Crimini ed emigrazione, qualche dato: no, non abbiamo esportato solo pacifici gentlemen

“Noi andavamo a lavorare, non ad ammazzare”, ha detto un ministro italiano parlando di immigrazione, per distinguere gli italiani che un tempo emigravano da chi emigra oggi, per venire in Italia. E’ accaduto nei giorni scorsi a Pontida e le dichiarazioni del ministro delle Riforme per il Federalismo Umberto Bossi, leader della Lega Nord, hanno scatenato polemiche e contrapposizioni, innanzitutto con il presidente della Camera Gianfranco Fini, che assieme a lui ha firmato proprio una legge sull’immigrazione. Non la politica ma l’emigrazione e la memoria storica sono fra i temi di Italiani di Frontiera. Nella convinzione che presente e futuro si affrontino al meglio conoscendo il passato nei fatti, non nei luoghi comuni. Ecco allora qui (immigrati in cella per delitti gravi), qui (italiani arrestati per omicidio) e qui (italiani nelle carceri di New York alcuni dati interessanti su emigrazione italiana negli Usa e criminalità, tratti dal sito del bellissimo libro di Gian Antonio Stella “L’Orda. quando gli albanesi eravamo noi”. Piccola curiosità, spulciando tra le pagine dello stesso libro. Cos’hanno avuto in comune le uccisioni di Antonio Canovas Castillo primo ministro spagnolo (1897), “Sissi” Elisabetta d’Austria (1898), Sadi Carnot presidente francese (1894), Umberto I re d’Italia (1900), i tentati omicidi di Napoleone III (1858), Franklin Delano Roosvelt (1933), l’attentato dinamitardo a Wall Street con 33 morti (1903), quelli in Argentina con 20 morti (fra anni Venti e Trenta)? Sono stati tutti opera di italiani. Uno di questi fatti di sangue, la strage a Parigi da cui scampò Napoleone III, vide tra gli attentatori uno degli Italiani di Frontiera raccontati da questo progetto, Carlo Camillo di Rudio. No, forse non abbiamo esportato soltanto pacifici gentlemen…

“Dobbiamo tutto agli hippie”: 14 anni fa l’intuizione su rivoluzione hi tech “figlia” della controcultura

Quattordici anni fa, il primo marzo 1995, compariva sulla rivista Time un articolo destinato a stupire molti. “Dobbiamo tutto questo agli hippie”, scriveva Stewart Brand, a proposito della rivoluzione hi tech. Indicando senza dubbi nella controcultura che aveva trovato in California la sua culla, dalla Beat Generation al movimento hippy, la vera matrice culturale di fenomeni di portata mondiale: Internet che era la novità degli anni Novanta, ma anche l’intera rivoluzione dei computer. Italiani di Frontiera gli dedica un post, nella convinzione che quell’intreccio spesso sottovalutato tra valori della cultura umanistica, fenomeni sociali e innovazioni tecnologiche sia un nodo cruciale anche di questo progetto. Biologo, artista, sperimentatore, studioso della cultura dei nativi americani, Brand è stato una delle figure più eccentriche tra i pionieri dell’era informatica. E in quell’articolo mise in luce come la carica creativa ed antiautoritaria della controcultura anni Sessanta fu essenziale per indirizzare lo sviluppo dell’hi tech sulla strada di una esaltazione delle potenzialità individuali, quando ancora molti pensavano ai computer come a gigantesche macchine a disposizione di pochissimi, in centri di potere controllati dal governo o da grandi aziende. “Non chiedete cosa il vostro Paese possa fare per voi. Fatelo da solo”, scrisse Brand, parafrasando con spirito una celebre frase di John Fitzgerald Kennedy. E indicando nello spirito ribelle da hacker la chiave del successo di figure come Steve Jobs e Steve Wozniak, fondatori di Apple (nella foto d’epoca). Proprio Jobs, in un memorabile video davanti agli studenti di Stanford nel 2005, riportato anche nella colonna qui a destra, concluse il suo discorso con un augurio “Continuate ad essere affamati e folli”, ispirandosi alla pagina finale del bizzarro Whole Earth Catalog, vera enciclopedia “povera” della curiosità globale, una sorta di Internet su carta… prima che nascesse Internet. Un catalogo della controcultura pubblicato tra 1968 e 1972 proprio da Stewart Brand. Nel 2005, è stato pubblicato un saggio sui rapporti tra new economy e controcultura californiana di un professore dell’Università Cattolica che ha vissuto a Silicon Valley, Enrico Beltramini, autore di Hippie.com . Mentre John Markoff, giornalista del New York Times, ha scritto What the Dormouse Said: How the Sixties Conterculture Shaped the Personal Computer Industry.

Prima uscita pubblica per Italiani di Frontiera serata a Brera parlando di merito e impresa

Prima la neve poi la pioggia, ma non e’ bastato ad impedire ad un manipolo di ardimentosi di partecipare alla prima uscita in pubblico di Italiani di Frontiera. E’ accaduto lunedi’ scorso 2 febbraio allo Speakeasy di Brera, Milano, ad uno degli aperitivi “Mi merito un drink?”. A far gli onori di casa Alessia Mosca, giovane parlamentare del Pd, che con la sua squadra organizza questi appuntamenti per discutere in un’atmosfera informale di temi attinenti alla meritocrazia, uno dei punti dolenti del sistema Italia. In apertura di serata, il video di 23 minuti che presenta il progetto Italiani di Frontiera, con una carrellata tra gli “Italindiani” scoperti da Cesare Marino ed estratti dalle interviste a Roberto Crea, Federico Faggin, Luca Cavali Sforza, Marcello Forconi, Barbara Rosario e Fabrizio Capobianco. Incoraggianti i commenti e le reazioni. Qui una galleria fotografica dell’evento di lunedi’ scorso, proposta dagli organizzatori. Qui una seconda galleria di immagini a cura di Fabio Falanga e Valerio Vigo. Qui il blog dell’iniziativa. Poi un’interessante chiacchierata, introdotta da Antonio Garufi, con gli interventi di Rita Fatiguso, giornalista del Sole 24 Ore appena tornata dalla Cina, di Mattia Mior, imprenditore giovane e innovativo e di Francesco Liguori, impegnato con Leonardo 3 a rendere accessibili le opere di Leonardo grazie alle nuove tecnologie. Prossimo appuntamento a Brera lunedi’ prossimo 16 febbraio con Enrico Letta parlamentare del Pd ed il giornalista Beppe Severgini.

Faggin: nel mercato globale un handicap per l’Italia aziende di famiglia e nepotismo

Sul mercato globale si vince con vitalita’ e competenza. Caratteristiche che spesso non si combinano, nelle aziende italiane, molte delle quali legate ad una gestione familiare, struttura anacronistica per competere a livello internazionale. Competenze, nepotismo, cosmopolitismo: seconda parte delle riflessioni su suo Paese d’origine di Federico Faggin, gia’ protagonista di questo post. VITALITA’ E COMPETENZA – Per competere sul mercato mondiale, occorrono soprattutto due cose in aggiunta alle risorse finanziarie: vitalita’ e competenza. Silicon Valley e’ un esempio di questa energia vitale… senza la quale, non succede niente. Se si guarda al motore economico dell’Italia, in molte piccole ditte del Nord, c’e’ gente che si dà un gran daffare, lavora, sgobba, tira avanti meglio che puo’. Ma generalmente rimangono piccole, non possono crescere. Mancano i capitali… ma manca la mentalita’ giusta ancor piu’ del capitale. Nel Vicentino, da dove vengo io, il tipico imprenditore non e’ uno laureato in ingegneria ma uno che spesso ha fatto l’istituto professionale, o anche meno. Però ha tanta voglia di fare, ha energia vitale, e per questo ce la fa. Ma spesso non ha la competenza e le conoscenze necessarie per affrontare i mercati internazionali, in un’economia che e’ globalizzata. Dunque uno fa quello che puo’, non puo’ crescere più di tanto. Di contro, spesso in Italia le persone che hanno studiato molto non hanno questa energia vitale o non vedono nell’imprenditorialita’ un valore importante. Vanno a lavorare per lo Stato, il governo, cercano il posto fisso, la vita comoda… AZIENDA FAMILIARE, UN HANDICAP – L’imprenditoria italiana e’ anche condizionata da logiche di famiglia. E’ molto legata al nepotismo: faccio partire una ditta, poi ci metto dentro i miei figli, i nipoti… questo controllo attraverso le relazioni, anche al piu’ alto livello e’ causa di problemi di successione generazionale terribili…mica tutti i figli di un bravo imprenditore sono bravi imprenditori! Peggio ancora, se i figli non sono all’altezza del compito, il problema finisce per demotivare le persone brave che in azienda si sentono sfruttate in un ambiente in cui non esiste la meritocrazia. Dopotutto, il figlio del padrone avra’ sempre una posizione più di riguardo, rispetto al dipendente piu’ bravo di lui. I CINESI SONO MENO NEPOTISTI – Sarebbe interessante vedere il confronto ad esempio con i cinesi. Anche loro hanno fortissimi legami familiari… ma non arrivano a quel punto di quasi sfacciataggine, di forzare tutto dentro una struttura in cui i legami familiari sono piu’ importanti di tutto il resto. Uno non puo’ far crescere una ditta a livello internazionale, con questa mentalita’. La riprova e’ che sono poche le ditte italiane che hanno saputo farsi avanti nel mercato globale, mentre le ditte cinesi sono moltissime. CONOSCENZA E COSMOPOLITISMO – Conoscenza e culture diverse: sono altri due segreti di Silicon Valley. A New York si puo’ trovare gente di tutto di mondo. Ma sul posto di lavoro non c’e’ lo stesso livello di cosmopolitismo, mentre qui arrivano persone istruite da tutto il mondo. Indiani, cinesi, mediorientali ed europei lavorano tutti assieme… fa parte del mix di Silicon Valley. Dove, cosa interessante, gli americani sono…”minoranza”! Visto che i nati all’estero con i loro figli rappresentano piu’ della meta’ della popolazione, con oltre un quarto di asiatici. E a Stanford, tra chi fa il Phd gli americani sono molto pochi. Questo ambiente cosmopolita, la controcultura degli anni Sessanta, ha visto nascere il personal computer in circoli di hobbisti appassionati, e non all’Ibm. L’atmosfera innovativa e imprenditoriale che i giovani respirano all’universita’ e in famiglia sono stati tutti ingredienti sociali e culturali che hanno contribuito a fare di Silicon Valley quello che e’ oggi. La gente qui ama la tecnologia, potrei dire anche troppo poichè la tecnologia non è tutto, ma senza questo entusiasmo non è possible inventare nuovi prodotti e nuove tecnologie. In Italia invece, si pensa ancora che la tecnologia sia qualcosa di estraneo al resto della vita sociale e culturale viene vista quasi con sospetto da molti”.

Federico Faggin, “padre” del microchip: conflitti, egoismi, cosi’ l’Italia e’ stata umiliata da Taiwan

Molti lo considerano il numero uno. Chi legge queste righe al computer lo fa grazie a lui, visto che e’ uno dei padri del microchip. E dovrebbe ringraziarlo due volte se ha un laptop, perche’ e’ stato anche l’inventore del touchpad. Vicentino, classe 1941, Federico Faggin e’ una figura storica del made in Italy a Silicon Valley, dove si e’ trasferito quasi quarant’anni fa con la moglie Elvia (con lui nella foto). E dove oggi e’ amministratore delegato di Foveon, azienda che produce sofisticati sensori d’immagine. Faggin ha affidato a IdF in esclusiva una profonda riflessione sulle cause, tutte culturali, dei ritardi del suo Paese d’origine, al quale e’ rimasto affezionato, nel campo in cui lui ha primeggiato a livello mondiale: quello dell’innovazione tecnologica. Un’analisi lucida e impietosa, un contributo eccezionale, che Italiani di Frontiera proporra’ in due parti. “PERCHE’ NON IN ITALIA – Perche’ questo centro d’avanguardia che è Silicon Valley è possibile qui e non in Italia? E come mai, visto che qui ci sono così tanti italiani? Dunque non manca la materia grigia, ma il saper organizzare le cose in modo da usarla. Non ho studiato il problema in dettaglio, il mio tempo è molto limitato per queste cose. Ma per capirne le origini, i fatti singoli non danno idea di come si cambi una situazione. Quando uno ha un problema tecnico, la prima cosa che diciamo qui e’: dobbiamo trovare e affrontare la causa alle radici… L’ESEMPIO DI TAIWAN – Quarant’anni fa, in campo internazionale l’Italia non era cosi’ arretrata nelle tecnologie, come e’ oggi. C’erano aziende come Olivetti, ma non solo: Telettra, Selenia, Magneti Marelli… tutte sparite o snaurate. C’e’ da chiedersi perche’ oggi un Paese come Taiwan, che allora era molto piu’ indietro, sia diventato una potenza mondiale in questo campo, mentre l’Italia ha perso terreno. Alcune osservazioni possono essere importanti. Partendo proprio dall’esempio di Taiwan. Negli anni Sessanta, molti figli di taiwanesi sono venuti qui a studiare ed imparare, poi a lavorare. Non parlo di tre o quattro ma di migliaia di ragazzi, che si sono dati da fare, hanno imparato come si fa. Il loro Paese ne accoglieva con favore il ritorno. Perche’ li’ c’e’ la convinzione che se si crea un benessere economico, non e’ solo nell’interesse di alcuni ma nell’interesse di tutti. IL PREGIUDIZIO DELLA TORTA DA SPARTIRE – Generalmente, gli italiani che sono andati via, se tornassero indietro non sarebbero invece cosi’ ben visti. Perche’ in Italia c’e’ una forma di competizione molto forte. Vige il principio della “torta finita”: se qualcuno ha successo vuol dire che si sta prendendo una fetta più grande e quindi la toglie a me. Non c’e’ quel senso del bene comune, che vedo invece in Paesi che hanno avuto piu’ successo, in base al quale se uno realizza un aumento di valore, ingrandisce la torta e ne beneficiano tutti e non solo lui. Questa mancanza si traduce, in politica, in governi che non durano, non hanno una strategia o un piano a lunga durata, in modo da dare risultati. E’ un peccato perche’ gente brava ce n’e’ tanta in Italia. Capace, piena di intelligenza e voglia di fare. Viene frustrata da un ambiente che non da’ opportunita’, taglia le gambe… CONFLITTI AUTOLESIONISTI – Questa rivalita’, si traduce spesso in una conflittualita’ autolesionista. Paradossalmente, in Italia sembra prevalere una mentalita’ del tipo: “Sono disposto a perdere, pur di far perdere anche te”. Sembra assurdo… In una trattativa, uno puo’ uscire vincitore e l’altro sconfitto, o viceversa. Ma si puo’ anche ottenere entrambi qualcosa, da una negoziazione. Il modo peggiore di concludere invece e “lose to lose”: per non far vincere l’altro, si perde tutti e due. Questa conflittualita’ estrema, basata sul togliere all’altro, questa mancanza di buona volontà di mettersi d’accordo per un bene comune, si vede nella societa’, nelle liti tra inquilini ad esempio, come tra i politici. Io la vedo spesso nei sindacati, quasi una continua lotta di classe: sono disposto a perdere tutto, purche’ i padroni non prendano un po’ troppo… una mentalita’ assurda, arretratissima. COSA COMUNE SOLO PER GLI AFFARI PROPRI – Questa mentalita’ ispira anche l’attitudine tipica verso la cosa comune: non un bene collettivo ma qualcosa da usare a proprio beneficio, togliendola possibilmente agli altri. Questo “grabbing”, prendere per sè, è una forma di psicologia primitiva. Pagare le tasse qui negli Usa, per esempio, è considerato un partecipare a questo bene comune. Un dovere civico. Evadere, come tanti fanno in Italia, “tanto ci tassano troppo e ci dobbiamo difendere da un governo che ci salassa,” nascondendosi dietro a quello che fanno altri, spalleggiandosi a vicenda, qui non sarebbe nemmeno concepibile. NESSUN PROGRESSO SENZA GIUSTIZIA – Ora, se guardiamo ai Paesi che (per questa carenza del senso di bene comune) faticano a sfruttare le loro potenzialità economiche, a dare benessere al loro cittadini, alla base in genere ci sono corruzione e mancanza di un sistema legale che protegga la vittima di ingiustizie. Quando sono presenti questi due elementi, un sistema automaticamente non può produrre ricchezza. I Paesi che sono del Terzo Mondo, e ci rimangono, hanno queste caratteristiche, che purtroppo ha in parte anche l’Italia. Corruzione e un sistema giudiziario incredibilmente lento. Pertanto, se mi prendo delle libertà con gli altri, visto che ci vorranno 20 anni prima che mi puniscano, sarò già morto prima che giustizia sia fatta. Questo fenomeno ha l’effetto di incoraggiare molte persone alla disonestà e indebolire le persone oneste, che invece si scoraggiano. E non è certo quel che serve per conquistare mercati, andare avanti. E’ invece tipico di chi finisce per tirarsi indietro, perdendo motivazione. Uno si rassegna, non può lottare in un Paese dove ti legano le mani dietro la schiena: come si fa a battersi cosi’? TORNARE? NON CI PENSO PROPRIO – In questa situazione, a livello internazionale quale grande azienda americana vuole investire in Italia per avere problemi? Meglio farlo in altri Paesi, dove il sistema protegge chi fa gli investimenti. A tornare in Italia io non ci penso

Impegno civile eredita’ di famiglia, nel cinema e nelle foto di Lou Dematteis

Per oltre vent’anni Lou Dematteis, nato a Palo Alto, fotografo di origine italiana (la famiglia proviene dalla provincia di Cuneo) ha lavorato per Reuters. Due anni fa ha lasciato l’agenzia per dedicarsi a progetti audiovisivi autonomi. Sta ultimando “The Judge” un documentario per la tv sulla vita di suo padre Louis B. Dematteis, avvocato e giudice, nemico del crimine, paladino dei diritti civili e figura storica della comunita’ italiana in California. Lou ha anche realizzato un libro-denuncia fotografico, “Crude Reflections”, in uscita a maggio, frutto di anni di lavoro assieme a Kayana Szimczac sulle drammatiche condizioni dell’ambiente e della salute della popolazione nella zona amazzonica dell’Ecuador, dopo anni di estrazioni petrolifere effettuate da compagnie americane. Lou ha raccontato a Italiani di Frontiera i suoi progetti. THE JUDGE –  Per il documentario stiamo iniziando la fase di postproduzione. Abbiamo avuto fondi da diverse fonti della comunita’ italoamericana, tra cui la National Italian American Foundation. Dobbiamo racoglierne altri per finire il lavoro, cosa che contiamo di fare entro l’anno. CONTRO LE DISCRIMINAZIONI – Studiare duramente e diventare i piu’ giovane avvocato della California fu per mio padre un modo per superare le discriminazioni. Erano tempi difficili per gli immigrati italiani, che non parlavano l’inglese, non avevano lavori qualificati… Da ragazzi avevamo di fronte due strade, mi ha detto un suo amico: diventare come le persone che ci perseguitavano perche’ italiani, oppure crescere, diventare persone rispettabili e in cambio non applicare mai agli altri le discriminazioni subite… Durante queste ricerche abbiamo scoperto quanti siano stati gli italoamericani coinvolti nelle lotte per i diritti civili,  per i diritti dei lavoratori… Ho anche scoperto diverse cose su mio padre che non sapevo. Ma la piu’ sorprendente e’ stato capire cosa abbia significato per lui, quando era procuratore, assumere per un ruolo di grande responsabilita’ una donna. Erano gli anni Cinquanta, lui che era cresciuto come italiano tra le discriminazioni, per la sua esperienza aveva capito che le persone vanno giudicate per quello che sono capaci di fare, e non in base al fatto che siano italiane, cinesi, giapponesi… o che siano donne.  E quando una donna, che era una outsider, cresciuta in un ranch dell’Arizona, si propose per quel lavoro, che nessuno all’epoca le avrebbe dato proprio perche’ donna, fu capace di riconoscere le sue qualita’. Quella donna, Sandra Day O’Connor, e’ diventata poi una persona importante per la storia degli Stati Uniti, la prima donna Giudice della Corte Suprema. ORGOGLIO DELLE PROPRIE RADICI – I miei nonni arrivarono qui nel 1903 da Montezemolo, provincia di Cuneo. Mi padre, nato in America, ha sempre avuto grande rispetto per le proprie radici. “Sono orgoglioso di essere italiano perche’ sono americano”, diceva. Divento’ un modello per molti italoamericani, comunico’  quel rispetto e quella stima per l’Italia, la sua sua cultura ed i suoi emigrati. Ed erano tempi duri per gli italiani qui… alle sue radici italiane era legata credo anche l’importanza che dava alla famiglia. Fondamentale per chi era immigrato (tutti in famiglia dovevano avere un lavoro, per riuscire ad andare avanti) ma anche in campo sociale. Come procuratore e poi giudice, mio padre lavoro’ molto nel sistema giudiziario minorile, tentando di inserire  programmi di prevenzione ed educazione per giovani che rischiavano di avere problemi con la legge. Poi lavoro’ con i boy scout, tenne molti discorsi sull’importanza della famiglia… FOTO D’IMPEGNO CIVILE – Sono stato a dal 1985 al 2006 alla Reuters. Poi ho lasciato per iniziare a lavorare su progetti miei di fotogiornalismo e video… A maggio City Lights pubblichera’ “Crude Reflections”, un mio libro che documenta la situazione nella zona amazzonica del’Ecuador, dove c’e’ stato dagli anni Sessanta un grosso sfruttamento petrolifero. Purtroppo, le compagnie petrolifere non hanno fatto un buon lavoro con gli scarti delle trivellazioni, che hanno abbandonato nell’ambiente quando se ne sono andati nel 1992. Ci sono tassi altissimi di inquinamento, persone malate o nate con malformazioni e ci sono campagne d’opinione per intentare cause legali a queste societa’. Nel libro ho documentato tutto questo e sono stato in altre zone del Paese, ricche di petrolio, dalle quali gli indigeni ed altri  abitanti vogliono tenere lontane le compagne petrolifere.