A Omnibus La7 le parole chiave di Italiani di Frontiera per parlare di disuguaglianze e opportunità

Levataccia ma ne valeva la pena, partecipare domenica 28 gennaio a Omnibus, La7. Il titolo, “Disuguitalia, la ricchezza di (pochi) aumenta“, proprio in linea con la conduzione del bravo Marco Fratini, capace come pochi di combinare competenza e leggerezza. E per la prima volta un’ora e mezzo davanti a una telecamera e un cameraman da solo (conduttore e ospiti erano a Roma), ma full immersion “social” con i preziosi amici dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour che commentavano in diretta (e mi hanno pure suggerito precisazioni…). Si parlava di economia, dati e statistiche, non proprio il mio forte… così ho fatto tesoro della lezione di Paolo Villaggio, che diceva di esser padrone solo di quattro argomenti… ma di saper portare qualsiasi discussione in un minuto sul suo cavallo di battaglia… il Vietnam! Così, io son riuscito a parlare di Federico Faggin e della metafora della “torta finita” sull’invidia sociale per chi ha successo. Poi di talenti all’estero, del patrimonio che sperperiamo non dando spazio in patria al loro potenziale… e alla fine pure dei nostri Tour a Silicon Valley organizzati con Paolo Marenco (a proposito, il prossimo a fine aprile!) e persino di “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“,  il nostro nuovo spettacolo per la regia di Alessio Mazzolotti… citando Olivetti e Montessori! Grazie ai tanti amici di Italiani di Frontiera che hanno avuto la pazienza di seguire i 90 minuti della trasmissione, sommergendomi di commenti e appezzamenti.. Ah, la puntata è già online…

Adriano Celentano, un fenomeno unico per capire il rapporto controverso dell’Italia con la modernità

  Quando nel 1962 esordirono a Londra dei ragazzi inglesi che 55 anni dopo sono un fenomeno unico di longevità col marchio Rolling Stones, in Italia un giovanissimo cantante aveva già raggiunto una popolarità tale da esser chiamato a interpretare se stesso, figura iconica della modernità trasgressiva rappresentata dal rock, in una pietra miliare della storia del cinema e del costume italiano: La dolce vita (1960) di Federico Fellini. Adriano Celentano ha compiuto 80 anni e chiedersi come sia riuscito da cantante, attore, personaggio televisivo, predicatore mediatico a rappresentare una figura così potente per 60 anni nell’immaginario popolare di generazioni diverse forse aiuta un po’ a capire l’Italia stessa. Ci abbiamo provato con una lunga telefonata, io che da anni mi occupo di cultura dell’innovazione con Italiani di Frontiera e un amico come Davide Bennato, docente universitario ed eccentrico esperto di sociologia dei media ai quali ha dedicato numerosi saggi (in arrivo uno sulla bellissima serie tv Black Mirror), per un articolo comparso su Linkiesta. Roberto – “C’è un modo di pensare diffuso che frena l’innovazione in Italia, di diffidenza verso ogni cambiamento, temuto addirittura come minaccia a un’identità proiettata in un Piccolo Mondo Antico ideale e mai esistito come la Padania… quando ho cercato di dargli un nome mi è venuto spontaneo chiamarla “Sindrome del ragazzo della via Gluck”. Ma chi l’ha detto che si stava meglio quando ci si lavava giù nel cortiile??? Celentano è stato sempre cantore di questa nostalgia dei bei tempi andati, idealizzati…”. Davide – “Celentano è riuscito a traghettare la cultura dell’Italia contadina del dopoguerra nel nuovo mondo della rivoluzione dei consumi e dei linguaggi giovanili, intercettando la modernità senza comprenderla fino in fondo. Sancire la nostalgia di un’arcadia perfetta nelle canzoni che si oppongono a un’Italia di operai (Il ragazzo della via Gluck) o nella cinematografia che irride alla modernità borghese (Il bisbetico domato, Castellano e Pipolo, 1980), intuire tanti cambiamenti nelle forme culturali, come nell’uso del collettivo creativo attraverso il Clan o anticipando la sensibilità rap in Prisencolinensinainciusol. Ma il Clan sembrava il progetto di un gruppo di amici del bar più che una factory warholiana, il rap una presa in giro della fonetica delle canzoni anglosassoni famose, un po’ come fanno i bambini quando cantano senza sapere le parole. Intuizioni frutto del buonsenso tipico della gente di campagna, più che figlie di una riflessione sul contemporaneo”. Roberto – “Intercettare la modernità senza comprenderla a fondo… Davide non ci crederai ma ho appena chiesto un parere sul Celentano nella musica a un altro vecchio amico, Giò Alajmo, per 40 anni giornalista musicale del Gazzettino e oggi blogger della testata online Spettakolo… Ecco il suo prezioso contributo: ‘Antimodernista Celentano? Certo. Ma anche un rivoluzionario, per quel che ha seminato ed è stato raccolto da altri, più che per quel ha fatto. Ha portato semi nuovi, quelli del rock che altri han fatto germogliare, pur provenendo da un mondo vecchio, con una visione del mondo da vecchio contadino, popolaresca, mistica, farcita di luoghi comuni, l’anti intellettuale per eccellenza. Ma dopo tutto, cosa aveva fatto Elvis Presley? Non capiva il mondo nuovo, era legato a un mondo tradizionale, quello del country, si era impossessato della musica dei neri che erano ancora segregati, non era Dylan ma la sua negazione. Eppure lui ha ispirato il nuovo in Dylan, come nei Beatles, che sono stati i veri innovatori. Come se una generazione che era un passo indietro, di fatto… avesse precorso i tempi, propiziando il nuovo. Come è successo al beat italiano, che viveva di cover del rock anglosassone ma così facendo alla fine ha favorito la nascita di musica nuova come il progressive di Area o Premiata Forneria Marconi…’ Incredibile come Giò sia in linea con le tue osservazioni”. Davide – “La modernità kitsch di Celentano sta in questo suo messaggio: non c’è elemento della contemporaneità caotica e industriale che non possa essere ricondotto alle forme della saggezza popolare proveniente dalle campagne. La sua innovatività nel sancire caparbiamente la sua non appartenenza al moderno… usando proprio il linguaggio del moderno. La legittimità dell’ignorante è quella di chi sa che può affrontare il mondo con l’umiltà della saggezza contadina e non con l’arroganza di chi si crede esperto grazie ad un uso – ingenuo – di Google. Sono questi gli elementi che rendono Celentano un personaggio assolutamente coerente, dal rock di 24 mila baci al contadino ruspante e un po’ ingenuo di Serafino (film diretto da Pietro Germi nel 1968). Senza dubbio un maestro, soprattutto perché questo suo ribadire la semplicità è stato molte volte controverso e controcorrente. Come giustificare senza sarcasmo un film come Joan Lui (scritto e diretto da Celentano nel 1985) in cui un predicatore cantante e ballerino si comporta come un redivivo Gesù per affrontare i mali dell’Italia? Un flop commerciale assoluto frutto di una tensione religiosa che strideva nell’Italia dell’edonismo reaganiano. Oppure come giudicare le sue apparizioni televisive come conduttore di Fantastico 8, celebri per le sue lunghe pause silenziose diventate un marchio di fabbrica di successo, in una televisione rumorosa e sincopata, che lo resero inquietantemente simile al vecchio telepredicatore del film Quinto Potere di Sidney Lumet (1976)”.   Roberto – “Certo che oggi Il re degli ignoranti titolo scelto da Celentano per un album e un libro (1991) diventa un quarto di secolo dopo un tema purtroppo di straordinaria attualità: l’ignoranza esibita con orgoglio, l’incompetenza celebrata come titolo di merito, ostentando l’approccio istintivo e irrazionale anche a temi delicati e complicati, chiave di interpretazione semplificatoria di una realtà complessa è più che mai d’attualità. Mette i brividi rileggere oggi i tentativi di scienziati, giornalisti o ministri che negli anni hanno tentato di contestare, dati alla mano, affermazioni infondate che il Molleggiato ha dispensato con toni da predicatore e una spaventosa potenza mediatica su giornali e in trasmissioni di grande ascolto, in materia di aborto, di trapianti, di cure farlocche come il caso stamina. Anche su questo Celentano ha precorso i tempi. Non c’è verso di opporsi alle fake news

Hippie New Year! Dieci video d’ispirazione per iniziare al meglio il 2018

Hippie 2018! Come sarà il nuovo anno? L’augurio di Italiani di Frontiera è che serva ad abbattere barriere, luoghi comuni, false certezze, ad aprire strade nuove alla conoscenza e alla creatività. Ecco allora dieci video, una scelta personalissima, con l’augurio che possano servire proprio a ispirare nuovi percorsi. A pochi mesi dall’esordio in prima nazionale a Vicenza del nuovo spettacolo “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“, regia di Alessio Mazzolotti, che nel 2018 contiamo di portare in giro per l’Italia, un doveroso omaggio alla controcultura californiana con la canzone che apre lo spettacolo. A cosa fa riferimento il titolo di uno dei testi principali sul rapporto tra controcultura e hi tech, “What the Dormouse Said: How the Sixties Counterculture Shaped the Personal Computer Industry”, (2005, John Markoff)? Ma a “White Rabbit“, cantata da Grace Slick con i Jefferson Airplane a Woodstock (1969), un’allusione alle atmosfere oniriche di Alice nel Paese delle Meraviglie, rivisitate in chiave psichedelica. Il messaggio è: allargare la coscienza… White Rabbit, Jefferson Airplane, Woodstock (1969) Oltre 38 milioni di visualizzazioni su YouTube per la bellissima interpretazione di “Space Oddity” di David Bowie eseguita nella stazione spaziale orbitante da Chris Hadfield. Pochi giorni prima dello sbarco dell’uomo sulla Luna, luglio 1969, la canzone racconta lo spaesamento estasiato di un cosmonauta solo nello spazio. L’astronauta canadese che la interpreta è fra quanti hanno sperimentato il cosiddetto Overview Effect: aver visto la Terra dallo spazio ha provocato in alcuni una autentica esperienza spirituale, un cambiamento irreversibile nella percezione e nella consapevolezza che il nostro pianeta è un tutt’uno senza confini, fragile, sospeso nel vuoto… qualcosa che potrebbe e dovrebbe forse diventare una consapevolezza comune, anche qui sulla superficie terrestre. Space Oddity di David Bowie cantata nella stazione spaziale orbitante dall’astronauta Chris Hadfield Consapevolezza è quanto ispira anche la presentazione di forte impatto di un esperto internazionale di creazione di aziende, sul palco delle conferenze TED. Ernesto Sirolli, amico di Italiani di Frontiera, racconta la sua esperienza, prima nel Terzo Mondo come volontario di non governative, poi come ispiratore di migliaia di piccoli imprenditori sparsi per i continenti. La prima regola, dice con una straordinaria comunicativa Ernesto (che oggi vive a Sacramento in California)  è: non pretendere di imporre la propria visione in un contesto che non si conosce ma iniziare ascoltando e imparando. Ernesto Sirolli (conferenza TED): Volete aiutare qualcuno? State zitti e ascoltate   Mai smettere d’imparare, il famoso Longlife Learning, anche perchè le tecnologie innovative stanno rivoluzionando la conoscenza, al punto di sconvolgere anche quel che siamo certi di sapere da sempre, come la storia delle origini di Venezia. Che un altro amico di Italiani di Frontiera, Diego Calaon archeologo di Ca’ Foscari Premiato dalla Comunità Europea nel 2014 con il prestigioso Marie Curie-Skłodowska International Outgoing Fellowship, a lungo impegnato a Stanford (qui in un’intervista esclusiva a IdF), si ripropone di riscrivere, con un libro prossimamente in uscita, Wood, Water and Slaves. Diego Calaon, archeologo di Ca’ Foscari a Stanford: riscrivere la storia di Venezia con i Big Data Piccolo stacco cinematografico, sul tema della consapevolezza, con la grande scena finale di un bellissimo film. In “Orizzonti di Gloria” (1957) Stanley Kubrick ha diretto Kirk Douglas in un film di guerra così potente nella sua carica antibellica da esser stato  proiettato in Francia solo diversi anni dopo l’uscita. Una ragazza tedesca (poi diventata la signora Kubrick…) terrorizzata e umiliata davanti a una rozza platea di soldati francesi, costretta a intrattenerli cantando. Ma la musica fa pian piano il miracolo, i soldati si zittiscono, ascoltano e non solo, capiscono che loro e quella ragazza non sono nemici… vista cento volte, non smette di emozionare. Paths of Glory (orizzonti di Gloria, Stanley Kubrick 1957) scena finale Proprio Stanley Kubrick aggiunge un altro prezioso tassello al nostro percorso, fra consapevolezza e allargamento della coscienza, proponendo un insolito ribaltamento del significato del mito di Icaro, pochi mesi prima di morire, nel discorso di accettazione del premio Griffith (1998), intitolato al regista che di fatto creò molti dei capisaldi del modo di fare cinema, prendendo da innovatore e pioniere tanti rischi, al punto di finire emarginato dalla stessa industria che aveva creato. Aveva volato troppo alto? Kubrick propone una lettura diversa di quel mito: non porre un limite alle propri ambizioni ma realizzarle con qualcosa di meglio che piume e cera. Stanley Kubrick, discorso di accettazione del premio Griffith (1998) e il significato del mito di Icaro Non si smette di imparare dunque. E se apprendimento potesse far rima con divertimento? Due esempi di valore. Il primo è una fantastica parodia della hit Despacito per spiegare con animazioni e arrangiamento musicale sbalorditivi Evo-Devo la biologia evolutiva, con una versione vocale di Tim Blais, che ha realizzato lo straordinario canale di video musicali didattici A Capella Science . Evo Devo: la Biologia Evolutiva in una parodia di Despacito, Tim Blais, A Capella Science Secondo esempio di divertente parodia “colta”, stavolta made in Italy dedicato a un classico della letteratura: I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni  rivisitato in chiave comica in soli dieci minuti, condensato di umorismo e abilità del fantastico gruppo teatrale degli Oblivion. I Promessi Sposi in dieci minuti, parodia degli Oblivion E se fosse la scienza a svelare il segreto della felicità? E’ Robert Waldinger direttore dell’Harvard Study of Adult Development, a spiegarlo, raccontando in una bellissima conferenza TED i risultati di una ricerca straordinaria durata decenni, svolta confrontando la vita di laureati nella prestigiosa Università e di persone dei quartieri disagiati di Boston. Trovando un denominatore comune: non sono i soldi e nemmeno la fama a render felici, ma la qualità delle relazioni interpersonali, specie quelle con le persone a noi più vicine, una qualità che ha un effetto benefico non solo sulla psiche ma pure sulla salute fisica. Robert Waldinger (conferenza TED): lezioni dal più lungo studio sulla felicità Federico Faggin e la consapevolezza   Dal segreto della felicità a quello ancora da svelare, sulla natura stessa del mondo in cui viviamo. Padre del microchip e della tecnologia touch, Federico Faggin è la persona che

Manson, il sogno e l’incubo nella controcultura. Una riflessione su Linkiesta dopo “Dobbiamo tutto agli Hippie”

A pochi giorni dall’esordio a Vicenza del nuovo spettacolo “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy”, una riflessione su Linkiesta in occasione della morte in un carcere californiano il 19 novembre 2017 di Charles Manson, che di quella controcultura ha incarnato come nessun altro il vero spirito del Male, l’incubo che si insinua nella ricerca del sogno. “Healter Skelter”. Il titolo della canzone dei Beatles, scritto in modo sgrammaticato col sangue su un frigorifero, in quell’Agosto 1969, fece il giro del mondo. Accompagnata dalle immagini di una delle scene del crimine più agghiaccianti mai viste. In una sontuosa villa hollywoodiana a Bel Air, distretto di Los Angeles, aveva trovato la morte, assieme ad altre tre persone, Sharon Tate, bellissima attrice di 26 anni, incinta all’ottavo mese. Una carriera iniziata in Italia dov’era al seguito del padre militare della base USA di Vicenza. Un massacro misterioso, un episodio di inaudita crudeltà. Pochi giorni dopo, le prime pagine vennero invase dalle immagini di un gigantesco raduno all’insegna di Pace, Amore e Musica. Oltre 400mila ragazzi, forse ancora di più quelli bloccati su strade e autostrade intasate, verso una fattoria a nordovest di New York City, per la tre giorni del Festival di Woodstock. Sul come raccontare un evento di quella portata e senza precedenti, si scatenò un‘accesa polemica all’interno del New York Times. Fra editorialisti che da Manhattan guardando le foto avevano infierito scrivendo di un disastro di fango e colossali ingorghi, e inviati sul posto, che arrivarono addirittura a minacciare le dimissioni per il modo in cui i loro colleghi avevano distorto i fatti in base a pregiudizi, mentre loro erano stati conquistati dallo spirito pacifico e di collaborazione di cui erano stati testimoni, che alla fine aveva permesso di svolgere un raduno gigantesco, improvvisato e rischioso senza incidenti gravi. La scena di un feroce massacro, un grande evento spontaneo all’insegna della pace: solo pochi mesi dopo si scoprì che immagini tanto diverse avevano una matrice comune. E fu una scoperta sconvolgente. Se Charles Manson, scomparso ieri nel carcere californiano di Bakersfield poco dopo aver compiuto 83 anni è diventato per quasi mezzo secolo nell’immaginario collettivo un’icona pop, la personificazione stessa del Male, non è solo per la terribile crudeltà dei sette delitti commessi dai suoi seguaci (altri tre oltre a quelli nella villa di Sharon Tate, anche se lui di fatto non uccise mai nessuno) ma anche perché quegli omicidi efferati di persone scelte solo per il loro status sociale furono ispirati da un’aberrante deformazione di quella stessa controcultura che perseguiva l’utopia di un mondo diverso e migliore. Quasi che inseguire il sogno racchiudesse in sé anche l’inquietante germe dell’incubo. Figlio illegittimo di una madre minorenne, Manson finì nei guai con la giustizia sin da ragazzino. Considerato un soggetto pericoloso in riformatorio già a diciassette anni. Ne aveva 33 quando finita di scontare l’ennesima condanna, dopo un soggiorno a Berkeley si trasferì nel cuore hippie di San Francisco, il quartiere di Haight Ashbury, fondando una comune che si ritagliò uno spazio suo in quell’incrocio di controcultura, droghe, musica ed esperienze mistiche della Summer of Love, l’estate 1967 che fu il punto più alto ma pure l’inizio di un rapidissimo declino per il movimento. Vincent Bugliosi, che fu implacabile interlocutore di Manson come procuratore nel processo per la strage di Bel Air, scrisse che il criminale era stato probabilmente ispirato dalla filosofia della Process Church, che credeva in una riconciliazione fra Satana e Cristo alla vigilia di un’imminente fine del mondo, nella quale secondo Manson l’America avrebbe conosciuto l’Apocalisse per mano degli afroamericani, incapaci però di gestire un dopo rivoluzione, in cui un’elite di Illuminati avrebbe retto il potere. E lui ovviamente sarebbe stato uno di questi. Satanismo, Scientology, ipnotismo Manson li aveva studiati avidamente in carcere, perfezionando una capacità di manipolazione e soggiogamento psicologico e sessuale che esercitò su un gruppo di giovani sbandati, tra cui alcune ragazze che alle spalle non avevano abusi e traumi ma famiglie della “buona borghesia”. Quando Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Leslie Van Houten, tre delle “Manson’s Women” comparvero in abiti color pastello davanti ai giudici, cantando e tenendosi per mano sorridenti, nei corridoi del tribunale che le processò e condannò come esecutrici materiali degli omicidi ordinati dal loro capo spirituale, quelle immagini surreali fecero rabbrividire ancor più di quelle della villa imbrattata di sangue in cui avevano massacrato persone a loro sconosciute. A scatenare quella follia omicida premeditata, dopotutto, era stato il veder sfumare il sogno di entrare in quel mondo dorato hollywoodiano. Manson era stato a un passo dal realizzare un disco con Dennis Wilson, batterista e co-fondatore dei Beach Boys, nella cui casa aveva incassato come musicista persino gli apprezzamenti di Neil Young, che aveva a sua volta pensato a un disco con lui. La sua vendetta si era scatenata contro persone colpevoli solo di trovarsi nella villa di proprietà del produttore che alla fine aveva chiuso la porta in faccia a Manson. Una strage alla quale, altro aspetto inquietante, il regista Roman Polanski marito di Sharon Tate era scampato perché impegnato nella lavorazione del suo film più demoniaco, Rosemary’s Baby. Dopo la condanna alla pena di morte, poi convertita in ergastolo, Manson registrò diverse canzoni messe in commercio e incise anche da altri musicisti. Diventando un’icona pop per quella sua combinazione di ferocia, follia, carisma e capacità manipolatorie. Con quella svastica tatuata sulla fronte, era l’immagine perfetta del Male postmoderno, per il mondo della moda, della musica, celebrata in libri, dischi, documentari e film, l’ultimo dei quali ancora in cantiere, annunciato pochi mesi fa da Quentin Tarantino. Dieci anni dopo quel delitto, Francis Ford Coppola prendeva spunto da Cuore di Tenebra di Joseph Conrad per rievocare la delirante follia che si nasconde nei meandri della mente umana con Apocalypse Now. Solo un anno prima, in una location non meno esotica delle Filippine in cui aveva girato il suo film ambientato in Vietnam, la Guyana, il reverendo Jim Jones, altro inquietante guru di quella controcultura californiana, aveva trasformato

Quell’incredibile primo novembre sulla tomba di Carlo Camillo di Rudio. E San Francisco impazzì…

Ma chi l’avrebbe immaginato che un progetto nato sulla frontiera dell’innovazione, fra gli italiani di Silicon Valley, avrebbe avuto come luogo simbolo… la tomba di un patriota dell’Ottocento protagonista prima del Risorgimento, poi sulla frontiera del West, sfiorato cento volte dalla morte e scomparso il primo novembre 1910? Ci siamo tornati tante volte con tanti amici, davanti a quella lapide nel cimitero militare del Presidio, a San Francisco proprio davanti al Golden Gate Bridge, a rendere omaggio a Carlo Camillo di Radio, Forrest Gump dell’Ottocento, l’avventuroso conte bellunese  che rischiò cento volte la vita per cause libertarie e diventato ufficiale di cavalleria negli Stati Uniti, finì col combattere a Little Bighorn con Custer, scampando miracolosamente al terribile massacro. Italiani di Frontiera era nato solo due anni prima, quando con Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution, fra i maggiori esperti mondiali di nativi americani e biografo dell’incredibile personaggio, decidemmo di “inventare” il centenario Di Rudio, organizzando per il primo novembre 2010 una piccola indimenticabile cerimonia su quella collina, assieme a un manipolo di amici e all’allora console generale d’Italia a San Francisco Fabrizio Marcelli. Una suggestione indimenticabile. E una sequenza di emozioni, imprevisti, incidenti, coincidenze strabilianti che alla fine sono diventate per me una lezione: su come si affronta la vita, sul valore delle azioni intraprese di slancio, su come davvero navighiamo fra scogli e venti propizi senza poter prevedere con esattezza la rotta. Fra episodi che sono in apparenza un quadro confuso, che roba un senso invece quando uniamo i puntini ale nostre spalle. Non a caso, a di Rudio ho dedicato prologo ed epilogo del mio libro “Italiani di Frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” (2015 EGEA, prefazione di Gian Antonio Stella). E dunque quel primo novembre 2010 a San Francisco con “Cez”, abbiamo messo insieme qualcosa di indimenticabile. Da ripercorrere, con un piccolo diario per immagini. Dalla prima coincidenza: quel giorno è entrato nella storia della città. visto che i Giants quella sera riconquistarono dopo oltre 50 anni le World Series di baseball. E San Francisco impazzì dalla gioia. Ma andiamo per ordine. La cerimonia e i brevi interventi, in questo video.   Giuro che quando ho rivisto quelle immagini, nei video girati assieme a Franco Folini, nei bellissimi scatti di Elaine e Phil  Pasquini,  che ha fatto pure da maestro di cerimonia all’evento, portando un bravissimo trombettista che ci ha regalato ulteriori emozioni, per la commozione ho pianto…   Ma solo arrivare a San Francisco per quell’evento era stata un’odissea, quasi una metafora dell’incredibile esistenza del personaggio che andavamo a celebrare… E a proposito di emozioni, cosa mi ha regalato Italiani di Frontiera? Persino l’esperienza unica di svegliarsi all’alba in un motel.. con a fianco un colto antropologo che disserta su “Storia e MetaStoria”, unisce i puntini interpretando a modo suo la serie di coincidenze fra la nostra avventura e quelle del conte bellunese… Che quel filo rosso fra la frontiera di ieri e quella di oggi non fosse così astruso me l’ha confermato qualche anno dopo un innovatore come Vincenzo di Nicola pubblicando una sua foto su quella tomba, proprio dopo aver ceduto con successo la sua GoPago ad Amazon, prima di tornare in Italia (dove oggi sta lanciando un’altra startup, Conio, nel campo dei bitcoin). E negli anni Di Radio non l’abbiamo dimenticato. Ritrovandolo nel film di Mario Martone dedicato al Risorgimento, “Noi credevamo”, interpretato dal bravo Stefano Cassetti, al quale ho raccontato la storia “americana” del suo personaggio, che non conosceva.   Non bastasse, al ritorno da San Francisco, con Cesare avevamo presentato quell’evento in un incontro al Museo del Risorgimento di Milano. Con l’onore e il piacere di avere tra gli ospiti Sergio Bonelli, il leggendario papà di Tex Willer! E prima o poi quelle immagini usciranno da qualche cassetto segreto dell’archivio Italiani di Frontiera…

“Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy”. Sul palco in anteprima nazionale a Vicenza per celebrare i visionari

Alcuni dei sogni di una generazione che cinquant’anni fa sperava in un radicale cambiamento della società occidentale, fra droga, eccessi ed estremismo politico si sono trasformati in incubo. Ma alla vigilia del cinquantenario del ’68 oggi più che mai è importante ricordare, specie ai più giovani, come la rivoluzione tecnologica che sta cambiando profondamente la nostra vita e il nostro stesso modo di pensare sia figlia di quell’utopia. Perché ieri come oggi, sono i visionari e i sognatori i protagonisti dell’innovazione.   “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“,  in anteprima nazionale al Teatro Comunale di Vicenza giovedì 26 ottobre (ore 18.30-20.00, per partecipare è necessario registrarsi) per la regia di Alessio Mazzolotti, è un nuovo spettacolo multimediale che fa della curiosità una tavola da surf, per planare velocemente fra storie di ieri e di oggi, individuando un filo rosso, che dai miti della Corsa all’Oro dell’Ottocento lega la controcultura californiana anni Sessanta ai campus dei giganti hi tech e alle startup che oggi nella Silicon Valley progettano il nostro futuro. Sono percorsi eccentrici e inaspettati che legano protagonisti della controcultura californiana, come Lawrence Ferlinghetti patriarca della Beat Generation a Jack Sarfatti, scienziato eccentrico che ispirò Doc di “Ritorno al Futuro”, dal regista Francis Ford Coppola a Mario Savio, leader universitario che a Berkeley “innescò” la contestazione studentesca, a innovatori visionari  come il designer Ettore Sottsass e Federico Faggin, vicentino padre del microchip e della tecnologia touch, sino a due grandi figure che pur scomparse alla vigilia di quella stagione ispirarono valori che ancor oggi sono le fondamenta della culla mondiale dell’innovazione: Adriano Olivetti e Maria Montessori. Ancora una volta, il percorso di Italiani di Frontiera nella culla mondiale dell’innovazione offre spunti e motivi di riflessione sull’Italia, il suo straordinario potenziale di creatività e innovazione che spesso si scontra contro barriere culturali. Esserne consapevoli è il primo cruciale passo per abbatterle e liberare il talento dei più giovani, che devono inventare il futuro.  “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy”  verrà presentato nell’ambito di Ottobre il Mese della Formazione 2017 promosso da Niuko – Innovation & Knowledge, che assieme a Interlogica ha sostenuto la produzione dello spettacolo. E per la prima volta è frutto di un inteso lavoro di squadra. Oltre ad Alessio Mazzolotti alla regia, la musica selezionata live sul palco dal musicista e dj Luca Presence Carini, mentre Roberta Gaito ha curato scenografia e concept visivo, Roberta Pirrera grafica digitale e animazioni. Qui la pagina Facebook dedicata all’evento e allo spettacolo.

Le tecnologie un’opportunità: una storia di Italiani di Frontiera su RaiUno a “Codice La vita è digitale”

Tre minuti per una veloce riflessione sulle tecnologie che ci cambiano la vita, con una parola chiave: consapevolezza. E’ questo che può trasformare in opportunità strumenti che per molti sono solo dei pericoli. Raccontando anche una storia emblematica di Italiani di Frontiera, quella di un innovatore visionario come padre Roberto Busa, gesuita pioniere dell’interazione fra informatica e cultura umanistica. Un piacere e un onore intervenire alla bellissima trasmissione di RaiUno “Codice La vita digitale”, nella puntata del 5 agosto (replica sabato 12 alle 16), ospite di Barbara Carfagna assieme a figure illustri come Alec Ross e Luciano Floridi. Qui il link all’intera puntata su RayPlay

Un protagonista di Italiani di Frontiera (dietro Bob Dylan) nel collage dei Beatles che 50 anni fa cambiò la storia delle copertine di dischi

In quella famosissima immagine che compie cinquant’anni, proprio dietro Bob Dylan, in alto a destra, c’è un italiano che pochi conoscono, fra i protagonisti di Italiani di Frontiera… Il primo giugno 1967, usciva uno dei dischi più famosi della storia del rock. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, uno dei primi concept album, Grammy Award 1967 come miglior album dell’anno, 32 milioni di copie vendute, addirittura al primo posto nella classifica Rolling Stone dei 500 migliori album di tutti i tempi. Come ricorda il sito OpenCulture, quello straordinario collage di personaggi dell’epoca e del passato, realizzato dagli artisti Peter Blake e Jann Haworth, ha cambiato per sempre la storia delle copertine di dischi (fu pure la prima ad aprirsi a libro), premiata nel 1968 con un Grammy come miglior copertina di album, sarebbe stata suggerita dallo stesso Paul McCartney, assemblando un pubblico ideale di personaggi del presente e del passato ammirati dai Beatles.   Pochi sanno che in quel collage compare pure un italiano dalla storia singolare. In alto a destra, proprio dietro a Bob Dylan, spunta il profilo di Sam Rodia, emigrato negli Usa di origine avellinese, autore di un’impresa incredibile: fu lui a costruire, da solo, nell’arco di trent’anni, le bizzarre Watts Towers alla periferia di Los Angeles, oggi monumento nazionale. Per questo la sua storia viene raccontata anche nel libro e in molti storytelling Italiani di Frontiera…

Addio a Enzo Torresi, “Mr Olivetti” di Silicon Valley. Così raccontò in esclusiva a Italiani di Frontiera la sua avventura

Per molti è stato semplicemente “Mister Olivetti” a Silicon Valley, l’uomo che come nessun altro ha gettato le basi di una stagione breve ma gloriosa dell’hi tech italiano nella culla mondiale dell’innovazione. A diversi anni di distanza, molti degli Olivetti Boys di allora sono diventati figure di primo piano e veterani della Bay Area, come imprenditori, investitori e manager. Enzo Torresi, classe 1945, nato a Catania, laurea al Politecnico di Torino, si è spento lo scorso 19 giugno dopo una lunghissima battaglia con il morbo di Parkinson. C’eravamo incontrati in un ristorante italiano di Los Gatos, nel 2008. Lì aveva voluto raccontare tutta la sua straordinaria storia, ci eravamo ripromessi di rivederci per una seconda videointervista, che non è mai stata fatta, perchè già aveva iniziato a star male. Oggi la registrazione di quel suo racconto dalla sua viva voce, con sottofondo di canzoni italiane diffuse nel ristorante, ha un valore ancora maggiore. Come la foto che non molto tempo fa Enzo, che non avevo mai più sentito, mi spedì via Skype, malato, sul letto. Ecco una sintesi del suo racconto DALLA SICILIA A TORINO – Siciliano di origine, mi laureai a Torino nel 1969. In quel periodo c’era molta crescita e molti meno laureati in elettronica. Eravamo pochissimi, io ebbi 23 offerte di lavoro appena laureato. Il Politecnico forniva i nostri nomi a tutte le aziende: Olivetti Siemens, Telettra e Fiat, quelli che avevano una componente elettrotecnica… Andai subito a lavorare a Ivrea. Avevo lavorato negli ultimi due anni di Università con una società che faceva brevetti. Avevo perso mio padre a 24 anni ed ero l’unico che poteva fare qualcosa per la famiglia. Accelerai moltissimo il numero di esami per laurearmi il prima possibile… Questo torinese che mi dava il lavoro, quando mi arrivo’ l’offerta dell’Olivetti disse che l’avrebbe raddoppiata purche’ restassi con lui. Io lo mandai a quel paese, perche’ aveva dimostrato quanto poco mi avesse pagato sino ad allora. Studiavo, poi lavoravo di pomeriggio e fine a notte tarda per 120.000 lire al mese. INGRESSO ALL’OLIVETTI – L’Olivetti me ne offrì 220.000. Io mi trasferii a Ivrea e qui avvenne una cosa molto strana. Il mio capo a Ivrea era un americano della Xerox, che Olivetti aveva assunto come capo della ricerca. A Ivrea aveva 400 persone, altre 40 nel New Jersey, a Tenafly. Questo americano Phd era un radioamatore. Io ero cinque livelli sotto di lui e un giorno per caso ci incontrammo in un corridoio e  gli dissi che ero radioamatore come lui, Guardando nei nostri registri trovammo le rispettive sigle: ci eravamo già parlati senza sapere chi fossimo. Questo piccolo evento risultò molto importante per la mia carriera, perchè lui mi favorì molto. “Dottor Torresi, io la porterò nel mio laboratorio nel New Jersey che è molto importante perchè penso che qui sarebbe sprecato…“, mi diceva. COINCIDENZA FORTUNATA NEGLI USA – A quei tempi a Ivrea in mille facevano progettazione, in 400 facevamo ricerca. Resistetti lì dieci mesi, dopo di che lui mi mise su un aereo mandandomi con una scusa all’Università del Rhode Island, dove feci un corso di due mesi post graduate sulla fisica dei dispaly a cristali liquidi. In due mesi di Kingston mi resi conto che quel che volevo fare io era negli Stati Uniti. Lui alla fine di questa permanenza mi mandò nel laboratorio del New Jersey, dove avvenne un altro caso fortuito. Il capo dei capi della ricerca e sviluppo, ingegner Pier Giorgio Perotto (già alla guida del gruppo che realizzò la P 101″Perottina”, considerata il primo personal computer ndr) venne negli Usa per approvare il budget 1971. E io mi trovavo lì in queste due settimane di permanenza… Io avevo lavorato per un po’ con i colleghi americani per fare una dimostrazione di questo display, uno schermo sul quale dovevamo far apparire i numeri di una calcolatrice elettronica. In questa riunione in cui presentavamo il nuovo prodotto del gruppo di ricerca mi disse: “Per sbrigarci perchè non me lo racconta lei cosa state facendo, invece di questi americani, che ho dfficoltà a capire cosa dicono?“. Io feci tutta la presentazione, poi la dimostrazione, l’indomani lui prima mi partire mi disse: “Sa, tutti stanno pensando di farla venire in questo laboratorio ad aiutarli in questo progetto dei  cristalli liquidi perchè ha fatto buona impressione a tutti“. Tornai a Ivrea e raccattai tutto… avevo un figlio di un mese, Marco, ero appena sposato. E nel dicembre 1970 mi trasferii permanentemente in America.  Non so se sia stata una fuga dei cervelli ma di fatto io mi dissi con mia moglie che sarei stato infelice a Ivrea e volevo cogliere questa opportunità che mi si presentava. TEST PREVENTIVI SUI CHIP USA – Dopo due anni di lavoro, Olivetti vendette questi brevetti a Timex e Motorola. Il gruppo americano venne sciolto e io corsi il rischio di tornare in Italia.  Ma in quel periodo  in California stavano nascendo diverse aziende di semiconduttori: Intel, Motorola, Texas Instruments…. Io proposi di fare di mestiere il residente Olivetti presso queste società di semiconduttori, con cui stavamo stabilendo importanti rapporti per trasformare in elettroniche macchine da scrivere e calcolatrici che allora Olivetti faceva con lamiere stampate. Tutti concordarono che ci fosse bisogno di una persona negli Usa. All’inizio mi diedero un ufficio a New York, da dove dovevo fare il pendolare con San Francisco. Dopo un mese mi trasferirono  a Mountain View,  dove affittarono un appartamento. Io avevo tre uffici dedicati: uno a Intel, uno alla  National Semiconductors e uno alla Texas Instruments. Era il 1973. Dopo due anni, tutti consideravano positivamente il mio esempio. All’epoca all’Olivetti, prima dell’arrivo di Carlo De Benedetti, c’erano Marisa Bellisario e l’ingegner Ottorino Beltrami. Ci fu un successo di progettazione alla Fairchild, che fece un chip  molto grande tutto in silicio, che sostituiva tutte le componenti meccaniche di una calcolatrice, rispetto alle vecchie macchine elettromeccaniche. Olivetti mise in produzione questa macchina, tutti parlavano di questa idea di mandare un residente presso queste aziende e mi diedero carta bianca per fare altre attività. SCONTRI CON INTEL – Olivetti stava iniziando a comprare grandi quantità di prodotti, memorie statiche da Intel soprattutto, e da Texas Instruments. Io proposi di fare un laboratorio per collaudare tutti i semiconduttori che partivano da Silicon Valley per Ivrea, come avevamo fatto in un primo test. Mi dissero ok e fecero fare un investimento di 500.000 dollari di allora per comprare due grosse macchine di collaudo dei semiconduttori. A questo punto, il gruppo divenne di venticinque

L’addio a Cisco di Mazzola e Cafiero, fra gli “Olivetti Boys” che hanno fatto storia a Silicon Valley

Inseparabili, sin dai tempi di Olivetti. Al punto che il primo era arrivato negli USA con l’azienda di Ivrea prendendo il posto dell’altro… bloccato in Italia dal servizio militare. Mario Mazzola e Luca Cafiero, veterani di Silicon Valley, hanno lasciato forse come nessun altro un imprinting made in Italy in un colosso della Bay Area che deve a loro molto del proprio successo, Cisco, dal quale secondo le anticipazioni diffuse in questi giorni da The Wall Street Journal e riprese da diversi notiziari si apprestano ora a uscire, a causa di dissensi sul loro ruolo nell’ambito della recente riorganizzazione del gruppo decisa dal CEO Chuck Robbins, che nel giugno 2015 ha preso il posto di John Chambers, per vent’anni alla guida della società di cui oggi è rimasto presidente e che secondo una stima di Business Insider, a questi manager ed al loro team ha erogato nel tempo un totale di 2,38 miliardi di dollari. Per anni, formando una squadra formidabile assieme a due colleghi, soprannominata prima MarioPremLuca, poi MPLS acronimo dei loro nomi (Mario Mazzola, Prem Jain, Luca Cafiero e successivamente Soni Jiandani), Mazzola e Cafiero si sono specializzati in una formula inedita di enorme successo tecnologico e commerciale, ricavandone consistenti profitti: quella dello spin-in. Per quattro volte, a partire dalla loro Crescendo Communications (reti locali ad alta prestazione) acquisita da Cisco nel 1993,  poi Andiamo (dati distribuiti da più reti inun’unica rete), Nuova e infine Insieme Networks, Mazzola e Cafiero hanno creato prodotti di successo sfornati lavorando in autonomia con gruppi selezionati di dipendenti uscendo dal colosso, col dinamismo proprio delle startup nel campo della ricerca e dello sviluppo, in imprese che di fatto erano esterne ma finanziate da Cisco, che alla fine le ha acquisite per cifre consistenti. L’ultima, Insieme Networks, è considerata la base del prodotto di networking Cisco di nuova generazione Nexus 9000, che ha aperto alla società un mercato nei programmable switching systems e relativo software con profitti valutati dal nuovo CEO in due miliardi di dollari l’anno. Una formula inedita pure a Silicon Valley,  che ha generato enormi profitti sollevando pure qualche perplessità. “Ma quanto strano è? Immaginate se Apple mandasse le sue star come Jony Ive, Jeff Williams, Craig Federighi, e Eddy Cue fuori in una startup finanziata da Apple ogni volta che volesse realizzare un nuovo prodotto come un music player, uno smartphone, o uno smartwatch, e poi pagasse loro tre quarti di miliardo di dollari per gestire il prodotto una volta realizzato… Sembra ridicolo giusto? E’ il lavoro di questi ragazzi creare nuovi prodotti per Apple. Non è così per Cisco…” ha scritto Business Insider un paio d’anni fa in una lunga inchiesta di Julie Bort dedicata proprio a questa anomala esperienza Cisco, in cui riportava pure malumori fra i dipendenti Cisco per quella formula: “E’ un incubo quando la persona nell’ufficio accanto al tuo è multimilionario e tu non perchè non sei stato scelto…”. Li chiamavano Olivetti Boys, quel manipolo di ingegneri e manager sbarcati nella Bay Area dai primi anni Settanta, sulla scia del successo dell’azienda di Ivrea. Un’esperienza esaltante, quando con un investimento di mezzo milione di dollari l’azienda lanciò un laboratorio di collaudo a Cupertino per le grosse quantità di chip che acquistava per la fabbrica di Ivrea. Mentre prima quando c’erano problemi i fornitori incolpavano di regola i tecnici  italiani, da allora in poi “…(Se risultavano incompatibilità) potevamo anche rifiutare una spedizione. Cosa che io feci un paio di volte, con Intel, suscitando reazioni risentite e quasi grane diplomatiche. Ma se i chip di memoria che ci consegnavano non passavano lo screening di Cupertino, veniva rigettato. Per Olivetti questo fu un grosso risparmio…” ha ricordato in un’intervista a Italiani di Frontiera Enzo Torresi, che dello sbarco negli USA di Olivetti fu il principale protagonista. in America la casa di Ivrea progettò la macchina da scrivere elettronica e anche l’M 20, considerato il primo personal computer europeo (dopo la celebre P 101 “Perottina” di cui furono realizzati però pochi esemplari). Gli Olivetti Boys erano arrivati ad essere più di 250 al momento della chiusura, 1994-95 nei laboratori di Cupertino e Palo Alto.  Alcuni tornarono in Italia, altri si stabilirono definitivamente nella Bay Area, molti capaci di carriere straordinarie, facendo tesoro di competenze manageriali, tecniche e imprenditoriali maturate con l’esperienza nell’azienda di Ivrea. Come Giacomo Marini (dal successo con Logitech al venture capital),  Enrico Pesatori (passato poi a Penguin Computing),  Francesco Lacapra (oggi startupper con Peaxy), Giamma Clerici (che di Lacapra è stato allievo), Gianluca Rattazzi (imprenditore seriale),  Giacomo Lorenzin ( imprenditore software), Ezio Valdevit (poi a Brocade) e  Silvano Gai, già docente del Politecnico di Torino ed ex manager a Cisco, “incubatole seriale” con la moglie Antonella Caporello per tanti suoi studenti che anni dopo l’hanno seguito a Silicon Valley, come Loris Degioanni, diventando la seconda generazione di italiani emigrati a Silicon Valley. Combinare competenze tecniche e manageriali maturate con Olivetti è stato il punto di forza anche di Mazzola e Cafiero, che un ex collega del loro team aveva definito con Business Insider “l’Anima e la Mente” di quella squadra, di cui “Prem è il Cuore e Sonj la Bocca”. Un imprinting made in Italy a Silicon Valley, per una pagina che si chiude lasciando una ricca eredità di successi, esperienza e nuovi protagonisti. Senza tirarsela troppo però, perchè poche cose infastidiscono Cafiero come l’aria di superiorità ostentata da qualche connazionale nei confronti di altri che nella Bay Area si fanno onore, a cominciare da cinesi e indiani. Convinto che chi fa bene a Silicon Valley non debba ringraziare la cultura del suo Paese d’origine ma la propria intelligenza e le proprie doti.