Carlo Camillo di Rudio: un Forrest Gump dell’Ottocento il conte bellunese scampato a Little Bighorn

Un “Forrest Gump dell’Ottocento”, una biografia incredibile, dal Risorgimento all West, quella di Carlo Camillo di Rudio, bellunese sopravvissuto dopo mille avventure pure al massacro di Little Bighorn, 25 giugno 1876. Una storia che inizia il diciotto marzo del 1848: a Milano si accese la scintilla della ribellione antiaustrica. cominciavano le celebri Cinque Giornate. Per  Carlo Camillo di Rudio, all’epoca solo un ragazzo, fu l’inizio di una Odissea semplicemente incredibile, che lo trasformò in un Forrest Gump dell’Ottocento, dal Risorgimento italiano al Far West. Onnipresente, capace di uscire indenne da mille peripezie. Prima di emigrare in America, combattere con i nordisti nella Guerra di Secessione, entrare nel Settimo Cavalleria di Custer e… salvarsi a Little Bighorn! Una storia avvincente, scoperta da Cesare Marino che l’ha meticolosamente ricostruita in “Dal Piave a Little Big Horn” (1996 Alessandro Tarantola editore, nuova edizione 2010 con mia prefazione). E che Italiani di Frontiera vuole ricordare, dopo aver scelto proprio Di Rudio come personaggio simbolo. Rampollo di una nobile famiglia bellunese, nel 1848 di Rudio ha 16 anni ed è cadetto al collegio austriaco di Milano, quando la citta’ e’ sconvolta dalle Cinque Giornate. Il destino di diventare ufficiale al servizio dell’imperatore non fa per lui. Uscendo dalla città in rivolta, con l’esercito che ripara verso Verona e il Quadrilatero, per due volte è sconvolto dalle atrocità dei soldati croati che marciano al suo fianco, che uccidono due donne italiane in stato di gravidanza. Così, nottetempo, decide col fratello di vendicare quelle violenze ammazzando uno dei due aguzzini. E passa con i patrioti. Tarchiato, temperamento focoso, di Rudio inizia una vera Odissea risorgimentale. Dall’effimera Repubblica di Venezia con i Cacciatori delle Alpi a quella di Roma, dove conosce Mazzini, con i garibaldini. Sfugge ai francesi attraversando a piedi tutta la Francia travestito da sacerdote. Arriva a Londra e sopravvive solo grazie alla sua tempra ad una pugnalata quasi letale di un compatriota, che lo accusa ingiustamente di essere il responsabile del tradimento di Pier Fortunato Calvi, che preparava l’insurrezione del Cadore, arrestato  impiccato. Di Rudio guarisce e a Londra  si sposa. Ma tornato in Italia, scopre che gli austriaci lo fanno passare per una loro spia e amareggiato dalla diffidenza dei compatrioti ripiega su Parigi. Dove nel 1858 si fa coinvolgere da Felice Orsini nel fallito attentato a Napoleone III. Strage di soldati e di cavalli ma l’imperatore e’ salvo ed i congiurati vengono catturati la notte stessa. Condannato alla ghigliottina, di Rudio è già sul patibolo quando in extremis la pena gli viene commutata in ergastolo, da scontare alla Cayenna. Sembra che la moglie inglese abbia fatto intercedere per lui la stessa regina Vittoria… Di lì, incredibilmente, riesce a fuggire dopo poco più di un anno, con un’evasione di gruppo in cui e l’unico a sopravvivere ad un’epidemia. Tornato dalla moglie in Europa, per la sua fama di repubblicano sfegatato (la famiglia per questo verrà provata dei suoi beni) gli viene vietato di tornare nel Regno d’Italia. Allora decide di imbarcarsi per New York, dove arriva nel 1864 con in tasca una lettera di presentazione di Mazzini. C’è la Guerra Civile e si arruola nell’esercito nordista, ufficiale al  comando di un reparto di soldati di colore, un incarico che molti ufficiali nordisti consideravano un disonore. A fine conflitto, di Rudio entra nel prestigioso Settimo Cavalleria. George Armstrong Custer lo stima ma diffida della sua fama di aristocratico rivoluzionario del Vecchio Mondo. Sarà la sua salvezza: il 25 giugno 1876 a Little Bighorn, di Rudio non è nel gruppo di Custer, che viene sterminato, Di quel gruppo l’unico a sopravviere sarà il trombettiere mandato in extremis a chiedere rinforzi: John Martin, alias Giovanni Martini, italiano ovviamente, emigrato salernitano). All’ultimo momento, Custer  ha affidato Di Rudio al reparto del comandante Reno, che su un altro fronte della battaglia, pur se decimato riuscirà a ripiegare. Al conte bellunese uccidono però il cavallo e lui riesce a mettersi in salvo solo dopo un giorno e mezzo trascorso nascosto nella boscaglia, dove assiste al macabro rituale della mutilazione dei cadaveri da parte delle squaw pellerossa. Per questo sarà testimone chiave nell’inchiesta sul massacro. Ed è in quei documenti d’archivio che Cesare Marino l’ha scovato, ricostruendo la sua straordinaria storia. Congedato, di Rudio riuscirà a godersi finalmente la pensione, con moglie e figlie, riverito come una celebrità nella comunità italiana in California. Ma nel 1908 ai giornalisti che lo intervistano nel cinquantenario dell’attentato di Parigi, dà una notizia che ha un effetto devastante: uno dei tre che lanciarono ordigni contro Napoleone III è rimasto sconosciuto, lui all’epoca vide Felice Orsini consegnar una bomba ad un giovane Francesco Crispi, che morto nel 1901 era stato successivamente uno dei politici italiani più potenti!  Di Rudio si spegne il 1 novembre 1910. “Charles C. DeRudio major, 7 Cavalry, November 1, 1910”, e’ scritto sulla sua lapide. Al cimitero militare sulla collinetta del Presidio, a San Francisco, a poca distanza dal Golden Gate Bridge. Su quella tomba il 1 novembre 2010 Italiani di Frontiera ha organizzato una cerimonia, nel centenario della morte del patriota bellunese, con Cesare Marino suo biografo, il console generale d’Italia a San Francisco dell’epoca, Fabrizio Marcelli, e un manipolo di preziosi amici fra i quali Franco Folini, imprenditore fra i protagonisti di IdF, Phi Pasquini fotografo eccentrico, che ha catturato con una serie di bellissime immagini la  suggestione straordinaria di quell’evento. In una sequenza di incredibili coincidenze, fra la storia del conte e quanto accaduto a noi in quei giorni, la data è pure entrata nella storia di San Francisco, visto che quel giorno i Giants hanno rivinto le World Series di baseball dopo oltre 50 anni…

Difendere la propria indipendenza nel difficile mare del software: l’esperienza di Paolo Barettoni

Navigare in un mare difficile e ultracompetitivo come quello del software, sempre con un piccolo equipaggio. Senza timore, quando e’ il caso, di affrontare corazzate blasonate che non risparmiano i colpi (in fatto di concorrenza, significa cause legali). E difendendo sempre, in aziende di piccole dimensioni, la propria indipendenza. E’ quel che ha fatto Paolo Barettoni, studi a Pavia e Pisa ed esperienza nella galassia Olivetti, prima di approdare nel 1994 a Silicon Valley. LAVORARE PER OLIVETTI – Sono ingegnere ed ho fatto l’Universita’ a Pisa, negli anni Settanta, senza laurearmi, dopo un istituto sperimentale per periti informatici a Pavia. C’erano ancora le memorie in ferrite e le schede perforate… Ero ancora studente quando ho aperto la prima societa’ di software (allora non si chiamavano start up). Ho sempre lavorato nel software nell’ambito della Olivetti, office automation non all’interno dell’azienda ma realizzando prodotti per loro. Sono piu’ un ingenere che un amministratore, mi sono sempre occupato del prodotto. In particolare piu’ tardi della scrittura dei cd, che allora pochissimi facevano. NEGLI USA CON PICCOLE AZIENDE – Nel 1994 quando il futuro nell’elettronica di Olivetti si e’ fatto incerto, ho seguito degli amici che tentavano l’avventura americana. Da allora, con un socio abbiamo costituito una serie di piccole aziende, una decina di dipendenti al massimo, sempre nella produzione software, vendendole una dopo l’altra a societa’ piu’ grandi, senza mai quotarle in Borsa. E’ un giro piu’ piccolo ma sicuro e redditizio, nel senso che quando cedi, vendi qualcosa di cui detieni la meta’ o quasi, non una piccola quota. Come puo’ accadere invece se un’azienda va sul mercato e magari era tua, ma tu hai ormai solo una piccola quota. Non decidi e magari chi ha la maggioranza puo’ scegliere di tagliarti fuori. SEGNO DI DINAMISMO CAMBIARE AZIENDA – Questo modo di procedere, di cambiare spesso azienda vendendo, qui e’ considerato positivamente, in Italia la prima volta che sono tornato dopo aver venduto, con una buona liquidita’, mi guardavano quasi compatendomi. Eh certo che e’ dura in America…”come se aver venduto fosse sinonimo di fallimento. In Italia chi apre un’azienda pensa a tempi lunghi e la prospettva e’ di lasciarla ma dopo 30-40 anni, ed ai figli… Qui se ti presenti in un’azienda con un curriclum in cui hai lavorato in posti diversi, vieni considerato positivamente. Vuol dire che sei ricercato ed hai opportunita’, che vali anche se magari resterai un anno per cambiare ancora. In Italia sei invece  visto quasi con sospetto, quasi un segno di instabilita’ ed inaffidabilita’… INDENNI NELLA BOLLA DI INTERNET – Con questa formula siamo passati indenni attraverso la grande bolla di Internet, quando c’era gente che si sentiva in tasca milioni e milioni di dollari virtuali, poi sfumati. E gente con milioni di dollari veri che ti rincoreva per investirli. Ci sono stati periodi in cui chiamavano una volta al giorno per metter soldi su qualsasi cosa tu producessi, se aveva il suffisso “.com”… CONCORRENZA SPIETATA SINO IN TRIBUNALE – Questo del software negli Usa e’ un mondo dinamico, molto competitivo. Ed estremamente litigioso. Perche’ la concorrenza si fa anche con le cause legali. E li’, di fronte a colossi con uffici legali sterminati, stuoli di avvocati che magari non hanno molto da fare e possono rischiare una causa per vedere cosa ne ricavano, bisogna saper tenere i nervi saldi. E’ capitato anche a noi, di esser citati a giudizio da un colosso. L’importate li’ e’ resistere in piedi sino alla vigilia del dibattimento. Perche’ quasi sempre le cause di questo tipo si risolvono con un accordo tra le parti prima del processo, che e’ per tutti un terno al lotto, un rischio enorme di cui tutti sono consapevoli. In una causa tra un colosso ed una piccola azienda come la nostra ad esempio, una giuria di funzionari Ibm avrebbe dato ragione a loro, una giuria di normali lavoratori avrebbe optato per noi. Cosi’ accordo, termini rigorosamente segreti. Ma per arrivarci affrontandoli, devi pagare i tuoi, di avvocati. E tanto…

Inchiostro al silicio per i pannelli solari del futuro, Francesco Lemmi presenta Innovalight

Realizzare pannelli solari non con sottili pellicole ma con un particolare inchiostro al silicio, da spalmare sul vetro. Il progetto al quale sta lavorando Innovalight e’ ancora in fase sperimentale. Ma i risultati sono incoraggianti e promettono ulteriori sviluppi, ha detto a Italiani di Frontiera Francesco Lemmi, romano, Director Device Development della societa’. DA ROMA A STANFORD – Sono arrivato a Stanford durante il terzo anno di dottorato di ricerca ingegneria elettronica da Roma, come visiting scientist allo Xerox Palo Alto Risearch Center, dove mi hanno offerto di restare (1998-2000). Il mio settore  era quello dei raggi x, medical imaging, radiografie digitali, fluoroscopie… lavoravo sui sensori al silicio, mi occupo di dispositivi a seminconduttore. Da li’ sono tornato a Roma come ricercatore all’ Universita’ per circa due anni. Poi nel 2002 sono tornato qui a Silicon Valley. Prima in una start up company, FlexICs, sino al 2004. Facevamo display flessibili su plastica. Ma e’ settore che richiede investimenti troppo grossi, non c’e’ spazio per delle start up senza tutti questi soldi… e tentare di applicare su larga scala questi prodotti e’ un grosso rischio ed e’ costosissimo. NANOTECNOLOGIE – Dal 2004 al 2006 sono passato a NanoSys, un’azienda incentrata sulle nanotecnologie. Ma secondo me si lavorava un po’ troppo ad ampio spettro. Se in cinquanta persone si seguono troppi progetti, il rischio e’ che nessuno progredisca… CELLE SOLARI – Cosi’ nel 2006 sono tornato nel campo delle celle solari con Innovalight, un’azienda molto piu’ concentrata su un progetto preciso ed un tipo di prodotto che potremmo alla fine proporre e finanziare per metterlo in produzione, perche’ e di piu’ semplice realizzazione. Siamo una trentina, un ambiente ottimo. Obbiettivo: realizzare pannelli solari con un particolare “inchiostro di silicio”. Ci sono difficolta’ da superare ma i risultati sono molto incoraggianti. Anche perche’ sara’ sicuramente possibile realizzare varie generazioni di prodotti. All’inizio meno competivii e ambiziosi ma via via sempre piu’ efficienti e competitivi. E fra dieci anni….

Giacomo Costantino Beltrami, solo tra gli indiani del Mississippi con un ombrello rosso

Un patriota bergamasco deluso, esploratore inquieto, capace di avventurarsi da solo, quasi due secoli or sono, in una zona del Mississippi territorio degli indiani, con coraggio, forza d’animo, ed un ombrello rosso come bizzarro lasciapassare. E di raggiungere il suo scopo: arrivare ad una delle sorgenti del grande fiume. Una storia avvincente, quella di Giacomo Costantino Beltrami (1779-1855), al quale e’ intitolata l’omonima contea del Minnesota. E secondo alcuni, a lui si ispiro’ James Fenimore Cooper per il suo classico d’avventura “L’ultimo dei Mohicani”. A Beltrami, va soprattutto il merito di aver composto una straordinaria collezione di manufatti indiani, di valore inestimabile, ancor oggi conservata.Qui galleria di immagini (foto di Daniela Rota). Magistrato napoleonico, avvilito dal clima della Restaurazione e sfuggito all’impiccagione con l’accusa di cospirazione contro lo Stato Pontificio, Beltrami decise di improvvisarsi esploratore nel Nuovo Mondo, risalendo il Mississippi in una zona ancora selvaggia, sospinto da tormenti esistenziali.Centinaia di miglia in undici mesi, abbandonato quasi subito in un labirinto di acquitrini da guide e interprete. Derubato anche dell’acciarino, cosa che gli impedì di accendersi fuochi per ascugarsi e riscaldarsi la sera.Costretto a trascinare la canoa immerso nell’acqua sino alla cintola, solo, con un fucile, una spada ed un bizzarro ombrello rosso, divenuto suo simbolo, che funzionò da eccentrico lasciapassare con gli indiani, che evidentemente lo ritenevano protetto dagli dei per intraprendere un’avventura così folle, il 31 agosto 1823, nella contea che oggi nel Minnesota porta il suo nome, Beltrami raggiunse una delle sorgenti del fiume intitolandola a Giulia, amica scomparsa e mai dimenticata.Primo bianco arrivato sino a lì, “La sua vera impresa è l’aver percorso quel territorio inesplorato con una sensibilità eccezionalmente moderna: registrando testimonianze di prima mano sul degrado che il contatto con i bianchi sta provocando tra gli indiani, in particolare con l’alcolismo. Ma soprattutto, raccogliendo e inviando in Italia a più riprese armi, utensili, indumenti e decorazioni”, dice Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution, che ha ricostruito la sua storia. E che nel settembre 2013 a cura di Italiani di Frontiera ha guidato una visita d’eccezione a quella collezione a Bergamo, considerata oggi un tesoro anche dagli etnografi d’oltreoceano. Una rivalsa tardiva per Beltrami, la cui impresa fu disprezzata invece dagli studiosi americani suoi contemporanei, forse non privi di pregiudizi xenofobi, nei confronti di quell’esploratore romantico cosi’ lontano dai circoli intellettuali.Gli straordinari oggetti raccolti da Beltrami sono divisi oggi fra la  collezione raccolta al Museo di Scienze Naturali Ettore Caffi di Bergamo, e la collezione creata con passione dallo scomparso conte Glauco Luchetti Gentiloni (foto sotto) curata oggi dalla figlia Marzia, del Museo Beltrami a Filottrano (Ancona), paese delle colline marchigiane, dove Beltrami morì.  

Biocarburante dalle alghe, la scommessa verde di Guido Radaelli e Aurora Biofuels

A 36 anni Guido Radaelli, milanese, sta lavorando ad un progetto che promette di essere davvero rivoluzionario: ricavare biocarburante non dai cereali ma dalle alghe. Con Italiani di Frontiera, Guido ha parlato del suo lavoro in Aurora Biofuels, azienda di energie  rinnovabili di cui e’ vicepresidente, avviata con finanziamenti in buona parte italiani. Ma anche del mondo accademico italiano che si e’ lasciato alle spalle. Con qualche riflessione amara. DAL POLITECNICO A BERKELEY – La mia e’ una famiglia normale. Padre pensionato (ora studia con grande passione Internet), mia madre casalinga. Nato a Vimercate (1972), vissuto a Cologno Monzese, nord di Milano, sono arrivato negli Stati Uniti dopo la Laurea in Ingegneria chimica al Politecnico di Milano, per conseguire un master in business administration (MBA) all’Universita’ di Berkeley Qui galleria fotografica. AURORA BIOFUELS – La societa’ e’ partita nel 2006, con un’idea sviluppata a partire da una tecnologia inventata a Berkeley. Ottenuta la licenza del brevetto, abbiamo ottenuto un investimento da venture capital con Noventi, fondata daGiacomo Marini (gia’ cofondatore di Logitech assieme a Pierluigi Zappacosta, vedi post precedente), che ha raccolto fondi da Sorgenia, societa’ del Gruppo De Benedetti, Gabriel VP e Oak (uno dei piu’ grossi fondi di venture capital al mondo). Siamo piu’ di una dozzina a lavorare oggi in Aurora Biofuels, presto saremo il doppio. LAVORARE SULLE ALGHE – Quel che facciamo e’ selezionare specie di microalghe provenienti da tutto il mondo,con l’ obbiettivo di identificare e, se possibile, migliorare le caratteristiche di quelle piu’ adatte a produrre olio vegetale, la materia prima per fare biodiesel. Stiamo ottenendo buoni risultati. In particolare, da una di queste alghe. Coltiviamo, selezioniamo e miglioriamo le specie per sviluppare caratteristiche specifiche utili per il processo di produzione, ad esempio per aumentare l’accumulazione di olio nelle cellule. UNIVERSITA’ E RICERCA IN ITALIA – Temo che in Italia vada sempre peggio. Della mia generazione, molti sono andati all’estero dopo la laurea, tra i laureati in corso del mio corso di laurea penso che siamo all’estero in 19 su 20. Ma oggi vengono all’estero prima ancora della laurea, per finire gli studi. E ci restano. E’ tempo che se ne parli col giusto risalto. Ma quale fuga di cervelli, questa e’ la fuga delle persone normali! L’Universita’ in Italia e ‘ chiusa, ripiegata su se stessa come il Paese. E’ il momento di cambiare. Qui all’Universita’, molti professori sono stranieri. Quanti sono in Italia? L’HANDICAP DELL’INGLESE – Ho lavorato a Zurigo, li’ la meta’ dei corsi di materie scientifiche sono in inglese. Per questo arrivano studenti da tutto il mondo. E in Italia? Quanti sono i corsi in inglese nelle nostre universita’? Pochissimi. Ci sono studenti che mi scrivono,  vorrebbero venire in America… io chiedo loro: ma lo sapete l’inglese? “Stiamo facendo un corso”… ma quello serve solo per le basi, poi occorre venire qui. Magari a lavorare in un ristorante italiano ed imparare la lingua parlata. CULTURA UMANISTICA E IGNORANZA SCIENTIFICA – Oltre all’inglese, l’Italia e’ gravata da handicap nella conoscenza delle tecnologie e delle materie scientifiche. Da noi ci sono professori di Lettere che si fanno un vanto di non saper fare due piu’ due… ma perche’ io mi devo vergognare se non conosco Dante e loro no, se non conoscono la matematica? Qui in America, se ti presenti in un’azienda e non sai niente di matematica, non sei nulla.

Ventisei milioni gli americani con radici italiane

Ma quanti sono gli americani con radici italiane? Circa 26 milioni, dice l’Us Census Report, come ricorda la Niaf (National Italian American Foundation), che nei giorni scorsi nel cuore di San Francisco, ha organizzato un evento ristretto, occasione d’incontro con i media. Gli italiani sono il quinto gruppo etnico in termini di grandezza, ed un americano su dieci ha antenati italiani, dice ancora Niaf. Sono una una decina gli stati negli Usa, tra i quali New York, Texas, Florida e California, che hanno ognuno piu’ di mezzo milione di cittadini di radici italiane. Tra loro, sei senatori e undici deputati della Camera dei Rappresentanti, dicono i dati diffusi da Niaf. Il cui incontro a San Francisco, e’ stato ospitato da Tony di Napoli, presidente e amministratore delegato di NexTech FAS societa’ hi tech che produce sistemi di precisione utilizzati principalmente nel campo degli schermi piatti. A far gli onori di casa, Elissa Ruffino, direttore comunicazione di Niaf, e Jeff Capaccio, che oltre ad essere vicepresidente della fondazione, e’ anche il presidente del Silicon Valley Italian Executive Council che raccoglie i principali esponenti imprenditoriali del made in Italy di Silicon Valley. Ospite d’onore della serata, Marco Belinelli, star italiana del basket Nba dei Golden State Warriors di Oakland. Niaf si occupa di promuovere concretamente iniziative legate alle tradizioni ed alla cultura italiana, con borse di studio e finanziamenti. Tra queste, un documentario ancora in fase di produzione realizzato da Lou Dematteis, giornalista e fotografo, sulla figura del padre, Louis B. Dematteis, magistrato integerrimo che fu una figura storica della comunita’ italiana in California. In un prossimo post, Lou raccontera’ il suo progetto a Italiani di Frontiera.

Arrivare in America assieme a un premio Nobel. E oggi Gianluca Rattazzi (MaxiScale) ha un piano per i colossi del web

  Un padre convinto che l’Italia non potesse offrire un futuro a suo figlio,  un premio Nobel che lo persuase a puntare sugli Stati Uniti. Gianluca Rattazzi, oggi  presidente e amministratore delegato di MaxiScale, e’ il prototipo di “imprenditore seriale” di Silicon Valley, dove e’ stato in passato cofondatore di quattro diverse societa’. E dove conta oggi con la sua nuova azienda di proporre presto un prodotto innovativo a colossi web come Facebook, eBay e MySpace. Senza rinunciare nel frattempo alla sua passione di sempre: l’automobilismo. “Questo e’ un Paese sbagliato. Se c’e’ un posto e sarai in corsa col figlio della cameriera di un ministro, prenderanno lui”, mi diceva papa’. Credeva nella meritocrazia  ma si sentiva troppo vecchio per andarsene. Lui avvocato, la mamma medico, non hanno mai avuto fiducia nell’Italia. Sono nato ad Ascoli Piceno e vissuto a Roma, anche se siamo cresciuti negli anni del boom, i miei non hanno mai pensato che saremmo vissuti in Italia, io e mia sorella. Per lei la prospettiva era la Francia, per me la Germania. E in Germania ho iniziato lo studio all’estero. IN CASA DI UN PREMIO UN NOBEL – E’ interessante come sono arrivato negli Usa Emilio Segre‘, premio Nobel della Fisica 1959, era negli Usa dagli anni Trenta, aveva insegnato a Berkeley e lavorato al progetto per la bomba atomica assieme a Enrico Fermi. Torno’ per due anni a Roma, dove io studiavo fisica e chimica nucleare. Lo incontrai…ci riuscimmo simpatici ed iniziai a collaborare con lui, che stava scrivendo un libro su Fermi. “Per quello che fai, vivi nella nazione sbagliata, il tuo futuro e’ in America”, mi disse. “Perche’ non fai tre mesi di internato alla Stanford University (era il 1975),  se sei interessato, come ti laurei ti trovo un posto a Berkeley…”. Arrivammo in America insieme, era l’estate 1976. Finii a vivere in casa sua, sua moglie, sudamericana, doveva star via per mesi…  Lo accompagnavo nelle escursioni in montagna, con lo zaino… alla fine divenni research assistant a Berkeley. L’UOMO PIU’ COLTO MAI INCONTRATO – Successivamente lavorai per Luciano Moretto, anche lui docente a Berkeley. L’uomo piu’ colto che abbia mai conosciuto. Era capace di lavorare tutto il giorno, poi alla sera andarsene a letto leggendo un libro in greco antico… e conosceva pure diverse lingue scompase… Per gli esperimenti di fisica, avevano bisogno di computer per esaminare i dati… e io scoprii che la parte dei computer mi piaceva piu’ della fisica. Iniziai a studiare Electrical Engineering and Computer Science. Alla fine anni Settanta,  vedevo che i fisici mi consideravano piu’ un tecnico che uno di loro… conobbi Enzo Torresi, che nel 78-79 era il presidente dell’Olivetti Advanced Technology Center. Suo capo e direttore generale della Olivetti Computers era Enrico Pesatori. “Quel che fai tu sarebbe il sogno di Olivetti…”, mi diceva Enzo. L’ESPERIENZA ALLA OLIVETTI – Nell’estate 1980 lasciai fisica e chimica all’universita’ per la Olivetti a Silicon Valley. Intanto nel 1978 aveva conosciuto una ragazza italiana che era qui per due anni per occuparsi di genetica… tutti e due a Roma abitavamo in via Luciani, lei 3 e io 1… ci siamo sposati in quel 1980 e siamo ancora qui, con tre figli… In quell’anno alla Olivetti lavorai al nuovo sistema operativo Olivetti, Linea Uno, per computer business, soprattutto per il mondo bancario. Poi due anni sui personal computer. Ma nel 1984 l’Olivetti decise di spostare in Italia lo sviluppo dei nuovi prodotti, tenendo qui solo un piccolo centro di ricerca avanzata… Io non volevo tornare in Italia, feci colloqui con varie aziende tra le quali Apple e passai ad una piccola compagnia, la Validec , che faceva reti avanzate wired and wireless per ristoranti, come capo ricerca e sviluppo. DALLE AZIENDE VENDUTE A UNA SOCIETA’ MIA – Dopo un anno, l’azienda venne venduta a una societa’  di Toronto, ma io volevo restare in California e passai alla Virtual Microsystems, che faceva sistemi network per integrare minicomputer a personal… dopo un anno e mezzo anche quella fu venduta. Cosi’ ho pensato: la prima venduta la seconda pure..perche’ non farmi una societa’ mia? Cosi’ nacque la Parallan (Parallel Local Area Network, 1988). L’idea di base era che se il pc era il desktop individuale da collegare in reti, nelle aziende ci fosse bisogno di macchine centralizzate con molte potenzialita’ per elaborare questi dati. Quotammo in Borsa Paralan nel 1993 e l’anno successivo, il principale concorrente, IBM, la compro’. Era il 1994 e io intanto da tre anni conoscevo un ragazzo israeliano, Gedeon Benfreim, che aveva ideato un sistema per far comunicare diversi edfici di una stessa societa’… Da quest’idea nacque un’altra societa’, P-Com, per la quale, quando Paralan stava per andare in Borsa, assumemmo un nuovo amministratore delegato. Anche P-Com  ando’ in Borsa nel 1994. E bene. Cosa faccio adesso? mi chiedevo. Trovai una compagnia che aveva otto anni di vita, ottenni da un venture capital i 20 milioni di dollari per comprarla. Era la  Meridian Data, che realizzava nuovi prodotti nello storage, nelle memorie di massa… con un’azienda che gia’ era consolidata andai rapidamente. Nel 1996 venne quotata in Borsa, continuando a crescere sino a quando nel 1999 venne comprata da Quantum, che opera nel settore dei dischi di memoria. Restai altri tre mesi, uscendo a fine 1999. POTENZIARE I SERVER – Intanto avevo incontrato un ragazzo inglese che aveva un’idea innovativa. Normalmente il server e’ una piattaforma Intel, la sua idea era quella di realizzare invece qualcosa di diverso, compatible con Intel ma con un’architettura differente, che potesse fornire una potenza dieci volte superiore… cosi’, con i fondi di un venture capital, e’ nata BlueArc, nella quale ho coinvolto Enrico Pesatori, che in quel momento era il numero due di Compaq… MAXISCALE E LA PROPOSTA A COLOSSI DEL WEB -Per BlueArc sono tornato a tempo pieno all’inizio del 2002 dall’Italia, dov’ero andato per un po’ perche’ mia figlia voleva vivere a Roma. Anche BlueArc, circa 100 milioni di fatturato l’anno, si e’ registrata per essere quotata… cosi’ e’ nata la

Fùnambol, Funàmbol o Funambòl?

Per incaponirsi in una scelta che tutti considerano sbagliata e che si rivela nell’immediato persino dannosa,  ci vuole un istinto suicida. Oppure, talento e lungimiranza negli affari. Negli Stati Uniti, per uno che si chiama Fabrizio, nome praticamente impossibile da dettare con spelling inglese  (non c’è proprio verso  di farlo scrivere o pronunciare correttamente), scegliere per la propria azienda un nome come “Funambol” denota a prima vista masochismo. Fùnambol, Funàmbol o Funambòl? Fabizio Capobianco, classe 1970, giovane amministratore delegato della società specializzata in tecnologie per  coniugare posta elettronica e telefonini, a cavallo tra Silicon Valley e Pavia, ammette che quel nome gli ha provocato non pochi grattacapi. Perchè era difficile trovare due interlocutori americani che lo pronunciassero allo stesso modo, con sterminate varianti, da “Fanàmbol” a  “Fiunambòl” ecc… “Avevo cercato nel vocabolario italiano qualche parola che suonasse come fun, divertimento in inglese, che mi piaceva. E sono capitato su funambolo. Un significato ideale, per una tecnologia in bilico”, spiega davanti ad un risotto ai funghi in zucca, al ristorante La Strada, University avenue, cuore di Palo Alto e ritrovo degli italiani dell’hi tech californiano. Il difficile equilibrio, “Funambol” lo ha trovato tra open source e commerciale. Offrendo cioè un prodotto gratuito ad una vasta comunità (circa a due milioni di utenti), vendendone poi una versione avanzata agli operatori mobili. Quel nome, che importanti partner gli avevano persino intimato di cambiare, alla fine si è rivelato azzeccato. E’ stata la carta giusta, quando dopo aver avviato una piccola azienda a Pavia, di fronte allo scetticismo dei colleghi Capobianco si era incaponito a tornare in quella Silicon Valley dove ai tempi della sbornia informatica, fine anni Novanta, aveva lavorato per Tibco, società del gruppo Reuters. Ufficio “virtuale” con segreteria telefonica camuffata, pochissimo tempo per i contatti. Ed un  messaggio  ricevuto appena arrivato negli Usa. Con una  busta con dentro un contratto e un assegno da 350.000 dollari. “Non volevo crederci,  per chi me l’ha proposto in effetti non era granchè, visti i milioni che manovrava. Per noi invece… ma l’interesse per il nostro business era concreto. Pochi passaggi per aggiustare il contratto e siamo partiti”, ricorda. Oggi Funambol ha un fatturato definito “molto buono” e una settantina di dipendenti. Moglie mamma a tempo pieno, dopo anni come ricercatrice a Stanford, figlia di cinque anni,  Capobianco continua a far la spola tra Silicon Valley e Pavia, dove i prodotti Funambol vengono sviluppati. “Mal che vada, potrei candidarmi in politica in Valtellina”, scherza mostrando con orgoglio una copia del Giorno, che dedicandogli di recente un’intervista di una pagina lo ha trasformato in celebrità a Sondrio, città in cui vivono i suoi genitori. Che finalmente han tirato un sospiro di sollievo. “Hai voglia a spiegargli cosa fai dall’altra parte del mondo… alla fine chiedevano sempre: ma c’è proprio bisogno di fare novemila chilometri per lavorare?”. Ora forse hanno capito anche loro cosa fa quel figlio giramondo, un po’ funambolo.

Paolo Andreani, nobile milanese del Settecento dal volo in mongolfiera all’avventura in canoa tra gli Irochesi

E’ il 1784, nel parco di una villa nobiliare a Moncucco (Brugherio), non distante da Milano una folla emozionata naso all’insù segue la spericolata impresa di un nobile che primo in Italia si leva nel cielo, su una mongolfiera, il primo dopo il volo storico l’anno prima dei fratelli Montgolfier. Il 25 febbraio, Paolo Andreani, ventunenne, conte dallo spirito avventuroso, sale in cielo con un pallone aerostatico assieme ai tre fratelli Gerli, ai quali ne aveva commissionato la costruzione, restando in aria per circa venticinque minuti. E’ una sorta di prova generale, il 13 marzo davanti a centinaia di persone accorse dopo l’annuncio pubblico fatto dal temerario conte, Andreani sale con la mongolfiera percorrendo otto chilometri e arrivando a quota 1537 metri, suscitando grande clamore con la sua impresa. “Silenzio e timore occupavano l’immensa folla che dai palchi, dalle logge, dal giardino, dai campi era spettatrice attonita di quell’impresa nuova per loro e nuova a tutti i passati secoli”, scrisse Pietro Verri, protagonista del’Illuminismo italiano e testimone dell’evento. Lo spirito di avventura di Andreani lo portò pochi anni dopo ad un’altra straordinaria impresa, oltreoceano. Come ricorda Cesare Marino, nel 1790, Andreani raggiunto il nuovo mondo lascia New York e si avventura nella regione dei Laghi, oggi tra Usa e Canada, nei territori degli Irochesi a sud del lago Ontario. Un tour di quasi duemila miglia su una canoa lunga una decina di metri con dodici uomini di equipaggio, prima di diventare l’anno successivo il primo europeo ad aver circumnavigato il Lago Superiore, partendo da Montreal. Raggiungendo le sorgenti minerali di Saratoga, Andreani scoprì anche ed una curiosa comunità di quaccheri soprannominati “Shakers” per il bizzarro rituale di ballo che eseguivano nelle loro cerimonie. Andreani, ricorda Marino, compì esplorazioni di eccezionale valore scientifico e commerciale. Per i precisi resoconti su usi e costumi delle tribù di nativi americani incontrate. E per i dati raccolti che furono estremamente preziosi per il traffico di pelli. Ma Andreani osservatore attento delle civiltà dei nativi, che risentivano degli sconvolgimenti provocati dalla nascita degli Stati Uniti e dalla crescente colonizzazione, non risparmiò critiche severe alla politica espansionista degli americani ed al loro atteggiamento nei confronti delle tribù indiane. Critiche così dure e circostanziate da provocare quasi un incidente diplomatico con i neonati Usa… A Paolo Andreani è anche intitolata una via nel cuore di Milano, traversa di via Francesco Sforza. Il diario di viaggio, Giornale 1790, a cura di Cesare Marino e con prefazione di Emilio Fortunato, e’ stato pubblicato da Clueb. Qui l’edizione inglese da Google Books.

Cesare Marino, antropologo talent scout di Italiani di Frontiera di ieri

Negli anni in cui molti promettevano di abbattere un sistema di cui sono diventati oggi classe dirigente (parlamentari, ministri, editorialisti e direttori di giornali), uno studente dell’Universita’ di Padova sceglieva in silenzio una strada davvero controcorrente. Varcare l’Oceano per dedicarsi anima e corpo ad una passione dai risvolti esistenziali: quella per gli indiani d’America. Oggi Cesare Marino fa la spola fra Treviso, dove vivono i genitori, e la Virginia, dove abita da anni, dopo essere diventato, come antropologo allo Smithsonian Institution di Washington, una delle massime autorita’ in fatto di nativi americani. Per anni Cesare ha “ballato coi lupi” molto piu’ a fondo di tanti improvvisati “amici degli indiani”. Stringendo amicizie solide con figure di spicco dei nativi americani di diverse tribu’, imparando lingue e costumi che lo hanno sempre piu’ coinvolto in un dimensione spirituale, allontanandolo dalla ribalta mediatica. Le sue ricerche ed i suoi libri sono di un rigore esemplare che nulla concede alle approssimazioni ed al colore cosi’ di moda. E’ su questa strada, fatta di verifica delle fonti, documentazioni meticolose e riferimenti bibliografici, che Cesare Marino si e’ imbattuto quasi per caso in alcune straordinarie figure di italiani del passato, che per motivi diversi hanno incrociato i loro destini a quelli degli indiani, al centro dei suoi studi. Come quella di Carlo Camillo di Rudio (1832-1910), conte bellunese che dopo aver percorso avventurosamente il Risorgimento, attentando’ alla vita di Napoleone III, evito’ in extremis la ghigliottina, evase dalla Cayenna ed emigro’ negli Stati Uniti, entrando nel 7 Cavalleria di Custer e scampando al massacro di Little Big Horn. Di Carlo Gentile (1835-1893), napoletano, bravo e sfortunato pioniere della fotografia, che adotto’ un ragazzino indiano destinato a diventare, grazie ai suoi insegnamenti, personaggio storico nella difesa dei diritti civili dei nativi americani: Carlos Montezuma. O quella di Giacomo Costantino Beltrami (1779-1855), patriota bergamasco deluso dalla Restaurazione, che scelse il Mississippi come prova estrema di un percorso esistenziale, lo risali’ da solo fra tribu’ ostili sino a raggiungerne dopo mille peripezie, primo bianco giunto cosi’ lontanto, una delle sorgenti. Con un ombrello rosso come bizzarro lasciapassare. Storie che Marino ha meticolosamente ricostruito come difficili puzzle, dedicando loro studi e pubblicazioni che attendono ancora la meritata attenzione. Di Italiani di Frontiera Cesare Marino sara’ partner insostituibile. Per ricostruire quel filo conduttore che ieri nel West, oggi nelle sfide avanzate delle nuove tecnologie, vede gli italiani protagonisti.