Costretti a lasciare Roma per gli Usa da caso di nepotismo, fanno importante scoperta genetica

Per proseguire le loro ricerche avevano dovuto lasciare Roma per gli Usa, dopo aver subito il nepotismo di un primario che, secondo quanto da loro denunciato, li aveva costretti per anni addirittura ad inserire illegittimamente il nome del figlio tra i firmatari delle loro pubblicazioni scientifiche. Ora Antonio Iavarone e Anna Lasorella, marito e moglie, ricercatori napoletani oggi alla Columbia University di New York, hanno annunciato la scoperta del gene che svolge un ruolo chiave nello sviluppo delle cellule staminali e che e’ coinvolto anche nel piu’ aggressivo fra i tumori del cervello, spiegata in un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Developmental Cell. Qui la loro storia in un articolo sul sito di Repubblica, qui altri articoli correlati, nella pagina di Google News. Qui invece l’articolo con la loro denuncia del 2000, dopo aver lasciato il laboratorio nel reparto di oncologia pediatrica del Policlinico Gemelli a Roma. Qui l’intervista ai due ricercatori sul Corriere della Sera. Qui infine un articolo del Corriere della Sera del 2006 su una loro precedente scoperta. Grazie per la segnalazione a Giuseppe Taibi, gia’ protagonista di un post di Italiani di Frontiera.

Crimini ed emigrazione, qualche dato: no, non abbiamo esportato solo pacifici gentlemen

“Noi andavamo a lavorare, non ad ammazzare”, ha detto un ministro italiano parlando di immigrazione, per distinguere gli italiani che un tempo emigravano da chi emigra oggi, per venire in Italia. E’ accaduto nei giorni scorsi a Pontida e le dichiarazioni del ministro delle Riforme per il Federalismo Umberto Bossi, leader della Lega Nord, hanno scatenato polemiche e contrapposizioni, innanzitutto con il presidente della Camera Gianfranco Fini, che assieme a lui ha firmato proprio una legge sull’immigrazione. Non la politica ma l’emigrazione e la memoria storica sono fra i temi di Italiani di Frontiera. Nella convinzione che presente e futuro si affrontino al meglio conoscendo il passato nei fatti, non nei luoghi comuni. Ecco allora qui (immigrati in cella per delitti gravi), qui (italiani arrestati per omicidio) e qui (italiani nelle carceri di New York alcuni dati interessanti su emigrazione italiana negli Usa e criminalità, tratti dal sito del bellissimo libro di Gian Antonio Stella “L’Orda. quando gli albanesi eravamo noi”. Piccola curiosità, spulciando tra le pagine dello stesso libro. Cos’hanno avuto in comune le uccisioni di Antonio Canovas Castillo primo ministro spagnolo (1897), “Sissi” Elisabetta d’Austria (1898), Sadi Carnot presidente francese (1894), Umberto I re d’Italia (1900), i tentati omicidi di Napoleone III (1858), Franklin Delano Roosvelt (1933), l’attentato dinamitardo a Wall Street con 33 morti (1903), quelli in Argentina con 20 morti (fra anni Venti e Trenta)? Sono stati tutti opera di italiani. Uno di questi fatti di sangue, la strage a Parigi da cui scampò Napoleone III, vide tra gli attentatori uno degli Italiani di Frontiera raccontati da questo progetto, Carlo Camillo di Rudio. No, forse non abbiamo esportato soltanto pacifici gentlemen…

Mensile Diario elogia il progetto IdF “Catalogo dell’ottimismo creativo e intelligente”

“Il catalogo dell’ottimismo creativo e intelligente di un’Italia apolide e generosa… e il pubblico assorbe adrenalina, dimentica la crisi e riorienta i pensieri“. Parole niente male, quelle usate da Manuela Gandini, giornalista, curatrice e critica d’arte contemporanea, per descrivere i contenuti della presentazione multimediale di Italiani di Frontiera, nel suo lungo pezzo dedicato a questo progetto, pubblicato sul numero di agosto del mensile Diario, da pochi giorni in edicola. “Presente e passato assumono lo stesso peso e si fondono. Campi di battaglia e laboratori informatici, istituti di ricerca, banche, terremoti musica e brands formano un unico affresco che pullula di gente out of the box, fuori dagli schemi“, si legge ancora nell’articolo. Un grazie a Diario ed a Manuela in particolare, che nel suo articolo appassionato oltre all’autore ed al curatore del progetto, Moreno Gentili, ha ricordato tra gli Italiani di Frontiera di oggi Cesare Marino, Enrico Beltramini, Roberto Crea, Federico Faggin, Guido Radaelli e Francesco Lemmi, dopo aver rievocato le storie, tra quelli di ieri, di Amadeo Peter Giannini, Carlo Camillo di Rudio e Carlo Gentile.

“Yes we could!”, IdF con Cesare Marino ospite della fantastica H-Farm, tra campagna e hi tech

Yes we could! Si’ che potremmo essere un Paese fantastico. Dove le radici di un passato unico non sono ingombrante eredita’ ma solide fondamenta, inimitabile vantaggio competitivo per pensare il futuro con creativita’. Un Paese dove fior di imprenditori e investitori da Silicon Valley potrebbero venire non per turismo ma per studiare come si fa. Passeggiando tra casali immersi nella campagna per immaginare opportunita’ e business di domani… Per Italiani di Frontiera e’ giunta l’altro ieri l’occasione a lungo attesa, una presentazione nella fantastica H-Farm fondata da Riccardo Donadon, oggi venture partner assieme a Maurizio Rossi. Incubatore di idee e business, a cui fornisce risorse e una location davvero unica, H-Farm e’ un complesso agricolo fantasticamente ristrutturato nelle campagne di Ca’ Tron di Roncade. Qui la galleria fotografica. Atmosfera genuinamente veneto-californiana, H-Farm e’ la prova di come passato e futuro potrebbero essere coniugati, in Italia. A patto di superare, pregiudizi e modi di pensare anacronistici che sono purtroppo realta’ quotidiana. E con i quali ovviamente anche Riccardo, Maurizio e i loro giovani talenti, pur muovendosi in uno scenario globale (con uffici a Mumbai e Seattle) devono costantemente fare i conti. Una giornata indimenticabile per IdF anche per la partecipazione all’incontro di Cesare Marino, grande amico di questo progetto che ha conquistato tutti con le sue esperienze di antropologo tra gli indiani d’America, di Carlo Felice Dalla Pasqua, amico e collega del Gazzettino, nonche’ blogger della prima ora.E di mamma Gina, Barbara, Claudio e Paolo, ramo mestrino della famiglia dell’autore, che assieme a Pola hanno visitato ammirati H-Farm con la preziosa guida di Alice e Tomas, poi hanno finalmente visto per la prima volta cosa e’ uscito dai nostri sei mesi a Silicon Valley.

A un anno dal ritorno, riflessione personale. Sul giornalismo italiano, fortino d’altri tempi

A quasi un anno dal ritorno in Italia dagli Usa (23 luglio), mentre l’avventura di Italiani di Frontiera prosegue sotto i migliori auspici, per una volta invece di raccogliere testimonianze mi permetto una riflessione personale. Sul mio mestiere, quello di giornalista. E su come si fa in Italia. Perche’ mi sembra pertinente ai temi di questo progetto, che parla di merito, innovazione, spirito d’impresa, nuovi modi di pensare. Ripenso alle mie esperienze passate e presenti, cercando di fare quel che da noi non e’ cosi’ di moda: guardare al futuro. Visto cosi’, il mondo del giornalismo italiano mi pare anacronistico, schierato, autoreferenziale. Assediato. Come un fortino d’altri tempi. Dopo anni, i giornalisti italiani hanno avuto di recente un nuovo contratto. Ma riguarderà forse la metà di loro. Come mai? La mia personale riflessione e’ dedicata ai giornalisti di domani. L’ESEMPIO USA – Qualche mese, nel cuore della crisi che ha avuto effetti devastanti sulla stampa americana, ha chiuso i battenti anche il Rocky Mountain News, quotidiano di Denver. Pochi giorni dopo avrebbe compiuto 150 anni ma era proiettato nel futuro, con straordinari esempi di giornalismo d’avanguardia, multimediale nel web. L’ultimo dei quali, dedicato alla propria chiusura. Con una compostezza a noi sconosciuta, giornalisti che davanti al ferale annuncio, prendono appunti. Per raccontare da giornalisti, anche quando la cattiva notizia riguarda le loro vite. Come raccontare, da giornalisti, il quadro della stampa italiana? Dicendo che il re è nudo. UN FORTINO IL GIORNALISMO ITALIANO – Mentre il giornalismo mondiale affronta svolte epocali, a me il giornalismo italiano sembra lo specchio di un Paese di cui dovrebbe essere invece osservatore distaccato e critico. Troppo spesso ingessato, clientelare, rivolto al passato, assurdamente autoreferenziale. Non si limita a raccontare i problemi di questo Paese, ne fa parte in pieno. Un fortino d’altri tempi, in cui ancora una volta il contratto rassicura parzialmente solo chi è dentro. Anche se il fortino sta in piedi solo grazie a chi e’ fuori e spinge sulle palizzate. Che altrimenti crollerebbero. CHI STA FUORI – Fuori, a tirare la carretta, collaboratori sottopagati, molti giornalisti a tempo pieno senza tutele, costretti spesso a subire ricatti o capricci di capiredattori culi di pietra che non ricordano quando e se sono stati su piazza l’ultima volta, il mondo lo guardano attraverso telegiornali, pochi quotidiani e agenzie, capaci di bocciare la notizia del secolo, se non l’hanno prima vista sull’Ansa. Fuori a spingere anche giovani e giovanissimi che hanno una sola speranza, per tentare di incunearsi con tanta fortuna in uno dei pochissimi posti fissi. Ingraziarsi un capo influente. Per riuscirci, la bravura aiuta ma non è indispensabile. Mentre essere originali, innovativi, anticonformisti puo’ essere pericolosissimo, sinonimo di inaffidabilita’, per chi ragiona sempre in base a schemi e consuetudini del passato. Che tipo di giornalisti di domani verranno selezionati cosi’? CHI STA DENTRO – Dentro il fortino, tanti colleghi in gamba, spesso senza galloni. Ma anche papaveri avvinghiati a privilegi assurdi, con stipendi mensili mostruosamente sproporzionati, rispetto ai tanti bravi e sottopagati; alcuni colleghi che nell’era del web considerano un affronto che si metta in discussione la loro mazzetta quotidiana personale di giornali, magari da oltre mille euro al mese. Molti altri che non sanno l’inglese e considerano computer e Internet poco più di macchine da scrivere, vocabolari ed elenchi del telefono. Rappresentati da un Ordine che lo scorso anno, 2008, ha organizzato finalmente la prima prova d’esame col computer. Mandando tutto in tilt per un sistema informatico disastroso! Una corporazione che si difende da editori-imprenditori illuminati, che vorrebbero coniugare flessibilità e meritocrazia? Magari. Nella mia passata esperienza nei quotidiani ho quasi sempre visto premiare la fedeltà sul merito. E temo che in una grande azienda editoriale, in nome della flessibilità, a saltare da una redazione esteri ad un mensile di cucina potrebbe essere non il meno competente di esteri ma il più scomodo, il meno ammanicato. Quanto starà in piedi questo fortino? Più o meno del Paese arretrato e autoreferenziale su cui dovrebbe vigilare? SVOLTE EPOCALI IGNORATE – Intanto, tutto il mondo della comunicazione sta andando incontro a svolte epocali. Un terremoto propiziato dalle nuove tecnologie che è solo agli inizi… Con un paradosso. La circolazione gratuita di contenuti intellettuali su mille piattaforme e fuori dai circuiti tradizionali è una tendenza ineluttabile, rappresenta un’opportunità straordinaria e senza precedenti per il giornalismo, è un’occasione fantastica di promozione culturale globale. Ma coincide con un futuro di incognite, per chi il giornalista lo fa per mestiere e deve trarvi sostentamento. Occorre però capire che indietro non si torna, bisogna guardare avanti. I giornali forse non spariranno ma si trasformeranno drasticamente. E si dovranno trovare sistemi diversi per guadagnare. Come a fatica sta facendo l’industria della musica. Far solo la guerra agli Mp3 è ridicolo. E se i cd spariranno, la musica digitale ha creato intanto anche nuove formule di remunerazione e nuovi mercati. Lo stesso dovrà fare l’intero mondo editoriale. Partendo dalla constatazione che se il traferimento dei contenuti digitali online ormai non ha quasi più un costo, non sarà più possibile guadagnare da quel trasferimento, bisogna trovare altro. Come dovrebbe fare l’industria del latte, se un giorno il latte sgorgasse gratuitamente dai rubinetti di casa. OPPORTUNITA’ – Credo che essere consapevoli di questa realtà globale sia il primo passo per prepararsi al domani. E magari, fare quel che in Italia non è di moda fare: scrutare il futuro e trovare nei cambiamenti epocali e nelle innovazioni anche delle opportunità. Invece di considerarli solo come pericoli e minacce dai quali proteggersi con barricate. Perchè la rivoluzione in corso non distruggerà solo, creerà nuove figure professionali giornalistiche, che magari oggi fatichiamo anche a immaginare. Chiuso il loro giornale, alcuni colleghi del Rocky Mountain News hanno tentato diversi esperimenti di informazione online, anche in chiave locale. Intanto, dentro al fortino del giornalismo italiano, “guardare al futuro” per molti vuol dire solo parlare di scatti d’anzianità e prepensionamenti.

IdF a Berlino, esordio all’estero con una conferenza alla Freie Universitat

Italiani di Frontiera e’ un sogno diventato realta’ grazie a Internet. Ed e’ la Rete che ha permesso l’esordio all’estero del progetto. Martedi’ scorso infatti IdF e’ stato presentato con una lezione conferenza alla prestigiosa Freie Universitat di Berlino, su invito di Giulia Angelini, che insegna all’Institut fur Romanische Philologie dell’ateneo.Gia’ compagna di classe al liceo di Mestre Raimondo Franchetti dell’autore di IdF, qualche mese fa Giulia aveva trovato sul web questo blog. La conferenza, a conclusione del corso dedicato da Giulia all’emigrazione, ha visto la presenza di diversi studenti e docenti, graditi ospiti Bruna Bianchi, amica e giornalista del Giorno, nonche’ esperta di tango, e Roberto Giardina, giornalista e scrittore, storico corrispondente da Berlino della stampa italiana. Difficile immaginare una citta’ piu’ adatta di Berlino ad una riflessione sull’innovazione, come simbolo di integrazione tra passato e presente, proiettato nel futuro. Qui un diario di viaggio per immagini da Berlino.

Marco Battaglia fisico a Berkeley: studiare la materia con vista sul Golden Gate

Come si lavora ad un progetto proiettato nel futuro studiando un passato lontanissimo, in un ufficio con vista sul Golden Gate? All’inizio la produttività crolla nel pomeriggio: quando il sole scende dietro al ponte dandogli i riflessi dorati che gli sono valsi quel nome. E si resta affascinati. Poi ci si abitua, anche se ogni tanto, per un the, si invitano a godere di quello spettacolo naturale studenti normalmente costretti in stanze senza finestre. Perche’ e’ nella natura umana il saper tesaurizzare sui vantaggi. dice Marco Battaglia, padovano cresciuto a Milano. E’ un ufficio dell’Universita’ di Berkeley, quello in cui lavora come fisico sperimentale con specializzazione in fisica delle particelle elementari. Docente a Berkeley dal 2003, Battaglia (attualmente a Ginevra per un anno di permesso sabbatico) e’ membro dello staff scientifico associato al Lawrence Berkeley National Laboratory, il piu’ grande laboratorio nazionale che conduce attività in fisica sia delle particelle sia in altri campi, gestito in collaborazione fra l’Università dellla California e il Department of Energy, l’organismo federale che finanzia attivita’ di ricerca e sviluppo in fisica fondamentale. MAESTRI – Ne ho avuti piu’ di uno. Il primo, Peter Weilhammer, direttore del gruppo di rivelatori alla divisione di fisica sperimentale nel Cern. Entrai nel suo gruppo come Summer Student in un momento particolarmente affascinante ma anche di grande responsabilità mentre si testava un grosso rivelatore. Ogni tanto andavo nel suo ufficio e gli chiedevo un po’ di tempo alla sera, per poter discutere di fisica. La cosa che mi affascinava di lui era che alla fine della conversazione mi chiedeva sempre: “Quando sei entrato da questa porta avevi dei dubbi, ho risposto ai dubbi che avevi?”. E io dicevo di sì, poi tornavo un’ altra volta. Mi è rimasto molto vicino anche se poi ho preso altre strade. UGO AMALDI SCIENZIATO E UMANISTA – La figura fondamentale nella mia formazione di fisico è stata quella di Ugo Amaldi, figlio di Edoardo, il fondatore del Cern. Erede di una dinastia e grandissimo fisico, Ugo Amaldi era a capo dell’esperimento Delphi quando ero al Cern. Un giorno entrai insieme a lui per caso in ascensore. Lui mi guardo’ e mi fece una domanda riguardo un’analisi di cui avevo presentato dei risultati qualche giorno prima. C’erano circa 350 persone attive al Cern nello stesso esperimento, rimasi sconcertato dal fatto che sapesse cosa avevo fatto vedere ad un meeting molto ristretto qualche giorno prima. Mi disse che gli era piaciuta e di andare direttamente nel suo ufficio a parlargli. Cosi’ incominciai. Da allora lo incontrai settimanalmente, è sempre stata per me una figura di riferimento e lo è ancor oggi. Quel che ho sempre amato di lui è la capacità di unire l’attenzione per la fisica e per la natura all’attenzione per l’uomo. Questo fatto che il fisico è una persona globale, non uno al di fuori della società e del contesto umano solo perchè studia dei fenomeni difficili da capire per la maggior parte delle persone. La sua capacità di portare il rigore scientifico anche nel modo di confrontarsi con le persone, soprattutto nel proprio gruppo. Ho passato tantissimo tempo con lui a discutere di temi dalla fisica alla relazione tra religione, fede e scienza. Questo mi ha fatto capire come un grande scienziato risulti essere anche una grande persona. E’ qualcosa che spero di aver dentro e che cerco di trasmettere anche ai giovani studenti. Essere persone complete che guardano al di là della scienza a cui si dedicano è qualcosa che ha a che fare con l’umanesimo. UNIVERSITA’ ITALIANA E AMERICANA – Laureato a Milano, ho poi fatto il dottorato all’Universita’ di Helsinki in Finlandia mentre stavo al Cern. E adesso insegno a Berkeley. Secondo la mia esperienza, l’università italiana sforna fisici ottimi, perchè la preparazione in Italia è estremamente ampia, con conoscenze ad ampio raggio, molto più’ che in quella americana, che forma alcune eccellenze ma proprio per questo dall’inizio porta le persone a specializzarsi, a sapere moltissimo ma di un campo piuttosto ristretto. Ad un corso in parte dedicato alla relativita’, ho suggerito agli studenti un bellissimo libretto di Albert Einstein, “Il significato della realatività”, dove ne parla quasi in termini filosofici. Perche’ devo leggerlo?” mi hanno chiesto diversi, saputo che non era oggetto di esame. APERTURA MENTALE DEGLI ITALIANI – Gli studenti italiani che vengono a lavorare con noi sono generalmente preparati meglio, hanno magari una carenza di profondità su un certo argomento ma l’ampiezza delle loro conoscenze gli permette poi di sopperire studiando un po’ più in quel determinato argomento. Mentre uno studente americano sa tutto di un tema di suo interesse ma di quelli adiacenti generalmente non sa nulla. Per questo, uno studente italiano conoscendo tanti argomenti spesso puo’ raggiungere una sintesi, unire idee da diversi punti e arrivare ad una risposta, cosa che agli studenti americani manca. E questo e’ un aspetto importante. QUASI UN PADRE QUI IL PROFESSORE – Io dei miei studenti conosco i dettagli personali. Se uno di loro ha dei problemi familiari viene da me, come suo docente, a chiedere consiglio e sostegno. Anche se non ha i soldi per pagare l’affitto alla fine del mese, o la retta al campus. Viene e mi chiede: “Può aiutarmi?”. Alcuni chiedono aiuto anche in un momento di crisi. Vengono dicendo: “Non credo in quello che faccio, mi aiuta?”. Effettivamente lo studente americano dà molto, perchè negli anni di studi fa poche cose aldilà di studiare. Però richiede anche molto. E dato l’entusiasmo che ha, noi siamo anche tenuti a dar loro molto. Mi sono sentito davvero in dovere di aiutare molti ragazzi che avevano dei problemi. E capita regolarmente che miei studenti vengano e mi dicano: io voglio fare questa carriera, mi puoi aiutare a fare i passi giusti per arrivare fin là’? STUDENTI ITALIANI “ABBANDONATI” – Purtroppo, dove l’università italiana manca è proprio nel seguire i propri studenti fino a destinazione. L’università americana fa molto per formare i proprio studenti e aiutarli ad avere un profilo in cui poi riescano con

Funambol di Capobianco lancia con Jajah anteprima mondiale in Italia per telefonini

Di passaggio a Milano da Silicon Valley, Fabrizio Capobianco, amministratore delegato di Funambol, uno dei protagonisti di Italiani di Frontiera, ha avuto modo di “vedersi” per la prima volta nel progetto multimediale, dopo essersi scoperto in una foto sul web, su un maxischermo di Frontiers of Interaction V a Roma. Fabrizio è in Italia per il lancio in anteprima mondiale nel nostro Paese, avvenuto oggi, di un nuovo rivoluzionario servizio realizzato da Jajah in collaborazione con Funambol, che permetterà di effettuare chiamate internazionali dal cellulare via Internet al costo di una telefonata con tariffa locale, con un sistema che aggiorna automaticamente la rubrica del cellulare. Qui il pezzo Reuters.

Una rete globale di creativita’ per cause giuste. L’idea di Pasquale Volpe, partner di IdF

Quattro anni fa a Milano un giovane grafico di talento si chiede perchè i portfolio vadano riempiti di campagne per birre, stilisti e altro. Decide di lanciare una campagna internazionale, da solo con amici, sulla comunicazione sociale. Diffonde sul web il bando, temi delicati che vanno dai diritti umani all’ecologia, scelti da associazioni come Wwf, Amnesty International e Greenpeace, che disporranno gratuitamente delle idee, con poster che piovono da tutto il mondo. Una mostra con le opere migliori, scelte da una giuria di esperti, parte da Milano e gira il mondo, risonanza internazionale. Good 50×70 inaugura oggi venerdì 19 giugno alla Triennale di Milano la mostra della terza edizione. 210 poster selezionati su 4.126 arrivati da 67 Paesi, compresi Zimbabwe e Suriname. Inviti alla mostra già da 20 Paesi, poi seminari e concorsi locali “mirati” in Suriname e ad Amsterdam. Pasquale Volpe, ideatore di Good 50×70 e’ anche partner per la grafica di Italiani di Frontiera. Qui il pezzo Reuters Italia, qui in inglese su Reuters International. Aggiornamento. La notizia in inglese su Good 50×70 ha fatto davvero il giro del mondo. Compare su Abc News e Msnbc (Usa), Reuters India, Al Watan (Kuwait), The Globe and the Mail (Canada). Il flusso globale di energie positive, grazie al web, la creazione di una community globale, contano forse più delle opere selezionate. Lo scopo, dice il giovane artista, è diffondere tra esperti di grafica una consapevolezza sui temi sociali che resti loro patrimonio anche quando disegneranno campagne per automobili o prodotti di consumo.