Eusebio Chini, gesuita e scienziato trentino del Seicento, padre dell’Arizona tra gli indiani Pima

La sua statua e’ esposta in Campidoglio a Washington. Ma pochi sanno che Eusebio Kino (1645-1711), gesuita, scienziato ed evangelizzatore fra Seicento e Settecento tra gli indiani Pima dell’Arizona, si chiamava in realta’ Eusebio Francesco Chini, era nato in Trentino e fu straordinario uomo di pace e di cultura. Per ricordarlo, il 10 gennaio 2016 è stata celebrato il Kino Legacy Day al Tumacacori National Historical Park MISSIONARIO ED ESPLORATORE – “Eusebio Francesco Chini fu il più caratteristico pioniere e missionario di tutto il Nord-America: esploratore, astronomo, cartografo, Costruttore di missioni e di fattorie, grande allevatore di bestiame e difensore delle frontiere. La sua vita non è solo quella di un individuo eccezionale: essa illumina la storia della cultura di gran parte dell’emisfero occidentale nella stagione pionieristica”, scrisse negli anni Trenta Herbert Eugene Bolton, tra i piu’ eminenti studiosi di storia ispano-americana. DALLA VAL DI NON AL MESSICO – Nato a Segno (Val di Non) nel 1645, erede di nobili proprietari terrieri, Eusebio Chini dopo gli studi si fece gesuita e prese il secondo nome di Francesco, dopo il voto fatto a San Francesco Saverio per una gravissima malattia contratta da ragazzo da cui guarì quasi miracolosamente. A vent’anni entrò nella Compagnia di Gesu’, con la speranza di essere mandato in Cina. Fini’ invece in Nuova Spagna, il Messico, dove arrivo’ nel 1681 dopo un viaggio di tre anni durante il quale perfeziono’ la preparazione scientifica che aveva maturato in universita’ tedesche.Cambiato in Kino il suo cognome originale (che in inglese veniva letto piu’ o meno come “cinese”), partecipo’ a tre viaggi di evangelizzazione nella Bassa California, che per primo accerto’ essere una penisola e non un’isola come si credeva all’epoca. Fu il primo impatto con gli indiani a convincerlo che l’approccio rozzo e militare degli spagnoli era sbagliato. Di li’ l’idea del suo grande piano missionario di trasformazione religiosa e civile, che sviluppo’ dal 1687 partendo dallo stato di Sonora (all’epoca Pimeria Alta), confinante con la California, per evitare i massacri commessi nel secolo precedente con Maya e Aztechi. PADRE A CAVALLO – Chini mirava a una conquista pacifica, senza l’uso delle armi, attraverso i religiosi e gli stessi indio. Voleva che le missioni fossero collegate ad attività economiche, che le rendessero indipendenti. Cambiò gli indiani Imeri, Sobaipuri, Pápago, Gila, Pima in popolazioni di agricoltori e allevatori, facendo importare dall’Europa grano, svariate colture e bestiame di ogni genere, trasformando presto le valli ricche di acqua si trasformarono in zone fertili, spesso saccheggiate dagli Apache, tribù nomadi più violente, ai quali Chini non era mai giunto, obbligando i proprietari a difendersi. Predicava il Vangelo, spesso mediante un interprete. Dopo una sommaria istruzione battezzava i moribondi e i bambini. Formo’ una rete di comunità, che visitava regolarmente per istruzione, culto e animazione comunitaria, con tale frequenza da guadagnarsi il soprannome di “padre a cavallo”.In genere i suoi insegnamenti venivano accettati da popolazioni di cui difendeva strenuamente costumi e cultura, tollerandone anche alcuni eccessi. Chini si impegnò nella difesa della dignità degli Indiani di Sonora, opponendosi agli obblighi di lavoro nelle miniere d’argento che la monarchia spagnola imponeva loro. Questo gli causò diversi contrasti con gli altri missionari, molti dei quali agivano in accordo alle leggi imposte dalla Spagna ai nuovi territori. SCIENZIATO E CARTOGRAFO – Chini non smise mai di effettuare anche accurate rilevazioni scientifiche, che metteva poi a servizio degli indio e dell’organizzazione missionaria. Oltre alla riscoperta della peninsularità della bassa California (che dopo il 1622 era stata erroneamente ritenuta un’isola), raccolse moltissime osservazioni scientifiche, redasse innumerevoli mappe e preziose carte geografiche (di cui 32 accertate) che inviò anche in Europa. L’EREDITA’ – Considerato uno dei fondatori dell’Arizona, nel 1965 lo stato ha donato una statua bronzea di padre Chini al National Statuary Hall del Campidoglio degli Stati Uniti di Washington, luogo dove vengono ricordati i principali fondatori dei diversi stati americani. In onore di Eusebio Chini, due città messicane dello stato di Sonora portano il nome di Bahía Kino e di Magdalena de Kino. Come ricorda Cesare Marino, antropologo allo Smithsonian Institution tra i massimi esperti di nativi americani e amico di Italiani di Frontiera, il primo a fotografare, nell’Ottocento, le missioni fondate da Chini, come quelle di San Xavier del Bac e di Tumacacori, fu un altro italiano, Carlo Gentile, tra i protagonisti di Italiani di Frontiera. A padre Kino è dedicato un museo a Segno in Val di Non, suo paese natale, e  il Mausoleo di Magdalena de Kino, nel nord del Messico, nello stato di Sonora, dove si trovano molte delle missioni da lui fondate e dove negli anni Settanta furono ritrovati i suoi resti, ora ospitati nel mausoleo (qui sotto padre Kino  nel murale di Nereo De La Pena che orna il mausoleo).   Il profilo di Chini è illustrato nel sito dei Gesuiti,  fonte principale di questo post.

Gli “Italindiani” del West di IdF in un reportage sul mensile Geo

Prima uscita sulla carta stampata per Italiani di Frontiera. L’ultimo numero del mensile Geo in edicola pubblica infatti un reportage che raccoglie le straordinarie biografie raccolte da Cesare Marino, parte integrante di questo progetto. Carlo Camillo di Rudio conte bellunese sopravvissuto a Little Big Horn, Carlo Gentile fotografo napoletano, Costantino Beltrami esploratore bergamasco sul Mississippi,Paolo Andreani che percorse invece l’Hudson, e Giorgio Pocaterra, cowboy vicentino del Novecento, sono i protagonisti del servizio, che propone anche alcune delle foto di Daniela Rota dei manufatti indiani raccolti da Beltrami e conservati in un museo di Bergamo. L’articolo sugli italiani fra gli indiani fa parte di uno speciale Usa che comprende anche un reportage sui bianchi del profondo Sud firmato da Paolo Pontoniere, giornalista italiano da 20 anni a San Francisco, tra gli amici di Italiani di Frontiera. Grazie per l’editing a Paola Vozza e Irene Merli, photo editor e redattrice di Geo, e in particolare a Fiona Diwan e Marco Restelli, che mesi fa come direttore e vicedirettore di Geo hanno creduto nel progetto.

Giorgio Pocaterra, un vicentino cowboy romantico del Novecento in Canada

Primi anni del Novecento, l’epopea del Far West negli Usa si è appena conclusa, ma l’ovest canadese è ancora selvaggio e scarsissimamente popolato. Un uomo bianco nella boscaglia ha appena tagliato alcuni tronchi per il suo ranch e si riposa preparandosi a fumare, quando si accorge di essere circondato da indiani, piu’ incuriositi che minacciosi. Reagisce con un sorriso offrendo loro del tabacco. La tensione si scioglie e se li fa amici. Scoprirà piu’ tardi che l’esclamazione con la quale loro avevano reagito, nella loro lingua significava “Questo bianco non ha paura di nulla!”. Quel rancher, nel profondo ovest canadese, era vicentino. Si chiamava Giorgio Pocaterra, nato il 22 settembre a Piovene Rocchette, paesino all’ingresso della Valdastico, nel 1882. Un’altra storia straordinaria di “Italindani” scoperta da Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution e partner di Italiani di Frontiera, che si ripromette di ricostruirla nei particolari. Rampollo di buona famiglia, dopo gli studi in Inghilterra Pocaterra seguì l’istinto d’avventura alimentato da ragazzo con le escursioni alpine con il Cai ed i romanzi di Emilio Salgari e James Finemore Cooper, alla conquista dell’ovest canadese. Cowboy romantico del Novecento, Pocaterra aprì un ranch che fu pioniere dell’agriturismo, per turisti di citta’. E visse a contatto profondo con gli indiani, con un rispetto ed un’ammirazione per la loro civiltà che forse mancava ai ranchers anglocanadesi. Figlio di un alto funzionario della fiorente industria laniera vicentina, dice Marino, Pocaterra crebbe seguendo il padre nelle escursioni montane ed eccellendo da studente negli sport, dal ciclsmo al calcio al rugby. Fu mandato a studiare a Berna, poi in Inghilterra a Bedford, Yorkshire. Ma il futuro nel settore tessile gli stava stretto. Così, affascinato dai libri letti sul Far West, per lui divenne decisivo l’incontro a Berna con un reverendo canadese della provincia di Manioba. Partì da Liverpool sbarcando in Nuova Scozia nel marzo 1903. Sognava l’Ovest ma con pochi soldi in tasca la vita fu durissima e arrivato nel Manitoba finì a spalare letame dei maiali. Ma senza cedere, puntoa verso le Montagne Rocciose e le raggiunse l’anno successivo, insediandosi in una casetta colonica ed avviando poi un vero ranch per l’allevamento . Ma non disdegnava escursioni nei territori circostanti dove pochi bianchi si avventuravano, E fu li’, ricorda Marino, il suo primo incontro con un gruppo di indiani Stoney, inizio di una profonda amicizia con i nativi americani, di cui apprese a fondo e con grande rispetto usi, costumi e lingue. Con loro andava a caccia e fu durante una battuta in un ambiente micidiale che salvo’ la vita a due figli di un capo, portandoli al sicuro. Guadagnandosi riconoscenza eterna, ed un nome indiano: Figlio della Montagna. Dopo anni Giorgio tornò in Italia, incontrando in un ristorante milanese una cantante lirica, Norma Piper, che veniva da Calgary e divenne sua moglie. Con lei tornò nell’ovest canadese, non senza difficoltà. Negli anni Cinquanta, ricorda ancora Marino, Pocaterra fu interprete per la troupe del regista Raoul Walsh che girava in quella regione “Saskatchewan” (1954) con Alan Ladd e Shelly Winters. Poi fece del suo “Buffalo Head Ranch” che gli è sopravvissuto, la meta di un’altra attività pionieristica: l’agriturismo, meta di facoltosi turisti di citta’ in cerca di emozioni nel selvaggio West. Pocatera morì il 12 marzo nel 1972. Non prima di aver registrato lunghe testimonianze orali sulla sua avventurosa vita, che si possono ascoltare ancor oggi in Rete, sul sito della comunità italiana dell’Alberta.

Un fotografo napoletano nel Far West: Carlo Gentile, padre adottivo del bimbo indiano che divenne Carlos Montezuma

Sconosciuto ai più in Italia, in alcuni documenti e anche su Internet il suo nome è stato spesso storpiato: Carlos Gentile. Viene citato appena, Carlo Gentile (1835-1893), come figura di secondo piano nelle biografie di Carlos Montezuma (1866-1923), storico pioniere dei diritti civili dei nativi americani. Ma Gentile, fotografo napoletano sulla Nuova Frontiera americana, fu un personaggio straordinario, innovatore tanto ingegnoso e ardito quanto sfortunato. Come racconta la sua toccante biografia, che Cesare Marino ha raccolto in un libro, “The Remarkable Carlo Gentile. Italian Photographer of the American Frontier”. Una storia, quella di Gentile, che Marino ha iniziato a tracciare partendo dal 1866. Quando il napoletano, spirito intrepido e fotografo di talento da tempo in America, al momento di tornare in Italia scoprì che la sua preziosa collezione di foto scattate in dieci anni passati nel West, con le quali era convinto di fare fortuna nel Vecchio Continente, era andata perduta al primo scalo, Vancouver. Disperato, ripieg su San Francisco, aprendovi uno studio, nella centralissima Kearney Street. Forse nessuno lo ricorderebbe oggi, se un bambino indiano della tribù degli Yavapai, nato proprio in quel 1866, non avesse incrociato la sua strada. Aveva cinque anni Wassaja (pronuncia Uassagia), “colui che che fa un gesto con la mano”, nel 1871 quando in un’Arizona in subbuglio tra febbre dell’oro, invasione di coloni e mai sopite rivalità tribali, Gentile impietosito lo riscattò per 30 dollari da un banda di indiani Pima che l’avevano rapito, lo adottò facendolo battezzare col nome di Carlos Montezuma, ispirandosi all’imperatore azteco. Col bimbo, Gentile va a scattare foto in New Mexico e Arizona. Poi a Chicago i due lavorano con William Cody, Buffalo Bill, che riempie i teatri con un uno spettacolo rozzo, “Scouts of Prairie”, precursore di quel “Wild West Show” con cui girera’ il mondo, Italia compresa. Carlos e’ l’unico vero indiano, tra i protagonisti accanto a un’italiana, la ballerina della Scala Giuseppina Morlacchi, che interpreta la bella principessa indiana, mentre Gentile fa da fotografo alla compagnia. Gli anni successivi, a New York, sono decisivi per la formazione del ragazzo. Non è facile la vita per un indiano, nella grande città dell’est. Gentile gli insegna ad esprimersi con poche parole, comunicare più con i gesti e le espressioni. E ad essere cortese. Ma anche a farsi valere senza paura davanti a prepotenze e discriminazioni razziali, che anche lui come italiano ha subito. Una lezione che il ragazzo non dimenticherà, rivelandosi eccezionalmente dotato. Gentile vuole che continui a studiare e per questo lo affida dopo dodici anni ad un predicatore, mentre lui continua a girare l’America come fotografo. Carlos ripagherà le sue aspettative: nel 1884 è il primo nativo americano a laurearsi in Scienze, poi in Medicina. Diventerà una figura storica nella battaglia per i diritti dei nativi americani, eternamente riconoscente al padre adottivo. Al quale invece, la sorte ha voltato le spalle. Tra incendi che devastano i suoi archivi, disastri finanziari che minano le sue iniziative, nel campo della fotografia e della stampa per gli italiani d’America. E una salute sempre più precaria. Gentile muore a 58 anni il 27 ottobre 1893, secondo alcune fonti suicida, scrive Marino. Montezuma si prenderà cura della vedova e di un suo figlioletto, probabilmente a sua volta adottato. Figura carismatica e leader rispettato, Montezuma (al quale una studiosa di origine italiana ha di recente dedicato una biografia) continuerà a proclamare di dovere tutto al suo padre adottivo. Sino alla sua morte, per tubercolosi, nel 1923. Nell’Arizona in cui era nato e dove aveva voluto tornare sentendosi alla fine. E da dove un fotografo napoletano incontrato per caso l’aveva riscattato, insegnandogli a conoscere il mondo. Nel 2014 un documentario intitolato “Carlos Montezuma: Changing is not Vanishing”, in cui compare anche Cesare Marino, è stato realizzato da University of Illinois, che aveva avuto tra i suoi studenti Montezuma.

Carlo Camillo di Rudio: un Forrest Gump dell’Ottocento il conte bellunese scampato a Little Bighorn

Un “Forrest Gump dell’Ottocento”, una biografia incredibile, dal Risorgimento all West, quella di Carlo Camillo di Rudio, bellunese sopravvissuto dopo mille avventure pure al massacro di Little Bighorn, 25 giugno 1876. Una storia che inizia il diciotto marzo del 1848: a Milano si accese la scintilla della ribellione antiaustrica. cominciavano le celebri Cinque Giornate. Per  Carlo Camillo di Rudio, all’epoca solo un ragazzo, fu l’inizio di una Odissea semplicemente incredibile, che lo trasformò in un Forrest Gump dell’Ottocento, dal Risorgimento italiano al Far West. Onnipresente, capace di uscire indenne da mille peripezie. Prima di emigrare in America, combattere con i nordisti nella Guerra di Secessione, entrare nel Settimo Cavalleria di Custer e… salvarsi a Little Bighorn! Una storia avvincente, scoperta da Cesare Marino che l’ha meticolosamente ricostruita in “Dal Piave a Little Big Horn” (1996 Alessandro Tarantola editore, nuova edizione 2010 con mia prefazione). E che Italiani di Frontiera vuole ricordare, dopo aver scelto proprio Di Rudio come personaggio simbolo. Rampollo di una nobile famiglia bellunese, nel 1848 di Rudio ha 16 anni ed è cadetto al collegio austriaco di Milano, quando la citta’ e’ sconvolta dalle Cinque Giornate. Il destino di diventare ufficiale al servizio dell’imperatore non fa per lui. Uscendo dalla città in rivolta, con l’esercito che ripara verso Verona e il Quadrilatero, per due volte è sconvolto dalle atrocità dei soldati croati che marciano al suo fianco, che uccidono due donne italiane in stato di gravidanza. Così, nottetempo, decide col fratello di vendicare quelle violenze ammazzando uno dei due aguzzini. E passa con i patrioti. Tarchiato, temperamento focoso, di Rudio inizia una vera Odissea risorgimentale. Dall’effimera Repubblica di Venezia con i Cacciatori delle Alpi a quella di Roma, dove conosce Mazzini, con i garibaldini. Sfugge ai francesi attraversando a piedi tutta la Francia travestito da sacerdote. Arriva a Londra e sopravvive solo grazie alla sua tempra ad una pugnalata quasi letale di un compatriota, che lo accusa ingiustamente di essere il responsabile del tradimento di Pier Fortunato Calvi, che preparava l’insurrezione del Cadore, arrestato  impiccato. Di Rudio guarisce e a Londra  si sposa. Ma tornato in Italia, scopre che gli austriaci lo fanno passare per una loro spia e amareggiato dalla diffidenza dei compatrioti ripiega su Parigi. Dove nel 1858 si fa coinvolgere da Felice Orsini nel fallito attentato a Napoleone III. Strage di soldati e di cavalli ma l’imperatore e’ salvo ed i congiurati vengono catturati la notte stessa. Condannato alla ghigliottina, di Rudio è già sul patibolo quando in extremis la pena gli viene commutata in ergastolo, da scontare alla Cayenna. Sembra che la moglie inglese abbia fatto intercedere per lui la stessa regina Vittoria… Di lì, incredibilmente, riesce a fuggire dopo poco più di un anno, con un’evasione di gruppo in cui e l’unico a sopravvivere ad un’epidemia. Tornato dalla moglie in Europa, per la sua fama di repubblicano sfegatato (la famiglia per questo verrà provata dei suoi beni) gli viene vietato di tornare nel Regno d’Italia. Allora decide di imbarcarsi per New York, dove arriva nel 1864 con in tasca una lettera di presentazione di Mazzini. C’è la Guerra Civile e si arruola nell’esercito nordista, ufficiale al  comando di un reparto di soldati di colore, un incarico che molti ufficiali nordisti consideravano un disonore. A fine conflitto, di Rudio entra nel prestigioso Settimo Cavalleria. George Armstrong Custer lo stima ma diffida della sua fama di aristocratico rivoluzionario del Vecchio Mondo. Sarà la sua salvezza: il 25 giugno 1876 a Little Bighorn, di Rudio non è nel gruppo di Custer, che viene sterminato, Di quel gruppo l’unico a sopravviere sarà il trombettiere mandato in extremis a chiedere rinforzi: John Martin, alias Giovanni Martini, italiano ovviamente, emigrato salernitano). All’ultimo momento, Custer  ha affidato Di Rudio al reparto del comandante Reno, che su un altro fronte della battaglia, pur se decimato riuscirà a ripiegare. Al conte bellunese uccidono però il cavallo e lui riesce a mettersi in salvo solo dopo un giorno e mezzo trascorso nascosto nella boscaglia, dove assiste al macabro rituale della mutilazione dei cadaveri da parte delle squaw pellerossa. Per questo sarà testimone chiave nell’inchiesta sul massacro. Ed è in quei documenti d’archivio che Cesare Marino l’ha scovato, ricostruendo la sua straordinaria storia. Congedato, di Rudio riuscirà a godersi finalmente la pensione, con moglie e figlie, riverito come una celebrità nella comunità italiana in California. Ma nel 1908 ai giornalisti che lo intervistano nel cinquantenario dell’attentato di Parigi, dà una notizia che ha un effetto devastante: uno dei tre che lanciarono ordigni contro Napoleone III è rimasto sconosciuto, lui all’epoca vide Felice Orsini consegnar una bomba ad un giovane Francesco Crispi, che morto nel 1901 era stato successivamente uno dei politici italiani più potenti!  Di Rudio si spegne il 1 novembre 1910. “Charles C. DeRudio major, 7 Cavalry, November 1, 1910”, e’ scritto sulla sua lapide. Al cimitero militare sulla collinetta del Presidio, a San Francisco, a poca distanza dal Golden Gate Bridge. Su quella tomba il 1 novembre 2010 Italiani di Frontiera ha organizzato una cerimonia, nel centenario della morte del patriota bellunese, con Cesare Marino suo biografo, il console generale d’Italia a San Francisco dell’epoca, Fabrizio Marcelli, e un manipolo di preziosi amici fra i quali Franco Folini, imprenditore fra i protagonisti di IdF, Phi Pasquini fotografo eccentrico, che ha catturato con una serie di bellissime immagini la  suggestione straordinaria di quell’evento. In una sequenza di incredibili coincidenze, fra la storia del conte e quanto accaduto a noi in quei giorni, la data è pure entrata nella storia di San Francisco, visto che quel giorno i Giants hanno rivinto le World Series di baseball dopo oltre 50 anni…

Giacomo Costantino Beltrami, solo tra gli indiani del Mississippi con un ombrello rosso

Un patriota bergamasco deluso, esploratore inquieto, capace di avventurarsi da solo, quasi due secoli or sono, in una zona del Mississippi territorio degli indiani, con coraggio, forza d’animo, ed un ombrello rosso come bizzarro lasciapassare. E di raggiungere il suo scopo: arrivare ad una delle sorgenti del grande fiume. Una storia avvincente, quella di Giacomo Costantino Beltrami (1779-1855), al quale e’ intitolata l’omonima contea del Minnesota. E secondo alcuni, a lui si ispiro’ James Fenimore Cooper per il suo classico d’avventura “L’ultimo dei Mohicani”. A Beltrami, va soprattutto il merito di aver composto una straordinaria collezione di manufatti indiani, di valore inestimabile, ancor oggi conservata.Qui galleria di immagini (foto di Daniela Rota). Magistrato napoleonico, avvilito dal clima della Restaurazione e sfuggito all’impiccagione con l’accusa di cospirazione contro lo Stato Pontificio, Beltrami decise di improvvisarsi esploratore nel Nuovo Mondo, risalendo il Mississippi in una zona ancora selvaggia, sospinto da tormenti esistenziali.Centinaia di miglia in undici mesi, abbandonato quasi subito in un labirinto di acquitrini da guide e interprete. Derubato anche dell’acciarino, cosa che gli impedì di accendersi fuochi per ascugarsi e riscaldarsi la sera.Costretto a trascinare la canoa immerso nell’acqua sino alla cintola, solo, con un fucile, una spada ed un bizzarro ombrello rosso, divenuto suo simbolo, che funzionò da eccentrico lasciapassare con gli indiani, che evidentemente lo ritenevano protetto dagli dei per intraprendere un’avventura così folle, il 31 agosto 1823, nella contea che oggi nel Minnesota porta il suo nome, Beltrami raggiunse una delle sorgenti del fiume intitolandola a Giulia, amica scomparsa e mai dimenticata.Primo bianco arrivato sino a lì, “La sua vera impresa è l’aver percorso quel territorio inesplorato con una sensibilità eccezionalmente moderna: registrando testimonianze di prima mano sul degrado che il contatto con i bianchi sta provocando tra gli indiani, in particolare con l’alcolismo. Ma soprattutto, raccogliendo e inviando in Italia a più riprese armi, utensili, indumenti e decorazioni”, dice Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution, che ha ricostruito la sua storia. E che nel settembre 2013 a cura di Italiani di Frontiera ha guidato una visita d’eccezione a quella collezione a Bergamo, considerata oggi un tesoro anche dagli etnografi d’oltreoceano. Una rivalsa tardiva per Beltrami, la cui impresa fu disprezzata invece dagli studiosi americani suoi contemporanei, forse non privi di pregiudizi xenofobi, nei confronti di quell’esploratore romantico cosi’ lontano dai circoli intellettuali.Gli straordinari oggetti raccolti da Beltrami sono divisi oggi fra la  collezione raccolta al Museo di Scienze Naturali Ettore Caffi di Bergamo, e la collezione creata con passione dallo scomparso conte Glauco Luchetti Gentiloni (foto sotto) curata oggi dalla figlia Marzia, del Museo Beltrami a Filottrano (Ancona), paese delle colline marchigiane, dove Beltrami morì.  

Paolo Andreani, nobile milanese del Settecento dal volo in mongolfiera all’avventura in canoa tra gli Irochesi

E’ il 1784, nel parco di una villa nobiliare a Moncucco (Brugherio), non distante da Milano una folla emozionata naso all’insù segue la spericolata impresa di un nobile che primo in Italia si leva nel cielo, su una mongolfiera, il primo dopo il volo storico l’anno prima dei fratelli Montgolfier. Il 25 febbraio, Paolo Andreani, ventunenne, conte dallo spirito avventuroso, sale in cielo con un pallone aerostatico assieme ai tre fratelli Gerli, ai quali ne aveva commissionato la costruzione, restando in aria per circa venticinque minuti. E’ una sorta di prova generale, il 13 marzo davanti a centinaia di persone accorse dopo l’annuncio pubblico fatto dal temerario conte, Andreani sale con la mongolfiera percorrendo otto chilometri e arrivando a quota 1537 metri, suscitando grande clamore con la sua impresa. “Silenzio e timore occupavano l’immensa folla che dai palchi, dalle logge, dal giardino, dai campi era spettatrice attonita di quell’impresa nuova per loro e nuova a tutti i passati secoli”, scrisse Pietro Verri, protagonista del’Illuminismo italiano e testimone dell’evento. Lo spirito di avventura di Andreani lo portò pochi anni dopo ad un’altra straordinaria impresa, oltreoceano. Come ricorda Cesare Marino, nel 1790, Andreani raggiunto il nuovo mondo lascia New York e si avventura nella regione dei Laghi, oggi tra Usa e Canada, nei territori degli Irochesi a sud del lago Ontario. Un tour di quasi duemila miglia su una canoa lunga una decina di metri con dodici uomini di equipaggio, prima di diventare l’anno successivo il primo europeo ad aver circumnavigato il Lago Superiore, partendo da Montreal. Raggiungendo le sorgenti minerali di Saratoga, Andreani scoprì anche ed una curiosa comunità di quaccheri soprannominati “Shakers” per il bizzarro rituale di ballo che eseguivano nelle loro cerimonie. Andreani, ricorda Marino, compì esplorazioni di eccezionale valore scientifico e commerciale. Per i precisi resoconti su usi e costumi delle tribù di nativi americani incontrate. E per i dati raccolti che furono estremamente preziosi per il traffico di pelli. Ma Andreani osservatore attento delle civiltà dei nativi, che risentivano degli sconvolgimenti provocati dalla nascita degli Stati Uniti e dalla crescente colonizzazione, non risparmiò critiche severe alla politica espansionista degli americani ed al loro atteggiamento nei confronti delle tribù indiane. Critiche così dure e circostanziate da provocare quasi un incidente diplomatico con i neonati Usa… A Paolo Andreani è anche intitolata una via nel cuore di Milano, traversa di via Francesco Sforza. Il diario di viaggio, Giornale 1790, a cura di Cesare Marino e con prefazione di Emilio Fortunato, e’ stato pubblicato da Clueb. Qui l’edizione inglese da Google Books.

Cesare Marino, antropologo talent scout di Italiani di Frontiera di ieri

Negli anni in cui molti promettevano di abbattere un sistema di cui sono diventati oggi classe dirigente (parlamentari, ministri, editorialisti e direttori di giornali), uno studente dell’Universita’ di Padova sceglieva in silenzio una strada davvero controcorrente. Varcare l’Oceano per dedicarsi anima e corpo ad una passione dai risvolti esistenziali: quella per gli indiani d’America. Oggi Cesare Marino fa la spola fra Treviso, dove vivono i genitori, e la Virginia, dove abita da anni, dopo essere diventato, come antropologo allo Smithsonian Institution di Washington, una delle massime autorita’ in fatto di nativi americani. Per anni Cesare ha “ballato coi lupi” molto piu’ a fondo di tanti improvvisati “amici degli indiani”. Stringendo amicizie solide con figure di spicco dei nativi americani di diverse tribu’, imparando lingue e costumi che lo hanno sempre piu’ coinvolto in un dimensione spirituale, allontanandolo dalla ribalta mediatica. Le sue ricerche ed i suoi libri sono di un rigore esemplare che nulla concede alle approssimazioni ed al colore cosi’ di moda. E’ su questa strada, fatta di verifica delle fonti, documentazioni meticolose e riferimenti bibliografici, che Cesare Marino si e’ imbattuto quasi per caso in alcune straordinarie figure di italiani del passato, che per motivi diversi hanno incrociato i loro destini a quelli degli indiani, al centro dei suoi studi. Come quella di Carlo Camillo di Rudio (1832-1910), conte bellunese che dopo aver percorso avventurosamente il Risorgimento, attentando’ alla vita di Napoleone III, evito’ in extremis la ghigliottina, evase dalla Cayenna ed emigro’ negli Stati Uniti, entrando nel 7 Cavalleria di Custer e scampando al massacro di Little Big Horn. Di Carlo Gentile (1835-1893), napoletano, bravo e sfortunato pioniere della fotografia, che adotto’ un ragazzino indiano destinato a diventare, grazie ai suoi insegnamenti, personaggio storico nella difesa dei diritti civili dei nativi americani: Carlos Montezuma. O quella di Giacomo Costantino Beltrami (1779-1855), patriota bergamasco deluso dalla Restaurazione, che scelse il Mississippi come prova estrema di un percorso esistenziale, lo risali’ da solo fra tribu’ ostili sino a raggiungerne dopo mille peripezie, primo bianco giunto cosi’ lontanto, una delle sorgenti. Con un ombrello rosso come bizzarro lasciapassare. Storie che Marino ha meticolosamente ricostruito come difficili puzzle, dedicando loro studi e pubblicazioni che attendono ancora la meritata attenzione. Di Italiani di Frontiera Cesare Marino sara’ partner insostituibile. Per ricostruire quel filo conduttore che ieri nel West, oggi nelle sfide avanzate delle nuove tecnologie, vede gli italiani protagonisti.