Italiani di Frontiera di nuovo a Radio24, ospite di Giovani Talenti con Vincenzo Di Nicola

Un vero piacere tornare a Radio24 ospite di un vecchio amico di Italiani di Frontiera, Sergio Nava autore della bella trasmissione Giovani Talenti che percorre un sentiero parallelo a quello di IdF, nel raccontare storie di italiani d’eccellenza all’estero. Temi al centro anche dell’associazione ITalents di cui siamo soci fondatori. A IdF Sergio aveva dedicato addirittura uno speciale di Natale, nel 2011… Piacere doppio, visto che in trasmissione ho affiancato lo straordinario Vincenzo Di Nicola, che dopo il successo della sua startup GoPago, che mi aveva raccontato all’esordio a San Francisco nel 2011, ceduta la primavera scorsa ad Amazon, è tornato in Italia col sogno di sviluppare qui un nuovo business, forte dell’esperienza a maturata, nel campo dell’Hi Tech finanziario, con una nuova moneta digitale. Caso esemplare, quello di Vincenzo, da tempo impegnato in un progetto didattico con il suo ex liceo di Teramo, così coinvolto nella filosofia del Give Back”, riportare nella propria terra d’origine l’esperienza e la professionalità maturata con un successo imprenditoriale all’estero. Un’eccezione, quella di Vincenzo. Ma il ponte con Silicon Valley è sempre più di andata e ritorno… Di “Give Back”, dei benefici da portare in Italia dopo le esperienze all’estero, di come la “fuga” si stia trasformando in “circolazione” di talenti e di molto altro abbiamo parlato con Sergio (bravco come sempre) e Vincenzo, nella puntata di Giovani Talenti, da oggi disponibile online. Qui la puntata andata in onda sabato 20 settembre . Vincenzo dal minuto 6′, io al 14’07”.        

Nicola Palmarini: la tecnologia? Senza le teste giuste è un Boomerang

Perché cent’anni di tecnologia non hanno ancora migliorato il mondo? A rifletterci  a fondo è un grande amico di Italiani di Frontiera, da anni manager IBM dopo una carriera da professionista della comunicazione, di cui è figura di spicco:  Nicola Palmarini (no non è esagitato come sembra nella foto. Di più…) che  nel suo ultimo libro “Boomerang” (pubblicato da Egea e curato dalla sua brava editor, Alessia Uslenghi)  ha parole straordinarie proprio per IdF. Grazie Nicola, davvero onorato. Un incrocio di preziosi amici, alla presentazione del libro nel bellissimo spazio Open di viale Monte Nero, e tutte zucche pensanti della comunicazione. Da Pietro Cerretani (Settimana della Comunicazione) a Eugenio Alberti (Ladomir), da Samanta Rizzato (Symbols) a Beppe Cova (Ambrosetti) al celebre Francesco Morace (Future Concept Lab), precettato poi come il sottoscritto per un breve intervento nel corso dell’incontro.Come ha detto giustamente Marco Minghetti (Humanistic Management 2.0) che ha condotto l’evento, siamo afflitti da un atteggiamento quasi luddista diffuso fra i maestrini della pseudointellighentia, che fanno del cinismo il proprio marchio e individuano nei nuovi media, di cui nulla capiscono, qualcosa che sta erodendo ineluttabilmente spazi e potere riservati a loro, che hanno smesso da tempo d’imparare perché sono convinti di aver solo da insegnare. Come quell’ex giovane celebre direttore di testata che sentendosi raccontare da un collega adrenalinico un progetto (Italiani di Frontiera ovvio) troppo Out of the Box per la sua testona, borbottò: “Perché mi dici tutto questo?” e poi “Leggi il mio libro”. Quelli che… quelli che cresciuti nei salotti che contano (balle), stanno in cattedra a dar lezioni, e hanno smesso di scoprire… Uh forse pensava a loro l’indimenticato Marco Zamperini, quando diceva che gli analfabeti del futuro non saranno quelli che non sanno leggere e scrivere ma quelli appunto incapaci di imparare, disimparare e imparare di nuovo…Beh la riflessione di Nicola a tratti si fa molto amara. Perché se “la paranoia della crescita ha portato a confondere la stabilità con la stagnazione e l’equilibrio col declino”, si rischia di bollare come falliti quanto cercano invece un equilibrio fra sviluppo economico e sociale. Perdendo la vera bussola che dovrebbe guidarci, quella di valutare ogni azione, prodotto o impresa in base all’impatto che avrà sul nostro mondo nel lungo periodo, precetto alla base della fondazione The Long Now di Stewart Brand, patriarca a San Francisco della controcultura californiana e vero anelo di congiunzione con l’hi tech (rappresentata in Italia da un altro vecchio amico di IdF Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2011,  Davide Bocelli).  “Il fatto che tutta questa tecnologia semplicemente funzioni è una splendida fregatura che, apparentemente, ci basta”, scrive Nicola. Mentre “Saper rinunciare o saper indirizzare le priorità no vuol dire fermare il progresso”.   Insomma, congegni, gadget, app ma persino quel concentrato d’intelligenza che sono le conferenze TED possono finire col diventare un bombardamento di stimoli che danno una confortante assuefazione, illudendoci  di navigare col pilota automatico verso un radioso futuro. Mentre rischiano d’essere palliativi, dice ancora Nicola.  Che con un’amarezza a tratti persino feroce, arriva a uno dei unti centrali pure per Italiani di Frontiera. E cioè: ancora una volta,  il discorso cade sulle zucche. Non è la tecnologia ma sono le teste dietro e dentro le tecnologie che contano. Perché ci si può riempire la bocca di parole come Startup e Innovazione e poi continuare a coltivare orticelli, gufare sui successi altrui e ignorare cosa procura al mondo il nostro benessere, hi tech o meno. Se c’è un’inquietudine di fondo in questa riflessione, sta sempre nell’incertezza della rotta. Combattere la dittatura, ricostruire un Paese in pezzi, far uscire dalla misera la propria famiglia o propiziare il boom, come hanno fatto i nostri nonni, oggi forse ci sembra più semplice come missione, solo perchè la meta pur lontana era visibile. Forse allora non lo era. Ma questa navigazione nell’incertezza va accettata come parte del mondo contemporaneo, in cui il costante fluire e la relazione tra oggetti e persone contano più delle cose stesse, come sostiene il bravo Luciano Floridi, filosofo ad Oxford, ripreso da IdF in questo recente post. In questo fluire, aggiungo io, facendo tesoro delle osservazioni di Nicola ci restano due importanti compiti, sulla rotta incerta per il futuro. Smartellare via dalla caravella la zavorra di mille incrostazioni che sono modi di pensare assurdi ai quali ci siamo colpevolmente assuefatti (incapacità di fare squadra, gioire delle sconfitte altrui e considerare un pericolo e non opportunità il successo di chi ci sta accanto…, arroganza a insopportabile cinismo), poi affidare il timone a chi viene dopo di noi, magari ispirandolo con storie di grandi navigatori, di ieri e di oggi. Infine mettersi ad ascoltare ed a guardare, senza pretendere d’insegnare. Magari i più giovani, ispirati e senza quelle incrostazioni, riusciranno a stupirci.      

“Imprenditore dei sogni” proprio un bel titolo… articolo e due video dopo la trasferta IdF a Cagliari

“…Il suo progetto è importare in Italia questa mentalità vincente. Come? Con una rivoluzione culturale che passi dal racconto di storie di vita, gali esempi positivi di chi ce l’ha fatta… Le armi che usa per smantellare i processi mentali limitanti sono tre: il blog www.italianidifrontiera.com, conferenze-spettacolo che in 3 anni sono state viste da 14 mila persone e i viaggi organizzati per far incontrare aziende e talenti”. Un bell’articolo con un bellissimo titolo, “Roberto Bonzio l’imprenditore dei sogni”, quello scritto da Cristina Muntoni sul blog Ladonnasarda, nel portale unionesarda.it. Frutto di una chiacchierata al termine di una delle due conferenze di Italiani di Frontiera nella trasferta di qualche settimana fa a Cagliari, fra fantastici amici che sono fior d’innovatori, come Antonio Solinas, Alice Soru e Nicola Pirina. Proprio Nicola mi aveva presentato, sceso da meno di un’ora dall’aereo da Fiumicino (partito al mattino da Treia Macerata dopo l’evento della fondazione Symbola), per concludere a Cagliari la bella rassegna Sinnova.   Due giorni dopo, nella bellissima sede di Tiscali dell’Open Campus, ospite di Alice Soru il bis, con una conferenza che non facevo da qualche tempo, su innovazione e pensiero trasgressivo: “Dobbiamo tutto agli Hippie”. E che piace tanto ad Antonio Solinas, che di questa trasferta è stato l’artefice. Ma attenzione, forse IdF tornerà a Cagliari già in settembre…  

Guido Toffoletti, Peter Pan veneziano nell’Olimpo del Blues mondiale

“Scusate ma domani non possiamo vederci. E’ il mio compleanno e lo festeggio con i Rolling Stones“. Era il giugno 1998, e gli Stones erano a Milano per un concerto allo stadio. “Ma valà Guido!”, lo beffeggiammo. Lui come sempre sorrise. Ma un paio di giorni dopo si presentò con una foto polaroid: lui davanti a una torta con le candeline… fra Mick Jagger e Keith Richards! Quando si sa volare per dono di natura, forse non ci si pone il problema: si è così e basta. Non credo che Peter Pan si sia mai chiesto come facesse a volare. Forse la Sindrome di Peter Pan ha contagiato nella mia generazione troppi  ex giovani appesantiti dagli “anta” capaci di far guai. Ma io ho avuto la fortuna d’incrociare per un periodo breve ma intenso un maturo Peter Pan di rara levità, che senza essere una star ha planato come forse nessun altro italiano in un Olimpo, quello della Musica Pop. E merita un posto speciale anche in Italiani di Frontiera. Era così e basta, Guido Toffoletti, bluesman veneziano, che con la sua aria di ragazzino entusiasta e ingenuo, ha varcato soglie di quell’Olimpo precluse ad artisti ben più celebrati. E’ ancora un teenager Guido, quando negli anni Sessanta seguendo la sua passione fugge da un collegio ad Asolo per inseguire un sogno pop. Non ci sono troppe occasioni, per un patito di Rock ‘n Roll ed Elvis Presley, così lavora al Piper di Milano e si adatta a far da uomo di fatica nelle tournée, trasportando gli strumenti di vari complessi fra i quali i Renegades. Quel ragazzino per loro è una mascotte, vittima pure di scherzi pesanti. E in una canzone raccontarono di quando lo fecero sbronzare e poi gli tagliarono i capelli… Quando il suo sogno lo porta a Londra, Guido si mantiene con ogni tipo di lavoro fino all’incontro che segna il suo destino: incrocia Alexis Korner, patriarca di quel blues inglese di cui lui è un patito. Il primo di una serie di figure leggendarie che Guido riesce a conquistare con la sua genuinità e la sua passione. Korner  diventa per lui una sorta di padre artistico e spirituale, che agli altri musicisti lo presenta come il veneziano che li conosce meglio di loro stessi. Tornato in Italia, a metà anni Settanta Guido fonda la Blues Society e diventa una delle figure di spicco del blues tricolore. Diventa amico di alcune star italiane del pop (Patty Pravo, Little Tony, Bobby Solo), suona chitarra e ogni tanto l’armonica a bocca, lo chiamano “Guido Rickenbaker” dal nome della sua inseparabile chitarra elettrica. Veste in modo eccentrico e questo è un altro risvolto della sua personalità: sfoggiava camicie a fiori, improbabili giacconi di pelle con le frange, stivaletti sgargianti che avrebbero reso ridicolo chiunque ma non lui: era così e basta. Ma a Londra Guido ha lasciato il segno e alla carriera di buon artista che riesce a campare della propria musica, cosa non facile in Italia, comincia ad abbinare un percorso internazionale che ha dell’incredibile. Fa da spalla in concerti di leggende come B. B. King e John Mayall, a Venezia è lo stesso Alexis Korner che si offre di sostituire il suo chitarrista ritmico in un concerto (suonare accompagnati dal patriarca del blues inglese, seduto su un amplificatore in un angolo…). Conquista persino un intrattabile come Keith Richards, che indossa ai concerti la maglietta che Guido gli ha regalato, scrive su un tovagliolo in un hotel a Venezia i testi per una canzone che gli propone di comporre, promettendogli pure che se fosse andato a trovarlo (a quel tempo a Parigi) gli avrebbe messo a disposizione “la band”… quale band? Ma… i Rolling Stones! Korner muore prima di ultimare il disco che aveva iniziato con Guido, che trova aiuto in Ian Stewart (anche lui sarebbe morto poco dopo), cofondatore dei Rolling Stones dai quali fu estromesso per semplici motivi di look (non aveva il fisique du rol degli altri) anche se restò per sempre loro collaboratore. Stewart registra tutte le parti alle tastiere ma alla fine non vuole essere pagato  e se ne va con una pacca sulla spalla. L’anno dopo, 1985, Guido è anche l’unico italiano ad esibirsi al concerto di  Buxton (Manchester) in memoria di Korner. “Guido ma hai visto chi è salito sul palco dopo di te?”, gli chiede un amico. Erano Jimmy Page e Robert Plant, Led Zeppelin, che conclusero lo show. A Londra, Guido viene ospitato dal figlio di Korner, Damien, che riesce a fargli concludere una collaborazione che inseguiva da un anno: registrare con un altro dei Rolling Stones: Mick Taylor. Mick era diventato un amico prezioso ma l’aveva dovuto corteggiare a lungo, sapendo che stava suonando con un’altra leggenda rock. Un giorno Guido compone il numero telefonico che gli aveva dato John Mayall, chiedendo di Mick. Gli risponde una voce nasale piuttosto conosciuta. “Ok Mick è qui adesso, te lo passo”: era Bob Dylan! Forse Guido non era un fuoriclasse alla chitarra ma era un artista capace di librarsi in altre dimensioni, con un entusiasmo, una genuinità in grado di far breccia nel cuore di tanti grandi musicisti, che forse in lui ritrovavano quella freschezza, quella purezza che lo star system aveva ormai perduto. Chissà se quel percorso stralunato gli ha permesso di sentire meno i colpi, visto che gli aveva attirato odi e invidie in Italia, spesso irriso e calunniato da chi quell’Olimpo che lui frequentava poteva vederlo soltanto da lontano. L’INCONTRO CON GUIDO, DIECI ANNI PRIMA DI ITALIANI DI FRONTIERA Italiani di Frontiera ormai mi ha fatto capire che sono diventato parte delle storie che racconto. E questo è vero più che mai per l’incontro con Guido, avvenuto dieci anni prima del soggiorno a Silicon Valley (2008) che ha dato il via a questo progetto. Lo conoscevo di fama ma l’avevo finalmente incontrato solo nel 1998. Io stavo ultimando la mia (tardivissima) tesi per la Laurea in Lettere, Storia del Cinema, all’Università di Ca’ Foscari a Venezia

“Nascere è cadere in mare…”. Le parole di Joseph Conrad nella riflessione di Claudio Magris che ha ispirato IdF

Non era italiano, non era certo un innovatore e non sopportava che la navigazione a vela fosse stata soppiantata da quella a vapore. Guardava con pessimismo alle vicende umane. Ma ha saputo lasciare il segno nella letteratura mondiale, scrivendo in una lingua che non era la sua. Joseph Conrad, nato polacco col nome di Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski, scrittore naturalizzato britannico, morto il 3 agosto di novant’anni fa (1924 a Bishopsbourne)  ha un posto speciale nella galleria dei personaggi di Italiani di Frontiera, in particolare nella conferenza Dobbiamo tutto agli Hippie,  dedicata al pensiero controcorrente come motore di innovazione e progresso e presentata per la prima volta nell’edizione 2010 della prestigiosa rassegna internazionale Frontiers of Interaction. Perché con occhio disincantato e scrittura magistrale, Conrad ha trattato alcuni temi che sono divenuti ricorrenti per IdF: realizzarsi nella sfida, affrontare il rischio e l’incertezza, la navigazione come metafora della condizione umana. Valori che aveva esaminato Claudio Magris in un bellissimo articolo uscito 11 anni fa sul Corriere, dal titolo Conrad: nascere è cadere in mare. La vera grandezza appartiene a chi affronta con coraggio la sconfitta. La vita e il lavoro quotidiano come sfida all’ assurdo e all’ignoto. Un viaggio sull’ orlo dell’ abisso sempre sospesi tra incanto e orrore. I VALORI Fedeltà e lealtà, non possiamo rinunciare a combattere per ciò che sentiamo giusto. Riletto ora, l’articolo di Magris conferma uno straordinario valore di ispirazione per quella che è stata la nascita stessa e lo sviluppo di questo progetto. ” Il mare, per Conrad, è come la vita; incanto e orrore, abbandono e naufragio, consunzione, immortalità, distruzione. Nascere, dice Stein in Lord Jim, è come cadere in mare e bisogna farsi sostenere dal mare senza fondo. Non c’ è un fondamento saldo su cui poggiare; non ci sono fedi o filosofie precise che garantiscano la scelta e la bontà delle azioni. Come Conrad, forse noi non sappiamo perché sia giusto essere fedeli e leali, combattere piuttosto che disertare, ma, come lui, in qualche modo sappiamo che è giusto”. Qui in versione integrale il bellissimo articolo si Claudio Magris, Corriere della Sera 12 agosto 2003. Joseph Conrad aveva 12 anni e si chiamava ancora Józef Teodor Konrad Korzeniowski quando, come avrebbe raccontato anni dopo, vide di nascosto suo padre Apollo, grande esponente del patriottismo polacco conculcato dall’oppressione zarista, distruggere i propri manoscritti. In quel ricordo, il padre appare allo scrittore «un uomo sconfitto» che sta compiendo un atto di resa. È probabile, osserva Richard Ambrosini, che si tratti più di una fantasia simbolica che di un ricordo oggettivo; molti scritti del padre sono stati conservati e il suo funerale, pochi giorni dopo quella distruzione spiata dal figlio, furono un’apoteosi di folla, non certo il commiato di un vinto dalla vita. Quando rievoca quell’episodio, Conrad ha già lasciato da tempo la Polonia, ha attraversato da marinaio e da capitano i mari del mondo e il mare della vita – le sue tempeste, le sue bonacce, il suo incanto insostenibile, i suoi gorghi melmosi – e ha scritto immortali romanzi in lingua inglese senza riuscire a parlarla perfettamente. Ma quel ritratto del padre – fedelmente ripescato nella memoria o inconsapevolmente falsificato nella rielaborazione fantastica – contiene alcuni fondamentali sentimenti, ossessioni, immagini, valori e angosce di Conrad: l’eroica sconfitta, l’impavido coraggio nell’affrontarla e un’oscura vocazione alla resa. Forse nessuno come Conrad ha capito – e rappresentato poeticamente – come il destino dell’uomo e la legge della vita siano la sconfitta e come ciò non scalfisca la grandezza di chi, nonostante tutto, «non dà troppo peso alle cose, siano esse buone o cattive», e continua a far fronte alla sorte, ai propri errori, alle inquietudini della propria coscienza, come dice il capitano Giles nella Linea d’ombra. Molti personaggi di Conrad sono sconfitti – dalla vita, dai loro fantasmi o dai loro princìpi, dalle ambiguità della Storia e dell’animo. Vinti sono Almayer e Willems, il reietto delle isole, il capitano Lingard con la sua idea fissa, il capitano Whalley quasi cieco, sopravvissuto al suo mondo e condotto alla rovina dal suo amore per la figlia; Nostromo, il cui coraggio e la cui generosità vengono a poco a poco irretiti nella sordida degradazione di un meccanismo sociale che corrompe oggettivamente ideali e sentimenti; non sono certo vittoriosi sul proprio destino e sul proprio cuore i due più grandi personaggi conradiani, Lord Jim e Kurtz, in Cuore di tenebra. Questo sentimento della vita quale sconfitta nasce da un profondo pessimismo conservatore, che sente il tempo e la Storia come un’erosione del proprio mondo e dei propri valori – il mare che consuma la nave, la tempesta che la affonda. A quei valori si resta orgogliosamente fedeli pur sapendoli perduti o forse proprio perché li si sa perduti, rifiutandosi di accettare i mutamenti del tempo ossia di tradire. Conrad, in fondo, non accettava nemmeno il tramonto della navigazione a vela. La fedeltà, uno dei suoi valori cardinali, è uno struggente amore della vita che rifiuta il suo cambiamento, il suo passare, la sua morte e in questa incorruttibile dedizione si irrigidisce in una perseveranza a sua volta simile alla morte. Questo sentimento conservatore non crede in alcun progresso sociale, la fede nel quale gli appare una falsificazione retorica e ottimista o addirittura uno strumento ideologico di sopraffazione. Come molti altri grandi scrittori della sua epoca, Conrad, nelle sue esplicite e spesso semplicistiche dichiarazioni politiche, è un donchisciottesco, talora patetico reazionario. In tal senso, scrive Franco Marenco, egli esprime «la grande intuizione dell’anima borghese, al crepuscolo della sua grande stagione culturale, della disumanità e dello sfacelo che nutre in sé il corpo civile». L’evoluzione della storia contemporanea, ai suoi occhi, neutralizza ed elide i più diversi, antitetici programmi politici, dal liberalismo al socialismo alla rivoluzione, in un meccanismo totalitario che stritola o integra ogni slancio individuale e impedisce reali alternative con la ferrea necessità dell’antico destino. Ma è proprio questo cupo pessimismo storico-sociale che smaschera, forse più di quanto egli sapesse o si proponesse, le contraddizioni e gli abissi della modernità e fa, suo malgrado,

Innovazione e imprenditoria, Italiani di Frontiera su MTVNews!

  “…Sono convinto che innovazione voglia dire sfidare consuetudini e inventare nuovi modi di produrre, lavorare, comunicare ma anche di pensare…innovatori sono quanti sanno sognare, vedere quel che non c’è e immaginare di poterlo realizzare, andare oltre la linea del conosciuto e della consuetudine…” “… Andarsene per un periodo fa davvero la differenza. Non significa che chi ha una buona idea debba scappare all’estero per realizzarla, magari a Silicon Valley. No, è che l’esperienza fuori dall’Italia comunque fa capire a fondo le nostre potenzialità, perché gli italiani siano così apprezzati e ricercati per inventiva, tenacia, capacità di inventare soluzioni inedite. Ma anche per comprendere che in patria siamo rassegnati a meccanismi assurdi, a consuetudini di cui dobbiamo liberarci, che penalizzano i migliori e premiano spesso appartenenza e conformismo a scapito del talento…“. Un altro bell’articolo dedicato a Italiani di Frontiera, questa volta su MTVNews , testata online del colosso televisivo. Una soddisfazione in più il fatto che l’autrice sia la brava Jessica Malfatto, giornalista e blogger che ha da poco pubblicato “Viaggio nella nuova imprenditoria. Startup e innovazione in Italia” (Historica), e che è stata davvero generosa nell’elogiare Italiani di Frontiera. Grazie mille Jessica! Pensare di poter ispirare persone come te è per IdF un’importante conferma che la strada intrapresa per quanto strampalata è forse quella giusta…  

“Fare il cantastorie mi ha cambiato la vita…” IdF nella homepage di EconomyUp!

“Ciò che nel mio lavoro tradizionale era considerato quasi un limite, curiosità inesauribile, desiderio di inseguire storie senza cercare un tornaconto immediato, propensione al rischio e una certa eccentricità, sono stati fondamentali per avviare e portare avanti il progetto che mi ha cambiato la vita, Italiani di Frontiera…”. Anche Giulia Cimpanelli è una giornalista curiosa (tutti dovrebbero esserlo per definizione… ma sigh non è così!) e davvero brava, a giudicare dalla bellissima intervista che ha pubblicato su EconomyUp, una delle testate per le quali lavora, raccontando l’avventura di Italiani di Frontiera. Ho incrociato Giulia di recente, ad un evento al Circolo della Stampa di Milano, poi nei giorni scorsi all’Arsenale di Venezia a RestartEurope, al quale ho avuto l’onore di essere invitato in qualità di facilitatore, nell’ambito di DigitalVenice. Dalle nostre chiacchierate è uscito un pezzo davvero ben fatto, che coglie   lo spirito e le idee centrali di IdF. “Certo sei anni fa, partendo per la California con famiglia, prendendo sei mesi di aspettativa, non immaginavo quanto le nostre vite sarebbero cambiate…” “Sfidare le frontiere andando all’estero per fare un’esperienza e vedere le cose in maniera diversa, ma anche superando le barriere interiori;think out of the box, ragionare fuori dagli schemi; credere nelle proprie idee folli;  sognare e raccontare il sogno: essere imprenditori vuol dire avere una visione ma anche saperla raccontare. E questo, secondo Bonzio, è il punto debole delle imprese italiane e la caratteristica che le porta a essere entusiaste di lui.” Qui il testo dell’intervista. Thanks Giulia!

IdF torna nelle Marche con Symbola, poi l’esordio in Sardegna con Sinnova

Un fine settimana di prestigio per Italiani di Frontiera. Venerdì 27 giugno la scena è quella del bellissimo teatro di Treia (Macerata), che ospita il Festival della Soft Economy della Fondazione Symbola, con parole chiave come “Coesione è competizione” e “L’Italia deve fare l’Italia”. Un parterre di ospiti di prestigio: Giuseppe De Rita (Censis), Stefano Micelli (Futuro Artigiano), Alberto Meomartini (Camera Commercio Milano), Daniele Vaccarino (Cna)…, oltre al presidente della Camera Laura Boldrini e al ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina, cui spettano le confusioni, prima della conferenza  IdF Dal West al Web alle 18.15. In scena pure i partner fidati di Italiani di Frontiera: Orazio Attanasio e Germano Lanzoni. Sabato 28 e lunedì 30 giugno l’esordio di Italiani di Frontiera in Sardegna. Sabato la scena è quella dell’importante rassegna della Community Sinnova, nel complesso polifunzionale Santa Gilla in piazza l’Unione Sarda a Cagliari, con una conferenza IdF alle 17. Calendario “aperto” per lunedì quando Italiani di Frontiera dedicherà una conferenza Dobbiamo tutto agli Hippie, sul rapporto tra controcultura e New Economy ad un pubblico di innovatori e startupper. Appuntamento ancora nella zona di Cagliari alle 18.30 all’Open Campus Tiscali (Sa Illetta SS 195, km 2300).        

“Vivere la frontiera. Roberto Bonzio ci racconta come farlo”. per una volta, l’intervistato sono io…

    “Roberto Bonzio è un personaggio decisamente atipico nel panorama italiano, a metà tra il giornalista e il cantastorie. Invitato da scuole, università e aziende, Roberto racconta a giovani studenti e professionisti storie di imprenditori in Silicon Valley e di personaggi storici. Vicende diverse ma accumunate dalla capacità di credere nei propri sogni e di prendere tra le proprie mani il proprio destino. In un paese dove il “dire” abbonda e il “fare” scarseggia, Roberto è uno che, per dirla con un’espressione americana “walks the talk“, cioè non solo crede in ciò che racconta ma lo vive in prima persona”. Per una volta, la storia da raccontare è quella di Italiani di Frontiera. Grazie a un amico straordinario, Franco Folini, Italiano di Frontiera a San Francisco con la sua Novedge, fra i primi incontrati all’inizio di quest’avventura nel 2008, alla quale ha dato un contributo determinante. Oltre che imprenditore e animatore di BAIA (Business Association Italiy America), Franco è osservatore attento delle vicende italiane. E collabora a Punto.Ponte Blog, piattaforma culturale curata da fior di professionisti di vari settori imprenditoriali, nella sua nativa Valtellina. A sei anni da quando mi aveva intervistato per BAIA Ha voluto intervistarmi di nuovo, facendo il punto su IdF oggi in un pezzo con bellissime annotazioni, delle quali sono molto orgoglioso. E’ stato un lavoro impegnativo rispondere ma come sempre, con interlocutori del genere, la fatica è ampiamente ripagata e cercando le risposte, si finisce sempre con lo scoprire qualcosa di nuovo… di se stessi e del proprio lavoro! “Roberto promuove un ottimismo costruttivo che ad alcuni, abituati al cinismo del panorama italiano, può apparire ingenuo. Ci racconta che è possibile avere il coraggio di sfidare i nostri limiti, credere nei nostri sogni lavorando attivamente a realizzarli. È anche possibile gioire delle vittorie altrui e imparare dai nostri errori senza vergognarcene. Roberto non si limita a raccontare queste cose, in prima persona ha fatto scelte di vita impegnative allineate con la filosofia di vita che promuove”. No words Franco, un grande pezzo da un grande amico. Qui l’intervista su Punto.Ponte, che Franco ha rilanciato anche sul suo bel blog personale Di Tutto un Po’.