei occhi. Il piano era ben preparato ma esistevano rischi inevitabili. Di essere scoperta dalla polizia e soprattutto, durante la manifestazione, come racconto nel libro, di essere colpita da una pallottola”. – A volte chi sta in redazione non capisce le difficoltà di chi è sul posto. E magari giudica in base a idee preconcette, che la cronaca smentisce… a te è successo di riscontrare questi pregiudizi? “Spesso chi sta in redazione non conosce i luoghi o si basa su situazioni simili già accadute. A me è successo, per esempio, che dopo le rivolte in Egitto, tanti si facessero un’idea della Siria basandosi su ‘Piazza Tahrir’. Difficile quindi spiegare che a Damasco era difficile persino avvicinarsi all’area dove si sarebbe svolta una manifestazione”. – Si impara molto, rischiando e sbagliando. Ripensandoci, quale è stata la tua intuizione più azzeccata e l’errore dal quale hai imparato, o che tornando indietro non rifaresti? “L’intuizione più giusta è stata quella sulla “non esistenza” della blogger Amina. D’istinto ho subito diffidato di una storia troppo ben confezionata. E poi,
L’arte della negoziazione ha due parole chiave: Creatività e Management. Creatività nel saper cogliere gli aspetti imprevisti di un confronto che può essere estremamente complesso, con risvolti culturali, politici, economici e psicologici. E che a volte richiede di saper portare al tavolo delle trattative elementi che sono esterni alla trattativa stessa. Management perchè organizzare, pianificare e gestire una negoziazione è spesso più importante dei temi stessi sul tavolo, ai fini di favorire un esito positivo. E’ questa la lezione appresa nel corso di una straordinaria esperienza da Gilead Sher, avvocato israeliano incontrato di recente a Lugano, ex capo delegazione del primo ministro israeliano e Policy Coordinator. Sher è stato uno dei capi negoziatori al Vertice di Camp David1999-2001 e nei colloqui di Taba, così come in altri confronti con i Palestinesi. In questa intervista in inglese per Forbes , spiega come la negoziazione politica sia straordinariamente preziosa per insegnare come concludere positivamente una trattativa anche in altri campi, dall’economia alle questioni legali a quelle professionali.