Idee sul futuro da visionari del passato. In tour con ospiti speciali e due cimeli P101 Olivetti e Apple 1

Mai successo di condividere un palco… con due cimeli. Nel vero senso della parola, due ritrovati tecnologici di un’altra epoca. Presentare ed esporre due macchine leggendarie che hanno fatto storia è l’ennesima occasione per parlare attraverso la tecnologia delle idee, dei pensieri e delle visioni di chi quelle macchine ha saputo progettare e realizzare. A Ivrea la prima tappa di un evento che girerà l’Italia Si chiama “Da 101 a 1” l’evento lanciato lo scorso 11 aprile al Laboratorio Museo Tecnologicamente di Ivrea, scrigno di tesori Olivetti dalle macchine da scrivere e da calcolo all’elettronica, sorta di “numero zero” di un progetto ideato da Fondazione 101 di Crespi d’Adda e Italiani di Frontiera che verrà riproposto in un tour in località italiane che hanno avuto un ruolo importante nella storia dell’innovazione, prendendo a pretesto le ricorrenze dei 60 anni dell’uscita sul mercato del primo personal computer, la leggendaria P101 Olivetti e dei 50 anni dal lancio di Apple 1, il PC che ha segnato il battesimo di quello che è diventato il colosso informatico di Cupertino. Due anniversari occasione di conoscenza e riflessione sui visionari che hanno cambiato le nostre vite realizzando strumenti rivoluzionari.  Oggi cimeli rari, un modello di Olivetti P101 e uno di Apple 1 verranno esibiti e fatti funzionare ad ogni evento, dopo aver rievocato con ospiti qualificati in un dialogo col pubblico storie di ieri per cogliere prospettive e aspetti culturali che ci aiutino a guardare al domani. Come ricordare il contributo di grandi innovatori e visionari traendo spunti dal futuro dalla loro straordinaria esperienza? Gastone Garziera celebrato con StartupItalia ultimo testimone dell’impresa P101 Olivetti E’ un percorso che su StartupItalia assieme al direttore Giampaolo Colletti abbiamo anticipato, rendendo omaggio a Gastone Garziera, ultimo superstite del leggendario team che realizzò il primo persona computer P101 Olivetti, dedicandogli articoli, un’intervista live a cura di Likeabee e un premio Special Award P101 al #SIOS25. Abbiamo pure ricordato come grazie a Damiano Airoldi, ideatore della Fondazione 101, di Gastone sia stato pure realizzato un avatar, gemello digitale in grado di preservarne la straordinaria memoria. Gastone è stato ospite d’onore pure del primo evento “Da 101 a 1” a Ivrea, al quale  RaiNews ha dedicato un servizio per il TG Rai del Piemonte realizzato da Federica Burbatti. Prossimo appuntamento col Vintage Computer Festival a Nettuno Il format si appresta a girare l’Italia, a cominciare dal prossimo weekend, sabato 23 e domenica 24 maggio a Nettuno (Roma) nell’ambito del Vintage Computer Festival Italia. Se coraggio, tenacia, straordinaria inventiva sono state, come abbiamo ricordato nei nostri articoli, fra le caratteristiche di quel manipolo di visionari capace di realizzare il primo pc in Ollvetti quasi in clandestinità, la storia dell’inizio di Apple è soprattutto quella di un incrocio fra due personaggi geniali con competenze complementari: nessuno dei due avrebbe potuto raggiungere il successo senza l’altro. Wozniak un genio, Jobs un visionario «La genialità di Steve Wozniak è stata quella di ridurre e concentrare in una sola scheda la quantità di componenti necessari all’epoca per un computer, cosa che aveva già fatto per un gioco di Atari, facendo così vincere a Steve Jobs una scommessa… di cui non condivise con lui il premio incassato dalla software house», ricorda Paolo Cognetti , informatico, collezionista e divulgatore, figura di punta nel campo della storia dei computer, che sarà ospite dell’evento a Nettuno. «L’obiettivo di Wozniak era però quello di realizzare un computer semplice da donare ai soci dell’Homebrew Computer Club. La genialità dell’altro Steve fu quella di intuire che si trattava di una macchina rivoluzionaria. E di pensare che quella macchina andava venduta. Quindi Apple 1 non fu il primo computer ma il primo costruito in modo geniale e semplificato e poi sostenuto e venduto da un genio del marketing. All’epoca c’erano altri computer innovativi ma non poterono contare su questa combinazione di due  genialità», racconta ancora Paolo. Il progetto “Da 101 a 1” ha avuto un prologo riservato agli autentici patiti di Vintage Computer. Lo scorso 1 aprile infatti nella sede di Trezzo d’Adda di MMN che ospita una splendida raccolta di cimeli, in un evento esclusivo con ospiti illustri come Massimo Banzi, cofondatore di Arduino, a 50 anni esatti dalla sua nascita è stato riacceso un raro modello di Apple 1. Tutto questo in un’avvincente presentazione curata da Claudio Parmigiani fondatore di 8-bit Lab nato a Torino nell’ambito del Temporary Museum, primo e unico laboratorio al mondo in grado di restaurare e rimettere in funzione i computer creati nella Silicon Valley nel decennio 1975-1985, un incontro aperto da un saluto in video di David Pogue, che ha appena pubblicato negli Usa “Apple. The First 50 Years”. Dopo Nettuno (Roma), il prossimo il 25-27 ottobre “Da 101 a 1” sarà all’IT Director Forum di Richmond a Rimini. In cantiere altre tappe a Vinci, Torino  Pisa, che ha di recente celebrato i 40 anni della prima connessione Internet italiana avvenuta proprio dalla città della torre pendente e Asolo (Treviso) che proprio fra i colli trevigiani aveva aperto uno stabilimento Brionvega, azienda in sintonia con la filosofia Olivetti. E forse in dicembre pure a Gubbio, in un inedito collegamento ideale tra visionari dell’informatica e un innovatore davvero rivoluzionario: San Francesco. Qui l’articolo su StartupItalia

Sessant’anni fa nasceva il primo personal computer. Ed era italiano. Inventato da Olivetti “quasi in clandestinità”

Il mio articolo pubblicato su StartupItalia con ottimi riscontri dai lettori. New York, ottobre 1965. Un grande stand a forma semicircolare, in un’immensa fiera internazionale. In bella mostra macchine calcolatrici, fatturatrici, macchine da scrivere, impreziosite dal raffinato design made in Italy che caratterizza l’azienda. Che in una saletta riservata espone anche un’altra misteriosa macchina, davvero singolare. Si chiama Olivetti P101. Quel “Uan-Ou-Uan” in inglese suona bene ma non è per questo che il pubblico dopo un po’ trascura il grande stand accalcandosi in quella saletta. E’ che quella macchina, esposta su un tavolo, viene presentata come un computer. E i primi visitatori non ci possono credere e cercano il trucco: sicuramente c’è un fascio di cavi nascosto che collega quell’apparecchio, non più grande di una telescrivente, al “vero” computer, grande almeno come un paio di enormi armadi. La squadra della P101 Olivetti: Pier Giorgio Perotto, Giovanni De Sandre, Gastone Garziera, Giancarlo Toppi La storia del primo PC Olivetti Sono passati sessant’anni da quel leggendario evento a New York, alla grande fiera delle macchine da ufficio BEMA (Business Equipment Manufacturers Association). Quando la Olivetti svelò al mondo il primo personal computer della storia. La Olivetti P 101 in una pubblicità dell’epoca Rievocare la storia della piccola squadra italiana capace sessant’anni fa di quella leggendaria invenzione è un misto di emozioni contrastanti. Ammirazione e orgoglio, per lo straordinario risultato ottenuto da un manipolo di visionari connazionali. Ma pure amarezza, per l’incapacità di valorizzare come meritava quell’eccezionale impresa. A guidarla era stato un torinese classe 1930, Pier Giorgio Perotto, scomparso nel 2002. Che aveva ricordato in un prezioso libretto  (“P101. Quando l’Italia inventò il computer”, Edizioni di Comunità) un’avventura in cui il modo di pensare contò più della tecnologia. Era iniziata a Pisa, dove Olivetti aveva aperto nel 1955 un laboratorio di ricerche avanzate in collaborazione con l’Università, con ricercatori che a Perotto erano sembrati personaggi di un altro mondo. Dieci anni prima di molti hippieggianti pionieri della Silicon Valley, quei ricercatori a Pisa, alle spalle esperienze in Inghilterra e Usa, erano eccentrici e trasandati, ostentavano uno stile informale agli antipodi rispetto ai colleghi della fabbrica di Ivrea, più rigidi e burocratici, che li consideravano poco più che inconcludenti farfalloni. Era stato Adriano Olivetti a capire che si doveva per forza esplorare un territorio nuovo, aprendo già nel 1953 nel Connecticut un piccolo laboratorio che studiava le possibili applicazioni dell’elettronica alle macchine da ufficio. Se l’azienda di Ivrea poteva coniugare innovazione, design, Umanesimo e welfare per i dipendenti, se poteva affiancare a ingegneri e designer geniali pure intellettuali e scrittori, era grazie alla straordinaria redditività dei suoi prodotti. Come la leggendaria Divisuma 24, macchina da calcolo che a fine linea di produzione costava circa 40mila lire e sul mercato era richiestissima al prezzo di 325mila lire. Un gioiello che permetteva operazioni di calcolo complesse e funzioni “da circuito elettronico”… grazie a pezzettini di lamiera. Merito di un genio autodidatta della meccanica, Natale Capellaro, classe 1902, entrato in fabbrica a 14 anni e cresciuto sino a diventare direttore generale tecnico. Sarebbe stato lui a confessare a Olivetti, dopo l’ultimo ciclo di progettazione, che non si potesse far evolvere ulteriormente quelle straordinarie macchine, ha raccontato in un recente incontro Gastone Garziera, classe 1942, progettista vicentino unico superstite di quel gruppo, in cui era entrato alla dipendenze di Giovanni De Sandre, ingegnere friulano. Sulla nuova frontiera dell’elettronica, quegli innovatori erano rimasti presto soli, dopo la morte improvvisa di Adriano nel 1960 e quella l’anno dopo, in un incidente stradale, di Mario Tchou, geniale ingegnere italocinese assunto proprio col compito di costituire il gruppo di Pisa. Mario Tchou con Roberto Olivetti Per Olivetti, in crisi finanziaria dopo l’acquisto di Underwood, l’elettronica era un «neo da estirpare», secondo una celebre affermazione, che oggi appare tragicomica, di Vittorio Valletta, alla guida della Fiat che deteneva una quota di azioni della casa di Ivrea e che pose pesanti condizioni per il suo risanamento. E nel 1964, quella divisione che contava 3mila persone e realizzava pure il calcolatore Elea, per molti dirigenti era ancora un «corpo estraneo», di cui liberarsi con un patto con un colosso Usa come General Electric. In un incontro a Phoenix, nel caldo soffocante del deserto dell’Arizona, l’accoglienza per gli italiani era stata gelida. «Ci fecero capire che l’unico interesse era costituito dall’acquisizione di una base commerciale per distribuire calcolatori progettati a Phoenix, di non attribuire all’Italia alcuna credibilità al di fuori del design», ricordò nelle sue memorie Perotto, che uscì da quell’incontro con funesti presagi sul futuro della divisione elettronica e del gruppo in generale. Lui invece da un paio d’anni sognava una macchina che stesse su una scrivania, offrisse autonomia funzionale e permettesse a chiunque di farla funzionare, seguendo poche semplici istruzioni, mentre i giganteschi computer dell’epoca erano complicati e accessibili solo a programmatori. Prima che nella tecnologia il pc fu una sfida nel modo di pensare Una sfida “culturale”, prima ancora che tecnologica: ribaltare il concetto che fosse l’uomo a doversi adattare a tempi, modalità ed esigenze della macchina. E quanta astuzia, in questa sfida. Il primo passo di Perotto fu quello di rendersi indisponente e odioso nel colloquio con gli americani, ben felici di liberarsi di lui “scaricandolo” alla divisione macchine da calcolo, dove il team lavorò quasi in clandestinità. Con De Sandre e Garziera, che considerava “bravissimi”, Perotto strinse un patto: punteremo ad ogni costo a un prodotto rivoluzionario. E se microprocessori e memorie a semiconduttore ancora non esistevano, i transistor furono componente cruciale e molti problemi inediti vennero risolti con l’inventiva e congegni meccanici, come l’uso di un filo d’acciaio che Olivetti impiegava per le molle, che si rivelò perfetto. Mario Bellini, architetto che realizzò il design della P 101 oggi esposta in diversi musei del mondo Dopo un lavoro ossessivo, il prototipo di quella macchina con 10 registri di memoria, un facile linguaggio di programmazione, scheda magnetica che funzionava come un floppy disk per registrare dati e programmi, piccola stampante incorporata, era pronto. E poteva stare su una scrivania, con un elegante design di un giovane architetto,

Brionvega ad Asolo, la “Fabbrica della Bellezza” fra Olivetti e Apple

#SteveJobs aveva otto anni quando tra le colline, non di Cupertino California ma di #Asolo Treviso, un ex operaio trevigiano emigrato, diventato imprenditore d’avanguardia, decise nel 1963 di aprire un secondo stabilimento nella sua terra d’origine. Giuseppe Brion con la moglie Onorina Tomasin e un altro socio producevano dal 1945 a Milano in zona Città Studi apparecchi elettronici col marchio Vega e dal 1959 alla tecnologia elettronica avevano iniziato ad abbinare un design industriale raffinato. A uno dei migliori collaboratori, l’architetto Marco Zanuso, fu affidata la progettazione della fabbrica di Asolo, che ideata in quel 1963 in cui il marchio divenne #Brionvega, fu inaugurata nel 1967, un anno prima della morte del suo fondatore. Considerato ancor oggi un gioiello di architettura industriale, lo stabilimento ospitò una “fabbrica-comunità” in stile #Olivetti, modello d’avanguardia nelle relazioni industriali: servizi ai dipendenti e attenzione alle loro esigenze, salari alti ed equiparati fra uomini e donne (che erano maggioranza), persino la filodiffusione in fabbrica… Negli anni, l’azienda premiata più volte col Compasso d’Oro sfornò pezzi entrati nell’immaginario collettivo e oggi in grandi musei: dalla celebre “Radio Cubo” firmata da Zanuso assieme al tedesco Richard Sapper, autori anche del televisore portatile Algol 11 esposto al MoMa di New York, al radiofonografo RR126 disegnato da Achille e Pier Giacomo Castiglioni (così ambito che anni fa fu assegnato all’asta per oltre 300mila euro a un collezionista d’eccezione…David Bowie!) sino al Memphis disegnato nel 1980 da Ettore Sottsass. Una stagione gloriosa ma breve (l’azienda già a metà anni Settanta fu lentamente risucchiata nella crisi dell’elettronica italiana), rievocata ora in una piccola bellissima mostra sino al primo maggio al museo civico di Asolo proposta dalla Pro Loco, tra pezzi rari uno più bello dell’altro, gli scorci dello stabilimento catturati dall’obbiettivo di Gianni Berengo Gardin, le testimonianze commosse in video degli ex dipendenti. “Una storia mai raccontata, di quella che per noi era la Apple degli anni Sessanta”, dice Daniele Ferrazza, giornalista che di Asolo è stato sindaco, presentando la mostra “La Fabbrica della Bellezza”, di cui è curatore e che dopo Asolo si appresta a girare l’Italia.

Addio a Enzo Torresi, “Mr Olivetti” di Silicon Valley. Così raccontò in esclusiva a Italiani di Frontiera la sua avventura

Per molti è stato semplicemente “Mister Olivetti” a Silicon Valley, l’uomo che come nessun altro ha gettato le basi di una stagione breve ma gloriosa dell’hi tech italiano nella culla mondiale dell’innovazione. A diversi anni di distanza, molti degli Olivetti Boys di allora sono diventati figure di primo piano e veterani della Bay Area, come imprenditori, investitori e manager. Enzo Torresi, classe 1945, nato a Catania, laurea al Politecnico di Torino, si è spento lo scorso 19 giugno dopo una lunghissima battaglia con il morbo di Parkinson. C’eravamo incontrati in un ristorante italiano di Los Gatos, nel 2008. Lì aveva voluto raccontare tutta la sua straordinaria storia, ci eravamo ripromessi di rivederci per una seconda videointervista, che non è mai stata fatta, perchè già aveva iniziato a star male. Oggi la registrazione di quel suo racconto dalla sua viva voce, con sottofondo di canzoni italiane diffuse nel ristorante, ha un valore ancora maggiore. Come la foto che non molto tempo fa Enzo, che non avevo mai più sentito, mi spedì via Skype, malato, sul letto. Ecco una sintesi del suo racconto DALLA SICILIA A TORINO – Siciliano di origine, mi laureai a Torino nel 1969. In quel periodo c’era molta crescita e molti meno laureati in elettronica. Eravamo pochissimi, io ebbi 23 offerte di lavoro appena laureato. Il Politecnico forniva i nostri nomi a tutte le aziende: Olivetti Siemens, Telettra e Fiat, quelli che avevano una componente elettrotecnica… Andai subito a lavorare a Ivrea. Avevo lavorato negli ultimi due anni di Università con una società che faceva brevetti. Avevo perso mio padre a 24 anni ed ero l’unico che poteva fare qualcosa per la famiglia. Accelerai moltissimo il numero di esami per laurearmi il prima possibile… Questo torinese che mi dava il lavoro, quando mi arrivo’ l’offerta dell’Olivetti disse che l’avrebbe raddoppiata purche’ restassi con lui. Io lo mandai a quel paese, perche’ aveva dimostrato quanto poco mi avesse pagato sino ad allora. Studiavo, poi lavoravo di pomeriggio e fine a notte tarda per 120.000 lire al mese. INGRESSO ALL’OLIVETTI – L’Olivetti me ne offrì 220.000. Io mi trasferii a Ivrea e qui avvenne una cosa molto strana. Il mio capo a Ivrea era un americano della Xerox, che Olivetti aveva assunto come capo della ricerca. A Ivrea aveva 400 persone, altre 40 nel New Jersey, a Tenafly. Questo americano Phd era un radioamatore. Io ero cinque livelli sotto di lui e un giorno per caso ci incontrammo in un corridoio e  gli dissi che ero radioamatore come lui, Guardando nei nostri registri trovammo le rispettive sigle: ci eravamo già parlati senza sapere chi fossimo. Questo piccolo evento risultò molto importante per la mia carriera, perchè lui mi favorì molto. “Dottor Torresi, io la porterò nel mio laboratorio nel New Jersey che è molto importante perchè penso che qui sarebbe sprecato…“, mi diceva. COINCIDENZA FORTUNATA NEGLI USA – A quei tempi a Ivrea in mille facevano progettazione, in 400 facevamo ricerca. Resistetti lì dieci mesi, dopo di che lui mi mise su un aereo mandandomi con una scusa all’Università del Rhode Island, dove feci un corso di due mesi post graduate sulla fisica dei dispaly a cristali liquidi. In due mesi di Kingston mi resi conto che quel che volevo fare io era negli Stati Uniti. Lui alla fine di questa permanenza mi mandò nel laboratorio del New Jersey, dove avvenne un altro caso fortuito. Il capo dei capi della ricerca e sviluppo, ingegner Pier Giorgio Perotto (già alla guida del gruppo che realizzò la P 101″Perottina”, considerata il primo personal computer ndr) venne negli Usa per approvare il budget 1971. E io mi trovavo lì in queste due settimane di permanenza… Io avevo lavorato per un po’ con i colleghi americani per fare una dimostrazione di questo display, uno schermo sul quale dovevamo far apparire i numeri di una calcolatrice elettronica. In questa riunione in cui presentavamo il nuovo prodotto del gruppo di ricerca mi disse: “Per sbrigarci perchè non me lo racconta lei cosa state facendo, invece di questi americani, che ho dfficoltà a capire cosa dicono?“. Io feci tutta la presentazione, poi la dimostrazione, l’indomani lui prima mi partire mi disse: “Sa, tutti stanno pensando di farla venire in questo laboratorio ad aiutarli in questo progetto dei  cristalli liquidi perchè ha fatto buona impressione a tutti“. Tornai a Ivrea e raccattai tutto… avevo un figlio di un mese, Marco, ero appena sposato. E nel dicembre 1970 mi trasferii permanentemente in America.  Non so se sia stata una fuga dei cervelli ma di fatto io mi dissi con mia moglie che sarei stato infelice a Ivrea e volevo cogliere questa opportunità che mi si presentava. TEST PREVENTIVI SUI CHIP USA – Dopo due anni di lavoro, Olivetti vendette questi brevetti a Timex e Motorola. Il gruppo americano venne sciolto e io corsi il rischio di tornare in Italia.  Ma in quel periodo  in California stavano nascendo diverse aziende di semiconduttori: Intel, Motorola, Texas Instruments…. Io proposi di fare di mestiere il residente Olivetti presso queste società di semiconduttori, con cui stavamo stabilendo importanti rapporti per trasformare in elettroniche macchine da scrivere e calcolatrici che allora Olivetti faceva con lamiere stampate. Tutti concordarono che ci fosse bisogno di una persona negli Usa. All’inizio mi diedero un ufficio a New York, da dove dovevo fare il pendolare con San Francisco. Dopo un mese mi trasferirono  a Mountain View,  dove affittarono un appartamento. Io avevo tre uffici dedicati: uno a Intel, uno alla  National Semiconductors e uno alla Texas Instruments. Era il 1973. Dopo due anni, tutti consideravano positivamente il mio esempio. All’epoca all’Olivetti, prima dell’arrivo di Carlo De Benedetti, c’erano Marisa Bellisario e l’ingegner Ottorino Beltrami. Ci fu un successo di progettazione alla Fairchild, che fece un chip  molto grande tutto in silicio, che sostituiva tutte le componenti meccaniche di una calcolatrice, rispetto alle vecchie macchine elettromeccaniche. Olivetti mise in produzione questa macchina, tutti parlavano di questa idea di mandare un residente presso queste aziende e mi diedero carta bianca per fare altre attività. SCONTRI CON INTEL – Olivetti stava iniziando a comprare grandi quantità di prodotti, memorie statiche da Intel soprattutto, e da Texas Instruments. Io proposi di fare un laboratorio per collaudare tutti i semiconduttori che partivano da Silicon Valley per Ivrea, come avevamo fatto in un primo test. Mi dissero ok e fecero fare un investimento di 500.000 dollari di allora per comprare due grosse macchine di collaudo dei semiconduttori. A questo punto, il gruppo divenne di venticinque

L’addio a Cisco di Mazzola e Cafiero, fra gli “Olivetti Boys” che hanno fatto storia a Silicon Valley

Inseparabili, sin dai tempi di Olivetti. Al punto che il primo era arrivato negli USA con l’azienda di Ivrea prendendo il posto dell’altro… bloccato in Italia dal servizio militare. Mario Mazzola e Luca Cafiero, veterani di Silicon Valley, hanno lasciato forse come nessun altro un imprinting made in Italy in un colosso della Bay Area che deve a loro molto del proprio successo, Cisco, dal quale secondo le anticipazioni diffuse in questi giorni da The Wall Street Journal e riprese da diversi notiziari si apprestano ora a uscire, a causa di dissensi sul loro ruolo nell’ambito della recente riorganizzazione del gruppo decisa dal CEO Chuck Robbins, che nel giugno 2015 ha preso il posto di John Chambers, per vent’anni alla guida della società di cui oggi è rimasto presidente e che secondo una stima di Business Insider, a questi manager ed al loro team ha erogato nel tempo un totale di 2,38 miliardi di dollari. Per anni, formando una squadra formidabile assieme a due colleghi, soprannominata prima MarioPremLuca, poi MPLS acronimo dei loro nomi (Mario Mazzola, Prem Jain, Luca Cafiero e successivamente Soni Jiandani), Mazzola e Cafiero si sono specializzati in una formula inedita di enorme successo tecnologico e commerciale, ricavandone consistenti profitti: quella dello spin-in. Per quattro volte, a partire dalla loro Crescendo Communications (reti locali ad alta prestazione) acquisita da Cisco nel 1993,  poi Andiamo (dati distribuiti da più reti inun’unica rete), Nuova e infine Insieme Networks, Mazzola e Cafiero hanno creato prodotti di successo sfornati lavorando in autonomia con gruppi selezionati di dipendenti uscendo dal colosso, col dinamismo proprio delle startup nel campo della ricerca e dello sviluppo, in imprese che di fatto erano esterne ma finanziate da Cisco, che alla fine le ha acquisite per cifre consistenti. L’ultima, Insieme Networks, è considerata la base del prodotto di networking Cisco di nuova generazione Nexus 9000, che ha aperto alla società un mercato nei programmable switching systems e relativo software con profitti valutati dal nuovo CEO in due miliardi di dollari l’anno. Una formula inedita pure a Silicon Valley,  che ha generato enormi profitti sollevando pure qualche perplessità. “Ma quanto strano è? Immaginate se Apple mandasse le sue star come Jony Ive, Jeff Williams, Craig Federighi, e Eddy Cue fuori in una startup finanziata da Apple ogni volta che volesse realizzare un nuovo prodotto come un music player, uno smartphone, o uno smartwatch, e poi pagasse loro tre quarti di miliardo di dollari per gestire il prodotto una volta realizzato… Sembra ridicolo giusto? E’ il lavoro di questi ragazzi creare nuovi prodotti per Apple. Non è così per Cisco…” ha scritto Business Insider un paio d’anni fa in una lunga inchiesta di Julie Bort dedicata proprio a questa anomala esperienza Cisco, in cui riportava pure malumori fra i dipendenti Cisco per quella formula: “E’ un incubo quando la persona nell’ufficio accanto al tuo è multimilionario e tu non perchè non sei stato scelto…”. Li chiamavano Olivetti Boys, quel manipolo di ingegneri e manager sbarcati nella Bay Area dai primi anni Settanta, sulla scia del successo dell’azienda di Ivrea. Un’esperienza esaltante, quando con un investimento di mezzo milione di dollari l’azienda lanciò un laboratorio di collaudo a Cupertino per le grosse quantità di chip che acquistava per la fabbrica di Ivrea. Mentre prima quando c’erano problemi i fornitori incolpavano di regola i tecnici  italiani, da allora in poi “…(Se risultavano incompatibilità) potevamo anche rifiutare una spedizione. Cosa che io feci un paio di volte, con Intel, suscitando reazioni risentite e quasi grane diplomatiche. Ma se i chip di memoria che ci consegnavano non passavano lo screening di Cupertino, veniva rigettato. Per Olivetti questo fu un grosso risparmio…” ha ricordato in un’intervista a Italiani di Frontiera Enzo Torresi, che dello sbarco negli USA di Olivetti fu il principale protagonista. in America la casa di Ivrea progettò la macchina da scrivere elettronica e anche l’M 20, considerato il primo personal computer europeo (dopo la celebre P 101 “Perottina” di cui furono realizzati però pochi esemplari). Gli Olivetti Boys erano arrivati ad essere più di 250 al momento della chiusura, 1994-95 nei laboratori di Cupertino e Palo Alto.  Alcuni tornarono in Italia, altri si stabilirono definitivamente nella Bay Area, molti capaci di carriere straordinarie, facendo tesoro di competenze manageriali, tecniche e imprenditoriali maturate con l’esperienza nell’azienda di Ivrea. Come Giacomo Marini (dal successo con Logitech al venture capital),  Enrico Pesatori (passato poi a Penguin Computing),  Francesco Lacapra (oggi startupper con Peaxy), Giamma Clerici (che di Lacapra è stato allievo), Gianluca Rattazzi (imprenditore seriale),  Giacomo Lorenzin ( imprenditore software), Ezio Valdevit (poi a Brocade) e  Silvano Gai, già docente del Politecnico di Torino ed ex manager a Cisco, “incubatole seriale” con la moglie Antonella Caporello per tanti suoi studenti che anni dopo l’hanno seguito a Silicon Valley, come Loris Degioanni, diventando la seconda generazione di italiani emigrati a Silicon Valley. Combinare competenze tecniche e manageriali maturate con Olivetti è stato il punto di forza anche di Mazzola e Cafiero, che un ex collega del loro team aveva definito con Business Insider “l’Anima e la Mente” di quella squadra, di cui “Prem è il Cuore e Sonj la Bocca”. Un imprinting made in Italy a Silicon Valley, per una pagina che si chiude lasciando una ricca eredità di successi, esperienza e nuovi protagonisti. Senza tirarsela troppo però, perchè poche cose infastidiscono Cafiero come l’aria di superiorità ostentata da qualche connazionale nei confronti di altri che nella Bay Area si fanno onore, a cominciare da cinesi e indiani. Convinto che chi fa bene a Silicon Valley non debba ringraziare la cultura del suo Paese d’origine ma la propria intelligenza e le proprie doti.    

Cinquant’anni fa il primo personal computer stupiva New York. Era italiano, la P 101 “Perottina” Olivetti

Steve Jobs aveva dieci anni quando  nello stand Olivetti del BEMA di New York, il salone dell’elettronica,  il pubblico trascurando le macchine da scrivere si mise a cercare incuriosito il fascio di cavi che di sicuro collegava quella macchina grande come una telescrivente a un “computer-armadio” nascosto chissà dove… perchè quella macchina da tavolo veniva presentata come un computer! Il 14 ottobre 1965 fece il suo esordio pubblico quello che è considerato il primo personal computer la P101 Olivetti, ribattezzata  “Perottina” poiché era stata realizzata da un manipolo di “ingegneri folli” capitanati da Pier Giorgio Perotto, una storia che viene spesso rievocata nelle conferenze Italiani di Frontiera. E alla quale La Stampa  ha dedicato un bell’articolo. Tutta la storia della leggendaria P101 è raccontata nella pagina di storia del sito di Olivetti Eccone un estratto. “…Perotto comincia pensare, come scriverà in seguito, a “una macchina nella quale non venga solamente privilegiata la velocità o la potenza, ma piuttosto l’autonomia funzionale”; una macchina di dimensioni ridotte per stare in ogni ufficio, dotata di memoria, flessibile, semplice da usare, programmabile. In pratica, i concetti base del prodotto sono molto vicini a quelli di un personal computer.. . nella primavera del 1964 può iniziare lo sviluppo del prototipo definitivo, in azienda ben presto battezzato come “la Perottina” …Tutto il personale della divisione viene trasferito a una nuova società, la Olivetti-General Electric; tutto, tranne Perotto, che con due fidati collaboratori resta in Olivetti. Perotto racconterà che in quell’occasione fece di tutto per dare di sé l’immagine del “progettista riottoso” e risultare non gradito alla nuova proprietà (General Electric): a ragione riteneva che gli americani, orientati alla grande informatica, non avrebbero mostrato interesse per il suo piccolo calcolatore e avrebbero cancellato il progetto. Ottenuto di restare in Olivetti, Perotto e il suo piccolissimo gruppo, “dimenticati” dalla struttura aziendale, possono operare in piena libertà e verso la fine del 1964 completano il prototipo della P101… …Su suggerimento di Elserino Piol, la presentazione del prodotto avviene sul mercato americano; l’occasione è la grande esposizione dei prodotti per ufficio, il BEMA, che si tiene a New York nell’ottobre 1965… …Esposta in una saletta del BEMA, la P101 diviene rapidamente l’attrazione principale dell’esposizione, oscurando gli altri prodotti meccanici della Olivetti…”. Oltre che fucina di straordinaria innovazione, come ricordato anche nel libro “Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley” la Olivetti è stata pure il trampolino di lancio per tanti protagonisti di questo progetto incrociati a Silicon Valley, come ricorda questo post pubblicato nel 2010, nel cinquantenario della morte di Adriano Olivetti. Qui invece l’intervista 2008 realizzata per Reuters a Laura Olivetti, presidente dell’omonima fondazione.

Machiavelli, Olivetti, Montessori e la modernità… mi tocca dar ragione a Ostellino!

Aiutooo! Qualcosa di grave mi sta succedendo. Dopo aver apprezzato una battuta di Vittorio Feltri (chi l’avrebbe mai detto?) sull’insopportabile volgarità di Lucianina Litizzetto… per la prima volta concordo pure con Piero Ostellino, principe della chiacchiera dotta, uno che ha sempre evitato le notizie (è stato “solo” che direttore, al Corriere) e ora pontifica costantemente sullo stesso quotidiano, sempre in nome del liberalismo. Solo che questa sua recente riflessione mi ha colpito, perché coincide con una parte del percorso di Italiani di Frontiera, che spiega ad esempio perché grandi maestri capaci di pensare il futuro, come Adriano Olivetti e Maria Montessori, siano stati così emarginati in patria. E cioè, che a frenare l’Italia sulla strada della modernità siano coincidenze fra pensiero cattolico e comunista, con una serie di stereotipi consolidati e ancora diffusi, nella società non solo nella classe politica, che ormai fanno a pugni con la realtà. Italiani di Frontiera osserva come Adriano Olivetti e Maria Montessori fossero appunto “Out of the Box” rispetto a questi stereotipi. Ostellino traccia un percorso simile ma parte dall’emarginazione in Italia di Niccolò Machiavelli, pioniere del pensiero politico moderno. “Perché nei nostri licei e nelle nostre università non si studiano, non si analizzano e, spesso, manco si leggono le opere di Machiavelli? Perché molti italiani neppure sanno chi egli è stato per il pensiero politico della Modernità?…La risposta sta, forse, nel fatto che, in Italia, fra la prassi religiosa e morale della Chiesa della Controriforma che, se necessario, indulge volentieri al realismo, ma evita contemporaneamente di parlarne, e la prassi politica e moralistica del comunismo, ambiguamente oscillante fra parlamentarismo praticato e rivoluzionarismo promesso, ci sono state più affinità e coincidenze di quanto si creda. Il realismo di Machiavelli era in contraddizione sia con l’utopismo marxiano, sia con la togliattiana doppiezza politica del Pci; oggi, lo è anche rispetto al trasformismo dei suoi eredi”. A dire il vero nelle scuole si studia eccome Machiavelli. Ma è quella tradizione di pragmatico realismo che sembra esser stata emarginata dalla politica ma forse pure dalla società, afflitta da un eccesso di ideologismo litigioso che spesso si accontenta di affermare se stesso, meglio se contrapponendosi agli altri. E di difendere il consenso attorno a quell’identità. Risolvere i problemi (Problem Solving)? No non è la cosa più importante… Qui l’editoriale di Ostellino sul Corriere della Sera: Il diritto al lavoro per legge, l’illusione che fa male agli italiani.

Da Olivetti ad Oracle: Giuseppe Facchetti, Giamma Clerici e il ponte Italia-Silicon Valley

  Uno di Alessandria, l’altro di Treviglio. Compagni di Università a Milano nei primi anni Ottanta, per entrambi porta d’accesso ad una straordinaria esperienza di formazione professionale in un’azienda allora d’avanguardia, Olivetti, grazie ad un docente d’eccezione che lavorava per l’azienda di Ivrea ed oggi è imprenditore a Silicon Valley. Dove tutti e due finiscono col trasferirsi. Un per un anno e mezzo, l’altro definitivamente. Giuseppe Facchetti e Giammaria Clerici sono oggi due manager di Oracle,  dove sono arrivati con percorsi diversi. Ma uno lavora a Milano, l’altro in California. Si sono ritrovati qualche anno fa su Facebook, qualche mese fa si sino incontrati a Sesto San Giovanni, Bonzio’s home. Rievocando in video la loro esperienza, nel nome di quel professore che ha ispirato non poco le loro carriere. E che  guarda caso è uno dei protagonisti di Italiani di Frontiera: Francesco Lacapra. Amico comune al quale dedicare la foto ricordo…

Giacomo Lorenzin, ex Olivetti imprenditore del software: consigli ai giovani (IdF SV Tour)

Ha conquistato tutti, Giacomo Lorenzin, raccontando con un taglio di particolare umanità, ai partecipanti dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour e degli altri due Tour organizzati da Paolo Marenco, la sua esperienza di ingegnere all’Olivetti che realizza il sogno di venire negli Usa,  diventando poi imprenditore del software, dopo aver purtroppo assistito alla decadenza della casa di Ivrea, con potenzalità sprecate e tanti straordinari talenti poi rimasti in Silicon Valley come imprenditori e manager di altre aziende. In questo video Giacomo (che è di Portogruaro ed ha frequentato lo stesso mio liceo, il Franchetti!), dà anche qualche prezioso consiglio ai giovani che volessero seguire trent’anni dopo il suo esempio.

Stanford ed ex Olivetti, partenza alla grande per l’IdF Silicon Valley Tour

Una partenza in grande stile per il primo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour galleria fotografica). Ieri l’esordio a Stanford, assieme ai giovani dei due Silicon Valley Study Tour in corso in contemporanea,  con Alberto Salleo, Assistant Professor di Scienza dei Materiali ed esperto di nanotecnologie, Gianluca Iaccarino, Assistant Professor di Ingegneria Meccanica,  premiato di recente con un importante riconoscimento scientifico dal presidente Obama, oltre a tre giovani studenti italiani di talento che stanno ultimando gli studi nella prestigiosa Università californiana. Piacevole appendice per il gruppo, shopping “selvaggio” nel negozio di Stanford tra felpe, magliette e gadget. Nel pomeriggio ospiti di Jeff Capaccio, fondatore del Silicon Valley Italian Executive Council, per incontrare Giacomo Lorenzin che ha conquistato giovani e meno giovani col racconto della sua esperienza personale da Portogruaro (Venezia) a Ivrea alla California, da Olivetti all’esperienz adi imprenditore del software. Oggi tocca a Cisco, un colosso californiano hi tech che ha avuto una forte presenza di manager italiani e Innovalight che produce una vernice al silicio per innovativi pannelli solari, ospiti di Francesco Lemmi, amico di IdF già incrociato e intervistato tre anni fa. In serata poi meeting Sviec, fiancoa  fianco a diversi veterani di successo italiani di Silicon Valley.