Guardare ed essere: quella mania di girare video che stravolge la consapevolezza di chi siamo

“Non conta quello che guardi. Conta quello che vedi”. Questa bellissima frase  di Henry David Thoreau (1817–1862), filosofo americano, scrittore e pioniere della disobbedienza civile e dell’ecologismo, grande ispiratore per la cultura americana e per apostoli della nonviolenza come Gandhi e Martin Luther King, rimanda a una capacità di abbinare lo sguardo a una consapevolezza: non solo interpretare l’immagine che gli occhi inviano al cervello, pure guardare oltre e saper cogliere suggestioni visionarie: non solo quel che è ma quel che potrebbe diventare. Alcuni drammatici casi di cronaca sono segnale inquietante di una consapevolezza che sembra invece confondersi.  L’abitudine a riprendere e riprendersi col telefonino in ogni situazione sta mutando profondamente a livello collettivo la percezione di sè, deformandola ben oltre la smania di apparire, che ha dilatato il narcisismo a fenomeno di massa. Quasi che il poter registrare immagini ci relegasse tutti al ruolo di spettatori, che ambiscono ad affermarsi catturando l’attenzione di altri spettatori e abdicando al ruolo di protagonisti attivi, che in alcuni casi possono e devono intervenire, non stare a guardare. Dalla cronaca a un vecchio profetico film anni Sessanta,  “L’occhio che uccide” (Peeping Tom, 1960) del regista britannico Michael Powell agli incubi della bellissima serie tv  Black Mirror (annunciata da poco la sesta stagione). Lo Specchio Nero è quello dei nostri telefonini spenti, che come quello usato dal killer di “L’occhio che uccide” possono rimandare un’immagine di noi deformata, quando l’ossessione del “guardare” ci fa dimenticare che prima che spettatori siamo protagonisti attivi, che la consapevolezza, che ci fa “vedere” oltre quel che guardiamo, che l’empatia nei confronti degli altri devono guidare il nostro essere: umani. Una mia riflessione su Medium.

Alessandro Palmisano (TrenDevice): rivoluzionare l’azienda… grazie all’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour

Era stato fra i partecipanti di uno dei primi Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour (2013). Solo qualche tempo fa ho scoperto che in quel periodo, la sua azienda rischiava di chiudere rapidamente e che l’idea giusta, per reinventarsi come imprenditore cambiando completamente modello di business, gli era venuta proprio da ispirazioni e stimoli raccolti in quel viaggio. Si trattava “semplicemente” di guardare le cose da una prospettiva diversa, ragionare “Out of the Box” e trovare un’opportunità proprio dove sembravano esserci solo criticità. Oggi la sua azienda, TrenDevice, sta crescendo a pieno ritmo e sta affrontando con successo una campagna di crowdfunding. Per questo ho chiesto ad Alessandro Palmisano: racconta questa bella storia. Con una sorpresa: fargli rivedere per la prima volta le immagini del suo commento entusiasta e anche un po’ profetico, all’aeroporto di  San Francisco, al termine di quel 2013, su quanto si portava a casa da quell’avventura. Con un pizzico di orgoglio, per quanto Italiani di Frontiera riesce ad esser prezioso, per imprenditori visionari… Non bastasse, Alessandro Palmisano ha appena raccolto la sua esperienza in un libro, “Aziende al bivio” firmato assieme a Luca Morandini (con cui cura il podcast Digitalizzaredavvero), raccontando la trasformazione di una PMI italiana “tra passaggio generazionale e digital transformation”.

Lavorare nell’azienda che cresce più rapidamente al mondo: Vittorio Viarengo racconta la sua avventura a MobileIron

Quella in cui lavora oggi è l’azienda hi tech americana che secondo Deloitte è cresciuta più rapidamente negli ultimi cinque anni, in pratica la più veloce in tutto il mondo. Tra i  protagonisti di Italiani di Frontiera, Vittorio Viarengo, ingegnere genovese oggi a MobileIron,  è pure uno degli ospiti fissi dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour (che riparte a fine aprile con la prima edizione 2015), evangelist impareggiabile per verve ed eccentricità nello svelare i segreti della Bay Area. In questa intervista esclusiva, Vittorio svela invece i segreti dell’azienda in cui lavora, spiegando come è riuscita a registrare una crescita senza confronti, anche nella culla mondiale dell’innovazione. – Quali sono in sintesi le cifre del boom e del record di MobileIron? “E’ l’azienda cresciuta più rapidamente al mondo fra 2009 e 2013. Da 0 a 100 milioni di fatturato in 4 anni (Microsoft ci ha messo 9 anni ad arrivare a 50). Da 0 a 7500 clienti in meno di 5 anni. Una delle migliori piccole e medie aziende per cui lavorare. Siamo andati in Borsa lo scorso giugno, stiamo ancora crescendo del 50% anno su anno: per noi il problema più grosso è trovare personale da assumere…”. – Cosa fa MobileIron? E quale tendenza ha intercettato, per avere un tale successo? “I dispositivi mobili stanno cambiando radicalmente il mondo sia nella nostra vita privata che in azienda. È la più grossa trasformazione tecnologica dall’avvento del web. La piattaforma MobileIron mette in sicurezza i dati aziendali su qualsiasi smartphone e tablet moderno. In un mondo dove ormai ci sono più di 500 milioni di dispositivi mobile inutilizzati in azienda, MobileIron permette ai dipendenti di essere produttivi sul lavoro utilizzando lo smartphone o tablet che preferiscono e allo stesso tempo fornisce al team IT gli strumenti necessari per proteggere dati e applicazioni aziendali. Il modello di sicurezza mobile introdotto da MobileIron fin dal 2009 (mobile device management o MDM) sarà adottato anche da Microsoft Windows 10 e Gartner prevede che nel 2020 questo sarà il modello di sicurezza e gestione dominante nelle aziende di tutto il mondo”. – Quali le caratteristiche che più distinguono l’azienda dalle altre di Silicon Valley? “Direi che invece abbiamo molte caratteristiche in comune con le migliori aziende qui intorno: siamo fanatici nel cercare le persone migliori e creare un ambiente dove possano dare il meglio di loro stessi, abbiamo creato un prodotto “disruptive” (dirompente) che sta cambiando il modo in cui i dipendenti lavorano in azienda, utilizzando il loro smartphone o tablet preferito, lavoriamo con intensità e senso di grande urgenza. E tutti i giovedì con un pranzo gratis c’è un Company meeting, per parlare di cosa va bene e di cosa va male (intellectual honesty0 TUTTI i giovedi’ (con free lunch). – Ma dietro ai numeri ci sta di sicuro un modo di pensare… ci sono alcune parole chiave? “I nostri valori aziendali che pratichiamo a partire dall’executive team. Usiamo questi valori per valutare le persone che assumiamo, promuoviamo e licenziamo: Customer First (Prima il cliente) Intellectual Honesty (Onestà Intellettuale) Tenacity (Tenacia) Teamwork with Low Ego (Spirito di squadra con basso egocentrismo) Learning (Imparare) Practicality (Praticità)”. – C’è qualcosa di “Italian Style” che caratterizza il tuo ruolo professionale in azienda? “Certamente. Anche se ormai sono molto americanizzato, porto comunque con me tradizioni e cultura che permeano la mia vita lavorativa. Per esempio, in un mondo dove si lavora molto e a ritmi vorticosi, mi assicuro che  membri del mio team abbiano occasione di ricaricare le pile nel fine settimana ed in vacanza. Cucino spesso per il mio team e cerco di forzarli a fare la pausa pranzo e mangiare in compagnia e non di fronte al loro computer. E poi non può mancare la macchina per l’espresso. Qui sto ancora cercando di educare I colleghi e colleghe a vedere la pausa caffè come un’occasione di socializzazione, ma con scarso successo. Loro preferiscono portarsi il caffe’ alla scrivania e berlo mentre lavorano…”. – Cosa di questa esperienza ti sentiresti di indicare come modello, per le aziende italiane? “Faccio sempre fatica a dare consigli ad aziende al di fuori della Silicon Valley perchè non ho esperienza diretta nel lavorare altrove (manco dall’Italia da 17 anni). Però penso che creassi una ditta altrove applicherei comunque alcune formule di cui parlo del mio seminario sull’innovazione che tu conosci bene: assumi gente brava e togliti dai piedi, dai spazio specialmente ai giovani, non punire chi sbaglia perché prende dei rischi e prova soluzione nuove, abbandona ogni speranza a vantaggio di piano concreti”. – E cosa invece ritieni dovrebbe essere di ispirazione per il nostro Paese, quali suggerimenti ad esempio per il capo del governo italiano, al quale hai dedicato di recente un video? “Tutto quello che volevo dire a Renzi, l’ho registrato nel video messaggio… Se fallisce nello snellire la burocrazia in Italia, sarà difficile attrarre investimenti privati e far ripartire l’occupazione. Lui lo sa. Tutti lo sanno. Devono solo mettere da parte ideologie anacronistiche e ‘get stuff done’. E se l’Italia non investe nei giovani, non c’e’ futuro. Punto”. – Di cosa dovremmo finalmente liberarci? “E’ difficilissimo cambiare la cultura di una azienda privata, figuriamoci di un Paese con una storia di 3000 anni. Se proprio devo scegliere due cose direi: 1 – L’abitudine di piangersi addosso e sperare nel fallimento altrui 2 –Il puntare su passione, inventiva e talento, quando invece occorre focalizzarsi molto di più sulla pianificazione e l’esecuzione. C’e’ una nuova scuola di pensiero che sostiene che il talento non esista  e che non si debba seguire le proprie passioni bensì diventare bravissimi nel proprio campo, che di conseguenza diventerà una passione. Io ci credo molto in base alla mia esperienza personale e ne ho fatto la filosofia di vita: il fare invece dello sperare”. – Quale dote nascosta e magari mortificata vedi, nell’Italia in crisi, che potrebbe trasformarsi in carta vincente? “Ogni secondo che perdiamo a lamentarci di quello che non funziona, è un secondo perso nel lavorare ad una soluzione”.   Qui la videointervista in cui Vittorio racconta a Italiani

Amici di IdF, Paolo Valdemarin da Gorizia a San Francisco con Evectors

            Da Gorizia a San Francisco (e Londra) con una piattaforma per la gestione della miriade di flussi di informazione provenienti dal web e la loro integrazione con i sistemi di gestione di contenuti già esistenti. E’ la scommessa di Evectors, che ha portato una “sfida made in Italy” nella gestione dei contenuti online anche nella Bay Area, patria del web. Nel video girato a San Francisco, Paolo Valdemarin, fondatore dell’azienda, presenta la sua creatura. Arrivata alla versione 2.3,  la piattaforma Evectors Pages “sta diventando un ambiente sempre più potente ed evoluto per lo sviluppo e la gestione di progetti social media. Con clienti in Italia, UK e negli Stati Uniti, Evectors lavora sia allo sviluppo della piattaforma stessa, sia allo sviluppo di progetti per conto dei propri clienti principalmente nel settore editoriale e in quello del marketing on-line”, dice oggi Paolo. Altro obiettivo strategico per futuro dell’azienda, spiega, è la creazione di partnership con consulenti e agenzie in grado di fornire valore aggiunto ai progetti sviluppati con Pages. “Infine, grazie all’integrazione con sistemi di analisi semantica introdotti nella versione 2.3 della propria tecnologia, gli ultimi mesi hanno visto Evectors particolarmente attiva nell’implementazione di siti di all’aggregazione e organizzazione automatica di contenuti finalizzati alla creazione di ‘corporale news dashboard’ e applicazioni di business intelligence”.

Amici di IdF: Andrea Vaccari under 30 pioniere negli Usa della sociologia digitale

Quando l’avevo incrociato per la prima volta, a Roma a Frontiers of Interaction 2009, l’avevo scambiato per uno studente di belle speranze. Poi mi aveva raccontato con semplicità il suo curriculum, che faceva spavento. Ora Andrea Vaccari, origine veronese svelata da una dolce cadenza,  di anni ne ha 27, e dopo la laurea Summa Cum Laude al Politecnico di Milano in Computer Engineering,  le esperienze da assistente allo stesso Politecnico, poi oltreoceano alla University of Illinois a Chicago, dove ha conseguito un pH.D. in Computer Science, di ricercatore al Massachussetts Institute of Technology a Cambridge (Usa), e al Santa Fe Institute di Santa Fe (Nuovo Messico), ha aggiunto nei mesi scorsi un breve periodo come Software Engineer nella sede Google di New York, prima di tornare all’Università a Chicago. Andrea l’ho incrociato di  nuovo quest’anno a Roma, a Frontiers edizione 2010. Nel video, racconta la sua esperienza d’avanguardia nel campo della sociologia digitale. Esplorando e studiando i comportamenti sociali  attraverso l’utilizzo che facciamo delle nuove tecnologie, dai telefonini al web.

Da web e tecnologie opportunità per la stampa, dice il guru Steven B. Johnson

Internet e i nuovi media possono essere una risorsa straordinaria, per la stampa tradizionale, in particolare quella locale. A patto di considerarli un’opportunità e non una minaccia. Accettando che l’informazione non sia più un mondo a parte per addetti ai lavori. E che gli utenti sempre più protagonisti, oltre a contribuire e scegliere i contenuti, siano in grado addirittura di modificarne gli strumenti. Parola di Steven Berlin Johnson, scrittore e giornalista americano, che lo scorso giugno con un articolo sul sito di microblogging e social network Twitter e l’innovazione è finito sulla copertina del settimanale “Time”. Qui l’intervista a Johnson per Reuters, qui galleria fotografica della conferenza. Una giornata davvero movimentata, tra intervista fatta e pubblicata, giornata in redazione, conferenza serale di Johnson a Meet the Media Guru e intervento a MilanIn per presentare Italiani di Frontiera ad un pubblico non folto ma agguerritissimo… accidenti che domande impegnative! Davvero persone in gamba, che hanno avuto parole di apprezzamento per questo progetto. Grazie ragazzi! Keep in touch…

Sul NY Times invenzione dell’italiana Wide Tag per monitorare il rumore con iPhone

Il principio di fondo si chiama Internet delle Cose. E cioe’: viviamo in un mondo ormai disseminato di sensori e rilevatori, che interagendo possono darci un monitoraggio prezioso. E’ l’idea sulla quale e’ nata WideTag, start up italiana attiva anche a Silicon Valley. Finita nei giorni scorsi sul New York Times grazie alla sua applicazione per iPhone WideNoisein grado di monitorare l’inquinamento acustico, rilevando i decibel di rumore con il telefonino. Un semplice sensore acustico applicato al microfono del cellulare, puo’ diventare il punto di partenza per un controllo dell’inquinamento acustico a vasto raggio, di un quartiere o di una citta’, nell’interazione tra gli utenti che attivano questa applicazione. Ma la prospettiva e’ di poter estendere questi monitoraggi in tempo reale ai campi piu’ disparati, dall’inquinamento atmosferico ai consumi energetici alle situazione del traffico. Amministratore delegato di WideTag e’ Leandro Agro’, grande amico di Italiani di Frontiera, che ha fondato la societa’ assieme a David Orban e Roberto Ostinelli. Qui l’intervista per Reuters a Leandro, che e’ anche tra gli animatori e organizzatori dello splendido Frontiers of Interaction, che nell’edizione 2009 (rievocata in questo video) ha ospitato a Roma una presentazione di IdF.

Funambol di Capobianco lancia con Jajah anteprima mondiale in Italia per telefonini

Di passaggio a Milano da Silicon Valley, Fabrizio Capobianco, amministratore delegato di Funambol, uno dei protagonisti di Italiani di Frontiera, ha avuto modo di “vedersi” per la prima volta nel progetto multimediale, dopo essersi scoperto in una foto sul web, su un maxischermo di Frontiers of Interaction V a Roma. Fabrizio è in Italia per il lancio in anteprima mondiale nel nostro Paese, avvenuto oggi, di un nuovo rivoluzionario servizio realizzato da Jajah in collaborazione con Funambol, che permetterà di effettuare chiamate internazionali dal cellulare via Internet al costo di una telefonata con tariffa locale, con un sistema che aggiorna automaticamente la rubrica del cellulare. Qui il pezzo Reuters.

Capobianco spiega come “allenerà” gli imprenditori al salto Italia-Silicon Valley

Una “palestra” per aiutare gli imprenditori italiani decisi a sbarcare a Silicon Valley. Con assistenza professionale e consigli pratici per muoversi nella Bay Area. In questi giorni in Italia, Fabrizio Capobianco, giovane amministratore delegato di Funambol, tra i primi protagonisti di Italiani di Frontiera nei mesi scorsi in questo post, ha annunciato il lancio di “Funambol Gymnasium”, obbiettivo: preparare chi e’ deciso a tentare il salto dal BelPaese a Silicon Valley, ambiente ricco di opportunita’ ma non facile da affrontare. Specie se non si entra nella mentalita’ del luogo o peggio, se si tenta di affrontarla adottando il modo di pensare “all’italiana”. Capobianco ha illustrato i particolari del suo progetto in questa intervista a Reuters (divenuta Thomson Reuters dopo la recente acquisizione da parte della societa’ canadese) di cui ha visitato la sede milanese.

Ezio Valdevit, friulano ex Olivetti pioniere dello storage network

Dall’esordio in Silicon Valley con Olivetti ad un’attivita’ da pioniere nel campo dello storage network. Ezio Valdevit, friulano, racconta la sua carriera e spiega quanto e’ importante per un’azienda garantire ai tecnici una carriera senza limiti, che non li costringa a trasformarsi loro malgrado in manager. INIZIO CON OLIVETTI – Friulano di Sacile (Pordenone) dopo la laurea in Fisica all’Universita’ di Padova ho iniziato nel 1983 a lavorare con Olivetti a Ivrea, che dopo alcuni anni mi ha inviato a Silicon Valley per un progetto congiunto con una ditta di cui aveva una compartecipazione. Facevamo un sistema vantaggioso (consentiva di risparmiare grazie a prestazioni avanzate senza bisogno di costose sostituzioni) che andava connesso ai centralini telefoni analogici per fornire prestazioni digitali, tutte funzionalita’ che i telefoni oggi hanno, anche i cellulari e che quelli analogici all’epoca non avevano. Poi fornivamo anche prestazione dati con Internet a bassa velocita’ ma a lunga distanza sullo stesso cavo telefonico. L’azienda si chiamava David Systems, l’idea era molto brillante ma prematura per il suo tempo e mai maturata, con l’avvento di un’altra integrazione ha permesso di fare dei centralini digitali e ditta e’ stata venduta. L’ideatore era Mario Mazzola, vicepresidente engineering, la David fu acquisita da un’azienda poi confluita in Tricom. All’inizio del 1990 sono passato ad un’altra ditta che si occupava di network, lavoro che avevo gia’ iniziato a Olivetti dove sviuppavo protocolli di comunicazione. A Net, che realizzava nodi per voce e dati per reti private, era una delle poche aziende quotate a Wall Street invece che al Nasdaq, all’epoca un gioiello di Silicon Valley. Avevano avuto contatti per acquisire una piccola start up che faceva router… chiamata Cisco. Ma decisero di non comprarla… tre anni dopo e’ andata pubblica. ARCHIVIO DI RETE – Avevamo un progetto interessante, uno chassis based con schede, un progetto di scheda che fosse a tutti gli effetti un router. Il software era fornito da Cisco noi dovevamo adattarlo all’hardware. Lavoro interessante, per le molte funzionalita’ sviluppate, anche se non molto creativo. E nel 1993 sono passato poi a Synoptics, c’era boom di ATM (Asyncron Transfer Mode) sistema di trasmissione dati. Si lavorava in un progetto per portare questa tecnologia nel cuore dei data center aziendali, usando questo Atm come supporto per rete Internet. Ma la tecnologia non era adatta. Dopo aver lavorato con ditte di medie dimensioni oltre i mille dipendenti sentivo la nostalgia dell’ambiente della start up piu’ innovativo e meno burocratico, dove e’ piu’ facile avee un’idea e mettersi a realizzarla in poco tempo e con risultati piu’ rapidi. Ho accettato l’offerta di Brocade, che si occupava di storage. Facevano switch per connettere server potenti a delle memorie di massa, banche di dischi. L’idea era che questi dispositivi potessero essere in comunicazione e formare una rete. Le persone dell’azienda non avevano esperienza di networking e mi ha affascinato il fatto che avrei potuto essere autonomo perche’ li’ ero l’unico esperto di tecnologie di rete del progetto, poi chiamato Storage Network. Era il 1996 e sono li’ tutt’ora. Un’avventura molto bella, entusiasmante. UN MERCATO NUOVO – Abbiamo creato un nuovo mercato, in cu molti non credevano. C’era diffidenza per una tecnologia ibrida, fra storage e network ed e’ andata molto bene. Era il periodo boom di Internet e la gente aveva un bisogno disperato di memoria, con un boom di dati. La nostra soluzione ha permesso di ottimizzare l’uso dei dischi. Al contrario di quanto successo alla David, questa era l’ idea giusta al momento giusto… Col nostro sistema ad una sola porta allo swich si potevano collegare altre 15 sistemi di dischi… ora esistono sistemi a 10mila porte…. questo ha permesso una serie di funzioni, ad esempio il back up in real time, mentre un tempo si effettuava solo di notte su dati statici… ora anche altre tecnologie lo permettono. Ormai e’ un business di 24 ore su 24. E questo fuori dalla Rete, con decine o centinaia di server high end si poteva collegare un numero limitato di dischi. Mentre Internet e’ stata di stimolo a questa tecnologia, per la richiesta costante di spazio e memoria. E per la facilita’ e flessibilita’ d’uso per i server e chi ha bisogno di enorme spazio per memorizzare. Tranne Google, che fa in casa anche i propri computer, viene utilizzata ovunque, da Goldman Sachs alla Ford alla Ferrari, dalla farmaceutica alle banche come Deutsche Bank . Quello della memoria e’ un settore in crescita anche se in conseguenza alla crisi economica questa crescita non e’ esponenziale. Ora c’e’ un tentativo di riproporre una soluzione gia’ avanzata a inizio Duemila, quella degli storage service provider, che fornivano spazio per memoria agli utenti via Internet. All’epoca non aveva fatto molta strada, ora viene rilanciata anche perche’ con i dati cifrati e’ diventata piu’ sicura. AZIENDE DI FAMIGLIA – A mio parere uno dei macigni al collo dell’industria italiana e’ che e’ troppo paternalistica e a conduzione familiare… in fondo anche se pensiamo alla Fiat, e’ una ditta pubblica ma ha ancora dietro gli Agnelli… in Silicon Valley manager director e vicepresidente si siede accanto a te, non c’e’ quella distinzione in fondo classista fra ingegneri al primo piano i manager al secondo, che non si parlano se non in forma ufficiale. Questa la prima grosa differenza. Qui il manager ti porta a pranzo vai a parlarci piu’ o meno quando vuoi… qui in un certo senso c’e’ piu’ rispetto per la persona che lavora, in Italia il manager si sente superiore. Qui quasi non esiste la conduzione familiare, che in genere si ferma al ristorante. Anche negozi e librerie di famiglia tendono a sparire, uccise da Amazon e catene come Borders. L’azienda a conduzione familiare implica un rapporto meno professionale e piu’ paternalistico con i dipendenti. SUCCESSO CONDIVISO – Altra cosa importante e’ la condivisione del successo della ditta. In Italia non e’ pensabile avere la macchina piu bella del tuo manager. Qui si’ se hai avuto successo economico in un posto e lui magari no. Anche