Amici di IdF: i film da passione per cinefili a impresa, nei 30 anni di Cinemazero

Domenica e’ festa grande, a Pordenone. Sono attesi anche Gabriele Salvatores e Paolo Virzi’, per celebrare i trent’anni di Cinemazero, uno dei pochissimi cineclub italiani sopravvissuto all’epoca dei cineforum e trasformatosi in una consistente realta’ imprenditoriale, oltre che culturale, capace di abbinare ad una locandina di prim’ordine iniziative che vanno ben oltre i confini del Friuli Venezia Giulia e spaziano anche al di la’ del cinema. Chi scrive ha avuto la fortuna di vivere all’inizio degli Ottanta alcuni degli anni eroici accanto agli amici di Cinemazero, imparando parecchio da loro. In un’epoca in cui i giovani intellettuali erano proprio quelli impietosamente descritti nei film di Nanni Moretti, verbosi e assolutamente inconcludenti, a Cinemazero si discuteva, rifletteva, ma soprattutto si faceva. Spirito friulano e un’eredita’ preziosa da valorizzare, quella di PierPaolo Pasolini della vicina Casarsa. Proiezioni a raffica, rincorse alle “pizze” con le pellicole, in arrivo col treno o da portare in macchina a tutta velocita’ in una piazza di provincia, maniche rimboccate per manovrare all’occorrenza vecchi proiettori in sale fatiscenti. E tanta pazienza con assessori non sempre all’altezza. Come dimenticare le proiezioni estive all’aperto, in piazzette di paesini affollate da gente che portava la sedia da casa, il proiettore su un vecchio camion… a chi scrive tocco’ sostituire in emergenza il traduttore… di un film muto, “Il ladro di Baghdad” con Douglas Fairbanks. Con l’ansia di leggere in pochi secondi le didascalie, prima che partisse il mugugno della gente… di fronte ad un portaordini a cavallo nel buio, ci scappo’ al microfono un “Il corriere della sera”… Per una volta, i bei tempi andati non sono solo ricordi sbiaditi. Negli anni, Cinemazero ha continuato a crescere, ospitando oltre a decine di migliaia di spettatori anche maestri del cinema di tutto il mondo. Senza complessi di provincia. Ed ha continuato ad esplorare con occhio moderno il cinema delle origini. Non e’ un caso se le Giornate del Cinema Muto, che Cinemazero organizza in collaborazione con la Cineteca del Friuli, (il prossimo ottobre a Pordenone la 27a edizione), sono un appuntamento imperdibile per critici e appassionati da tutto il mondo. Esaltate da testate del calibro di Variety e Washington Post. Auguri a Cinemazero. E ad Andrea Crozzoli, Piero Colussi, Sabatino Landi, Gianni Lessio, Luciano De Giusti e tutti gli altri. Iscritti d’ufficio tra gli Amici di Italiani di Frontiera.

Mind the Bridge, cinque idee in vetrina per aspiranti Italiani di Frontiera

Happening all’insegna delle idee nuove e del business made in Italy, ieri alla galleria LIMN, angolo di San Francisco consacrato al design italiano, per l’evento conclusivo di Mind the Bridge (qui il post precedente), al quale dedichera’ un servizio anche Rai International, presente alla serata. Marco Marinucci di Google, animatore dell’iniziativa, a fare gli onori di casa, con Jeff Capaccio (Sviec) e Matteo Daste (Baia). Cinque progetti ritenuti meritevoli da un comitato selezionatore, che in questi giorni sono sotto gli occhi di possibili investitori e ieri sera sono stati presentati agli ospiti, quintessenza del made in Italy di Silicon Valley. Come Giacomo Marini, venture capitalist di Noventi (nella foto assieme ai cinque imprenditori venuti dall’Italia per il road show). Econoetica propone un progetto multimediale per il turismo. Nano4Bio riguarda invece biosensori nella coltivazione celulare. VivaBioCell si occupa di ingegneria biotech nel campo dei tessuti. Blucape ofre invece un network per giovani nella comunicazione wireless. BioMan infine e’ un sistema biotecnologico applicato all’alimentazione.

Amici di IdF: Arianna e Stefano giornalisti nomadi nel “Far West” australiano

Tra gli Amici di Italiani di Frontiera, Arianna Dagnino e Stefano Gulmanelli hanno un posto speciale, per come hanno saputo ispirare un progetto di giornalismo autonomo all’estero, col loro esempio. Di giornalisti e nomadi della comunicazione. Capaci di andare alla scoperta di continenti (ora sono in Australia), con famiglia, senza posto fisso e nota spese. E senza prendersi troppo sul serio. Come conferma la scherzosa foto di famiglia con Leonardo e Morgana (ideale per un primo d’aprile). Di solito, vestono un po’ meno vintage… Espresso, Repubblica e Nova Sole 24 Ore sono tra i giornali sui quali potete trovare i loro pezzi. Questo il loro blog personale, mentre all’esperienza australiana e’ dedicato il blog giornalistico Oceaneide sul sito di La Stampa. Arianna e Stefano sono esperti di tecnologie e nuove tendenze, che sanno scovare in diversi aspetti della vita sociale, politica e culturale dei Paesi che visitano. Inseguire il visto per restare in Australia non e’ stato uno scherzo, spiegano. Ma alle cose difficili sono abituati. Hanno vissuto qualche anno in Sudafrica nella non proprio ospitalissima Johannesburg. E stanno gia’ programmando, una volta lasciata l’Oceania, di volare in Canada, dove sono gia’ stati lo scorso anno come documenta il loro blog di viaggio. Al nomadismo intellettuale di cui sono alfieri hanno dedicato un sito e (un altro???) blog.

Mind the Bridge, un ponte con gli Usa per le idee innovative made in Italy

Il meglio dell’innovazione italiana in cinque progetti selezionati per la finale di “Mind the Bridge“, iniziativa non profit ideata per favorire con una business plan competition nuovi progetti imprenditoriali, dalle biotecnologie a Internet, dalla telefonia all’energia, gettando un ponte fra Italia e Stati Uniti. Appuntamento domani per l’evento finale a San Francisco, mentre gia’ oggi e’ iniziato il road show per i cinque progetti selezionati, come spiega in questo link Marco Marinucci, ingegnere di Google, uno degli animatori dell’iniziativa. Mind the Bridge e’ stato promosso dall’ambasciatore Usa in Italia Richard Spogli nell’ambito del progetto Partnership for Growth, e realizzato in collaborazione con Baia, Sviec e First Generation Network.

New Orleans 1891: undici siciliani linciati. Una strage da non dimenticare

L’anniversario e’ passato da poco. Era il 14 marzo 1891, a New Orleans undici immigrati italiani, siciliani, furono linciati dal folla, con un’irruzione nella prigione in cui erano detenuti, sulla scia della fuoriosa reazione ad un processo che non era riuscito a individuare i responsabili dell’uccisione del capo della polizia. Fu la piu’ grave strage del genere che vide vittime immigrati italiani negli Stati Uniti e porto’ persino ad una breve interruzione dei rapporti diplomatici fra i due Paesi. E di immigrazione Italiani di Frontiera parlera’ in un prossimo post, dopo l’incontro con Frederick W. Marazzo, giovane storico di origini italiane, autore del recente “Italians in the Santa Clara Valley” (Arcadia Publishing) che ripercorre le tappe dell’insediamento di italiani nella zona della California che comprende oggi Silicon Valley. Intanto, per non dimenticare la strage di New Orleans e le sue vittime, e ricordare che che anche l’emigrazione italiana negli Usa ha conosciuto pagine drammatiche, ecco un po’ di link. Un documentario Rai di La Grande Storia ha ricostruito lo scorso anno l’episodio, mentre un articolo di Repubblica ne ha rievocato il clima. Infine il link al sito di L’Orda (Quando gli albanesi eravamo noi), libro Rizzoli di Gian Antonio Stella, bravo giornalista del Corriere della Sera, diventato progetto multimediale (oltre al  sito uno spettacolo teatrale con musica). Tra cronache, statistiche e vignette, un testo assolutamente indispensabile, per una riflessione fuori dagli stereotipi sull’emigrazione, ieri dall’Italia, oggi in Italia. Si comincia a leggerlo pensando sia utile conoscere le storie degli italiani emigranti, per capire meglio gli immigrati che arrivano oggi in Italia. Un po’ alla volta, ci si rende conto che occorre conoscere piu’ a fondo gli immigrati di oggi, da dove vengono e le loro storie, per capire chi siamo davvero noi italiani e da dove veniamo… L’episodio di New Orleans e’ stato anche rievocato in un film tv del 1999, Vendetta, protagonista Christopher Walken.

Azienda leader mondiale con 6 persone e software avanzato: Franco Folini racconta il caso Novedge

Un piccolo ufficio a San Francisco, un organico di cinque o sei persone ed un sistema avanzatissimo per gestire a tempo record un centinaio di produttori sparsi per il mondo, uniformare la loro offerta vendere i loro articoli online su scala planetaria. E oggi nella vendita  su Internet di software per progetti e disegno industriale, Novedge e’ leader mondiale, dice Franco Folini, ingegnere passato dall’Universita’ di Parma al business hi tech sulla Baia. Che a Italiani di Frontiera ha spiegato un caso aziendale esemplare. DALL’UNIVERSITA’ DI PARMA A SILICON VALLEY –  Mi sono laureato in Informatica alla Statale di Milano. Poi ho lavorato al Cnr nel gruppo che faceva Computer Aided Design, insegnando poi questa materia per deci anni all’Universita’ di Parma. Ma ero stanco di vedere la mia carriera procedere a rilento… facevo una cosa di nicchia, quasi esclusiva, e senza nessun riconoscimento. Cosi’ nel 2001 ho accettato di venire in California ad Actify, societa’ che sviluppa software. SOPRAVVISSUTI ALLA BOLLA –  Novedge l’abbiamo fondata nel 2003 assieme a  Cristiano Sacchi, imprenditore seriale che aveva creato Actify. Siamo sopravvissuti senza troppi problemi alla bolla di Internet, in un settore tutto sommato meno esasperato e abbastanza tradizionalista, dove ancora vendere online e’ considerata una novita’.  Novedge vende software per progettisti meccanici, architetti, artisti 3D, disegno industriale. Con oltre duemila prodotti in catalogo, oggi siamo il piu’ grande rivenditore online al mondo di questo tipo di software. Oltre cento fornitori e piu’ di un milione di visitatori all’anno. Ma noi ci occupiamo solo del sito e del marketing. E siamo solo in 4 o 5. AUTOMATIZZARE ALL’ESTREMO – Per un anno abbiamo avuto un venditore, che cercava clienti. Ma poi non serviva… siamo quasi una novita’ ma il mercato ci sta venendo incontro. Il software e’ sulla strada dell’hardware, non ci sono piu’ negozietti che vendono computer, presto non ci saranno piu’ nemmeno quelli per vendere i programmi. Vendere online significa vendere con margini piu’ bassi. Dunque occorre essere estremamente efficienti,  generare volumi enormi per un reddito significativo…  dobbiamo avere pochissimi addetti e un processo piu’ automatizzato possibile. Per gestire un’offerta    articolata fra pochi prodotti che vendono tanto ed altri che vendono poco ma sono tantissimi, secondo i principi indicati da Chris Anderson, direttore di Wired nel suo libro “The Long Tail”. RENDERE SEMPLICE IL COMPLICATO – Quel che il cliente vede su Internet e’ appena la meta’ del nostro complesso sistema web, che quando lui piazza un ordine online, lo  processa in pochi minuti, facendo i conti con cento fornitori diversi, ognuno con sito, grafica, informazioni, modalita’ di vendita e di pagamento diversi … Grazie a questo  sistema articolato, siamo noi ad adattarci ai fornitori e non viceversa. E in piu’, nascondiamo questa complessita’ al cliente, che sul nostro sito trova tutto uniformato ad un unico standard, cosa indispensabile per velocizzare e semplificare l’offerta. Su questo ci concentriamo. Non ci occupiamo di assistenza (ci sono aziende specializzate che lo fanno a pagamento), quasi non abbiamo  comunicazioni telefoniche, che con i nostri numeri ed i nostri ritmi sono uno spreco di tempo ed energie che non ci possiamo permettere. IL BLOG UNA SCOPERTA PER IL MARKETING – Per noi che facevamo sviluppo di prodotti, la vendita ed  il marketing sono state opportunita’ per verificare direttamente come questi prodotti vadano sul mercato. Facciamo anche un blog ed e’ stata una scoperta constatare quanto sia importante per il marketing. Il blog e’ un’occasione di approfondimento, con interviste a sviluppatori, esperti e artisti del settore, senza ovviamente dparlare i prodotti che vendiamo noi. Non ha scopi commerciali ma fa vedere che dietro a un’azienda online ci sono persone competenti, che sanno cosa vendono. Cosa importante nei confronti dei clienti, perche compensa la scarsa interazione che abbiamo con loro, visto che siamo contattabili solo online e l’assistenza e’ rimandata ai fornitori… un paio di mesi fa, ad una fiera di settore a San Diego, abbiamo scoperto che tutte le persone incontrate leggevano il nostro blog e ci hanno fatto i complimenti… Inoltre, le interviste sono un’ottima occasione per coltivare contatti con un sacco di persone del campo. Il blog ci aiuta ad aumentare la visibilita’ del sito commerciale, visto che si linka piu’ facilmente un blog con interviste di esperti che un sito che vende software. Ma ha anche sviluppato il business: diverse aziende ci hanno contattato proprio attraverso il blog, proponendoci di vendere i loro prodotti. VENDITE ONLINE: NULLA CONTA COME IL PREZZO – Mi ha colpito scoprire come le persone comprino online. Mi aspettavo facessero come me, che acquisto solo dopo essermi ben informato, aver partecipato ai forum ed aver confrontato i prodotti…. niente affatto.  La gente compra molto piu’ d’impulso o sulla base del prezzo. Si’ certo, le community, la fideizzazione del cliente, la reputazione del fornitore… tutte cose  importanti. Ma alla fine il prezzo migliore e’ quello che conta di piu’.  Quindi tutta l’attivita’ di marketing e promozione e’ efficace ma solo se alla fine offri il prezzo migliore. E se manca quello, il resto svanisce… SILICON VALLEY MITO E REALTA’ –  Silicon Valley e’ un posto unico quanto a opportunita’ anche se c’e’ un po’ di mitologia, che forse fa comodo ai venture capitalist. Qui  si rischia e si accetta il fallimento senza drammi… beh si’ e vero ma sino ad un certo punto. Certo manager e dipendenti sono pronti a muoversi da un’azienda all’altra.  magari chi fallisce trova un altro posto, ad un livello piu’ basso. Poi pero’ si parla solo dei casi di successo… UN MODELLO INESPORTABILE – Il punto di forza di Silicon Valley e’ l’ecosistema, una serie di componenti correlati, legati fra loro, che creano un sistema unico. Come esportare questo modello, magari in Italia? Credo sia virtualmente impossibile. Puoi portare i venture capitalist con i finanziamenti… ma non avrai la mobilita’. E poi manca l’infrastruttura logistica, la mentalita’ e la massa critica…cioe’ una serie di aziende che fanno scuola in un settore. E’ una delle ragioni per cui possiamo esistere qui e non

Auguri a Lawrence Ferlinghetti, 89 anni, patriarca della Beat Generation

Ieri 24 marzo Lawrence Ferlinghetti, poeta americano di origini bresciane, pittore, editore e patriarca della Beat Generation, ha compiuto 89 anni. Italiani di Frontiera gli fa gli auguri, con la speranza di intervistarlo ed inserire la sua preziosa voce a fianco di quelle di ricercatori e manager dell’hi tech trapiantati a poca distanza dalla sua San Francisco. “Dobbiamo tutto agli hippie“, aveva scritto il settimanale Time nel “lontano” 1995 (ere geologiche per i ritmi hi tech), soprendendo molti nell’individuare nel movimento pacifista degli anni Sessanta l’anima libertaria che ha ispirato la rivoluzione informatica e una tecnologia di comunicazione universale, per tutti e senza padroni (o quasi) come Internet, offrendo risorse imprevedibili alla creativita’ dell’individuo. E’ dalla Beat Generation che quel movimento e’ sorto. Ed alle inquietudini esistenziali di quell’epoca, spinte talvolta sino all’autodistruzione, Ferlinghetti e’ sopravvissuto come testimone di uno spirito che pur tormentato non si e’ estinto ripiegandosi su se stesso. Per questo gli rendiamo omaggio. Qui il video di Ferlinghetti che recita una sua poesia. Ecco la sua pagina su Wikipedia il link alla sua celebre libreria casa editrice City Lights. E lo speciale con interviste e registrazioni, sul sito Democracy Now! in occasione del cinquantenario, un anno fa, della pubblicazione di “On the Road” di Jack Kerouac, manifesto della Beat Generation. In quella circostanza, Ferlinghetti compose la poesia atto d’accusa del video qui sopra, ispirandosi ai versi del poeta libanese Kahlil Gibran. Qui la poesia di Ferlinghetti. Questa la traduzione. Pieta’ per la nazione che ha un popolo di pecore e dei pastori che gli mentono. Pieta’ per la nazione i cui capi sono bugiardi, i cui saggi sono zittiti. Pieta’ per la nazione che non leva la sua voce se non per esaltare i conquistatori ed acclamare i prepotenti come eroi e mira a dominare il mondo con la forza e la tortura. Pieta’ per la nazione che non conosce altra lingua che la propria ne’ altra cultura che la propria. Pieta’ per la nazione il cui respiro e’ danaro e dorme il sonno di chi ha mangiato troppo. Pieta’ per la nazione – oh, pieta’ per il popolo che ha permesso venissero erosi i suoi diritti e cancellate le sue liberta’. Paese mio, tue lacrime , dolce terra di liberta’.

Amici di IdF: fra gli scienziati sui ghiacci del Polo Nord con Guido Romeo

Invece del sole della California, ha scelto i sessanta sottozero dell’Artico. Guido Romeo, giornalista e amico, inaugura una sezione nuova del blog, Amici di IdF, a loro modo a pieno titolo “di Frontiera” anche se non si trovano in California o non sono italiani. Guido ha inserito una fotogalleria (dove potete anche votare il gradimento alle immagini) sul sito del Sole 24 Ore per il quale lavora, illustrando la sua esprienza al Polo Nord, tra gli scienziati che stanno studiando la banchisa artica per misurare lo stato di salute del Pianeta, in particolare raccogliere preziose informazioni sul clima. Questo invece l’articolo in cui ha raccontato la sua straordinaria avventura.

Impegno civile eredita’ di famiglia, nel cinema e nelle foto di Lou Dematteis

Per oltre vent’anni Lou Dematteis, nato a Palo Alto, fotografo di origine italiana (la famiglia proviene dalla provincia di Cuneo) ha lavorato per Reuters. Due anni fa ha lasciato l’agenzia per dedicarsi a progetti audiovisivi autonomi. Sta ultimando “The Judge” un documentario per la tv sulla vita di suo padre Louis B. Dematteis, avvocato e giudice, nemico del crimine, paladino dei diritti civili e figura storica della comunita’ italiana in California. Lou ha anche realizzato un libro-denuncia fotografico, “Crude Reflections”, in uscita a maggio, frutto di anni di lavoro assieme a Kayana Szimczac sulle drammatiche condizioni dell’ambiente e della salute della popolazione nella zona amazzonica dell’Ecuador, dopo anni di estrazioni petrolifere effettuate da compagnie americane. Lou ha raccontato a Italiani di Frontiera i suoi progetti. THE JUDGE –  Per il documentario stiamo iniziando la fase di postproduzione. Abbiamo avuto fondi da diverse fonti della comunita’ italoamericana, tra cui la National Italian American Foundation. Dobbiamo racoglierne altri per finire il lavoro, cosa che contiamo di fare entro l’anno. CONTRO LE DISCRIMINAZIONI – Studiare duramente e diventare i piu’ giovane avvocato della California fu per mio padre un modo per superare le discriminazioni. Erano tempi difficili per gli immigrati italiani, che non parlavano l’inglese, non avevano lavori qualificati… Da ragazzi avevamo di fronte due strade, mi ha detto un suo amico: diventare come le persone che ci perseguitavano perche’ italiani, oppure crescere, diventare persone rispettabili e in cambio non applicare mai agli altri le discriminazioni subite… Durante queste ricerche abbiamo scoperto quanti siano stati gli italoamericani coinvolti nelle lotte per i diritti civili,  per i diritti dei lavoratori… Ho anche scoperto diverse cose su mio padre che non sapevo. Ma la piu’ sorprendente e’ stato capire cosa abbia significato per lui, quando era procuratore, assumere per un ruolo di grande responsabilita’ una donna. Erano gli anni Cinquanta, lui che era cresciuto come italiano tra le discriminazioni, per la sua esperienza aveva capito che le persone vanno giudicate per quello che sono capaci di fare, e non in base al fatto che siano italiane, cinesi, giapponesi… o che siano donne.  E quando una donna, che era una outsider, cresciuta in un ranch dell’Arizona, si propose per quel lavoro, che nessuno all’epoca le avrebbe dato proprio perche’ donna, fu capace di riconoscere le sue qualita’. Quella donna, Sandra Day O’Connor, e’ diventata poi una persona importante per la storia degli Stati Uniti, la prima donna Giudice della Corte Suprema. ORGOGLIO DELLE PROPRIE RADICI – I miei nonni arrivarono qui nel 1903 da Montezemolo, provincia di Cuneo. Mi padre, nato in America, ha sempre avuto grande rispetto per le proprie radici. “Sono orgoglioso di essere italiano perche’ sono americano”, diceva. Divento’ un modello per molti italoamericani, comunico’  quel rispetto e quella stima per l’Italia, la sua sua cultura ed i suoi emigrati. Ed erano tempi duri per gli italiani qui… alle sue radici italiane era legata credo anche l’importanza che dava alla famiglia. Fondamentale per chi era immigrato (tutti in famiglia dovevano avere un lavoro, per riuscire ad andare avanti) ma anche in campo sociale. Come procuratore e poi giudice, mio padre lavoro’ molto nel sistema giudiziario minorile, tentando di inserire  programmi di prevenzione ed educazione per giovani che rischiavano di avere problemi con la legge. Poi lavoro’ con i boy scout, tenne molti discorsi sull’importanza della famiglia… FOTO D’IMPEGNO CIVILE – Sono stato a dal 1985 al 2006 alla Reuters. Poi ho lasciato per iniziare a lavorare su progetti miei di fotogiornalismo e video… A maggio City Lights pubblichera’ “Crude Reflections”, un mio libro che documenta la situazione nella zona amazzonica del’Ecuador, dove c’e’ stato dagli anni Sessanta un grosso sfruttamento petrolifero. Purtroppo, le compagnie petrolifere non hanno fatto un buon lavoro con gli scarti delle trivellazioni, che hanno abbandonato nell’ambiente quando se ne sono andati nel 1992. Ci sono tassi altissimi di inquinamento, persone malate o nate con malformazioni e ci sono campagne d’opinione per intentare cause legali a queste societa’. Nel libro ho documentato tutto questo e sono stato in altre zone del Paese, ricche di petrolio, dalle quali gli indigeni ed altri  abitanti vogliono tenere lontane le compagne petrolifere.

Luciano Dalle Ore da Verona a Stanford: rinnovare le aziende hi tech ispirandosi alla strategia di guerra

Nel business come in battaglia: più della forza contano la strategia, l’intelligenza con la quale la si interpreta e l’agilità con la quale la si applica. Dopo una carriera nelle aziende di hi tech, su e giù per gli Stati Uniti, Luciano Dalle Ore, veronese, ha rimesso radici nella Silicon Valley, dove aveva iniziato trent’anni fa dopo gli studi alla Stanford University, rinunciando a malincuore ad una splendida casa vittoriana sulla East Coast, che piaceva tanto all’attore William Hurt. Dalle Ore non è tornato in California per una nuova start up ma per fare il consulente, di aziende in difficolta’ o bisognose si una revisione urgente, per rimettere il turbo in un settore in cui chi non corre resta rapidamente indietro. “Facciamo tesoro degli insegnamenti di John Boyd, stratega militare e innovatore, che sono già da tempo seguiti nel mondo degli affari ma che qui nella Silicon Valley pochi applicano”, ha spiegato Dalle Ore in una chiacchierata dopo una piacevole cena in famiglia. Una lunga carriera nel campo deIl’alta tecnologia, tra Olivetti, Meridien Data e Quantum Corporation, il lavoro di consulente Dalle Ore lo ha intrapreso dopo un periodo nell’ high tech, al suo ritorno in California, iniziando a lavorare per la 4GC, azienda di consulenza aziendale fondata da Patrick Burns, un ex ufficiale SEAL (forze speciali della marina statunitense). E’ cosi’ che si e’ avvicinato agli insegnamenti di un personaggio singolare, John Richard Boyd (1927-1997), che la strategia bellica l’aveva studiata come pilota di caccia dell’Us Army Air Force. “Forty Second Boyd” era uno dei  suoi soprannomi, per la sa abilita’ da istruttore di piloti di passare in un duello aereo in meno di quaranta secondi da una qualsiasi posizione svantaggiata ad una di vantaggio rispetto all’avversario. I suoi studi sono stati fondamentali per ispirare al realizzazione di uno dei caccia piu’ versatili e manovrabili, l’F16, in grado di mettere in difficolta’ aerei molto piu’ potenti, ricorda Dalle Ore. E la sua strategia, elaborata analizzando la dinamica dei combattimenti aerei ed ora studiata attentamente nel campo del business, ha spiegato ancora Dalle Ore, si riassume nel rendere ottimale un procedimento sintetizzato in un acronimo: OODA, Osservazione. Orientamento, Decisione e Azione. Prezioso per gli eserciti come per le aziende. Avvantaggiate quando la  loro struttura garantisce la massima flessibilità e fluidità nel raccogliere i dati, interpretarli, scegliere come agire e farlo. Che significa una capacità di comando decentralizzata ed una forte affidabilità delle persone deputate a farlo. Nei suoi  studi, ricorda Dalle Ore, Boyd aveva ad esempio osservato che la rapidita’ di manovra e di penetrazione con i carri armati nel “Blitzkrieg” era stata una conseguenza naturale dell’efficienza e della decentralizzazione derivata dal carisma e dal forte legame con i propri soldati dei comandanti tedeschi, cosa di cui non si era verificato riscontro nell’esercito francese.“ Dalle Ore è oggi anche presidente e amministratore delegato di Runtime Design Automation, specializzata in computing resource management, che offre una serie di prodotti software per monitorare, gestire e ottimizzare l’impiego di licenze software e risorse Cpu utilizzate per compiti di progettazione. Famiglia niente male quella di Luciano. Anche la moglie Cristina,  astronoma che collabora con la Nasa, è tra i protagonisti di Italiani di Frontiera. E anche i figli promettono …