Esplorare Everest e Kilimangiaro con Google Maps, nel team anche Michele Battelli

  Esplorare le montagne più celebri, grazie a una combinazione di hi tech e trekking, con Google Maps. E nella squadra che ha consentito di usufruire ora di questa nuova funzione c’è pure  Michele Battelli (nella foto in alto), laurea all’Università di Ferrara, poi ricercatore alla Sapienza a Roma ed alla Northeaestern University di Boston, ingegnere italiano di Google a Mountain View,  membro di BAIA. Un Italiano di Frontiera niente male, Michele, visto che alla competenza nel software ha abbinato la partecipazione alle spedizioni… La nuova funzione di Google Maps viene presentata  in questo post nel blog di Google. La descrizione del lavoro svolto “sul campo” dagli ingegneri esploratori, fra i quali Michele, in quest’altro post. Michele l’ho incontrato qualche anno fa a Silicon Valley. Presto ci rivedremo e potrà raccontare la sua fantastica esperienza…

Federico Faggin premiato a Villaverla (Vicenza). Le sue straordinarie riflessioni sull’Italia che hanno ispirato IdF

Padre del microchip, inventore del touchpad, Federico Faggin viene premiato domani martedì 5 marzo dal Comune di Villaverla (Vicenza). Faggin, che  nel 2010 ha ricevuto alla Casa Bianca dal presidente  Obama l’onoreficenza più importante degli USA in campo tecnologico (National Medal of  Technology and Innovation), è stato tra i principali protagonisti e ispiratori di Italiani di Frontiera. Una parte dell’intervista video in esclusiva era stata inserita in una puntata della trassmissione VERSUS di AntennaTre, di cui ero stato ospite. Tutte le straordinarie riflessioni di Faggin su cosa frena l’Italia e ostacola l’innovazione, frutto di diversi incontri, in questo post di un paio d’anni fa, nel quarantennale dell’invenzione del chip. Qui invece una recente intervista per il Corriere Innovazione si temi della scienza e della consapevolezza, dal titolo Dal microchip a Dio.

Hi tech e creatività: in Bocconi l’incontro con Simone Brunozzi, Technology Evangelist di Amazon

Come parlare di tecnologia, innovazione e business con grande creatività. Ci siamo incrociati più volte di sfuggita, spesso online, con Simone Brunozzi, dal 2008 Senior Technology Evangelist di Amazon, specializzato in Cloud Infrastructure, base a San Francisco, missioni in giro per il mondo. Oggi ci sarà occasione di conoscerlo più a fondo. Simone è infatti l’ospite protagonista dell’evento in programma alle 18 alla Bocconi, proposto dall’associazione Alumni dell’università, organizzato da Federico Bonacina e dall’instancabile Cesare De Giorgi, prezioso amico di Italiani di Frontiera. Assieme ad Emil Abirascid, altro amico di IdF, avrò il piacere di fare alcune domande a Simone, prima di aprire il dibattito con il pubblico. Nel video qui sopra, una recente presentazione effettuata a Las Vegas da Simone, esemplare per capacità narrativa e competenza nei contenuti. Fossero tutti così…

Stefano “Stefio” Ceccon e la sua app “London Crowd” che ha spopolato durante le Olimpiadi

Va bene, va bene, lo ammetto: la sterminata galleria di talenti raccolta da Italiani di Frontiera, malgrado tutto è leggermente… sbilanciata a nordest. Ora, che io sia di Mestre conta poco. Ma è colpa mia se IdF viene invitato a Londra per le Olimpiadi (qui un diario per immagini), va in scena nell’auditorium di Casa Italia in un evento organizzato dagli amici di Medioera (ancora grazie a Mauro Rotelli e tutta la banda viterbese) ma alla vigilia scopre (segnalazione dell’inesauribile Luca Perugini) che c’è un talento in trasferta proprio a Londra, che ha appena realizzato una app che spopola online… e quel ragazzo è di Crespano del Grappa? Beh, una parte del tempo passato a Londra, IdF l’ha dedicato a conoscere e soprattuto a fra conoscere a giornalisti e altri personaggi del mondo media e imprenditoriale incrociati a Casa Italia Stefano “Stefio” Ceccon e la sua “London Crowd”, applicazione basata su un algoritmo che rielaborando in tempo reale i dati pubblici delle videocamere che monitorano il traffico nella capitale britannica, fornisce un quadro aggiornato della circolazione e degli intasamenti. Nel video, “Stefio” presenta la sua app e spiega come sia arrivato a Londra per la specializzazione con una borsa di studio alla prestigiosa Brunel University che l’ha selezionato dopo… un colloquio via Skype! La micidiale macchina di relazioni di IdF non si è mossa invano. Stefio e London Crowd sono finiti in tv a Rai Unomattina, Curzio Maltese gli ha dedicato un articolo su Repubblica e il Corriere della Sera un pezzo online, tutti e due citando Italiani di Frontiera. Non solo, grazie a Fortunato Celi Zullo, direttore dell’Italian Trade Commission a Londra, Stefio è stato chiamato last minute a partecipare ad un incontro Banca Intesa, con fior di investitori ai quali è stato invitato a presentare il proprio progetto. Tutta la vicenda è stata ben raccontata da “Dani” Ceccon, brava collega e sorella di Stefio, che era a Londra con noi, in un bell’articolo, “Bassanesi a Casa Italia, diario di un’avventura olimpica” su VicenzaPiù. Sì insomma, IdF non si muove a caso. Anche se può migliorare sui tempi, visto che per girare il breve video qui sopra, come ho scritto ho perso l’aereo pernottando su una panca a Heathrow…         Aggiornamento 2014: per la cronaca, oggi Stefio è rimasto a Londra come ricercatore e lavora part time come esperto di Data Journalism… al prestigioso The Times! Qui una sua presentazione.

Massimo Marchiori lascia Volunia: etica e stile nell’epilogo triste di una speranza made in Italy

  Si chiama Volunia. Era la grande speranza dell’hi tech interamente made in Italy. Ma era iniziata male e sembra proseguire peggio. Con un lungo sfogo online, Massimo Marchiori, lo studioso padovano al quale si riconosce il merito di aver elaborato l’algoritmo che ha ispirato il lavoro degli inventori di Google, ha annunciato la sua decisione di abbandonare la sua creatura Volunia,  lanciato in febbraio con grandi ambizioni e speranze, come motore di ricerca di  nuova generazione (qui il post su IdF con link ad uno nel blog di Forbes). Una novità accolta però sin dall’esordio con forti perplessità, in particolare per una modalità di comunicazione davvero sconcertante. Personalmente, ero rimasto allibito di fronte alla pochezza di una presentazione online molto scadente. Non era proprio questione di forma, quella conferenza in streaming  in uno stile burocratico politichese d’altri tempi. Ma sembrava contraddire tutto quel che pensavo di aver capito su come si lancia un prodotto hi tech a livello internazionale. E dimostrare che i protagonisti di allora tutto questo semplicemente lo ignoravano. “Mi sono immerso anima e corpo in questo progetto per la bellezza di far progredire il mondo del Web, per il piacere di dare una scossa al futuro e fare qualcosa di utile. Ed anche per altri motivi, come quello di dare stimoli all’Italia, mostrare che si deve cercare di innovare, e non serve necessariamente scappare da questo paese per farlo. Vero è che un progetto del genere, per avere successo, deve generare utili”, scrive nel suo sfogo Marchiori. Una lettera d’addio che ha suscitato non meno polemiche di quelle divampate alla nascita del controverso motore di ricerca. Perchè di fatto quello dello scienziato è un lungo, articolato atto d’accusa nei confronti di chi ha lavorato al suo fianco sino a ieri in questo progetto. Che si è suscitato dure critiche da parte degli sturtupper italiani. Al punto che Riccardo Luna, amico di IdF e direttore di CheFuturo!, in un articolo sul Post intitolato La famosa cultura del fallimento che non c’è ha voluto difendere Marchiori dagli attacchi. Italiani di Frontiera ripete da tempo che Silicon Valley insegna he non si innova senza rischiare, fallire e ripartire. Ma per costruire su un fallimento bisogna avere la forza di riconoscere i propri errori, per imparare e non ripeterli e crescere. Non scaricare le colpe del fallimento sugli altri. Per questo, condivido in pieno l’ottima, impietosa riflessione di Francesco Sullo, amico di IdF, sul suo blog Marameu, in un post intitolato L’Italia delle startup ed il problema etico che ritorna. Che parte da uno spunto di un video di Dave McClure: “Non vi serve la Silicon Valley e non vi serve essere nella Silicon Valley, ma vi serve che quell’etica, quell’esperienza e quell’immaginazione siano dentro di voi, ovunque voi siate”.   “Credo che in questa frase sia sintetizzata la Silicon Valley: un luogo dove le persone si scambiano esperienze ed idee, dove si immaginano nuove strade e le si percorrono”, dice Francesco. “L’etica, che potrebbe sembrare un aspetto secondario, è centrale in questo processo. Perché è ciò che rende possibile questo enorme scambio di idee, soldi, energie, conoscenze”. Per Francesco, “La lettera (di Marchiori) è veramente vergognosa. Uno scaricabarile memorabile in cui la colpa del fallimento è attribuita interamente ad altri, ed in particolare ad un fantomatico amministratore delegato (che non viene citato come a volerlo in qualche maniera proteggere, come se non fosse sufficiente fare una visura in CCIAA per sapere chi sia)”. “Qui negli Stati Uniti, il fallimento è considerato importante perché si presuppone che chi abbia fallito abbia capito tutti gli errori commessi senza negare le sue responsabilità, cioè abbia fatto una esperienza importante che gli tornerà utile nella prossima avventura… la lettera di Marchiori è inaccettabile. E’ la lettera di uno che a suo tempo si è adornato di tutti gli onori derivanti dalla popolarità generata dal clamore sul “nuovo motore di ricerca che renderà Google obsoleto” e poi, quando quel motore non ne ha ingarrata una neanche per sbaglio, scarica tutte le colpe sugli altri, abbandonando la nave per primo, senza curarsi minimamente dei suoi compagni di viaggio che resteranno nelle mani dell’orco cattivo”, scrive ancora Francesco. Che a dire il vero punta la sua invettiva più contro la difesa di Luna  che lo sfogo di Marchiori. Non meno severo il giudizio sulla vicenda Volunia affidato a Facebook di un altro amico di IdF, Franco Folini (Novedge): “Mediocre progetto (Volunia), Mediocre presentatione (ve la ricordate?), Mediocre uscita (poteva almeno starsene zitto), Mediocre assunzione responsabilità”. Quale che sia il futuro, di Volunia e di Marchiori, questa vicenda lascerà il segno. Non nel campo del business ma in quello culturale: ha dimostrato come anche nel magico mondo degli innovatori sia difficile lasciarsi alle spalle cattive abitudini stereotipate, come lo scaricare le responsabilità sugli altri, abbandonare la nave in difficoltà, accampare solo scuse.  Con tutti i suoi difetti, la Silicon Valley descritta da Francesco è ancora lontana… PS: La mia richiesta di accesso a Volunia era rimasta senza risposta (così come quella di contatto con Marchiori). Coincidenza: la mail di risposta (positiva) mi è arrivata ieri.  

Digital Economy Forum 2012, idee e immagini da Venezia. Ma intanto qualcosa di importante è cambiato…

  Un vero “covo” di amici di Italiani di Frontiera, l’edizione 2012 del Digital Economy Forum 10 e 11 maggio a Venezia, dove lo scorso anno ero stato fra i moderatori. Alec Ross, Senior Advisor for Innovation del Segretario di Stato Hillary Clinton, un pioniere della diplomazia “digitale”, ha… dato la linea, ricordando come il 40% dell’economa Usa sia costituito da società che negli anni Ottanta non esistevano nemmeno. E dunque, le nuove frontiere della tecnologia vanno esplorate con la convinzione che possano essere la fonte di nuova ricchezza. E-commerce e business online ma non solo, una galleria di idee e speaker da tutto il mondo… da dove cominciare? Dalla personalizzazione. Come quella che ha ispirato Jen Mankins, giovane proprietaria di Bird, negozio di moda di Brooklyn in cui dopo anni di lavoro come assistente di grandi aziende ha realizzato il proprio sogno. Un marchio che esprime il suo personale gusto, premiato da numerosi riconoscimenti e sviluppato attraverso e-commerce e social media. E personalizzazione dei contenuti è quel che consente Zemanta, piattaforma per ottimizzare la produzione e la visibilità dei contenuti online, presentata a Venezia dal suo cofondatore, Andraz Tori, sloveno, un tipo che ha iniziato a programmare all’età di dieci anni… mentre Socialbakers di Jan Rezab  è uno dei più grandi social media statistic resources al mondo e mira a fornire un social profile monitoring e misurare ogni social object esistente al mondo, nel contesto in cui si trova, per ottimizzarne la diffusione. Di nuove frontiere per i video online hanno invece parlato Lorenzo Montagna, amministratore delegato e direttore commerciale di Yahoo! Italia e Ugo Parodi Giusino, fondatore di Mosaicoon, che a due passi dalla spiaggia palermitana di Mondello sforna straordinari video virali di successo per una clientela che comprende colossi mondiali oltre ad agenzie umanitarie (presto su IdF una videointervista a Ugo, girata nella loro bellissima sede), oltre a Emi Gal, ventiseienne rumeno che ha visto diventare la sua Brainient azienda leader nella tecnologia di video advertising. Ma il nuovo trend forse è quello dell’aggregazione ed elaborazione di immagini che dicono chi siamo. Come propone Pinterest, social network  che da qualche mese sembra aver spopolato il web con una bacheca personalizzata, presentata a Venezia dal suo cofondatore Evan Sharp, tra gli speaker più attesi al Forum. Un motivo d’orgoglio, per gli innovatori italiani, il fatto che proprio su questo terreno, Glossom di Piero Rivizzigno abbia mosso i primi passi già nel 2009, consentendo come social media di comporre sofisticati portfolio di immagini da condividere. Ma la presentazione che mi ha più impressionato è stata quella di Gilt Taste, da parte della general manager Shan-Lyn Ma. Perchè il sito per buongustai, che parla di cibo, vini e professionisti dell’alimentazione di qualità, si regge, ha spiegato. sulla “qualità del racconto”. In sostanza, prodotti e personaggi vengono raccontati, a volte da scrittori. E dunque buona cucina e sito commerciale diventano una vetrina per narrazioni doc. Che un appassionato di storytelling come il sottoscritto trova moolto intrigante… All’evento in Biennale ha partecipato il ministro per lo Sviluppo Economico Corrado Passera, che ha ingaggiato nella sua task force alcune delle figure di spicco dell’innovazione italiana. Sempre meno un “microcosmo a parte”: val la pena d ricordarlo, dopo che l’edizione 2011, ricca di contenuti e di eccezionali ospiti, si era svolta come sotto una… campana di vetro, per il mondo politico e istituzionale, nazionale e locale, di fatto incredibilmente assente. Ma in un anno di cose ne sono cambiate… Il Forum è stata un’altra fantastica occasione d’incontro con tanti amici vecchi e nuovi di Italiani di Frontiera. A IdF riescono pure “link storici”. Come quello fra Alberto Luna e Luigi Orsi Carbone. Una dozzina d’anni fa, Alberto aveva lanciato una campagna Telecom di successo “Il mondo che vorrei…” al quale Luigi aveva replicato con un’irriverente campagna virale su… un mondo senza canone Telecom! Ne erano successe delle belle ma non si erano mai incontrati…   sino all’altro giorno, in Biennale. Come amici di IdF… O quello con Antonio Deruda, che ne ha combinata una in stile “Italiani di Frontiera”… anzi due! Ha lasciato il posto all’ambasciata Usa (resta come collaboratore) per intraprendere la carriera di libero professionista della comunicazione. E ha appena pubblicato il bellissimo “Diplomazia digitale. La politica estera e i social media” (Apogeo), zeppo di spunti e informazioni su un tema che è futuro già iniziato… Presto tutti gli interventi saranno online. Qui sotto una galleria d’immagini dall’evento veneziano.      

Addio a Renzo Lazzarato, manager di umili origini, uno sguardo acuto su Silicon Valley

Una Pasqua 2012 velata di tristezza per Italiani di Frontiera ed i suoi tanti amici. Renzo Lazzarato, tra i protagonisti di questo progetto, ha perso la vita in un incidente stradale non lontano da Malpensa,  poco dopo essere atterrato col volo da San Francisco, assieme ai due figlioletti di 5 e 10 anni per trascorrere le feste con la famiglia, padre di origini venete poi trasferitosi a Legnano. Renzo aveva 48 anni ed era attualmente Senior Director Engineering di Palo Alto Networks, dopo aver lavorato per colossi come Sun MicroSystems (oggi acquisita da Oracle), Microsoft e LinkedIn. Incontrato a Silicon Valley quattro anni fa, Renzo mi aveva profondamente impressionato: per la sua originale visione di Silicon Valley, le osservazioni acute (“il successo della Silicon Valley non è legato ai risultati di una manciata di compagnie o di un insieme di tecnologie ma è basato sulla capacità di reinventarsi costantemente”), l’orgoglio delle umili radici contadine della famiglia, di cui lui, brillante studente al Politecnico di Milano, era il primo laureato. Qui sotto il post a lui dedicato. Ciao Renzo, non ti dimenticheremo. Un abbraccio da IdF ed i suoi amici a tutti i tuoi cari.                                            ************************************** Renzo Lazzarato: start up, LinkedIn e un ufficio che sta tutto nella borsa Un ufficio che sta dentro una borsa: computer e smartphone. Una lavoro da libero professionista consulente nel software, dopo trascorsi a Sun MicroSystems e LinkedIn. E start up pionieristiche, aziende partite senza ufficio, in sei in un motel. Dove a partire prima di tutto era la corrente. E’ uno sguardo originale su Silicon Valley, quello di Renzo Lazzarato, radici venete, laurea al Politecnico di Milano, dodici anni di esperienza nella Baia. E qualche dubbio sulla possibiltà di trapiantare le esperienze californiane in Italia, dopo un paio di esperienze infelici. LA REALTA’ DI SILICON VALLEY – La gente pensa che Silicon Valley sia la terra delle opportunita’. Vero. Ma bisogna capire che qui, per la mentalità protestante, non vuol dire stipendi garantiti e grossi centri realizzati dal governo per favorire l’innovazione, ma che ti sono messi a disposizione i mezzi per riuscire. Non la garanzia del successo: quella dipende da come ti dai da fare tu. “Capitale a rischio” in Italia sembra significare che qualcuno rischia soldi suoi per pagare il tuo stipendio. Qui la gente si aspetta che tu lavori notte e giorno e di solito, se sei uno dei fondatori, che ti sia indebitato per finanziare le fasi iniziale della startup. Mio padre era nato agricoltore della zona di San Dona’ di Piave trasferitosi in Lombardia, dove e’ nata mia madre, che ha cominciato a lavorare a 14 anni. Avevamo un piccolo negozio in centro a Legnano dove tutti in famiglia aiutavano. Io al Politecnico di Milano sono stato il primo laureato della famiglia. Dopo un paio di anni in Italia come programmatore, mi sono fatto prestare la macchina da mio fratello e sono andato a lavorare per Sun MicroSystems in Francia. Poi in Germania, da dove veniva la mia futura moglie, conosciuta a Boston. Dopo quasi due anni li’ nel software per le banche, Sun che cercava esperti per la sicurezza di rete miha chiamato a Silicon Valley. Carta verde in due anni senza problemi (erano altri tempi), subito dopo le prime start up. Prima N-Able Technologies – comprata da Wave Systems, e poi Terraspring, comprata da Sun Microsystem nel 2002. Dove sono passato anch’io per due anni in Sun, prima di tornare a fare consulenze e start up. Prima Inxight software – comprata da Business Object, poi LinkedIn. Ora lavoro su dei progetti personali e faccio consulenza alle grosse compagnie per finanziare i miei sogni nel cassetto. IN ITALIA TECNICI SOTTOVALUTATI – Mi sono specializzato nel software per Internet e qui e c’è una tale richiesta da parte delle aziende che in certe offerte di lavoro mettono anche 5.000 dollari a disposizione di chi segnala la persona giusta. In italia invece quella del tecnico è una posizione che non ha riconoscimento. Non si pensa che la persona giusta possa creare un valore immenso, mentre e’ invece quello che accade specialmente nel software. Il sistema italiano sembra ricompensare l’anzianita’ e non la contribuzione diretta al risultato finanziario della compagnia. Col software e’ diverso ed hai il vantaggio che l’hardware ti costa quasi niente. Il mio ufficio, computer portatile e telefonino, sta tutto in questa borsa. COMPENSI E VALORE – Quando Sun MicroSystems ha comprato la start up nella quale lavoravo, anch’io sono passato a Sun, con soldi e benefit. Guadagnando più del direttore sopra di me, perchè qui ti pagano per quello che puoi fruttare all’azienda. Uno con una buona esperienza di Java guadagna sui 120-130mila dolari. In Italia invece lo stipendio corrisponde ad un titolo. Il problema è che così la gente impara a lavorare in un sistema in cui è meglio preoccuparsi di come salire la scala gerarchica, per guadagnar di piu’. E non di come sviluppare un’applicazione che e’ magari fantastica. PRIMO IL FATTORE UMANO – Io mi occupo di problemi di software distribuito. Negli Usa tutti parlano di tecnologie, ma non tutti i problemi sono risolvibili tecnicamente… agli americani non piace sentirsi dire che non sempre c’e una soluzione tecnica, perche’ il fattore umano e’ piu’ difficile da pianificare e quantificare.. E invece è proprio così. Spesso i grossi problemi di fondo, non sono nel software ma nelle persone, nelle politiche delle risorse umane. Credono di poter costituire un gruppo e poi cementarlo. Invece la selezione è’ piu’ importante. Perche’ possono esserci due tecnici bravissimi ma incompatibili fra loro per carattere. E spesso lo stesso codice del software riflette la struttura del gruppo che lo ha elaborato. Ce ne sono di funzionali e monolitici, prodotti da gruppi con una forte gerarchia ed un leader. Altri realizzati da gruppi diversi alla fine hanno questa struttura molto piu modulare. Cosi’, spesso mi tocca spiegarglielo: voi pensate di avere un problema in questo software. Invece lo avete nelle persone che lo hanno realizzato. Anche se ve lo

Passpack dall’Italia a Silicon Valley, archivio online login per dissolvere l’incubo password

Un archivio personalizzato online dei login, per dissolvere l’incubo delle password e facilitare la navigazione sicura. L’idea di Passpack, lanciata in Italia e ora in fase di avanzata crescita a Silicon Valley, è la storia di fine anno di Italiani di Frontiera, raccontata da Francesco Sullo e Tara Kelly in questa intervista e video per Forbes. Un business per tutti gli utenti, particolarmente utile però al mondo delle piccole imprese. Un’idea che è valsa ai due dinamici imprenditori una nomination ai premi TechCrunch Europas e un posto tra i finalisti di Mind the Bridge 2009. Incontrati lo scorso settembre all’Italian Start Up Day all’Istituto italiano di Cultura a San Francisco,  durante il primo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, Tara e Francesco parlano anche d’altro. Di come si rafforza un business online con un’infaticabile attività di web evangelist (Tara). Di come l’esperienza di hacker diventi preziosa per occuparsi poi di sicurezza. Anche quando, scoprendo di lavorare in un’azienda che si comporta slealmente con i propri clienti, si decide di tutelare gli utenti con una rischiosa attività: far filtrare notizie segrete in stile Wikileaks, a scapito dei malintenzionati manager che lavorano al proprio fianco. Come ha fatto Francesco.

BBC: e se a Steve Jobs fosse stato fatale proprio essere un genio controcorrente?

Era talmente convinto di se stesso e del suo essere controcorrente, che Steve Jobs inizialmente rifiutò le cure tradizionali per il suo tumore, affidandosi alla medicina alternativa. Questo potrebbe essergli stato fatale. E’ quanto afferma uno dei suoi più stretti amici e colleghi, come riportato in un servizio della BBC comparso oggi sul sito online della rete britannica. “Steve era una persona non convenzionale e quando è stato il momento di curare la sua malattia è stato molto felice di usare metodi non tradizionali”, afferma  Avie Tevanian, già capo progettista software ad Apple. “Penso che lui credesse davvero di potersi curare con sistemi alternativi”. Tevanian afferma che molte persone vicine a Jobs, compresi lui stesso e la moglie, avevano cercato di convincerlo che forse avrebbe potuto sottoporsi ad un intervento chirurgico, senza riuscirci. “Era il tipo di persona che poteva convincersi di cose che non erano necessariamente vere  o necessariamente semplici, e forse pensare semplicemente è il modo migliore… questo ha sempre funzionato per progettare i suoi prodotti, quando poteva andare dalle persone e chieder loro di fare qualcosa che loro pensavano fosse impossibile”. Ma Jobs insisteva nel richiedere l’impossibile e spesso lo otteneva, dice ancora Tevanian. Che ricorda di aver pensato che Jobs si sarebbe ritirato prima per curarsi. Mentre avvene l’opposto: iniziò a lavorare più duramente. “E’ come se spesse che il suo tempo era limitato. E c’era ancora molto che voleva fosse fatto”. La BBC  ricorda che Jobs parlò pubblicamente del suo tumore solo nel 2004, quando accettò di farsi operare. E che al suo biografo Walter Isaacson confessò che quel ritardo era stato un errore. “Avrei dovuto farlo prima”. Steve Jobs, morto lo scorso 5 ottobre a 56 anni, si era ritirato per motivi di salute solo nel gennaio di quest’anno. Su Steve Jobs in Italiani di Frontiera, una riflessione sul suo ruolo di imprenditore, in occasione della sua morte, la singolare esperienza con Jobs di Enza Sebastiani, videomaker ad Apple.

La vera forza dei video online? I sottotitoli, dice David Orban (dotSUB)

Nell’oceano di messaggi online, i video sono potenzialmente i più efficaci. Ma scontano la “dittatura” dei motori di ricerca. Che non possono leggere e indicizzare  i contenuti all’interno delle immagini in movimento, che speso perdono così l’opportunità di avere una visibilità nei risultati di ricerca proporzionale al proprio valore. Per questa ragione, sottotitolare i video è cruciale, dice David Orban, vecchio amico di Italiani di Frontiera, innovatore eccentrico ed amministratore delegato di dotSUB in questa intervista in inglese per Forbes. Avere parole chiave leggibili da Google, Yahoo, Bing ecc. è importante per diffondere i video. Non solo, spiega David, a volte la sottotitolazione apre orizzonti di viralizzazione del tutto inattesi. E un video diffuso in una lingua locale può toccare tasti delicati per gli utenti di un altro Paese e incontrare all’improvviso grande popolarità all’estero. Grazie ai sottotitoli…