Federico Faggin e il mistero della consapevolezza, che non ci farà mai diventare uguali alle macchine

Un grande piacere, aver incontrato nuovamente lo scorso luglio a Campus Party, evento a Milano Fiera, Elvia e Federico Faggin, fra i padri del microchip e della tecnologia touch, che come pochi ha contribuito con le sue straordinarie riflessioni al percorso di Italiani di Frontiera, protagonista sul palco di una straordinaria conferenza, nella sala che il giorno dopo ha ospitato uno stroryelling IdF promosso da EGEA. Qui sotto l’articolo scritto per l’occasione per Linkiesta: Federico Faggin, l’uomo che ha inventato il microchip: Non diventeremo schiavi di chi ci vuole uguali alle macchine”   Assuefatti a una cronaca che sembra tirarci sul fondo, tra una Capitale in perenne emergenza, connazionali che devastano l’ambiente appiccando fuoco o peggio ancora continuano ad assassinare donne, ha senso tentare di volare alto chiedendoci chi siamo, com’è il mondo attorno a noi? Forse sì e nei giorni scorsi c’è stata l’occasione per un pizzico d’orgoglio nazionale, perché a ispirare una riflessione “alta” sul domani è stato un italiano. Anzi l’italiano che forse più di tutti ha contribuito nel passato recente a rivoluzionare il presente e proiettarlo nel futuro, non solo nostro ma dell’umanità. Chi siamo? Non siamo macchine innanzitutto, e le macchine sempre più intelligenti che ci circondano potranno anche sostituirci in molti lavori o nei calcoli ma non saranno mai intelligenti come gli esseri umani. Com’è il mondo? Studiare il nostro rapporto con queste macchine ispira un’intuizione che dalla scienza sfiora il pensiero mistico: la consapevolezza, che ci distinguerà sempre da computer e robot, non è esclusiva della mente umana ma una misteriosa proprietà presente in natura. Come se l’energia stessa che determina la materia, tendesse misteriosamente verso questa coscienza di sé. A tenere inchiodata per oltre un’ora una platea ammirata di centinaia di giovani, sul palco Feel the Future al Campus Party in Fiera a Milano dello scorso luglio è stato un ingegnere vicentino classe 1941, con una visione in netta controtendenza rispetto al pensiero dominante in Silicon Valley, culla mondiale californiana dell’innovazione dove vive dalla fine degli anni Sessanta, che forse a lui deve pure il suo nome. Fu Federico Faggin infatti a firmare il primo microchip che ha dato il via all’era del silicio, la rivoluzione hi tech che ha cambiato le nostre vite con apparecchi sempre più piccoli, potenti e veloci. Negli anni Ottanta, fu ancora lui a progettare la prima tecnologia touch, che i giganti della telefonia per anni non capirono. E quando Steve Jobs lo incontrò, intuendo il potenziale di quella invenzione tentò di ottenerla in esclusiva, e al rifiuto di Faggin, decise che la sua azienda ne avrebbe sviluppata una simile. Quando ci riuscì, rivoluzionando in breve il mondo dei portatili, le altre aziende che non avevano capito corsero ad acquistare dall’ingegnere vicentino il touch, che oggi è parte integrante, persino invasiva, della nostra quotidianità. Quello che fu un ragazzino così dotato da costruire a 13 anni da solo un aeroplanino e farlo volare, è stato premiato dal presidente Obama con la prestigiosa National Medal of Technology and Innovation 2009, per il suo eccezionale contributo al progresso tecnologico. Da scienziato imprenditore, Faggin aveva sconfinato da tempo dalla fisica nella biologia. Ma ora la sua ricerca sembra approdare pure alla filosofia, materia di cui suo padre Giuseppe fu illustre studioso. «Volevo creare reti neurali in silicio, come un microprocessore che si crei da solo, che impari, invece di un microprocessore che si deve programmare. Mi sono chiesto: sarà possibile fare un computer consapevole? Gli scienziati pensavano che la consapevolezza fosse un fenomeno emergente dal funzionamento del cervello. Se è considerato una macchina perché non posso fare una macchina consapevole», ha ricordato Faggin. «Non ci volle molto per capire che la differenza fondamentale sta nei sentimenti, nella capacità di avere sensazioni fisiche, per esempio il colore rosso, il profumo di una rosa, il sapore del vino…». Un computer, ha spiegato, può anche arrivare a decifrare gli impulsi elettrici di un profumo e riconoscere la rosa. Ma non può e non potrà arrivare mai a cogliere il valore simbolico, la sensazione e i pensieri che quel profumo genera. «Mi sono messo a cercare di capire da dove scaturisce questa differenza: dalle equazioni della fisica? No, non ci dicono nulla dei sentimenti, ci dicono come dei simboli vengono trasformati in altri simboli, che è quello che fa il computer. Ma noi tra un simbolo e l’altro abbiamo una sensazione e questo è solo l’inizio… senza sentimenti la vita non avrebbe senso. Il computer dentro ha il buio, noi abbiamo luce, la capacità di immaginare, di creare. Noi comprendiamo il contesto nei quali i simboli si trovano e il computer non può comprenderlo questo contesto, glielo diamo noi». Faggin è convinto che questa consapevolezza sia di natura e qualità completamente diversa dalla qualità della materia, non il risultato della complessità. E il modello che sta elaborando diverge da quello della fisica standard, comincia con l’idea che l’energia che compone spazio tempo e materia, sia consapevole, riflette se stessa, possa percepire se stessa. «Io guardo a me stesso per avere un’idea di cosa sia un’esperienza interiore. Nella mia realtà ci sono due mondi collegati, due facce di una medaglia, quello interno dei sentimenti, della comprensione e quello esterno. Dov’è il mondo interno del computer? È solo esteriorità non c’è niente dentro. Nel campo della scienza nessuno ha mai studiato la natura della consapevolezza, una parola che vent’anni fa non si poteva neanche usare in accademia. I filosofi, gli psicologi la usavano, ma perché disturba l’idea che siamo materia, che siamo delle macchine. Non siamo macchine! E dobbiamo essere contenti di non esserlo. Vogliamo essere macchine? Ma siamo matti?». I fisici, lo scienziato rimprovera una «paura di Dio, delle cose mistiche: si irrigidiscono di fronte a quelle che sono invece domande assolutamente appropriate da farci: com’è che siamo consapevoli, come mai le equazioni della fisica non ci dicono il perché. E se la realtà ha una faccia interna e una esterna dobbiamo prenderne atto. Ma i fisici pensano che quella interna nasca da quella esterna

L’addio a Cisco di Mazzola e Cafiero, fra gli “Olivetti Boys” che hanno fatto storia a Silicon Valley

Inseparabili, sin dai tempi di Olivetti. Al punto che il primo era arrivato negli USA con l’azienda di Ivrea prendendo il posto dell’altro… bloccato in Italia dal servizio militare. Mario Mazzola e Luca Cafiero, veterani di Silicon Valley, hanno lasciato forse come nessun altro un imprinting made in Italy in un colosso della Bay Area che deve a loro molto del proprio successo, Cisco, dal quale secondo le anticipazioni diffuse in questi giorni da The Wall Street Journal e riprese da diversi notiziari si apprestano ora a uscire, a causa di dissensi sul loro ruolo nell’ambito della recente riorganizzazione del gruppo decisa dal CEO Chuck Robbins, che nel giugno 2015 ha preso il posto di John Chambers, per vent’anni alla guida della società di cui oggi è rimasto presidente e che secondo una stima di Business Insider, a questi manager ed al loro team ha erogato nel tempo un totale di 2,38 miliardi di dollari. Per anni, formando una squadra formidabile assieme a due colleghi, soprannominata prima MarioPremLuca, poi MPLS acronimo dei loro nomi (Mario Mazzola, Prem Jain, Luca Cafiero e successivamente Soni Jiandani), Mazzola e Cafiero si sono specializzati in una formula inedita di enorme successo tecnologico e commerciale, ricavandone consistenti profitti: quella dello spin-in. Per quattro volte, a partire dalla loro Crescendo Communications (reti locali ad alta prestazione) acquisita da Cisco nel 1993,  poi Andiamo (dati distribuiti da più reti inun’unica rete), Nuova e infine Insieme Networks, Mazzola e Cafiero hanno creato prodotti di successo sfornati lavorando in autonomia con gruppi selezionati di dipendenti uscendo dal colosso, col dinamismo proprio delle startup nel campo della ricerca e dello sviluppo, in imprese che di fatto erano esterne ma finanziate da Cisco, che alla fine le ha acquisite per cifre consistenti. L’ultima, Insieme Networks, è considerata la base del prodotto di networking Cisco di nuova generazione Nexus 9000, che ha aperto alla società un mercato nei programmable switching systems e relativo software con profitti valutati dal nuovo CEO in due miliardi di dollari l’anno. Una formula inedita pure a Silicon Valley,  che ha generato enormi profitti sollevando pure qualche perplessità. “Ma quanto strano è? Immaginate se Apple mandasse le sue star come Jony Ive, Jeff Williams, Craig Federighi, e Eddy Cue fuori in una startup finanziata da Apple ogni volta che volesse realizzare un nuovo prodotto come un music player, uno smartphone, o uno smartwatch, e poi pagasse loro tre quarti di miliardo di dollari per gestire il prodotto una volta realizzato… Sembra ridicolo giusto? E’ il lavoro di questi ragazzi creare nuovi prodotti per Apple. Non è così per Cisco…” ha scritto Business Insider un paio d’anni fa in una lunga inchiesta di Julie Bort dedicata proprio a questa anomala esperienza Cisco, in cui riportava pure malumori fra i dipendenti Cisco per quella formula: “E’ un incubo quando la persona nell’ufficio accanto al tuo è multimilionario e tu non perchè non sei stato scelto…”. Li chiamavano Olivetti Boys, quel manipolo di ingegneri e manager sbarcati nella Bay Area dai primi anni Settanta, sulla scia del successo dell’azienda di Ivrea. Un’esperienza esaltante, quando con un investimento di mezzo milione di dollari l’azienda lanciò un laboratorio di collaudo a Cupertino per le grosse quantità di chip che acquistava per la fabbrica di Ivrea. Mentre prima quando c’erano problemi i fornitori incolpavano di regola i tecnici  italiani, da allora in poi “…(Se risultavano incompatibilità) potevamo anche rifiutare una spedizione. Cosa che io feci un paio di volte, con Intel, suscitando reazioni risentite e quasi grane diplomatiche. Ma se i chip di memoria che ci consegnavano non passavano lo screening di Cupertino, veniva rigettato. Per Olivetti questo fu un grosso risparmio…” ha ricordato in un’intervista a Italiani di Frontiera Enzo Torresi, che dello sbarco negli USA di Olivetti fu il principale protagonista. in America la casa di Ivrea progettò la macchina da scrivere elettronica e anche l’M 20, considerato il primo personal computer europeo (dopo la celebre P 101 “Perottina” di cui furono realizzati però pochi esemplari). Gli Olivetti Boys erano arrivati ad essere più di 250 al momento della chiusura, 1994-95 nei laboratori di Cupertino e Palo Alto.  Alcuni tornarono in Italia, altri si stabilirono definitivamente nella Bay Area, molti capaci di carriere straordinarie, facendo tesoro di competenze manageriali, tecniche e imprenditoriali maturate con l’esperienza nell’azienda di Ivrea. Come Giacomo Marini (dal successo con Logitech al venture capital),  Enrico Pesatori (passato poi a Penguin Computing),  Francesco Lacapra (oggi startupper con Peaxy), Giamma Clerici (che di Lacapra è stato allievo), Gianluca Rattazzi (imprenditore seriale),  Giacomo Lorenzin ( imprenditore software), Ezio Valdevit (poi a Brocade) e  Silvano Gai, già docente del Politecnico di Torino ed ex manager a Cisco, “incubatole seriale” con la moglie Antonella Caporello per tanti suoi studenti che anni dopo l’hanno seguito a Silicon Valley, come Loris Degioanni, diventando la seconda generazione di italiani emigrati a Silicon Valley. Combinare competenze tecniche e manageriali maturate con Olivetti è stato il punto di forza anche di Mazzola e Cafiero, che un ex collega del loro team aveva definito con Business Insider “l’Anima e la Mente” di quella squadra, di cui “Prem è il Cuore e Sonj la Bocca”. Un imprinting made in Italy a Silicon Valley, per una pagina che si chiude lasciando una ricca eredità di successi, esperienza e nuovi protagonisti. Senza tirarsela troppo però, perchè poche cose infastidiscono Cafiero come l’aria di superiorità ostentata da qualche connazionale nei confronti di altri che nella Bay Area si fanno onore, a cominciare da cinesi e indiani. Convinto che chi fa bene a Silicon Valley non debba ringraziare la cultura del suo Paese d’origine ma la propria intelligenza e le proprie doti.    

Quando Andy Grove leggenda Intel profetizzò: “Sarai un fallito” a Federico Faggin, padre del microchip… e la moglie Elvia gli rese giustizia

Ungherese classe 1936, cresciuto nella Budapest occupata dai nazisti, era emigrato negli USA per diventare una delle più importanti personalità di Silicon Valley. Andrew “Andy” Grove, ma il suo vero nome era  Andrés Graf, è morto lunedì 21 marzo 2016 all’età di 79 anni dopo una lunga battaglia con il cancro e il morbo di Parkinson. Come ricorda in un profilo a lui dedicato Forbes, , in 37 anni di carriera a Intel (presidente dal 1979, CEO dal 1987 al 1998 ma ancora presidente fino al 2005) Grove è stato negli anni Ottanta  il personaggio chiave che ha trasformato Intel da azienda di chip di memoria a produttrice di microprocessori, con un fatturato passato da 1,9 a 26 miliardi di dollari, dominando il mercato dei personal computer assieme a Microsoft. Grove era considerato un’icona a Silicon Valley e a lui, dice ancora Forbes, si sarebbe rivolto Steve Jobs per chieder consiglio nel 1997 quando dovette decidere se tornare nella Apple che aveva fondato ma dalla quale era stato cacciato. Ma Grove fu anche il manager che prese molto male la decisione di uno dei suoi ingegneri più brillanti di lasciare nel 1974 Intel, profetizzandogli un futuro fallimentare… “Cosa farai se te ne andrai da Intel?… Non lascerai nulla in eredità ai tuoi figli. Fallirai. Fallirai in ogni cosa che farai“. L’ingegnere che non si fece convincere a restare si chiama Federico Faggin, vicentino classe 1941, riconosciuto come uno dei padri del microchip, che allora dirigeva un gruppo di un’ottantina di persone, più della metà del settore Ricerca e Sviluppo di Intel ma che era intenzionato a lanciare una propria azienda, dopo aver realizzato nel 1971 per Intel il primo microprocessore al mondo: il 4004, sul quale era stampata la sua sigla, “FF”. Un’invenzione che nel 2010 gli è valsa il prestigioso riconoscimento premio consegnato da Barack Obama, la National Medal of Technology and Innovation. Forse la ricostruzione di  quello sfogo proposta da Tim Jackson in Inside Intel, Andy Grove and the Rise of the World’s Most Powerful Chip Company  è un po’ romanzata. Ma il diretto interessato ha confermato il tono di quel confronto. “Andy Grove non mi sopportava. Non credeva all’idea del microprocessore e quando fu evidente che era un successo temeva gli facessi ombra. Fu molto duro con me, mi minacciò. E così sono uscito da lì e mi sono fatto la mia azienda, Zilog“, ha ricordato Faggin in un’intervista lo scorso anno di Riccardo Luna su Repubblica, in occasione di una puntata di RNext, “The Innovation Game” su Repubblica TV, cui ho avuto l’onore di partecipare come ospite al suo fianco. “Il mio capo e Andy Grove non erano convinti affatto che quello era un progetto che valeva la pena di esser fatto, era un progetto per un cliente giapponese. Sono stato io che ho forzato la mano con il management Intel  perchè lo mettessero sul mercato generale, loro pensavano andasse bene solo per chi faceva calcolatrici da tavolo. Io ho detto no, non avevano capito e io ho insistito: questo è stato il lancio del microprocessore“. Faggin ha ricordato che Intel all’epoca era una ditta di memorie, che considerava solo  un dispositivo che permetteva di vendere più memorie il microprocessore, al quale lui invece aveva deciso di dedicare interamente la sua prima ditta, visto che ne vedeva il futuro… “Mi hanno fatto capire che mi avrebbero cancellato dalla storia. C’è voluto molto sforzo e devo ringraziare mia moglie Elvia…“, ha ricordato Faggin. Perchè merito di Elvia, che diventata giornalista si era poi dedicata alle pubbliche relazioni per le aziende del marito, è stato quello di aver raccolto interviste e una documentazione corposa, dimostratasi fondamentale, quando Intel a più riprese tentò di cancellare o sminuire il ruolo cruciale che Faggin aveva svolto per un’invenzione pietra miliare dell’industria hi tech. Un vero e proprio “tentativo di riscrivere la storia” del microchip, facendo sparire il nome di Faggin dalle comunicazioni interne e dalle dichiarazioni esterne. Sino ad arrivare ad allestire una mostra interna rievocativa in cui all’inizio Faggin non compariva nemmeno, e che definiva inventore del microchip Ted Hoff, il cui ruolo venne ridimensionato soltanto dopo le azioni intraprese da Faggin. Hoff venne allora “declassato” da inventore ad autore dell’architettura  del microprocessore 4004. Ma la foto di Faggin nel museo venne sostituita con un’immagine in cui compariva più anziano, con una didascalia nascosta da una calcolatrice, con a fianco un’immagine molto più grande di Hoff. E se Intel dovette a malincuore rivedere il ruolo di Faggin, come ricorda Angelo Gallippi in “Federico Faggin. Il padre del microprocessore” (2011, Tecniche Nuove), fu grazie ai documenti raccolti da Elvia, che negli anni svolse pure un incessante lavoro di “controinformazione” scrivendo sistematicamente  a riviste specializzate negli USA e in Italia per far correggere omissioni e versioni di comodo che il colosso USA aveva interesse a diffondere su una pagina storica per l’informatica e l’innovazione di cui il marito era stato protagonista. Qui sotto l’intervista integrale di Riccardo Luna a Faggin (con una mia osservazione sul ponte fra Italia e Silicon Valley, 27’50”, che ha dato spunto a Faggin per spiegare come il successo rapidissimo della Cina sia dovuto al contributo di quasi un milione di scienziati e manager che avevano studiato e lavorato all’estero, ai quali sono stati fatti ponti d’oro per farli tornare).   Nessuno come Federico Faggin  con le sue profonde osservazioni  sugli ostacoli culturali che frenano talento e innovazione in patria ha contribuito a orientare Italiani di Frontiera come percorso di viaggio di andata e ritorno a Silicon Valley che indaga su potenziale e barriere da abbattere in Italia. Per questo è stato un piacere e un onore posare con lui ed Elvia a Roma, con una copia del mio libro, di cui è fra i protagonisti, e una riproduzione del “suo” microprocessore, realizzato con una stampante 3D.   AGGIORNAMENTO Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista online CheFuturo!, dov’è stato il più letto della settimana. In una mail dalla California, Elvia Faggin mi ha ringraziato per aver rievocato questa vicenda,  citando in occasione

Vigilia del Silicon Valley Tour: una giornata con Silvia Giordani, che studia … il “dopo silicio

  “Per fare scoperte di un certo calibro bisogna rischiare”. San Francisco, nuvole, pioggia… e straordinarie coincidenze. Cosa poteva esserci di migliore, per trascorrere la vigilia dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2014 di una giornata con un’Italiana di Frontiera che sta preparando l’era… del dopo silicio.. e che per caso in questi giorni è proprio a San Francisco? Silvia Giordani è una ricercatrice bergamasca con un curriculum “da urlo”. Laurea in chimica farmaceutica all’Università di Milano, dottorato all’Università di Miami, poi tre anni alla Scuola di Fisica del Trinity College a Dublino, un anno All’Università di Trieste, poi ritorno a Dublino alla guida di un centro di ricerca in nanotecnologie. Nel frattempo, una sfilza di pubblicazioni e di premi internazionali (fra i quali L’Oréal UK & Ireland Fellowship For Women in Science e Rotary International Paul Harris Fellow Award). Da sei mesi Silvia è tornata in Italia, alla guida di un laboratorio dell’Istituto Italiano di Tecnologia a Genova, dove si occupa di nanotecnologie basate sul carbonio. Nuova frontiera nel campo della medicina ma non solo, visto che sui nuovi materiali lavora da anni anche l’industria dei computer, nella convinzione che ormai la curva costante di miglioramento delle prestazioni del silicio nei microprocessori sia vicina all’apice. Il bello è che dopo esserci conosciuti a Orientagiovani Confindustria 2012 a Firenze dove eravamo entrambi speaker, davanti a mille studenti nel Nuovo Teatro dell’Opera, con Silvia tutti i tentativi di incontrarci di nuovo erano falliti… ma stavolta è bastato Facebook e la coincidenza di trovarla proprio a San Francisco, al termine di un convegno internazionale sui materiali che ha seguito da relatrice. Silvia è una “spacciatrice” di idee, ha una vera e propria… incontinenza di progetti scientifici, e non solo nei campi in cui lavora… ma è soprattutto un mentore straordinario. Anche durante gli anni di Dublino ha perseguito il suo progetto di formazione e promozione di giovani di talento tenendo periodicamente lezioni nell’ITIS di Bergamo in cui si era diplomata, poi portando alcuni dei ragazzi più promettenti al suo fianco in grandi eventi, sino a trasformare una di loro in speaker in una conferenza internazionale davanti ad una platea sterminata! Brava Silvia, si chiama “Give Back”, è la base per costruire il futuro ma in Italia ancora troppo pochi l’hanno capito. Ma Italiani di Frontiera ha qualche idea in proposito, per coinvolgere pure Lorenzo Thione, Vincenzo Di Nicola, Vito Lomele…   Con Silvia lunga passeggiata sotto la pioggia, poi pranzo thailandese con il grande Franco Folini, Top IdF Friend, fra i primi intervistati da Italiani di Frontiera nel 2008 e visita alla sua Novedge. Poi camminata in centro città, Chinatown e North Beach fino ad uno dei locali più suggestivi, il leggendario Caffè Trieste, tempio della Beat Generation, per incontrare Giacomo Ghiraldo, da poco incrociato alla conferenza IdF a Padova  e Diego Echecopar, fondatore di SV Links che si occupano a loro volta di portare imprenditori a Silicon Valley, soprattutto dal Sudamerica. Il gran finale con un risotto nella “tana” di Italiani di Frontiera a San Francisco, la casa di Felice Bonardi e Sabrina Bellotti, ingegneri software di inesauribile curiosità che con le idee e i progetti di Silvia hanno trovato pane per i loro denti… Giornata da incorniciare, Silvia dopo un giro turistico della città domani torna in Italia ma di sicuro la collaborazione con IdF è appena cominciata… E domani intanto arriva la mia banda… l’Italiani di Frontier Silicon Valley Tour 2014 sta per partire! Con Silvia Giordani, Sabrina Bellotti e Felice Bonardi    

Federico Faggin premiato a Villaverla (Vicenza). Le sue straordinarie riflessioni sull’Italia che hanno ispirato IdF

Padre del microchip, inventore del touchpad, Federico Faggin viene premiato domani martedì 5 marzo dal Comune di Villaverla (Vicenza). Faggin, che  nel 2010 ha ricevuto alla Casa Bianca dal presidente  Obama l’onoreficenza più importante degli USA in campo tecnologico (National Medal of  Technology and Innovation), è stato tra i principali protagonisti e ispiratori di Italiani di Frontiera. Una parte dell’intervista video in esclusiva era stata inserita in una puntata della trassmissione VERSUS di AntennaTre, di cui ero stato ospite. Tutte le straordinarie riflessioni di Faggin su cosa frena l’Italia e ostacola l’innovazione, frutto di diversi incontri, in questo post di un paio d’anni fa, nel quarantennale dell’invenzione del chip. Qui invece una recente intervista per il Corriere Innovazione si temi della scienza e della consapevolezza, dal titolo Dal microchip a Dio.

Barbara Rosario, da Trieste a Berkeley con Intel studiando come “parlare” con i computer

Dall’amarezza per l’ipocrisia dei concorsi affrontati in Italia alle opportunita’ straordinarie trovate negli Usa. Dove lavora oggi ad un progetto ambizioso:  far “comprendere”  alle macchine il linguaggio umano,  al punto di renderle capaci di riassumere un discorso. “Testimonial” di Italiani di Frontiera in video sin dalle prime presentazioni multimediali, Barbara Rosario, triestina, ricercatrice di Intel a Berkeley, arriva ora anche sul blog IdF. Parlando di ricerca d’avanguardia, universita’ e ruolo delle donne nell’hi tech. BAMBINA APPASSIONATA DI PROBLEMI – Sin da piccola m piaceva risolvere piccoli problemi, geometria e matematica. Risolvere tecnicamente dei problemi ed è un po’ quel che sto facendo ora. Avere un problema e risolverlo con un programma. Sono di Trieste e sono negli Usa dal 1997. Ho fatto un dottorato a Berkeley e dopo un anno al Mit ora sono ricercatrice scientifica a Intel. Qui faccio ricerca applicata. In particolare, mi occupo di costruire interfacce vocali, cioè di algoritmi che comprendono automaticamente il linguaggio naturale sia scritto che parlato. E negli ultimi tempi mi sono occupata in particolare di riassunti automatici. Per interfaccia vocale si intende un sistema che faccia il riconoscimento della voce e l’analisi di quello che dice per capirne l’intento. Mi occupo in particolare di interfaccia per piccoli portatili, per arrivare a realizzare un nuovo modo per interagire. I portatili hanno tanti vantaggi, sono leggeri e personalizzabili ed hanno molte capacità ma e’ difficile leggerci e scrivervi… AMAREZZA DEI CONCORSI IN ITALIA – In Italia avevo fatto un concorso per andare all’estero per sei mesi. E arrivai quarta. C’erano tre posti disponibili e la cosa che mi fece molto male fu che un professore del mio dipartimento che mi disse: “Ma cosa ti aspettavi era ovvio, i posti erano già tutti assegnati”. L’ipocrisia di fare un concorso, doversi preparare in scritto e orale per qualcosa che era già stato stabilito non mi piacque, nemmeno l’essere trattata come una stupida perche’ mi aspettavo qualcosa da questo concorso mentre invece era gia’ tutto stabilito. OPPORTUNITA’ NEGLI USA – Conobbi quello che e’ poi diventato mio marito ad una sua conferenza in cui rimasi incantata. Lui lavorava a Cambridge, Boston, e vidi sul web che c’era un professore lì che faceva quel che facevo io. Andai a trovarlo e gli raccontai della mia ricerca e mi disse: ok, comincia col mio gruppo. E dopo pochissimi giorni iniziai a lavorare al Mit. Permise a me di lavorare li’ ed imparare moltissimo, e a lui di trovare qualcuno che lavorasse su quel che faceva. Ed ero pagata, benino. Incredibilmente facile, mi piacque molto la flessibilità’, la disponibilita’ e l’apertura di questo posto. IL LAVORO A INTEL – Sono stata piacevolmente sorpresa da Intel che e’ una grande azienda, facciamo ricerca applicata all’interno dell’azienda ma ci da’ tantissima liberta’ intellettuale. Ho cambiato tre progetti in due anni. L’ultimo, un giorno andai a parlare … io dissi: propongo questo progetto: che ne pensate?  Mi dissero ok, fai. E quindi c’e’ molta flessibilita’, molta fiducia anche nelle persone, nei ricercatori, nelle loro idee creative. E flessibilita’ nel cambiare direzione di ricerca. Lavoro di ricerca vuol dire fare articoli, scriverne, preparare prototipi, Un lavoro abbastanza solitario, spesso da casa… il bello che hai a disposizione tutta questa compagnia, di risorse gente molto preparata, se vogliamo possiamo andare a parlare con chi fa altre cose e siamo incoraggiati a fare progetti con altre persone, abbiamo la possibilita’ di fare ricerca accademica o piu’ applicata nell’azienda e sta a noi scegliere la combinazione e andare a parlare da persone all’interno di Intel c’e’ moltissima liberta’ intellettuale, che a volte disorienta, visto che ci sono così tante possibilita’ che non e’ facile scegliere cosa fare. DONNE E HI TECH  – A me è mancata una figura-madre, in questo ambiente tecnologico ho pochissime figure di riferimento, nel mio gruppo c’e’ un’altra donna ma sono stata a lungo l’unica donna e questo comporta delle difficolta’ pratiche e psicologiche. Una figura di riferimento sarebbe stata d’aiuto, in un ambiente molto maschile. E ora mi stanno chiedendo a Berkeley di incontrare ragazze giovani e e parlare delle difficoltà che una donna incontra in questa carriera. Spero di poterle aiutare ed incoraggiare. UNIVERSITA’ ITALIANA COMPETITIVA- La preparazione italiana e’ molto valida, la grande differenza che ho notato e’ che in Italia si tende di meno a far domande ai professori e ad essere creativi. Qui anche da come sono strutturati i compiti, bisogna esser capaci di dire cose nuove, essere creativi piu’ che a ripetere quel che si e’ imparato. Qui tutti fanno domande, come tra colleghi. In Italia non si facevano mai domande. Qui un ruolo molto piu’ attivo negli studenti magari sanno meno teoria ma fanno piu’ cose. ERRORI – L’errore che faccio spesso e’ di cadere in quest’idea che non si puo’, che e’ difficile, perche’ dovrei riuscirci io e non gli altri. Spesso penso questo. Le volte invece in cui non o fato cosi’ e mi sono buttata, ho proposto ed ho fatto sono le volte in cui ho avuto piu’ successo. La gente e’ disponibile ad aiutare ed e’ sempre una buona idea di provare a fare le cose. CONSIGLI AGLI STUDENTI – Provare l’esperienza all’estero, ho fatto l’Erasmus. Tanti miei amici hanno fatto un dottorato qui, sono venuti facendo la tesi, hanno trovato un contatto, si sono fatti conoscere e poi hanno continuato qui. Dunque partire venire, ora col web si puo’ sapere tutto di tutti, cercare chi fa le cose che interessano. Mandare email e contattare, e non aver paura di contattare direttamente magari con qualche proposta di progetto. Trovare la persona giusta, magari dire: posso venire a fare un po’ di ricerca in estate anche senza essere pagati? L’IDEA MIGLIORE – L’idea migliore che ho ho avuto, spero sia quella su cui sto lavorando, cioe’ l’analisi del linguaggio naturale sui portatili, usando dati sensoriali che possono dare informazioni su contesto. Per esempio, se sto viaggiando verso l’aeroporto, come posso utilizzare queste informazioni per aiutare l’analisi di quel che sto dicendo, per

Sul NY Times invenzione dell’italiana Wide Tag per monitorare il rumore con iPhone

Il principio di fondo si chiama Internet delle Cose. E cioe’: viviamo in un mondo ormai disseminato di sensori e rilevatori, che interagendo possono darci un monitoraggio prezioso. E’ l’idea sulla quale e’ nata WideTag, start up italiana attiva anche a Silicon Valley. Finita nei giorni scorsi sul New York Times grazie alla sua applicazione per iPhone WideNoisein grado di monitorare l’inquinamento acustico, rilevando i decibel di rumore con il telefonino. Un semplice sensore acustico applicato al microfono del cellulare, puo’ diventare il punto di partenza per un controllo dell’inquinamento acustico a vasto raggio, di un quartiere o di una citta’, nell’interazione tra gli utenti che attivano questa applicazione. Ma la prospettiva e’ di poter estendere questi monitoraggi in tempo reale ai campi piu’ disparati, dall’inquinamento atmosferico ai consumi energetici alle situazione del traffico. Amministratore delegato di WideTag e’ Leandro Agro’, grande amico di Italiani di Frontiera, che ha fondato la societa’ assieme a David Orban e Roberto Ostinelli. Qui l’intervista per Reuters a Leandro, che e’ anche tra gli animatori e organizzatori dello splendido Frontiers of Interaction, che nell’edizione 2009 (rievocata in questo video) ha ospitato a Roma una presentazione di IdF.

Federico Faggin, “padre” del microchip: conflitti, egoismi, cosi’ l’Italia e’ stata umiliata da Taiwan

Molti lo considerano il numero uno. Chi legge queste righe al computer lo fa grazie a lui, visto che e’ uno dei padri del microchip. E dovrebbe ringraziarlo due volte se ha un laptop, perche’ e’ stato anche l’inventore del touchpad. Vicentino, classe 1941, Federico Faggin e’ una figura storica del made in Italy a Silicon Valley, dove si e’ trasferito quasi quarant’anni fa con la moglie Elvia (con lui nella foto). E dove oggi e’ amministratore delegato di Foveon, azienda che produce sofisticati sensori d’immagine. Faggin ha affidato a IdF in esclusiva una profonda riflessione sulle cause, tutte culturali, dei ritardi del suo Paese d’origine, al quale e’ rimasto affezionato, nel campo in cui lui ha primeggiato a livello mondiale: quello dell’innovazione tecnologica. Un’analisi lucida e impietosa, un contributo eccezionale, che Italiani di Frontiera proporra’ in due parti. “PERCHE’ NON IN ITALIA – Perche’ questo centro d’avanguardia che è Silicon Valley è possibile qui e non in Italia? E come mai, visto che qui ci sono così tanti italiani? Dunque non manca la materia grigia, ma il saper organizzare le cose in modo da usarla. Non ho studiato il problema in dettaglio, il mio tempo è molto limitato per queste cose. Ma per capirne le origini, i fatti singoli non danno idea di come si cambi una situazione. Quando uno ha un problema tecnico, la prima cosa che diciamo qui e’: dobbiamo trovare e affrontare la causa alle radici… L’ESEMPIO DI TAIWAN – Quarant’anni fa, in campo internazionale l’Italia non era cosi’ arretrata nelle tecnologie, come e’ oggi. C’erano aziende come Olivetti, ma non solo: Telettra, Selenia, Magneti Marelli… tutte sparite o snaurate. C’e’ da chiedersi perche’ oggi un Paese come Taiwan, che allora era molto piu’ indietro, sia diventato una potenza mondiale in questo campo, mentre l’Italia ha perso terreno. Alcune osservazioni possono essere importanti. Partendo proprio dall’esempio di Taiwan. Negli anni Sessanta, molti figli di taiwanesi sono venuti qui a studiare ed imparare, poi a lavorare. Non parlo di tre o quattro ma di migliaia di ragazzi, che si sono dati da fare, hanno imparato come si fa. Il loro Paese ne accoglieva con favore il ritorno. Perche’ li’ c’e’ la convinzione che se si crea un benessere economico, non e’ solo nell’interesse di alcuni ma nell’interesse di tutti. IL PREGIUDIZIO DELLA TORTA DA SPARTIRE – Generalmente, gli italiani che sono andati via, se tornassero indietro non sarebbero invece cosi’ ben visti. Perche’ in Italia c’e’ una forma di competizione molto forte. Vige il principio della “torta finita”: se qualcuno ha successo vuol dire che si sta prendendo una fetta più grande e quindi la toglie a me. Non c’e’ quel senso del bene comune, che vedo invece in Paesi che hanno avuto piu’ successo, in base al quale se uno realizza un aumento di valore, ingrandisce la torta e ne beneficiano tutti e non solo lui. Questa mancanza si traduce, in politica, in governi che non durano, non hanno una strategia o un piano a lunga durata, in modo da dare risultati. E’ un peccato perche’ gente brava ce n’e’ tanta in Italia. Capace, piena di intelligenza e voglia di fare. Viene frustrata da un ambiente che non da’ opportunita’, taglia le gambe… CONFLITTI AUTOLESIONISTI – Questa rivalita’, si traduce spesso in una conflittualita’ autolesionista. Paradossalmente, in Italia sembra prevalere una mentalita’ del tipo: “Sono disposto a perdere, pur di far perdere anche te”. Sembra assurdo… In una trattativa, uno puo’ uscire vincitore e l’altro sconfitto, o viceversa. Ma si puo’ anche ottenere entrambi qualcosa, da una negoziazione. Il modo peggiore di concludere invece e “lose to lose”: per non far vincere l’altro, si perde tutti e due. Questa conflittualita’ estrema, basata sul togliere all’altro, questa mancanza di buona volontà di mettersi d’accordo per un bene comune, si vede nella societa’, nelle liti tra inquilini ad esempio, come tra i politici. Io la vedo spesso nei sindacati, quasi una continua lotta di classe: sono disposto a perdere tutto, purche’ i padroni non prendano un po’ troppo… una mentalita’ assurda, arretratissima. COSA COMUNE SOLO PER GLI AFFARI PROPRI – Questa mentalita’ ispira anche l’attitudine tipica verso la cosa comune: non un bene collettivo ma qualcosa da usare a proprio beneficio, togliendola possibilmente agli altri. Questo “grabbing”, prendere per sè, è una forma di psicologia primitiva. Pagare le tasse qui negli Usa, per esempio, è considerato un partecipare a questo bene comune. Un dovere civico. Evadere, come tanti fanno in Italia, “tanto ci tassano troppo e ci dobbiamo difendere da un governo che ci salassa,” nascondendosi dietro a quello che fanno altri, spalleggiandosi a vicenda, qui non sarebbe nemmeno concepibile. NESSUN PROGRESSO SENZA GIUSTIZIA – Ora, se guardiamo ai Paesi che (per questa carenza del senso di bene comune) faticano a sfruttare le loro potenzialità economiche, a dare benessere al loro cittadini, alla base in genere ci sono corruzione e mancanza di un sistema legale che protegga la vittima di ingiustizie. Quando sono presenti questi due elementi, un sistema automaticamente non può produrre ricchezza. I Paesi che sono del Terzo Mondo, e ci rimangono, hanno queste caratteristiche, che purtroppo ha in parte anche l’Italia. Corruzione e un sistema giudiziario incredibilmente lento. Pertanto, se mi prendo delle libertà con gli altri, visto che ci vorranno 20 anni prima che mi puniscano, sarò già morto prima che giustizia sia fatta. Questo fenomeno ha l’effetto di incoraggiare molte persone alla disonestà e indebolire le persone oneste, che invece si scoraggiano. E non è certo quel che serve per conquistare mercati, andare avanti. E’ invece tipico di chi finisce per tirarsi indietro, perdendo motivazione. Uno si rassegna, non può lottare in un Paese dove ti legano le mani dietro la schiena: come si fa a battersi cosi’? TORNARE? NON CI PENSO PROPRIO – In questa situazione, a livello internazionale quale grande azienda americana vuole investire in Italia per avere problemi? Meglio farlo in altri Paesi, dove il sistema protegge chi fa gli investimenti. A tornare in Italia io non ci penso

Enzo Torresi pioniere dell’hi tech: Olivetti a Silicon Valley, storia appassionante e amara

Alle origini della presenza italiana nel cuore delll’hi tech mondiale, mentre Silicon Valley stava diventando tale. Il contributo eccezionale e’ di Enzo Torresi, oggi partner fondatore di EuroFund, societa’ di venture capital, pioniere e memoria storica dell’ingegno made in Italy  oltreoceano. Che per Italiani di Frontiera ha rievocato la vicenda della presenza Olivetti a Silicon Valley, coincisacon la prima parte della sua straordinaria carriera. Storia appassionante, di intuizioni, grandi professionisti, sviluppo internazionale. Una storia purtroppo con un epilogo amaro. DALLA SICILIA A TORINO – Siciliano di origine, mi laureai a Torino nel 1969. In quel periodo c’era molta crescita e molti meno laureati in elettronica. Eravamo pochissimi, io ebbi 23 offerte di lavoro appena laureato. Il Politecnico forniva i nostri nomi a tutte le aziende: Olivetti Siemens, Telettra e Fiat, quelli che avevano una componente elettrotecnica… Andai subito a lavorare a Ivrea. Avevo lavorato negli ultimi due anni di Universita’ con una societa’ che faceva brevetti. Avevo perso mio padre a 24 anni ed ero l’unico che poteva fare qualcosa per la famiglia. Accelerai moltissimo il numero di esami per laurearmi il prima possibile… Questo torinese che mi dava il lavoro, quando mi arrivo’ l’offerta dell’Olivetti disse che l’avrebbe raddoppiata purche’ restassi con lui. Io lo mandai a quel paese, perche’ aveva dimostrato quanto poco mi avesse pagato sino ad allora. Studiavo, poi lavoravo di pomeriggio e fine a notte tarda per 120.000 lire al mese. INGRESSO ALL’OLIVETTI – L’Olivetti me ne offri’ 220.000. Io mi trasferii a Ivrea e qui avvenne una cosa molto strana. Il mio capo a Ivrea era un americano della Xerox, che Olivetti aveva assunto come capo della ricerca. A Ivrea aveva 400 persone, altre 40 nel New Jersey, a Tenafly. Questo americano Phd era un radioamatore. Io ero cinque livelli sotto di lui e un giorno per caso ci incontrammo in un corridoio e  gli dissi che ero radioamatore come lui, Guardando nei nostri registri trovammo le rispettive sigle: ci eravamo gia’ parlati senza sapere chi fossimo. Questo piccolo evento risulto’ molto importante per la mia carriera, perche’ lui mi favori’ molto. “Dottor Torresi, io la portero’ nel mio laboratorio nel New Jersey che e’ molto importante perche’ penso che qui sarebbe sprecato…“, mi diceva. COINCIDENZA FORTUNATA NEGLI USA – A quei tempi a Ivrea in mille facevano progettazione, in 400 facevamo ricerca. Resistetti li’ dieci mesi, dopo di che lui mi mise su un aereo mandandomi con una scusa all’Universita’ del Rhode Island, dove feci un corso di due mesi post graduate sulla fisica dei dispaly a cristali liquidi. In due mesi di Kingston mi resi conto che quel che volevo fare io era negli Stati Uniti. Lui alla fine di questa permanenza mi mando’ nel laboratorio del New Jersey, dove avvenne un altro caso fortuito. Il capo dei capi della ricerca e sviluppo, ingegner Perotto venne negli Usa per approvare il budget 1971. E io mi trovavo li’ in queste due settimane di permanenza… Io avevo lavorato per un po’ con i colleghi americani per fare una dimostrazione di questo display, uno schermo sul quale dovevamo far apparire inumeri di una calcolatrice elettronica. In questa riunione in cui presentavamo il nuovo prodotto del gruppo di ricerca mi disse: “Per sbrigarci perche’ non me lo racconta lei cosa state facendo, invece di questi americani, che ho dfficolta’ a capire cosa dicono?“. Io feci tutta la presentazione, poi la dimostrazione, l’indomani lui prima mi partire mi disse: “Sa, tutti stanno pensando di farla venire in questo laboratorio ad aiutarli in questo progetto dei  cristalli liquidi perche’ ha fatto buona impressione a tutti“. Tornai a Ivrea e raccattai tutto… avevo un figlio di un mese, Marco, ero appena sposato. E nel dicembre 1970 mi trasferii permanentemente in America.  Non so se sia stata una fuga dei cervelli ma di fatto io mi dissi con mia moglie che sarei stato infelice a Ivrea e volevo cogliere questa opportunita’ che mi si presentava. TEST PREVENTIVI SUI CHIP USA – Dopo due anni di lavoro, Olivetti vendette questi brevetti a Timex e Motorola. Il gruppo americano venne sciolto e io corsi il rischio di tornare in Italia.  Ma in quel periodo  in California stavano nascendo diverse aziende di semiconduttori: Intel, Motorola, Texas Instruments…. Io proposi di fare di mestiere il residente Olivetti presso queste societa’ di semiconduttori, con cui stavamo stabilendo importanti rapporti per trasformare in elettroniche macchine da scrivere e calcolatrici che allora Olivetti faceva con lamiere stampate. Tutti concordarono che ci fosse bisogno di una persona negli Usa. All’inizio mi diedero un ufficio a New York, da dove dovevo fare il pendolare con San Francisco. Dopo un mese mi trasferirono  a Mountain View,  dove affittarono un appartamento. Io avevo tre uffici dedicati: uno a Intel, uno alla  National Semiconductors e uno alla Texas Instruments. Era il 1973. Dopo due anni, tutti consideravano positivamente il mio esempio. All’epoca all’Olivetti, prima dell’arrivo di Carlo De Benedetti, c’erano Marisa Bellisario e l’ingegner Ottorino Beltrami. Ci fu un successo di progettazione alla Fairchild, che fece un chip  molto grande tutto in silicio, che sostituiva tutte le componenti meccaniche di una calcolatrice, rispetto alle vecchie macchine elettromeccaniche. Olivetti mise in produzione questa macchina, tutti parlavano di questa idea di mandare un residente presso queste aziende e mi diedero carta bianca per fare altre attivita’. SCONTRI CON INTEL – Olivetti stava iniziando a comprare grandi quantita’ di prodotti, memorie statiche da Intel soprattutto, e da Texas Instruments. Io proposi di fare un laboratorio per collaudare tutti i semiconduttori che partivano da Silicon Valley per Ivrea, come avevamo fatto in un primo test. Mi dissero ok e fecero fare un investimento di 500.000 dollari di allora per comprare due grosse macchine di collaudo dei semiconduttori. A questo punto, il gruppo divenne di venticinque persone. Il nostro mestiere era quello di confrontare i risultati dei test con le specifiche tecniche dei prodotti di Ivrea. Quindi (se risultavano incompatibilita’) potevamo anche rifiutare una spedizione. Cosa che io feci un paio di volte, con Intel, suscitando reazioni risentite e quasi grane diplomatiche. Ma se il chip di memoria che ci consegnavano non passavano lo screening di Cupertino, veniva rigettato. Per Olivetti questo fu un grosso risparmio: in tempi normali si sarebbero accorti di incompatibilita’  solo quando il chip era gia’ arrivato a Ivrea, e Intel poi rifiutava di riconoscere vi fossero problemi, scaricando la responsabilita’ sui tecnici di  Ivrea… cosi’ invece noi controllavamo e dicevamo loro: venite a vedere il test di Cupertino, dieci minuti di macchina e vi

Arrivare in America assieme a un premio Nobel. E oggi Gianluca Rattazzi (MaxiScale) ha un piano per i colossi del web

  Un padre convinto che l’Italia non potesse offrire un futuro a suo figlio,  un premio Nobel che lo persuase a puntare sugli Stati Uniti. Gianluca Rattazzi, oggi  presidente e amministratore delegato di MaxiScale, e’ il prototipo di “imprenditore seriale” di Silicon Valley, dove e’ stato in passato cofondatore di quattro diverse societa’. E dove conta oggi con la sua nuova azienda di proporre presto un prodotto innovativo a colossi web come Facebook, eBay e MySpace. Senza rinunciare nel frattempo alla sua passione di sempre: l’automobilismo. “Questo e’ un Paese sbagliato. Se c’e’ un posto e sarai in corsa col figlio della cameriera di un ministro, prenderanno lui”, mi diceva papa’. Credeva nella meritocrazia  ma si sentiva troppo vecchio per andarsene. Lui avvocato, la mamma medico, non hanno mai avuto fiducia nell’Italia. Sono nato ad Ascoli Piceno e vissuto a Roma, anche se siamo cresciuti negli anni del boom, i miei non hanno mai pensato che saremmo vissuti in Italia, io e mia sorella. Per lei la prospettiva era la Francia, per me la Germania. E in Germania ho iniziato lo studio all’estero. IN CASA DI UN PREMIO UN NOBEL – E’ interessante come sono arrivato negli Usa Emilio Segre‘, premio Nobel della Fisica 1959, era negli Usa dagli anni Trenta, aveva insegnato a Berkeley e lavorato al progetto per la bomba atomica assieme a Enrico Fermi. Torno’ per due anni a Roma, dove io studiavo fisica e chimica nucleare. Lo incontrai…ci riuscimmo simpatici ed iniziai a collaborare con lui, che stava scrivendo un libro su Fermi. “Per quello che fai, vivi nella nazione sbagliata, il tuo futuro e’ in America”, mi disse. “Perche’ non fai tre mesi di internato alla Stanford University (era il 1975),  se sei interessato, come ti laurei ti trovo un posto a Berkeley…”. Arrivammo in America insieme, era l’estate 1976. Finii a vivere in casa sua, sua moglie, sudamericana, doveva star via per mesi…  Lo accompagnavo nelle escursioni in montagna, con lo zaino… alla fine divenni research assistant a Berkeley. L’UOMO PIU’ COLTO MAI INCONTRATO – Successivamente lavorai per Luciano Moretto, anche lui docente a Berkeley. L’uomo piu’ colto che abbia mai conosciuto. Era capace di lavorare tutto il giorno, poi alla sera andarsene a letto leggendo un libro in greco antico… e conosceva pure diverse lingue scompase… Per gli esperimenti di fisica, avevano bisogno di computer per esaminare i dati… e io scoprii che la parte dei computer mi piaceva piu’ della fisica. Iniziai a studiare Electrical Engineering and Computer Science. Alla fine anni Settanta,  vedevo che i fisici mi consideravano piu’ un tecnico che uno di loro… conobbi Enzo Torresi, che nel 78-79 era il presidente dell’Olivetti Advanced Technology Center. Suo capo e direttore generale della Olivetti Computers era Enrico Pesatori. “Quel che fai tu sarebbe il sogno di Olivetti…”, mi diceva Enzo. L’ESPERIENZA ALLA OLIVETTI – Nell’estate 1980 lasciai fisica e chimica all’universita’ per la Olivetti a Silicon Valley. Intanto nel 1978 aveva conosciuto una ragazza italiana che era qui per due anni per occuparsi di genetica… tutti e due a Roma abitavamo in via Luciani, lei 3 e io 1… ci siamo sposati in quel 1980 e siamo ancora qui, con tre figli… In quell’anno alla Olivetti lavorai al nuovo sistema operativo Olivetti, Linea Uno, per computer business, soprattutto per il mondo bancario. Poi due anni sui personal computer. Ma nel 1984 l’Olivetti decise di spostare in Italia lo sviluppo dei nuovi prodotti, tenendo qui solo un piccolo centro di ricerca avanzata… Io non volevo tornare in Italia, feci colloqui con varie aziende tra le quali Apple e passai ad una piccola compagnia, la Validec , che faceva reti avanzate wired and wireless per ristoranti, come capo ricerca e sviluppo. DALLE AZIENDE VENDUTE A UNA SOCIETA’ MIA – Dopo un anno, l’azienda venne venduta a una societa’  di Toronto, ma io volevo restare in California e passai alla Virtual Microsystems, che faceva sistemi network per integrare minicomputer a personal… dopo un anno e mezzo anche quella fu venduta. Cosi’ ho pensato: la prima venduta la seconda pure..perche’ non farmi una societa’ mia? Cosi’ nacque la Parallan (Parallel Local Area Network, 1988). L’idea di base era che se il pc era il desktop individuale da collegare in reti, nelle aziende ci fosse bisogno di macchine centralizzate con molte potenzialita’ per elaborare questi dati. Quotammo in Borsa Paralan nel 1993 e l’anno successivo, il principale concorrente, IBM, la compro’. Era il 1994 e io intanto da tre anni conoscevo un ragazzo israeliano, Gedeon Benfreim, che aveva ideato un sistema per far comunicare diversi edfici di una stessa societa’… Da quest’idea nacque un’altra societa’, P-Com, per la quale, quando Paralan stava per andare in Borsa, assumemmo un nuovo amministratore delegato. Anche P-Com  ando’ in Borsa nel 1994. E bene. Cosa faccio adesso? mi chiedevo. Trovai una compagnia che aveva otto anni di vita, ottenni da un venture capital i 20 milioni di dollari per comprarla. Era la  Meridian Data, che realizzava nuovi prodotti nello storage, nelle memorie di massa… con un’azienda che gia’ era consolidata andai rapidamente. Nel 1996 venne quotata in Borsa, continuando a crescere sino a quando nel 1999 venne comprata da Quantum, che opera nel settore dei dischi di memoria. Restai altri tre mesi, uscendo a fine 1999. POTENZIARE I SERVER – Intanto avevo incontrato un ragazzo inglese che aveva un’idea innovativa. Normalmente il server e’ una piattaforma Intel, la sua idea era quella di realizzare invece qualcosa di diverso, compatible con Intel ma con un’architettura differente, che potesse fornire una potenza dieci volte superiore… cosi’, con i fondi di un venture capital, e’ nata BlueArc, nella quale ho coinvolto Enrico Pesatori, che in quel momento era il numero due di Compaq… MAXISCALE E LA PROPOSTA A COLOSSI DEL WEB -Per BlueArc sono tornato a tempo pieno all’inizio del 2002 dall’Italia, dov’ero andato per un po’ perche’ mia figlia voleva vivere a Roma. Anche BlueArc, circa 100 milioni di fatturato l’anno, si e’ registrata per essere quotata… cosi’ e’ nata la