Amici di Idf: Laura Curino in teatro con il sogno Olivetti nel centenario

L’impresa come sogno di visionari con i piedi per terra. Un padre che la crea scommettendo su un futuro di tecnologia, un figlio che da’ all’azienda statura mondiale. Senza mai dimenticare che al centro non sta il profitto ma l’uomo e la costante innovazione. Lo ammetto, avevo gli occhi lucidi applaudendo al Teatro Studio di Milano la straordinaria Laura Curino, attrice bravissima tornata in scena con “Camillo Olivetti: alle radici di un sogno“. Qui l’intervista per Reuters a Laura, che ha riportato in scena lo spettacolo su Adriano Olivetti. Temi particolarmente importanti per questo blog. Non solo perche’ da Olivetti e’ uscito il nucleo centrale degli Italiani di Frontiera di Silicon Valley. Alcuni gia’ presenti sul blog. Come Enzo Torresi, Gianluca Rattazzi , Giacomo Marini, Enrico Pesatori, Ezio Valdevit, Luciano dalle Ore, Giamma Clerici . E altri di imminente pubblicazione come Francesco Lacapra di MaxiScale e Luca Cafiero di Cisco. Ma anche perche’ lo spirito che ispiro’ gli Olivetti, forse troppo in anticipo sui tempi in Italia, ha molto in comune con quello di Silicon Valley. Qui un commento di Carlo De Benedetti (in un lancio Agi) in occasione del coinvegno a Milano moderato proprio da Laura Curino (qui un resoconto Ansa). Qui invece un ricordo di Laura Olivetti su La Stampa.

Roberto Crea intenta una causa sui diritti di uno storico brevetto biotech

Roberto Crea, pioniere delle biotecnologie oggi alla guida di Protelica, uno di protagonisti di Italiani di Frontiera (qui la sua prima intervista sul blog) ha annunciato nei giorni scorsi di aver intentato una causa legale al City Hope Medical Center di Duarte (California), per i diritti legati ad un brevetto al quale Crea ha dato alla fine degli anni Settanta un contributo fondamentale. In una nota, lo studio Carr&Ferrell, che rappresenta Crea, afferma che la causa riguarda royalties per centinaia di milioni di dollari ricevuti dal City of Hope da Genentech, colosso delle biotecnologie, in base ad un accordo per lo sfruttamento commerciale da parte dell’azienda di brevetti realizzati nel centro ricerche dell’ospedale. La vicenda legale riguarda il ruolo cruciale che Crea ha svolto negli esperimenti ritenuti la pietra miliare che ha di fatto inaugurato un settore oggi d’avanguardia come quello delle biotecnologie. Crea realizzo’ un particolare reagente che consenti la produzione di Dna artificiale introdotto in batteri poi utilizzati per la creazione di proteine umane, somatostatina e insulina artificiale, in un’epoca in cui si riteneva che questo non fosse possibile. Questi esperimenti realizzati al City of Hope Medical Center sfociarono in cinque brevetti acquisiti con un accordo da Genentech. Due di questi brevetti, dice Carr & Ferrell, riconoscono Crea come unico inventore, mentre altri tre, che hanno portato alla produzione di proteine umane, sono stati realizzati usando il reagente di Crea e sono stati attribuiti ai suoi colleghi Keiichi Itakura e Arthur Riggs. Secondo i documenti forniti al tribunale, in base all’accordo stipulato, Genentech, della quale Crea e’ stato primo direttore del settore Acidi Nucleici, avrebbe pagato al City of Hope Medical Center 700 milioni di dollari per i diritti di sfruttamento di questi brevetti, buona parte dei quali andati a Itakura e Riggs, escludendo Crea. “E’ un peccato che il pagamento di questi diritti sia stato suddiviso solo fra due dei tre inventori”, ha detto Crea. Secondo i documenti allegati alla causa, il reagente ideato da Crea sarebbe stato fondamentale non solo per la produzione di somatostatina ed insulina ma anche per quella di dozzine di altri prodotti realizzati da Genentech ed altre societa’ biotech, aprendo la strada al settore delle biotecnologie.

Ezio Valdevit, friulano ex Olivetti pioniere dello storage network

Dall’esordio in Silicon Valley con Olivetti ad un’attivita’ da pioniere nel campo dello storage network. Ezio Valdevit, friulano, racconta la sua carriera e spiega quanto e’ importante per un’azienda garantire ai tecnici una carriera senza limiti, che non li costringa a trasformarsi loro malgrado in manager. INIZIO CON OLIVETTI – Friulano di Sacile (Pordenone) dopo la laurea in Fisica all’Universita’ di Padova ho iniziato nel 1983 a lavorare con Olivetti a Ivrea, che dopo alcuni anni mi ha inviato a Silicon Valley per un progetto congiunto con una ditta di cui aveva una compartecipazione. Facevamo un sistema vantaggioso (consentiva di risparmiare grazie a prestazioni avanzate senza bisogno di costose sostituzioni) che andava connesso ai centralini telefoni analogici per fornire prestazioni digitali, tutte funzionalita’ che i telefoni oggi hanno, anche i cellulari e che quelli analogici all’epoca non avevano. Poi fornivamo anche prestazione dati con Internet a bassa velocita’ ma a lunga distanza sullo stesso cavo telefonico. L’azienda si chiamava David Systems, l’idea era molto brillante ma prematura per il suo tempo e mai maturata, con l’avvento di un’altra integrazione ha permesso di fare dei centralini digitali e ditta e’ stata venduta. L’ideatore era Mario Mazzola, vicepresidente engineering, la David fu acquisita da un’azienda poi confluita in Tricom. All’inizio del 1990 sono passato ad un’altra ditta che si occupava di network, lavoro che avevo gia’ iniziato a Olivetti dove sviuppavo protocolli di comunicazione. A Net, che realizzava nodi per voce e dati per reti private, era una delle poche aziende quotate a Wall Street invece che al Nasdaq, all’epoca un gioiello di Silicon Valley. Avevano avuto contatti per acquisire una piccola start up che faceva router… chiamata Cisco. Ma decisero di non comprarla… tre anni dopo e’ andata pubblica. ARCHIVIO DI RETE – Avevamo un progetto interessante, uno chassis based con schede, un progetto di scheda che fosse a tutti gli effetti un router. Il software era fornito da Cisco noi dovevamo adattarlo all’hardware. Lavoro interessante, per le molte funzionalita’ sviluppate, anche se non molto creativo. E nel 1993 sono passato poi a Synoptics, c’era boom di ATM (Asyncron Transfer Mode) sistema di trasmissione dati. Si lavorava in un progetto per portare questa tecnologia nel cuore dei data center aziendali, usando questo Atm come supporto per rete Internet. Ma la tecnologia non era adatta. Dopo aver lavorato con ditte di medie dimensioni oltre i mille dipendenti sentivo la nostalgia dell’ambiente della start up piu’ innovativo e meno burocratico, dove e’ piu’ facile avee un’idea e mettersi a realizzarla in poco tempo e con risultati piu’ rapidi. Ho accettato l’offerta di Brocade, che si occupava di storage. Facevano switch per connettere server potenti a delle memorie di massa, banche di dischi. L’idea era che questi dispositivi potessero essere in comunicazione e formare una rete. Le persone dell’azienda non avevano esperienza di networking e mi ha affascinato il fatto che avrei potuto essere autonomo perche’ li’ ero l’unico esperto di tecnologie di rete del progetto, poi chiamato Storage Network. Era il 1996 e sono li’ tutt’ora. Un’avventura molto bella, entusiasmante. UN MERCATO NUOVO – Abbiamo creato un nuovo mercato, in cu molti non credevano. C’era diffidenza per una tecnologia ibrida, fra storage e network ed e’ andata molto bene. Era il periodo boom di Internet e la gente aveva un bisogno disperato di memoria, con un boom di dati. La nostra soluzione ha permesso di ottimizzare l’uso dei dischi. Al contrario di quanto successo alla David, questa era l’ idea giusta al momento giusto… Col nostro sistema ad una sola porta allo swich si potevano collegare altre 15 sistemi di dischi… ora esistono sistemi a 10mila porte…. questo ha permesso una serie di funzioni, ad esempio il back up in real time, mentre un tempo si effettuava solo di notte su dati statici… ora anche altre tecnologie lo permettono. Ormai e’ un business di 24 ore su 24. E questo fuori dalla Rete, con decine o centinaia di server high end si poteva collegare un numero limitato di dischi. Mentre Internet e’ stata di stimolo a questa tecnologia, per la richiesta costante di spazio e memoria. E per la facilita’ e flessibilita’ d’uso per i server e chi ha bisogno di enorme spazio per memorizzare. Tranne Google, che fa in casa anche i propri computer, viene utilizzata ovunque, da Goldman Sachs alla Ford alla Ferrari, dalla farmaceutica alle banche come Deutsche Bank . Quello della memoria e’ un settore in crescita anche se in conseguenza alla crisi economica questa crescita non e’ esponenziale. Ora c’e’ un tentativo di riproporre una soluzione gia’ avanzata a inizio Duemila, quella degli storage service provider, che fornivano spazio per memoria agli utenti via Internet. All’epoca non aveva fatto molta strada, ora viene rilanciata anche perche’ con i dati cifrati e’ diventata piu’ sicura. AZIENDE DI FAMIGLIA – A mio parere uno dei macigni al collo dell’industria italiana e’ che e’ troppo paternalistica e a conduzione familiare… in fondo anche se pensiamo alla Fiat, e’ una ditta pubblica ma ha ancora dietro gli Agnelli… in Silicon Valley manager director e vicepresidente si siede accanto a te, non c’e’ quella distinzione in fondo classista fra ingegneri al primo piano i manager al secondo, che non si parlano se non in forma ufficiale. Questa la prima grosa differenza. Qui il manager ti porta a pranzo vai a parlarci piu’ o meno quando vuoi… qui in un certo senso c’e’ piu’ rispetto per la persona che lavora, in Italia il manager si sente superiore. Qui quasi non esiste la conduzione familiare, che in genere si ferma al ristorante. Anche negozi e librerie di famiglia tendono a sparire, uccise da Amazon e catene come Borders. L’azienda a conduzione familiare implica un rapporto meno professionale e piu’ paternalistico con i dipendenti. SUCCESSO CONDIVISO – Altra cosa importante e’ la condivisione del successo della ditta. In Italia non e’ pensabile avere la macchina piu bella del tuo manager. Qui si’ se hai avuto successo economico in un posto e lui magari no. Anche

Paolo Siccardo: presto web e tv integrati, raggiungibili dappertutto

C’e’ ancora un diaframma sottile da abbattere, l’ultima barriera che la tecnologia presto superera’: quello fra sistemi televisivi e Internet, per completare una “convergenza” che vede il personal computer al centro delle comunicazioni dati, voce e video. Sulla strada verso un mondo in cui guardare la tv, telefonare e navigare nel web sara’ tutt’uno, c’e’ ancora un obbiettivo da raggiungere: l’ubiquità, cioe’ l’accesso a un mondo di notizie e immagini interattive da qualsiasi apparecchio, anche portatile. Su questo passo avanti, semplice per l’utente, molto complesso per chi deve integrare le soluzioni tecnologiche, ha scommesso un ingegnere savonese, Paolo Siccardo, fondatore e amministratore delegato di Digital Keystone, sede a Silicon Valley, Mountain View, non molto lontano da Google, un ufficio anche in Francia, ad Aix-en-Provence. Siccardo, che ha parlato con Italiani di Frontiera della sua esperienza, con riflessioni su Silicon Valley e sul sistema educativo USA, spiega in questo primo post la sfida che la sua azienda sta affrontando. INSEGUIRE L’UBIQUITA’ – Quella della convergenza e’ una visione quasi completamente realizzata, sia a livello di reti di telecomunicazioni (oggi già integrate) che a livello dei sistemi di consumo per gli utenti. In effetti non c’è più distinzione tra telefono, computer e televisore, tutti costruiti con tecnologie basate su microprocessori digitali. Oltre a quella barriera, un futuro prossimo di piattaforme integrate, da cui accedere a programmi televisivi e navigare in un tutt’uno, da qualunque schermo di casa (televisore o computer) e dagli apparecchi portatili, che rendera’ accessibile universalmente da ogni apparecchio un mondo di notizie e immagini interattive. ECOSISTEMA PRIVO DI ATTRITI – Subito dopo la laurea in ingegneria elettronica all’Universita’ Genova nel 1986, e grazie a un generoso invito dell’Università di Stanford, il mio primo impiego è stato in una start-up di Silicon Valley. All’epoca entrare in una grande azienda in Italia avrebbe significato mettersi a rivedere documenti. Facendo carriera? Certo, eventualmente, ma lo consideravo un percorso troppo soggetto a quella forma di “attrito” invisibile che permea l’atmosfera di molte imprese italiane. In Silicon Valley si può andare avanti senza sprechi, mentre in Italia ci sono costanti conflitti che costituiscono un vero e proprio sperpero di energia. La mia definizione di Silicon Valley è un ecosistema efficiente – privo di attriti – per chi vuole fare “high-tech”. L’ecosistema consiste di quella massa critica di personale, fornitori, finanziatori, partner e concorrenti su cui fare leva per creare e crescere una nuova impresa. EFFICIENZA FATTORE SOCIALE E CULTURALE – L’efficienza è però una questione sociale e culturale. Efficienza sociale significa in primis eliminare ogni ostacolo burocratico alla creazione di un’impresa; ridurre al minimo il costo del capitale per chi ha un’idea valida; proteggere fermamente la proprietà intellettuale, e finalmente premiare i risultati finanziari sia degli investitori che dei dipendenti. Efficienza culturale significa incoraggiare chi corre dei rischi e non stigmatizzare gli inevitabili insuccessi. Tutti i casi “storici” di Silicon Valley (da HP ad Apple a Google) si fondano soprattutto su un ecosistema privo di attriti. È proprio questa ricetta che ho cercato di applicare anche all’interno della mia azienda, la Digital Keystone, creata dopo quindici anni di lavoro in molte società del settore che mi hanno insegnato cosa imitare e anche che cosa evitare. Oggi la Digital Keystone ha un organico internazionale di professionisti, che progettano sistemi d’informazione con una struttura interna inusuale anche rispetto agli schemi della Silicon Valley. A partire dal principio delle porte aperte: eliminare ogni forma di attrito significa rimuovere ogni ostacolo, ogni impedimento a chiunque nell’azienda voglia discutere un’idea innovativa con chiunque altro, senza l’obbligo di seguire una scala gerarchica preordinata o di rientrare in uno schema fisso predefinito di progetto o di prodotto. Anzi, con l’aspettativa che qualunque percorso di progetto, anche non prescritto in precedenza, può essere valido se dimostra di risolvere meglio un problema. DISORDINE CREATIVO – In base alla mia esperienza, posso dire che nel campo del progetto di alta tecnologia ci vuole una buona dose di disordine creativo per scoprire le migliori soluzioni. In Europa e specialmente in Italia i rapporti professionali all’interno delle aziende seguono canoni sostanzialmente fissi e formali. In questo modo è difficile che una buona idea possa fiorire se non è ufficialmente all’ordine del giorno. Spesso però proprio le idee migliori vengono al momento sbagliato, non quando qualcuno ti chiede di esprimerle, così senza un rapporto informale e “disordinato” tra creatività individuale e requisiti di progetto industriale non si riescono a cogliere le opportunità più valide. I meccanismi sono molto semplici: un’organizzazione piatta, aperta, che favorisca l’interazione. Un processo di definizione degli obiettivi di progetto e di sviluppo delle soluzioni tecnologiche dove ogni tecnico è reso partecipe e contribuisce in prima persona al perfezionamento dell’architettura di sistema. E naturalmente l’uso di internet e di e-mail come meccanismi efficienti di comunicazione, che aiutano a riordinare i contributi e a generare automaticamente una traccia documentata di ogni progetto. Insomma un approccio creativo che consente di sviluppare tecnologia in maniera più efficiente e anche più ordinata. LA NOSTRA MISSIONE – Una “parola chiave” da usare è ubiquità. Noi lavoriamo in particolare sui contenuti televisivi digitali, e sulla possibilità di fornire accesso a questi contenuti ovunque. È già possibile oggi ma con molti limiti. Perché quello che puoi vedere oggi sul laptop o con il telefonino è un panorama di contenuti piuttosto limitato. Presto invece avremo accesso a qualunque tipo di informazione da qualsiasi tipo di dispositivo, qualunque schermo diventerà un portale di accesso per tutte le informazioni. Per l’utente questo significherà una generalizzazione dei servizi. Oggi ovunque nel mondo un telefonino GSM consente di comunicare con chiunque, in questo modo i consumatori si abituano rapidamente ad un accesso universale al servizio. Dietro la scena, per consentire ubiquità di accesso c’è stato un lavoro tecnologico enorme per superare differenze di sistemi e di formati. È quello che stiamo facendo con l’accesso alla televisione digitale: superare le differenze di formato e presentare questi contenuti ovunque. BARRIERE DA ABBATTERE – La tecnologia come fattore che abbatte barriere e semplifica l’accesso all’informazione. Una delle applicazioni

Da imprenditore hi tech a venture capitalist, Giacomo Marini si racconta

Da imprenditore dell’hi tech, con il succsso di Logitech, a venture capitalist a Silicon Valey, dove e’ stato tra i pionieri del made in Italy. Giacomo Marini racconta la sua esperienza, in quello che e’ solo il suo primo post su Italiani di Frontiera. DA IBM A OLIVETTI – Ho iniziato la mia carriera lavorando all’Ibm, fra 1974 e ’78, due anni a Pisa e due a Venezia, esperienza interessante, girando Usa ed Europa. Dopo l’arrivo nel 1978 di Carlo De Benedetti andai all’Olivetti, sino al 1981, dove vedevo la possibilita’ di fare cose un po’ piu’ di impatto… De Benedetti e’ una personalita’ controversa ma i suoi primi dieci anni in Olivetti sono stati fantastici e l’azienda e’ cresciuta rinnovandosi. IL SUCCESSO DI LOGITECH – Dopo tre anni, con Pierluigi Zappacosta e lo svizzero Daniel Borel, abbiamo fatto partire quello che poi e’ diventata la Logitech, a cavallo fra Ivrea e Losanna. Zappacosta era andato negli Usa (sua moglie aveva un incarico con Ibm, a Palo Alto) dove incontro’ Borel. Poi si era spostato in Svizzera per un progetto con Borel. Mi unii a loro e nel 1981 partimmo con questa che all’inizio era una azienda di consulenza e progetti per conto terzi, con idea di arrivare a fare noi dei prodotti. Prendemmo un contratto consistente con una ditta giapponese e si decise di sviluppare il progetto negli Usa ove si risposto’ Zappacosta, aprendo un ufficio a Palo Alto in un posto storico: 165 University Avenue (che ha poi ospitato societa’ come Google, PayPal e YouTube)…Silicon Valley e’ un posto difficile da lasciare. Se non si va via nei primi tre anni poi non si va via piu’: clima, posto facile. Ambiente internazionale… In quegli anni Logitech crebbe parecchio, passammo da progetti per altri a prodotti nostri. E con il mouse l’azienda fece un salto di qualita’. Al punto che nel 1988 eravamo cresciuti abbastanza ma non riuscivamo a quotarci negli Usa, perche’ non avevamo investitori americani ed il prodotto non era stato capito molto… cosi’ quando una banca svizzera ci propose di quotarci li’, lo facemmo quell’anno stesso , costituendo una holding svizzera. DA IMPRENDITORE A INVESTITORE – A fine ’92 lasciai Logitech. Per un po’, il grosso della mia attivita’ divenne l’investire tempo e danaro in start up come angel investor piuttosto attivo, con un portafoglio di 4-5 nuove aziende. Tra le societa’ sulle quali lavorai, quella di Marco Graziano, italiano un’azienda che si chiamava Teknema che faceva Internet tv box per portare il web sul televisore. Un pioniere in quel settore, anche se quell’idea non ha mai attecchito. Era un esperimento notevole e la cosa interessante e’ che il browser realizzato da Graziano stava in un floppy che fu allegato a settimanali in edicola da Video Online, (societa’ antenata di Tin.it) fondata da Niki Grauso, pioniere di Internet, forse troppo ambizioso, con il quale parti’ Renato Soru per l’esperienza che porto’ a Tiscali. Il floppy si installava facilmente, decidendo poi se sottoscrivere l’abbonamento al servizio. Nel 1999 si presento’ l’occasione di riconnettermi con il gruppo De Benedetti, che stava lanciando un fondo di fondi venture capital CDB Web Tech, e in parallelo stava facendo nascere un’altra iniziativa interessante a Milano, CirLab, un misto tra fondo di venture a incubatore. Nel 2001 ho contribuito a ristrutturare CirLab, proponendo a Cir di trasformare la parte buona del portafoglio in un fondo di venture capital all’americana, con base a Silicon Valley, il primo fondo gestito da Noventi, Cir Ventures, con solo Cir come investitore esterno. Con tredici investimenti effettuati, abbiamo ancora sette aziende attive in portafoglio. Uno dei nostri migliori investimenti e’ stata Sygate, societa’ di sicurezza informatica di cui era amministratore delegato John De Santis, italoamericano di famiglia romana, ora venduta a Symantec. Ma abbiamo fatto un paio di investimenti anche in Italia, come Easy Market in Romagna, societa’ software e servizi per industria del turismo, di Paolo Pezzoli, poi venduta al gosso gruppo tedesco TUI. Nel 2006 e’ nato il secondo fondo, sempre con il gruppo De Benedetti come investitore principale tramite Sorgenia, societa’ di vendita e produzione di energia in Italia. Al di la’ di Noventi, mantengo altri rapporti di impresa con l’Italia. Sono coinvolto in un paio di iniziative, come azionista, in due aziende in Abruzzo: TES, nel settore delle automazioni industriali e Cosmo, che invece fa parquet. LA PROFESSIONE DI VENTURE CAPITALIST – Questo e’ un mestiere che si basa sul network, una delle componenti importanti e’ chi conosci e chi ti conosce. Quando investi, magari hai bisogno di un tecnico particolare o del capo delle vendite e vai e chiami la gente con cui ha lavorato in un’altra azienda…

Roberto Crea pioniere del biotech ricorda la sua impresa per l’insulina sintetica

Un pioniere delle biotecnologie che a 29 anni, arrivato in California con le conoscenze giuste al momento giusto, diede un contributo fondamentale ad una invenzione di portata storica: l’insulina sintetica, rampa di lancio per un settore oggi in primo piano. Trent’anni dopo, Roberto Crea, chimico calabrese trapiantato sulla West Coast, ha collezionato cinque nuove aziende avviate ed una trentina di famiglie di brevetti. Ne ha parlato con Italiani di Frontiera, rievocando con stupefacente umiltà quella prima impresa straordinaria. Deciso pero’ a non fermarsi. JEANS E MAGLIETTA – Un tipo alla mano in maglietta e jeans, con cui chiacchieravo appena arrivato in California, al City of Hope Medical Center di Duarte (Pasadena). Credevo fosse un addetto alle pulizie del mio nuovo laboratorio. “Ah, vedo che ha già conosciuto il professore“, mi dissero. Quel “tipo alla mano” era Herb Boyer, luminare mondiale nel campo del Dna, il fondatore di Genentech, considerata la societa’ che ha aperto la strada di un nuova nuova disciplina e un nuovo business: le biotecnologie. E’ questa l’immagine che mi e’ rimasta impressa, del mio arrivo in California. Partito dalla Calabria, nel 1972 mi ero laureato in Chimica all’Università di Pavia ed avevo fatto una specializzazione a Leiden, in Olanda, doveva avevo svolto un lavoro di gruppo sulla sintesi del Dna, quando mi proposero di venire qui. Boyer che si e’ meritato oltre a vari premi una copertina su Time, aveva fondato Genentech nel 1976, assieme ad un venture capitalist, Bob Swanson, un giovane di 28 anni… Capitale iniziale: cinquecento dollari ciascuno. DA MILLE A 100 MILIARDI DI DOLLARI – Oggi la società ha piu di 10.000 dipendenti e vale piu di cento miliardi di dollari, ha prodotto dodici farmaci tra cui I farmaci piu’ efficaci anticancro ed ha inoltre una quarantina di prodotti in fase di sviluppo. Per me era subito diventato un mondo magico, di scienza e di successi, di incontri con straordinarie personalita’ scientifiche. Arrivai con le conoscenze giuste, al momento giusto. Non mi immaginavo che queste conoscenze potessero avere uno sbocco o una ricaduta industriale cosi grande e cosi rapida. Invece scoprii che qui, quel che si impara sui libri spesso diventa business. Arrivammo a produrre l’insulina umana di sintesi, grazie anche ad una scoperta, un problema che ero riuscito a risolvere con il mio intuito. Fu un’invenzione di portata straordinaria, anche perche’ il diabete era una malattia destinata a diffondersi dopo di allora, con il benessere dei giorni d’oggi e una vita media piu’ lunga. Io avevo solo 29 anni, forse non mi resi nemmeno conto di quanto fosse importante quello che avevamo fatto in un piccolo laboratorio di un ospedale. COMBATTERE IL DIABETE – A quei tempi, l’insulina si produceva con un procedimento laboriosa e costoso, estraendola dal pancreas di animali. Alcuni laboratori lavoravano gia’ su prelievi da pancreas umano per isolare il gene dell’insulina. Conoscevamo i meccanismi di riproduzione delle cellule batteriche e alcuni laboratori cercavano, attraverso un sistema complesso, di prelevare il Dna dell’insulina dalle cellule umane e reinserilo modificato nei batteri attraverso gli “anelli di congiunzione” dei batteri, i plasmidi. Ma Genentech aveva capito che c’era un’altra strada per ottenere lo stesso risultato: utilizzare un gene completamente sintetico, cioe’ prodotto nel mio laboratorio. Modificando questi anelli che trasportano geni nei batteri con l’aggiunta del gene dell’insulina e reinserendoli, il procedimento sarebbe stato molto piu’ rapido e originale. CINQUE MESI INVECE DI 10 ANNI – Restava da sviluppare la tecnologia piu’ efficace per effettuare questo progetto . Genentech affido’ a me l’incarico di sviluppare un nuovo metodo di sintesi chimica per aprire questa nuova frontiera. Ed e’ quello che sono riuscito a realizzare all’inizio della mia carriera in California. In cinque mesi, quando nessuno al mondo avrebbe mai scommesso che ci saremmo riusciti in meno di dieci anni. Per la prima volta, alla Genentech riuscimmo a trovare la soluzione ad un problema medico di importanza mondiale, la produzione in quantita’ illimitate dell’insulina umana da batteri. Con grande beneficio per I sofferenti di diabete, visto che prima anche l’insulina animale scarseggiava, ma anche con risvolti eccezionali per la nuova industria delle biotecnologie. La produzione dell’insulina fu salutata come una pietra miliare della scienza mondiale e fu, allo stesso tempo, il via ad un settore, quello delle biotecnologie, destinato a creare benessere a livello medico e sociale, e che ha oggi un fatturato d’affari di 60 miliardi di dollari l’anno. Con circa quattordici mila aziende, la meta’ delle quali piccole o addirittura “start up”. IN 20 ANNI 5 AZIENDE E 30 BREVETTI – Nel corso degli ultimi venti anni, Io ne ho fondate cinque assieme alla stesura di una trentina di famiglie di brevetti. E cosi, specializzandomi in start up o piattaforme tecnologiche per la creazione di prodotti, sono riuscito a creare delle aziende che una volta avviate vengono acquistate da grandi società farmaceutiche. Ed ancora …non è finita qui!

Sam Rodia e le bizzarre Watts Towers di Los Angeles, che costruì da solo in 30 anni

  Era l’aprile 1977, quando il National Register of Historic Places inseriva nel suo elenco di luoghi storici da tutelare uno dei piu’ bizzarri monumenti degli Stati Uniti: le Watts Towers, nell’omonimo distretto di Los Angeles.  Un intreccio di 17 diverse strutture, la piu’ alta delle quali supera i 30 metri, costruite con materiali di scarto: pezzi di ferro decorati con cemento, cocci, ceramiche e conchiglie. A realizzarle, da solo nel tempo libero, in trent’anni di lavoro tra gli anni Venti e Cinquanta, un immigrato italiano, Sam Rodia (1879-1965). La sua storia e’ stata raccontata in un documentario, “I Build the Tower”. “Perche’ le ho costruite? Non so dirlo. Perche’ un uomo realizza i pantaloni? Perche’ fa delle scarpe?”, diceva Rodia, nato a Ribottoli (Avellino) nel 1879. Che dal documentario emerge come una figura controversa, tra genio e follia, che ha proiettato nella sua bizzarra opera un sentimento di riscatto umano e sociale, iniziando a lavorarci dopo un periodo di forte sbandamento in cui era diventato un vagabondo alcolizzato . Ostinandosi a proseguire nella sua opera malgrado l’ostilita’ di molti, tra cui i vicini, che ne fecero bersaglio di atti vadalici. Specie durante la seconda guerra mondiale, quando era stata fatta circolar la voce che quelle strane costruzioni nascondessero antenne radio per comunicare con i nemici giapponesi. Quando nel 1954 Rodia abbandono’ le Torri per far ritorno nella zona di San Francisco dove nel 1906 da ragazzo era sopravvissuto al terribile terremoto, la sua opera fu ad un passo dall’essere demolita perche’ considerata pericolante. Ma l’ordinanza non venne per fortuna eseguita. Le Watts Towers non furono sfiorate dai violenti disordini razziali scoppiati nel quartiere, ormai un ghetto di neri americani, nel 1965.  Ormai erano considerate un simbolo di liberta’ e spirito d’iniziativa individuale dalla comunita’. Diventando monumento nazionale 12 anni dopo. Anche se pochi conoscono la sua storia, quasi tutto senza saperlo hanno visto il suo volto. Morto a Martinez, California, il 17 giugno 1965, Simon Rodia è stato immortalato infatti nella celebre foto di gruppo della copertina forse piu’ famosa della storia del pop, quella di Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band dei Beatles, dove spunta in alto a destra proprio dietro a Bob Dylan..                     A suo modo, Rodia e’ diventato un’icona pop. Ha ispirato libri e  programmi tv, a lui e’ anche intitolato un festival jazz. Mentre la sua frase “I Build the Tower” e’ stata anche trasformata in tormentone da una canzone rap. E una citazione alle Watts Towers compare anche in una canzone dei Red Hot Chili Peppers.

Duecento anni dalla nascita di Antonio Meucci. Ma un altro italiano semisconosciuto, arrivo’ al telefono…

Oggi ricorre il secondo centenario della nascita di Antonio Meucci, padre del telefono, nato a Firenze il 13 aprile 1808. Se n’e’ ricordato anche Google, con un originale logo dedicato all’inventore toscano emigrato in America Qui e Qui alcune delle biografie che ricordano la figura di Meucci ed il suo lungo sfortunato braccio di ferro con Graham Bell, inventore scozzese e imprenditore di successo, per veder riconosciuto il proprio contestato primato nell’invenzione dell’apparecchio che ha cambiato le nostre vite. Un primato che il Parlamento Usa gli ha riconosciuto solo nel 2002. Anche se in un recente libro, molto interessante, “Hacker, scienziati e pionieri”, scaricabile gratis sul sito di Stampa Alternativa, l’autore Carlo Gubitosa ricorda che un altro italiano, ignoto ai piu’, era arrivato al telefono tra 1865 e prima di Meucci (1871) e Bell (1876): si chiamava Innocenzo Manzetti, era valdostano. Ed i suoi meriti sono oggi ancora misconosciuti, a differenza di Meucci, come ricorda “Il laboratorio delle meraviglie”, un libro a lui dedicato ed uscito nei giorni scorsi.