Funambol di Capobianco lancia con Jajah anteprima mondiale in Italia per telefonini

Di passaggio a Milano da Silicon Valley, Fabrizio Capobianco, amministratore delegato di Funambol, uno dei protagonisti di Italiani di Frontiera, ha avuto modo di “vedersi” per la prima volta nel progetto multimediale, dopo essersi scoperto in una foto sul web, su un maxischermo di Frontiers of Interaction V a Roma. Fabrizio è in Italia per il lancio in anteprima mondiale nel nostro Paese, avvenuto oggi, di un nuovo rivoluzionario servizio realizzato da Jajah in collaborazione con Funambol, che permetterà di effettuare chiamate internazionali dal cellulare via Internet al costo di una telefonata con tariffa locale, con un sistema che aggiorna automaticamente la rubrica del cellulare. Qui il pezzo Reuters.

Una rete globale di creativita’ per cause giuste. L’idea di Pasquale Volpe, partner di IdF

Quattro anni fa a Milano un giovane grafico di talento si chiede perchè i portfolio vadano riempiti di campagne per birre, stilisti e altro. Decide di lanciare una campagna internazionale, da solo con amici, sulla comunicazione sociale. Diffonde sul web il bando, temi delicati che vanno dai diritti umani all’ecologia, scelti da associazioni come Wwf, Amnesty International e Greenpeace, che disporranno gratuitamente delle idee, con poster che piovono da tutto il mondo. Una mostra con le opere migliori, scelte da una giuria di esperti, parte da Milano e gira il mondo, risonanza internazionale. Good 50×70 inaugura oggi venerdì 19 giugno alla Triennale di Milano la mostra della terza edizione. 210 poster selezionati su 4.126 arrivati da 67 Paesi, compresi Zimbabwe e Suriname. Inviti alla mostra già da 20 Paesi, poi seminari e concorsi locali “mirati” in Suriname e ad Amsterdam. Pasquale Volpe, ideatore di Good 50×70 e’ anche partner per la grafica di Italiani di Frontiera. Qui il pezzo Reuters Italia, qui in inglese su Reuters International. Aggiornamento. La notizia in inglese su Good 50×70 ha fatto davvero il giro del mondo. Compare su Abc News e Msnbc (Usa), Reuters India, Al Watan (Kuwait), The Globe and the Mail (Canada). Il flusso globale di energie positive, grazie al web, la creazione di una community globale, contano forse più delle opere selezionate. Lo scopo, dice il giovane artista, è diffondere tra esperti di grafica una consapevolezza sui temi sociali che resti loro patrimonio anche quando disegneranno campagne per automobili o prodotti di consumo.

IdF esordisce a Roma sulla prestigiosa passerella di Frontiers of Interaction

Appuntamento di prestigio per Italiani di Frontiera, ospite lunedi’ 8 giugno a Roma della quinta edizione di Frontiers of Interaction, fantastica passerella di innovazione e motivi ispiratori, ideata e realizzata da Leandro Agro’, imprenditore e innovatore, grande amico di Italiani di Frontiera (qui il post che la rassegna romana ha dedicato a questo progetto). Qui il programma della manifestazione, a due passi da Stazione Termini, ricca di spunti interessanti e ospiti illustri. Italiani di Frontiera sara’ di scena alle 11.20, prima dell’intervento di Riccardo Luna, direttore dell’edizione italiana di Wired.

Amici di IdF: Pancrazio Auteri con BLOBbox lancia l’integrazione made in Italy tv-web

Un nuovo software made in Italy, frutto di anni di lavoro, potrebbe rappresentare una svolta nell’integrazione fra televisione e Internet, permettendo di vedere contenuti web sul teleschermo ma anche di scambiarli interagendo con altri utenti, nello stile del social networking. E’ quanto promette di fare BLOBbox, apparecchio presentato il mese scorso al CeBIT di Hannover e in vendita online da qualche settimana, che integra funzioni della tv e del computer. Ne parla Pancrazio Auteri (nella foto di Marco Stucchi) responsabile tecnologico e cofondatore assieme a Fabrizio Caffarelli, amministratore delegato e imprenditore seriale (veterano di Silicon Valley con un software di fama mondiale, “Easy CD Creator”) di TVBLOB, che ha lanciato BLOBbox, il nuovo prodotto, assieme a Telsey. Qui l’intervista per Reuters.

“Quando Steve Jobs presento’ il mio video…” Enza Sebastiani, una filmmaker ad Apple

Partecipare ad una presentazione del leggendario Steve Jobs, fondatore di Apple, con migliaia di persone. Vedere sullo schermo alle sue spalle un fotogramma del proprio video, sentire Jobs che lo presenta, dicendo che e’ stato realizzato da una persona “molto dotata”. Anche se non ne fa il nome. E’ quanto accaduto a Enza Sebastiani, filmmaker romana, in California dall’inizio degli anni Novanta, da poche settimane QA Engineer per il Consumers Applications Team ad Apple, dove e’ stata a lungo consulente nel settore video. Qui e qui i suoi lavori. Qui invece Enza in una divertente parodia sexy, “Parah Salin” e una sua campagna pubblicitaria per i gelati di Ben & Jerry, AmeriCone Dream che ha chiamato “There Is No Spoon”. DUE MONDI DA ROMA A LOS ANGELES – Sono venuta da Roma in California nel dicembre del 1991 con la speranza di fare la scuola di cinema e fare film. La Ucla (University of California, Los Angeles) aveva il numero chiuso in cinematografia, cosi’ intanto ho studiato English for Professional Communications, e corsi come sceneggiatura, montaggio, improvvisazione teatrale e persino tiro con l’arco arco, nell’incredibile campus dell’Ucla, che sembra uscire da un libro di Harry Potter. Belle esperienze, ma tra Roma e Los Angeles ci sono stati di mezzo diversi pianti. Due mondi. Mi piaceva andare in bicicletta e camminare, ma a Los Angeles non camminava nessuno e mi guardavano dalle loro macchine come un marziano. Pero’ il sogno non e’ mai svanito. DA HOLLYWOOD AD APPLE – Per vivere a Los Angeles devi esserci nato… io ci sono rimasta sino a fine 1992, trasferendomi poi a San Francisco, che avevo visto da turista, innamorandomene. Ho studiato cinema al San Francisco City College e intanto scrivevo e giravo i primi cortometraggi in Super 8 e 16 millimetri. Poi sono tornata a Los Angeles, dove ho fatto uno stage lavorando nella produzione di Propaganda Film (“1000 Acres”). Era il 1996, allora si giravano video musicali e film in 35 millimetri, riprendendo simultaneamente in analogica per far vedere al regista cosa si stava girando. Gestivo il deck analogico sul set. Negli ultimi 10 anni tutto e’ cambiato, in digitale. Fra 1996 e 1999 ho anche fatto provini, fra una produzione e l’altra, lavorando in video musicali, pubblicita’, TV sitcom (News Radios) e in un bel film di Hbo, “Wallace”, su George Wallace, senatore dell’Alabama, interpretato da Gary Senise. Tornata a San Francisco, i miei amici italiani Francesco e Luigi, del ristorante Il Fornaio erano andati tutti alla sede Apple di Cupertino a gestire il Cafe’ Mac su richiesta personale di Steve Jobs, il CEO di Apple. Mi chiesero di aiutarli nella gestione del locale, dove i clienti sono passati da 150 a 1.600 al giorno. E in tre mesi ho conosciuto tutti, compreso Steve Jobs, che veniva spesso a mangiare li’. E’ cosi’ che sono stata assunta come Advertising Budget Coordinator. STEVE JOBS PRESENTA IL MIO FILM – In quel 1999 Jobs aveva introdotto iMovie, il software che ha rivoluzionato il mondo del montaggio digitale. Quando ho visto per la prima volta la presentazione di iMovie fatta da Steve e ho visto quanto era facile fare una dissolvenza mi sono venute le lacrime, pensando ai nostri film in superotto, fotogrammi piccolissimi, mi ci ero persa gli occhi a lavorarci, una dissolvenza era difficile e per un effetto di qualsiasi tipo dovevi fare tutto in manuale… mi sono detta: basta, ora devo cominciare a fare tutti quei progetti che non ho mai iniziato per questione di budget. Sono stata una pioniera del digitale. Anche se e’ considerato un consumer product, iMovie ti permette di fare tanto. Con l’ultima generazione appena introdotta iMovie 8.0 sta veramente diventando qualcosa di magico. E’ nel pacchetto iLife ’09, ho lavorato su questo prodotto come QA engineer per un anno. Ma il software professionale di montaggo di Apple e’ Final Cut Pro, che ti permette di creare un intero lungometraggio, come hanno fatto i fratelli Coen con “Non e’ un Paese per vecchi” o “Brokeback Mountain” diretto da Ang Lee. Nel Novembre del 2000 ho girato in 35mm un cortometraggio, “Swing Dance” che scrissi per due motivi: l’amore per la danza e la vita in genere, ma anche per mostrare come e’ facile creare video sul Mac. Convertii il filmato in digitale, lo importai poi lo montai con iMovie, lasciandone una copia alla segretaria di Steve Jobs, come “regalo di Natale 2000”. Senza ottenere risposta. Poi mi arrivo’ l’invito alla presentazione innaugurale di Macworld 2001 al Moscone Center di San Francisco, dove 5000 persone fra stampa e VIP si vedono rivelare le nuove generazioni di hardware (computers) e software (programmi) disegnati e prodotti proprio qui alla Apple. Steve ha un carisma unico, un’energia travolgente che ti porta dentro al pianeta Apple, facendoti capire l’importanza della tecnologia su un piano creativo e di business. E quella volta, mentre parlava di un sistema rivoluzionario per distribuire video, chiamato iDVD, sullo schermo appare un fotogramma del mio video, “Swing Dance”. Durante la sua presentazione ad un certo punto fa vedere uno spezzone del mio filmato dicendo: “Questo e’ stato fatto con iMovie, su un Mac by da una dipendente Apple mollto dotata”. Grande emozione. Anche se Steve non mi ha neanche nominata per via di Public Relations e di strette corporate policies… Chi ricorda il film “Almost Famous”? Ma poco dopo fui invitata da Steve Jobs a lavorare nel suo Product Marketing Team come Video Communications Specialist, per monitorare, aiutare a migliorare e incrementare l’uso di iMovie. Uno dei progetti che ho disegnato e che e’ stato adottato subito, e’ stata l’“iMovie Gallery”, l’antenato di Youtube, una galleria virtuale su apple.com che ospitava video e commenti di utenti Apple. Il 14% del traffico totale di apple.com veniva generato prioprio dall’iMovie Gallery. In meno di 3 mesi la data base aveva oltre 10.000 utenti attivi. Un altro progetto che atterro’ sulla mia scrivania e’ stata la produzione di un video sul Firewire su richiesta dell’Academy Awards di Hollywood, per la categoria

Giuseppe Taibi ingegnere siciliano a Boston. Sua l’applicazione da record per iPhone

Giovane ingegnere siciliano trapiantato a Boston, Giuseppe Taibi è l’ideatore di un’applicazione per l’iPhone, telefonino di Apple, che ha stabilito un primato, diventando il mese scorso la più scaricata della categoria sport dal sito di Apple. Ora ne sta progettando altre e intanto si appresta a lanciare un altro business su Internet, con l’olio d’oliva, dalla sua Sicilia. Qui l’intervista a Giuseppe, dal notiziario Reuters. Intervista che e’ stata ripresa dal Corriere della Sera, nelle pagine di economia e nell’edizione online. Un grazie a Leandro Agro’, uno dei nuovi Amici di Italiani di Frontiera, vecchio compagno di scuola e di avventure hi tech di Giuseppe, gia’ suo socio, che ha propiziato quest’intervista.

Faggin: nel mercato globale un handicap per l’Italia aziende di famiglia e nepotismo

Sul mercato globale si vince con vitalita’ e competenza. Caratteristiche che spesso non si combinano, nelle aziende italiane, molte delle quali legate ad una gestione familiare, struttura anacronistica per competere a livello internazionale. Competenze, nepotismo, cosmopolitismo: seconda parte delle riflessioni su suo Paese d’origine di Federico Faggin, gia’ protagonista di questo post. VITALITA’ E COMPETENZA – Per competere sul mercato mondiale, occorrono soprattutto due cose in aggiunta alle risorse finanziarie: vitalita’ e competenza. Silicon Valley e’ un esempio di questa energia vitale… senza la quale, non succede niente. Se si guarda al motore economico dell’Italia, in molte piccole ditte del Nord, c’e’ gente che si dà un gran daffare, lavora, sgobba, tira avanti meglio che puo’. Ma generalmente rimangono piccole, non possono crescere. Mancano i capitali… ma manca la mentalita’ giusta ancor piu’ del capitale. Nel Vicentino, da dove vengo io, il tipico imprenditore non e’ uno laureato in ingegneria ma uno che spesso ha fatto l’istituto professionale, o anche meno. Però ha tanta voglia di fare, ha energia vitale, e per questo ce la fa. Ma spesso non ha la competenza e le conoscenze necessarie per affrontare i mercati internazionali, in un’economia che e’ globalizzata. Dunque uno fa quello che puo’, non puo’ crescere più di tanto. Di contro, spesso in Italia le persone che hanno studiato molto non hanno questa energia vitale o non vedono nell’imprenditorialita’ un valore importante. Vanno a lavorare per lo Stato, il governo, cercano il posto fisso, la vita comoda… AZIENDA FAMILIARE, UN HANDICAP – L’imprenditoria italiana e’ anche condizionata da logiche di famiglia. E’ molto legata al nepotismo: faccio partire una ditta, poi ci metto dentro i miei figli, i nipoti… questo controllo attraverso le relazioni, anche al piu’ alto livello e’ causa di problemi di successione generazionale terribili…mica tutti i figli di un bravo imprenditore sono bravi imprenditori! Peggio ancora, se i figli non sono all’altezza del compito, il problema finisce per demotivare le persone brave che in azienda si sentono sfruttate in un ambiente in cui non esiste la meritocrazia. Dopotutto, il figlio del padrone avra’ sempre una posizione più di riguardo, rispetto al dipendente piu’ bravo di lui. I CINESI SONO MENO NEPOTISTI – Sarebbe interessante vedere il confronto ad esempio con i cinesi. Anche loro hanno fortissimi legami familiari… ma non arrivano a quel punto di quasi sfacciataggine, di forzare tutto dentro una struttura in cui i legami familiari sono piu’ importanti di tutto il resto. Uno non puo’ far crescere una ditta a livello internazionale, con questa mentalita’. La riprova e’ che sono poche le ditte italiane che hanno saputo farsi avanti nel mercato globale, mentre le ditte cinesi sono moltissime. CONOSCENZA E COSMOPOLITISMO – Conoscenza e culture diverse: sono altri due segreti di Silicon Valley. A New York si puo’ trovare gente di tutto di mondo. Ma sul posto di lavoro non c’e’ lo stesso livello di cosmopolitismo, mentre qui arrivano persone istruite da tutto il mondo. Indiani, cinesi, mediorientali ed europei lavorano tutti assieme… fa parte del mix di Silicon Valley. Dove, cosa interessante, gli americani sono…”minoranza”! Visto che i nati all’estero con i loro figli rappresentano piu’ della meta’ della popolazione, con oltre un quarto di asiatici. E a Stanford, tra chi fa il Phd gli americani sono molto pochi. Questo ambiente cosmopolita, la controcultura degli anni Sessanta, ha visto nascere il personal computer in circoli di hobbisti appassionati, e non all’Ibm. L’atmosfera innovativa e imprenditoriale che i giovani respirano all’universita’ e in famiglia sono stati tutti ingredienti sociali e culturali che hanno contribuito a fare di Silicon Valley quello che e’ oggi. La gente qui ama la tecnologia, potrei dire anche troppo poichè la tecnologia non è tutto, ma senza questo entusiasmo non è possible inventare nuovi prodotti e nuove tecnologie. In Italia invece, si pensa ancora che la tecnologia sia qualcosa di estraneo al resto della vita sociale e culturale viene vista quasi con sospetto da molti”.

Luca Prasso racconta la sua avventura a DreamWorks

Tre anni fa, alla vigilia dell’uscita nelle sale italiane di Madagascar 2, Luca Prasso, pioniere dell’animazione digitale, torinese trapiantato a Verona e da tempo emigrato a Silicon Valley (questo il sito delle sue bellissime fotografie, questo invece il sito che cura assieme alla moglie Nadia), ha raccontato in esclusiva a Italiani di Frontiera la sua avventura a DreamWorks, la societa’ di Steven Spielberg dove lavora da anni, e dove ha contribuito al successo, oltre che di Madagascar, di film come Shrek, Z la formica e Kung Fu Panda. DA VERONA ALLA CALIFORNIA – Sono nato a Torino e ho vissuto gran parte della mia vita a Verona, dove ero entrato nel mondo della computer graphic nel 1986. Negli Stati Uniti, in California, sono arrivato nel 1995, da Milano dove lavoravo per una societa canadese di grafica al computer. Qui ho iniziato con una societa’ che a quel tempo si chiamava PDI: PacificData Images, in seguito acquisita dalla DreamWorks. Facevamo spot pubblicitari e animazioni televisive per il cinema, poi nel 1996 abbiamo lavorato al nostro primo film che in italiano e’ “Z la formica”. E da li’ in poi abbiamo prodotto una decina di film e continuiamo a produrre fino alle prossime generazioni. La DreamWorks produce film d’animazione, circa due all’anno, ognuno richiede circa quattro anni di lavoro di centinaia di persone, dai creativi ai tecnici agli scienziati agli ingenieri e agli artisti. Io faccio parte come Supervisor di un gruppo che si chiama Character Technical Directors, responsabili tecnici per la preparazione e lo sviluppo del software che serve ad animare i personaggi. UN ALTRO MONDO NEL MODO DI LAVORARE – Sono arrivato dal mercato italiano dalla computer graphic, che quindici anni fa era proprio nella sua infanzia. E da piccole realta’ di citta’ come Milano, Verona, Bologna, Roma. Venendo qui ho scoperto, anche in una societa’ come quella dove sono arrivato, che aveva sessanta dipendenti, un modello di lavoro completamente diverso da quello a cui ero abituato, nel rapporto con la clientela e nel modo di realizzare il prodotto finale. A quei tempi era l’animazione per uno spot pubblicitario, adesso e’ la produzione di un film. il numero di persone che lavora sulla produzione e’ cambiato ma non e’ cambiato l’approccio manageriale, tecnico e creativo alla produzione di un prodotto. Una delle cose che ho notato arrivando in un gruppo di lavoro qui negli Stati Uniti, e’ il diverso rapporto che c’e’ tra le persone. Da una parte, c’e’ un enorme interesse a condividere le proprie conoscenze e a insegnarti concetti nuovi. Dall’altra, questo ambiente di lavoro basato piu’ su un rispetto reciproco che sul conflitto e le liti per poter far prevalere la propria opinione. Si cerca di arrivare ad un’opinione comune attraverso metodi un po’ piu’ pacifici, anche se questo costringe noi Italiani a limitarci nel nostro gesticolare…si cercare di appianare le divergenze senza dover perforza arrabbiarsi. Solo una volta, con una persona che aveva completamente distrutto il frutto di giorni e giorni di lavoro cancellando un hard-disk, ho perso le staffe, cosa che magari in Italia succedeva abbastanza spesso: dovevi semplicemente far prevalere la tua opinione su un’altra. Qui si cercano altri modi e spesso costa molta fatica dover cercare di essere politicamente corretto, ma poi i vantaggi ci sono e compensano gli svantaggi del lavorare sempre incavolati e stizziti. UN PRESAGIO IL VECCHIO COMMODORE – Io ho sempre disegnato e ho sempre voluto disegnare nella mia vita ho sempre pensato che avrei fatto qualcosa legato al disegno. Un giorno, era il 1982, ho scoperto un personal computer, il Commodore Vic-20, a casa di un compagno di classe in quarta liceo. Dopo aver speso tutta la giornata a scrivere il codice, premendo un bottone siamo riusciti a disegnare dei cerchi sullo schermo e da quel giorno ho capito che avrei disegnato in quella maniera. Questo presagio si e’ poi rivelato la direzione nella quale ho impostato tutto il resto della mia vita. GRAZIE A MAESTRI E MIO PADRE – Ci sono alcune persone che hanno contato molto nella mia vita lavorativa. La prima, alla quale mi sono rivolto la prima volta per potere trovare un posto in una societa di computer graphic a Verona, si chiamava Francesco de Luca. Aveva fondato questa societa’ investendo tantissimi dei suoi soldi. Aveva venduto la casa per comprare un computer estremamente costoso, sul quale per anni si sono passati giorni e notti ad imparare, come funzionava e cosa dare ai clienti, come produrre qualcosa di innovativo guardando cassette che ci arrivavano trafugate dagli Stati Uniti con pubblicita’ incredibili ed effetti speciali incredibili, che noi volevamo copiare anche se non potevamo, perche’ non avevamo computer super potenti.. devo ringraziare anche le persone che mi hanno permesso di arrivare da Verona a Milano e poi di andare in giro per il mondo e in seguito di ottenere la possibilita’ di avere il colloquio per venire negli Usa. Ma prima ancora devo ringraziare mio padre, che ha assecondato il mio desiderio di lavorare e giocare con i computer dandomi la possibilita’ di farlo fin dai primi anni del liceo. CONSIGLIO AI GIOVANI: SAPER GUARDARE – Una delle cose che consiglio di solito ai giovani italiani e’ di imparare a guardare dentro se stessi e il mondo fuori. Cercare di capire durante anni di studio che cosa veramente si vuol fare. E cercare di guardarsi intorno, oggi ci sono molte piu’ possibilita’ per farlo. Scoprire cosa c’e dietro una particolare specializzazione o un particolare lavoro e cercare veramente di capire quali sono i propri punti di forza e i punti deboli, lavorare su questi e su quel che manca per poter arrivare ad un certo obiettivo che ci si sta prefissando. Gli strumenti adesso per migliorare, per capire e per apprendere sono tantissimi in confronto a quelli che avevamo noi 20-30 anni fa. Altra cosa importante e’ essere aperti a voler studiare e soprattutto a lavorare in giro per il mondo. E andare oltre a questa mentalita’ che forse trovo italica ma anche di

Federico Faggin, “padre” del microchip: conflitti, egoismi, cosi’ l’Italia e’ stata umiliata da Taiwan

Molti lo considerano il numero uno. Chi legge queste righe al computer lo fa grazie a lui, visto che e’ uno dei padri del microchip. E dovrebbe ringraziarlo due volte se ha un laptop, perche’ e’ stato anche l’inventore del touchpad. Vicentino, classe 1941, Federico Faggin e’ una figura storica del made in Italy a Silicon Valley, dove si e’ trasferito quasi quarant’anni fa con la moglie Elvia (con lui nella foto). E dove oggi e’ amministratore delegato di Foveon, azienda che produce sofisticati sensori d’immagine. Faggin ha affidato a IdF in esclusiva una profonda riflessione sulle cause, tutte culturali, dei ritardi del suo Paese d’origine, al quale e’ rimasto affezionato, nel campo in cui lui ha primeggiato a livello mondiale: quello dell’innovazione tecnologica. Un’analisi lucida e impietosa, un contributo eccezionale, che Italiani di Frontiera proporra’ in due parti. “PERCHE’ NON IN ITALIA – Perche’ questo centro d’avanguardia che è Silicon Valley è possibile qui e non in Italia? E come mai, visto che qui ci sono così tanti italiani? Dunque non manca la materia grigia, ma il saper organizzare le cose in modo da usarla. Non ho studiato il problema in dettaglio, il mio tempo è molto limitato per queste cose. Ma per capirne le origini, i fatti singoli non danno idea di come si cambi una situazione. Quando uno ha un problema tecnico, la prima cosa che diciamo qui e’: dobbiamo trovare e affrontare la causa alle radici… L’ESEMPIO DI TAIWAN – Quarant’anni fa, in campo internazionale l’Italia non era cosi’ arretrata nelle tecnologie, come e’ oggi. C’erano aziende come Olivetti, ma non solo: Telettra, Selenia, Magneti Marelli… tutte sparite o snaurate. C’e’ da chiedersi perche’ oggi un Paese come Taiwan, che allora era molto piu’ indietro, sia diventato una potenza mondiale in questo campo, mentre l’Italia ha perso terreno. Alcune osservazioni possono essere importanti. Partendo proprio dall’esempio di Taiwan. Negli anni Sessanta, molti figli di taiwanesi sono venuti qui a studiare ed imparare, poi a lavorare. Non parlo di tre o quattro ma di migliaia di ragazzi, che si sono dati da fare, hanno imparato come si fa. Il loro Paese ne accoglieva con favore il ritorno. Perche’ li’ c’e’ la convinzione che se si crea un benessere economico, non e’ solo nell’interesse di alcuni ma nell’interesse di tutti. IL PREGIUDIZIO DELLA TORTA DA SPARTIRE – Generalmente, gli italiani che sono andati via, se tornassero indietro non sarebbero invece cosi’ ben visti. Perche’ in Italia c’e’ una forma di competizione molto forte. Vige il principio della “torta finita”: se qualcuno ha successo vuol dire che si sta prendendo una fetta più grande e quindi la toglie a me. Non c’e’ quel senso del bene comune, che vedo invece in Paesi che hanno avuto piu’ successo, in base al quale se uno realizza un aumento di valore, ingrandisce la torta e ne beneficiano tutti e non solo lui. Questa mancanza si traduce, in politica, in governi che non durano, non hanno una strategia o un piano a lunga durata, in modo da dare risultati. E’ un peccato perche’ gente brava ce n’e’ tanta in Italia. Capace, piena di intelligenza e voglia di fare. Viene frustrata da un ambiente che non da’ opportunita’, taglia le gambe… CONFLITTI AUTOLESIONISTI – Questa rivalita’, si traduce spesso in una conflittualita’ autolesionista. Paradossalmente, in Italia sembra prevalere una mentalita’ del tipo: “Sono disposto a perdere, pur di far perdere anche te”. Sembra assurdo… In una trattativa, uno puo’ uscire vincitore e l’altro sconfitto, o viceversa. Ma si puo’ anche ottenere entrambi qualcosa, da una negoziazione. Il modo peggiore di concludere invece e “lose to lose”: per non far vincere l’altro, si perde tutti e due. Questa conflittualita’ estrema, basata sul togliere all’altro, questa mancanza di buona volontà di mettersi d’accordo per un bene comune, si vede nella societa’, nelle liti tra inquilini ad esempio, come tra i politici. Io la vedo spesso nei sindacati, quasi una continua lotta di classe: sono disposto a perdere tutto, purche’ i padroni non prendano un po’ troppo… una mentalita’ assurda, arretratissima. COSA COMUNE SOLO PER GLI AFFARI PROPRI – Questa mentalita’ ispira anche l’attitudine tipica verso la cosa comune: non un bene collettivo ma qualcosa da usare a proprio beneficio, togliendola possibilmente agli altri. Questo “grabbing”, prendere per sè, è una forma di psicologia primitiva. Pagare le tasse qui negli Usa, per esempio, è considerato un partecipare a questo bene comune. Un dovere civico. Evadere, come tanti fanno in Italia, “tanto ci tassano troppo e ci dobbiamo difendere da un governo che ci salassa,” nascondendosi dietro a quello che fanno altri, spalleggiandosi a vicenda, qui non sarebbe nemmeno concepibile. NESSUN PROGRESSO SENZA GIUSTIZIA – Ora, se guardiamo ai Paesi che (per questa carenza del senso di bene comune) faticano a sfruttare le loro potenzialità economiche, a dare benessere al loro cittadini, alla base in genere ci sono corruzione e mancanza di un sistema legale che protegga la vittima di ingiustizie. Quando sono presenti questi due elementi, un sistema automaticamente non può produrre ricchezza. I Paesi che sono del Terzo Mondo, e ci rimangono, hanno queste caratteristiche, che purtroppo ha in parte anche l’Italia. Corruzione e un sistema giudiziario incredibilmente lento. Pertanto, se mi prendo delle libertà con gli altri, visto che ci vorranno 20 anni prima che mi puniscano, sarò già morto prima che giustizia sia fatta. Questo fenomeno ha l’effetto di incoraggiare molte persone alla disonestà e indebolire le persone oneste, che invece si scoraggiano. E non è certo quel che serve per conquistare mercati, andare avanti. E’ invece tipico di chi finisce per tirarsi indietro, perdendo motivazione. Uno si rassegna, non può lottare in un Paese dove ti legano le mani dietro la schiena: come si fa a battersi cosi’? TORNARE? NON CI PENSO PROPRIO – In questa situazione, a livello internazionale quale grande azienda americana vuole investire in Italia per avere problemi? Meglio farlo in altri Paesi, dove il sistema protegge chi fa gli investimenti. A tornare in Italia io non ci penso

Cento anni di Olivetti – Patrimonio ancora vivo, dice Laura, figlia di Adriano e presidente della Fondazione

“Non c’è solo il ricordo, se persone andate in America con Olivetti si sono poi affermate lì con aziende loro, grazie alle competenze acquisite con Olivetti. E se nel Canavese (la regione attorno ad Ivrea ndr) ancora oggi c’è un proliferare di aziende e imprese ad alta specializzazione, fondate da ex Olivetti con capacità e senso imprenditoriale acquisito in Olivetti”. Cosi’ Laura Olivetti, figlia di Adriano (con lui da bambina nella foto) e presidente della Fondazione intitolata al padre, ha ricordato in un’intervista a Reuters l’importanza dell’eredità Olivetti, nel centenario della fondazione della prima fabbrica a Ivrea (29 ottobre 1908) da parte del nonno Camillo. Quel che ‘ rimasto, dice, è più del ricordo di un’impresa fuori dagli schemi, a suo modo unica in Italia. E’ un patrimonio di intraprendenza e spirito creativo che prosegue ancor oggi, su frontiere avanzate in Italia e all’estero. Attraverso i tanti manager, ingegneri e imprenditori di diverse imprese, che si formarono in Olivetti portandone con sè i valori. Ecco il testo dell’intervista, “Cento anni di Olivetti: un patrimonio ancora vivo, dice l’erede” realizzata per Reuters. MILANO (Reuters) – L’eredità Olivetti è più del ricordo di un’impresa fuori dagli schemi, a suo modo unica in Italia. E’ un patrimonio di intraprendenza e spirito creativo che prosegue ancor oggi, su frontiere avanzate in Italia e all’estero. Attraverso i tanti manager, ingegneri e imprenditori di diverse imprese, che si formarono in Olivetti portandone con sè i valori. E’ quanto afferma Laura Olivetti, figlia di Adriano, oggi presidente dell’omonima Fondazione (www.fondazioneadrianolivetti.it), nei giorni in cui si celebra con numerosi eventi il centenario dell’azienda, fondata il 29 ottobre 1908 da suo nonno Camillo a Ivrea e cresciuta col padre a livello internazionale. “Non c’è solo il ricordo, se persone andate in America con Olivetti si sono poi affermate lì con aziende loro, grazie alle competenze acquisite con Olivetti. E se nel Canavese (la regione attorno ad Ivrea ndr) ancora oggi c’è un proliferare di aziende e imprese ad alta specializzazione, fondate da ex Olivetti con capacità e senso imprenditoriale acquisito in Olivetti”, dice a Reuters la presidente della Fondazione. ORGANIZZAZIONE E LIBERTA’ DI PENSIERO Di quell’esperienza di integrazione tra fabbrica e territorio, business e ricerca, manodopera e artisti d’avanguardia, segnata dalla morte di Adriano Olivetti il 27 febbraio 1960, quando lei era bambina, Laura conserva anche suggestioni d’infanzia. “Vivere nella luce… era la realtà, per tutti i bambini che ruotavano attorno alla Olivetti. Avevano questi spazi tutti pieni di luce, dall’asilo alla fabbrica. Non c’erano posti dove non ci fosse la luce naturale…né senso di costrizione fisica e chi ci è passato lo ricorda benissimo: spazio e luce”, dice Laura Olivetti. Quasi una metafora, per un’azienda lanciata da un imprenditore illuminato, capace di circondarsi di alcuni dei migliori artisti dell’epoca. “Grande libertà di pensiero, anche se c’è da sfatare la leggenda che alla Olivetti a un certo livello tutti facessero quel che volevano…architetti, designer o scrittori facevano il loro mestiere secondo una regola. Liberi di usare la propria testa ma dando poi conto del proprio lavoro”, ricorda. A proposito di un’organizzazione che “funzionava alla perfezione non per degli spazi pindarici, ma per l’abilità (di mio padre) di individuare chi aveva le competenze per dare il meglio, saper mettere le persone giuste al posto giusto”. Una gloriosa storia aziendale di cui rievoca con amarezza l’epilogo, la scomparsa nel 2003 del marchio Olivetti dal listino di Piazza Affari, dopo la fusione per incorporazione nel 2003 di Telecom Italia in Olivetti. Anche se a pregiudicarne le sorti, dice, fu forse la cessione forzata, ancora nel 1964, della divisione elettronica alla General Electric, imposta, come ricorda il memoriale della Fondazione, da nuovi azionisti tra cui Fiat, Pirelli, Mediobanca, Imi e la Centrale. “Olivetti all’epoca era davvero all’avanguardia mondiale, l’ordine di cedere a GE era venuto chiaramente dall’America”, afferma Laura Olivetti. “LABORATORIO DELL’INTANGIBILE” PER RIPORTARE IL NOME OLIVETTI A IVREA Il centenario dell’azienda sarà occasione per riportare il nome Olivetti a Ivrea, con un progetto già presentato a enti locali e aziende hi-tech come Microsoft, dice la presidente della Fondazione. “Un tavolo per l’innovazione, un ‘laboratorio dell’intangibile’ che aiuti piccole e medie imprese a misurare e mettere a bilancio i loro di ‘capitali intangibili’, in base alle norme Ue”, spiega, facendo riferimento alle regole di Basilea 2 che impongono condizioni rigorose per la concessione di crediti, con una valutazione della reale consistenza aziendale molto difficile da certificare per imprese di alta specializzazione e piccole dimensioni. Proprio da Ivrea, ricorda ancora Laura, la Olivetti fece scuola in un campo oggi di grande attualità, la cosiddetta “social corporate responsability “. “Tra asili per i figli dei dipendenti e studi d’avanguardia sull’ergonomia in fabbrica, per tutelare la salute dei lavoratori, questo senso di responsabilità sociale non veniva imposto da regole imposte dall’esterno”, dice. “Era parte di un’idea d’impresa in cui il profitto non andava diviso solo tra gli azionisti ma andava ad aumentare il valore dell’impresa con sviluppo e ricerca, con benefici non solo per chi ci lavorava ma per tutta la comunità e il territorio, di cui la fabbrica era motore”.