Surf , Mongolfiere e Curiosità. In arrivo il nuovo storytelling di IdF, l’annuncio sul Corriere

In tempi drammatici, con una guerra in corso in Europa mentre ancora non è finita la pandemia che ha sconvolto le nostre abitudini, a salvarci sarà… la curiosità. In arrivo il nuovo storytelling di Italiani di Frontiera, “Surf e Mongolfiere. In tempi di crisi è indispensabile essere curiosi“, annunciato persino su una pagina del Corriere della Sera di Milano, per un ciclo di eventi con fior di sponsor promosso da Fastweb, che già due anni fa aveva ospitato in pieno lockdown uno IdF storytelling “Pionieri, Esploratori. Non Guardiani“, diffuso con un bel video . L’appuntamento sabato 18 giugno alle 17.30, fa parte del progetto StepToTheFuture promosso da Fastweb, che lo ospiterà nel suo quartier generale Fastweb in piazza Olivetti. Ingresso gratuito ma posti limitati, per partecipare occorre registrarsi sul sito steptothefuture.it  Fra le novità, per la prima volta lo storytelling sarà accompagnato non alla chitarra a al pianoforte, da Alessandro Pavesi, abile non solo  alla tastiera ma anche come Project Manager e Coach, prezioso collaboratore nella riprogettazione di IdF assieme a Sofia Elisa Suanno  (con noi nella foto) che ha ridisegnato alla grande il sito, con le illustrazioni della bravissima Susanna della Sala.

Guardare ed essere: quella mania di girare video che stravolge la consapevolezza di chi siamo

“Non conta quello che guardi. Conta quello che vedi”. Questa bellissima frase  di Henry David Thoreau (1817–1862), filosofo americano, scrittore e pioniere della disobbedienza civile e dell’ecologismo, grande ispiratore per la cultura americana e per apostoli della nonviolenza come Gandhi e Martin Luther King, rimanda a una capacità di abbinare lo sguardo a una consapevolezza: non solo interpretare l’immagine che gli occhi inviano al cervello, pure guardare oltre e saper cogliere suggestioni visionarie: non solo quel che è ma quel che potrebbe diventare. Alcuni drammatici casi di cronaca sono segnale inquietante di una consapevolezza che sembra invece confondersi.  L’abitudine a riprendere e riprendersi col telefonino in ogni situazione sta mutando profondamente a livello collettivo la percezione di sè, deformandola ben oltre la smania di apparire, che ha dilatato il narcisismo a fenomeno di massa. Quasi che il poter registrare immagini ci relegasse tutti al ruolo di spettatori, che ambiscono ad affermarsi catturando l’attenzione di altri spettatori e abdicando al ruolo di protagonisti attivi, che in alcuni casi possono e devono intervenire, non stare a guardare. Dalla cronaca a un vecchio profetico film anni Sessanta,  “L’occhio che uccide” (Peeping Tom, 1960) del regista britannico Michael Powell agli incubi della bellissima serie tv  Black Mirror (annunciata da poco la sesta stagione). Lo Specchio Nero è quello dei nostri telefonini spenti, che come quello usato dal killer di “L’occhio che uccide” possono rimandare un’immagine di noi deformata, quando l’ossessione del “guardare” ci fa dimenticare che prima che spettatori siamo protagonisti attivi, che la consapevolezza, che ci fa “vedere” oltre quel che guardiamo, che l’empatia nei confronti degli altri devono guidare il nostro essere: umani. Una mia riflessione su Medium.

Brionvega ad Asolo, la “Fabbrica della Bellezza” fra Olivetti e Apple

#SteveJobs aveva otto anni quando tra le colline, non di Cupertino California ma di #Asolo Treviso, un ex operaio trevigiano emigrato, diventato imprenditore d’avanguardia, decise nel 1963 di aprire un secondo stabilimento nella sua terra d’origine. Giuseppe Brion con la moglie Onorina Tomasin e un altro socio producevano dal 1945 a Milano in zona Città Studi apparecchi elettronici col marchio Vega e dal 1959 alla tecnologia elettronica avevano iniziato ad abbinare un design industriale raffinato. A uno dei migliori collaboratori, l’architetto Marco Zanuso, fu affidata la progettazione della fabbrica di Asolo, che ideata in quel 1963 in cui il marchio divenne #Brionvega, fu inaugurata nel 1967, un anno prima della morte del suo fondatore. Considerato ancor oggi un gioiello di architettura industriale, lo stabilimento ospitò una “fabbrica-comunità” in stile #Olivetti, modello d’avanguardia nelle relazioni industriali: servizi ai dipendenti e attenzione alle loro esigenze, salari alti ed equiparati fra uomini e donne (che erano maggioranza), persino la filodiffusione in fabbrica… Negli anni, l’azienda premiata più volte col Compasso d’Oro sfornò pezzi entrati nell’immaginario collettivo e oggi in grandi musei: dalla celebre “Radio Cubo” firmata da Zanuso assieme al tedesco Richard Sapper, autori anche del televisore portatile Algol 11 esposto al MoMa di New York, al radiofonografo RR126 disegnato da Achille e Pier Giacomo Castiglioni (così ambito che anni fa fu assegnato all’asta per oltre 300mila euro a un collezionista d’eccezione…David Bowie!) sino al Memphis disegnato nel 1980 da Ettore Sottsass. Una stagione gloriosa ma breve (l’azienda già a metà anni Settanta fu lentamente risucchiata nella crisi dell’elettronica italiana), rievocata ora in una piccola bellissima mostra sino al primo maggio al museo civico di Asolo proposta dalla Pro Loco, tra pezzi rari uno più bello dell’altro, gli scorci dello stabilimento catturati dall’obbiettivo di Gianni Berengo Gardin, le testimonianze commosse in video degli ex dipendenti. “Una storia mai raccontata, di quella che per noi era la Apple degli anni Sessanta”, dice Daniele Ferrazza, giornalista che di Asolo è stato sindaco, presentando la mostra “La Fabbrica della Bellezza”, di cui è curatore e che dopo Asolo si appresta a girare l’Italia.

Nuovo sito e nuova squadra Italiani di Frontiera, per Liberare il Talento in tempi difficili

Oggi che “Frontiera” è parola chiave del nostro smarrimento, fra consuetudini e certezze demolite da eventi drammatici come una pandemia e una guerra in Europa, diventa indispensabile saper cambiare prospettiva verso una Nuova Consapevolezza Da anni, Italiani di Frontiera racconta e intreccia storie di talento e ispirazione, invocando una Rivoluzione Culturale, che i cambiamenti in corso hanno reso ora obbligatoria. Per questo deve mutare anche il modo di affrontare e raccontare questi cambiamenti. IdF lo fa con una nuova squadra di preziosi collaboratori: le giovani Sofia Elisa Suanno e Susanna Della Sala, bravissime professioniste che hanno rispettivamente ridisegnato e illustrato il nuovo sito di Italiani di Frontiera; Alessandro Pavesi esperto Product Manager che ne sta progettando lo sviluppo.  ISPIRAZIONE, SURF, FRONTIERA e SOGNO le parole chiave da cui partire. A tutti chiediamo: che  Italiani di Frontiera siete?  Ispirati, consapevoli d aver tratto preziosi insegnamenti per il futuro da esperienze particolari, da generosi mentori? Surfisti particolarmente votati a seguire con curiosità percorsi eccentrici e intrecciare competenze eterogenee? Esploratori, capaci di uscire dalla strada convenzionale e tracciare un nuovo personale percorso verso il futuro? Sognatori, che sanno immaginare  quel che molti altri non vedono, impegnandosi poi a realizzarlo?  Oggi più che mai IdF è una Community di persone aperte all’incontro, allo scambio e alle contaminazioni. Ci aspettiamo (via mail o sui social)  consigli e commenti: al nuovo sito e alle parole chiave. Fateci sapere cosa vi aspettate e cosa vorreste poter vivere in questa Community.  Grazie ancora, per l’amicizia, la passione, la condivisione.

I 50 anni del microprocessore. “Ridurre i consumi e garantire la sicurezza le sfide del futuro”, dice Federico Faggin

  Abbiamo compiuto in passato progressi incredibili, due le principali sfide per il futuro: ridurre il consumo di energia nel calcolo, garantire sicurezza nel calcolo e in tutti i tipi di elaborazione. E’ quando ha detto Federico Faggin, ospite d’onore all’evento online di IEEE Micro che nei giorni scorsi ha celebrato il cinquantenario del primo  microprocessore, in cui compare la sigla FF di Federico, che lo ha disegnato e ne è stato uno dei padri.   Qui la traduzione (intervento di Federico nel video da 25’25” a 30’40″9). “Se guardo indietro, sono incredibili i progressi che sono stati compiuti nella tecnologia, nell’architettura, nel modo di integrare funzioni. Se guardo avanti tuttavia vedo due passi importanti che si devono compiere. Uno è la riduzione del consumo di energia necessaria per fare qualsiasi tipo di calcolo. Se osserviamo il nostro cervello, usa un milione di volte meno energia di quella che usiamo per il calcolo. Così la natura ha fatto di gran lunga molto meglio e abbiamo una lunga strada da compiere per ridurre lo spreco di energia in ogni tipo di calcolo. L’altro problema che vedo è quello di una comunicazione sicura e l’elaborazione sicura, un altro compito che dobbiamo affrontare. Ma sono sicuro che la creatività che si scatenerà con questa nuova tecnologia che abbiamo oggi e che è incredibile troverà la soluzione e non vedo l’ora che ci siano altri 50 anni di incredibili progressi nei microprocessori”. In un’intervista in esclusiva per Italiani di Frontiera alla vigilia dell’uscita del suo libro “Silicio” (2019), la riflessione di Federico sulla capacità unica degli italiani di affrontare la complessità cogliendone un aspetto “di sistema”. “…Se uno guarda al layout dello Z80 per esempio, che ho fatto a mano quasi quasi tutto per due terzi e stesso uno vede una certa capacità di organizzare un sistema complesso in maniera che diventa artistico è bello da vedersi, come un pezzo d’arte al ma una sua espressività che a me è sempre piaciuta…” Qui tutti i contenuti di Italiani di Frontiera dedicati a Federico (interviste, video e l’evento speciale organizzato per lui nel 2019 a Vinci), che di questo progetto è stato il principale mentore.

La lezione per il futuro da quelle ragazze veneziane senza volto musiciste del Settecento

Com’è possibile? Vissero tre secoli fa. Nessuno conosce i loro volti (anche se forse alcuni appaiono in un celebre affresco), abbandonate dai genitori, solo di poche si ricorda il nome, solo due divenuti celebri: Anna Maria e Chiaretta. Com’è possibile che a loro sia stata dedicata una bellissima mostra a Cremona (che ha chiuso i battenti il 31 ottobre ma presto verrà riproposta) e che compaiano tra i protagonisti di un recente libro, best seller New York Times che indaga le chiavi per affrontare il futuro, accanto a personaggi del calibro di Keplero e Van Gogh, star dello sport come Tiger Woods e Roger Federer, del jazz come Django Reinhardt, innovatori come Gunpei Yokoi, pioniere dei videogiochi artefice del successo di Nintendo, o Andy Ouderkirk, geniale inventore di pellicole straordinariamente innovative in 3M?… . ..Nel suo “Range” (Generalisti. Perchè una conoscenza allargata, flessibile e trasversale è la chiave per il futuro, LUISS 2020) David Epstein ha dedicato un capitolo a queste ragazze senza volto, quasi tutte senza nome, vissute tre secoli fa. Esaltando un aspetto del loro talento: virtuose di uno strumento, molte erano straordinarie polistrumentiste, capaci cioè di destreggiarsi anche con altri strumenti… L’articolo su Medium

Arianna Dagnino, nomade digitale per vivere e scrivere all’incrocio di culture

Arianna, nomade digitale per vivere e scrivere all’incrocio di culture. Ha studiato in Russia, Regno Unito e USA, ha vissuto a lungo col marito in Sudafrica, poi anche con due figli in Australia e ora in Canada, dove oggi insegna alla University of British Columbia. In un mondo che conosce il nomadismo come drammatica scelta di vita di milioni di migranti alla ricerca di un futuro migliore, Arianna Dagnino, giornalista e scrittrice, in Il Quintetto d’Istanbul (Ensemble Edizioni) ha incontrato in un immaginario salotto letterario cinque scrittori che come lei hanno fatto del nomadismo una scelta intellettuale ed esistenziale. Vivere in Paesi diversi, conoscerli a fondo, sfidare barriere e frontiere senza recidere le proprie radici ma arricchendole tra incroci e contaminazioni, in un percorso di ricerca di una nuova identità, transculturale. “Cosmopolita”?, “Apolide?”. Presentando in Italia il suo libro, Arianna ha detto di preferire la definizione… “Italiana di Frontiera”. Continua a leggere l’intervista ad Arianna su Medium.  Arianna non  è solo una preziosa amica, è stata pure ispiratrice con l’esempio da “nomadi digitali” suo e del marito Stefano Gulmanelli, (esperto di politica internazionale e ottimo fotografo, anche lui alla University of British Columbia come Instructor nel Dipartimento di Sociologia e Scienze Politiche), quando con la mia famiglia abbiamo intrapreso l’avventura di sei mesi in California, senza ben sapere cosa sarebbe successo, da cui è nato Italiani di Frontiera. Grazie ad Arianna e Stefano (e ai loro figli Morgana e Leonardo) IdF è stato di scena pure a Vancouver nel gennaio 2020, con una presentazione, “From Leonardo to microchip”  per la Dante Alighieri Society… al Museum of Vancouver. E’ stato un piacere promuovere con Italiani di Frontiera due delle presentazioni del libro di Arianna. A Venezia, nella prestigiosa sede del cortile di Ca’ Foscari, in collaborazione con Ca’ Foscari Alumni diretta dal bravo Marco Cosmo. A Mestre come fuoriprogramma al Grand Central Literary Festival ideato dall’inarrestabile Silvia Scagnetto.  Qui la bella videointervista ad Arianna per Venezia Today, realizzata da Sabrina Zuccato

IdF per OVS – Anna Fiscale: impresa di successo trasformando problemi in opportunità

All’inizio, tutto sembrava esser troppo fuori dagli schemi. Troppo particolare, troppo diversa, troppo poco applicabile l’idea. Troppo giovani, troppo poco esperti e credibili per potenziali partner quei ragazzi, che si illudevano di trapiantare in un’attività tradizionale del territorio veronese come l’abbigliamento, idee e modelli dell’economia sociale che una giovane laureata in Economia, Master in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, aveva appreso in esperienze di cooperazione tra India, Haiti e stage alla Commissione Europea a Bruxelles. L’idea “troppo strana” era quella di realizzare un’impresa capace di trasformare due problemi in un’opportunità: creare occupazione per persone emarginate dal tradizionale mercato del lavoro, affrontando contemporaneamente uno dei nodi di un’industria come quella della moda: riconvertire tessuti in eccedenza in nuovo abbigliamento. Era il 2013, Anna Fiscale aveva 25 anni, tantissimo entusiasmo e tantissima passione che sono serviti a reggere il peso di quella diffidenza, a superare momenti di sconforto, in cui per poter sopravvivere è stato indispensabile reinventarsi. L’ultima volta lo scorso anno all’inizio del lockdown, quando la produzione è stata riconvertita in sole tre settimane dopo aver creato un team interno dedicato alla prototipazione di mascherine ad uso medico Classe I di tipo IIR: le prime riutilizzabili iscritte nell’elenco dei dispositivi medici sul registro del Ministero della Salute. E a fine anno, Anna ha ricevuto una telefonata dal Quirinale. Che le comunicava la nomina a Cavaliere al merito della Repubblica, onorificenza consegnatale dal presidente Sergio Mattarella. Prima lo stupore, la gioia. Poi l’emozione per quella motivazione  “…per l’appassionato contributo e lo spirito di iniziativa con cui ha lavorato sulle vulnerabilità e le differenze per trasformarle in valore aggiunto sociale ed economico“. “Finalmente l’attenzione alla diversità, spesso interpretata come fragilità — veniva riconosciuta come una risorsa anche in Italia. Un messaggio forte e necessario, che mi ha resa ancora più fiera di ciò che porto avanti, insieme al mio team, ogni giorno“, dice Anna. Oggi la cooperativa con Progetto Quid, brand di moda etica e sostenibile, crea capi di abbigliamento e accessori in edizione limitata, che prendono vita da eccedenze di tessuti messe a disposizione dalle aziende di moda e del settore tessile trasformate in capi unici grazie a persone – soprattutto donne – con trascorsi di fragilità, alle quali il lavoro con Quid offre un’occasione di riscatto. Quando da bambina le chiedevano cosa volesse diventare da grande, lei rispondeva senza esitazione che avrebbe voluto diventare un medico.  “Se sono diventata invece imprenditrice sociale,  forse è stato proprio inseguendo quel sogno di miglioramento e cambiamento”, dice oggi. Ammettendo debiti di riconoscenza a tante persone che ha avuto a fianco. Anche se a guidarla, confessa, è un piccolo oggetto di legno che porta al collo, ricordo di una delle sue esperienze in Paesi lontani che hanno ispirato il suo percorso: “È un oggetto che nascondo, o meglio proteggo, sotto i vestiti. Nei momenti di difficoltà tormento la catenella che lo regge, nei momenti di serenità — quando cammino, passeggio, o corro verso un obiettivo — lo sento vicino”. Credere fermamente in un’idea controcorrente di ragazzi sognatori, sino a quando non si è concretizzata. Come è stato possibile? “La svolta è arrivata  quando i primi partner hanno creduto nella nostra idea e l’hanno sostenuta. Mi  hanno fatto capire che stavamo intraprendendo una strada poco battuta ma che ci avrebbe regalato splendidi panorami!” – risponde Anna–  C’è voluta cocciutaggine, quella che non fa demordere mai e spinge a credere in un mondo più giusto. E ottimismo, quello che da sempre mi fa ripetere — a me stessa e alla mia squadra — “Alè, alè avanti tutta!”. Per tener duro, occorre aver fiducia, non paura, il suo consiglio ai più giovani: “Bisogna fidarsi e affidarsi.  Le persone intorno a voi sono fondamentali per crescere e consolidarsi, ognuna di loro può aggiungere un pezzetto… un Quid in più”. Quid in numeri 2013 l’anno di nascita 133 i dipendenti 67% la percentuali di lavoratori in condizioni di fragilità 85% la percentuale di donne 17 le nazionalità dei dipendenti 50 le collaborazioni con aziende tessili 31 le partnership come fornitori di prodotti etici con aziende non solo di abbigliamento tra cui marchi celebrati 13 milioni gli euro di fatturato 2020 105 i chilometri di tessuto trasformati in mascherine nel 2020 Per saperne di più Quid in un video Google 2020 per la serie Crescere in Digitale Progetto Quid tra Etica ed Estetica (video 2019 Invitalia)   Anna Fiscale conferenza 2017 TEDx Como: Il Fattore Fragilità Anna Fiscale intervento 2016 alla Camera dei Deputati    

IdF per OVS – Maria Montessori

Quando qualche anno fa una celebre giornalista americana chiese agli inventori di Google quanto fosse stato importante per il loro successo esser figli di professori di Stanford University, Sergey Brin e Larry Page risposero che più dell’università, per loro era stato determinante l’asilo. E cioè l’esperienza fatta da tutti e due da bambini col metodo Montessori. Lì avrebbero imparato a “non seguire regole e ordini, essere automotivati, domandarsi che succede nel mondo, fare le cose in modo un po’ diverso”. La lista di alunni illustri del metodo è lunga e comprende personaggi celebri come Anna Frank, l’attore George Clooney, lo scrittore Gabriel Garcia Marquez, la cantane Beyoncè, il violoncellista  Yo Yo Ma, oltre ad altre star della New Economy come Mark Zuckerberg (Facebook), Jeff Bezos (Amazon), Steve Wozniak (Apple), Bill Gates (Microsoft), Jimmy Wales (Wikipedia), mentre le prime scuole Montessori negli Usa furono finanziate da grandi innovatori di ieri come Alexander Graham Bell e Thomas Edison. Al punto che negli Stati Uniti si parla persino di “Montessori Mafia” non in termini spregiativi ma per definire una èlite intellettuale e imprenditoriale plasmata da quelle scuole. Iniziato dallo studio sui bambini con disturbi mentali, visti i suoi effetti straordinariamente stimolanti il Metodo Montessori si estese  successivamente all’educazione di tutti bambini. Si basa sul bisogno di “libertà“ necessaria a sviluppare una  creatività innata per natura, che però viene repressa dalle regole della società e dai continui interventi degli adulti.   IL PERSONAGGIO Maria Tecla Artemisia Montessori nacque a Chiaravalle (Ancona) il 31 agosto 1870. Fu educatrice, pedagogista, neuropsichiatra infantile, filosofa e scienziata, paladina dell’emancipazione femminile, una delle  prime italiane a laurearsi nella facoltà di medicina. Da bambina Maria adorava recitare e inventare storie e con le sue letture appassionate incantava insegnanti e compagni di scuola. Ma la sua figura ispiratrice fu lo zio Antonio Stoppani, abate e scienziato che cercava di conciliare fede e scienza. Trasferita con la famiglia a Roma, dopo un’iniziale passione per le materie letterarie si indirizzò alle scienze biologiche, iscrivendosi alla facoltà di Scienze per trasferirsi poi a Medicina, dove dopo aver subito non poche discriminazioni  divenne la terza donna a ottenere la laurea. Si interessò presto ai bambini con maggiori difficoltà, frequentando assiduamente i quartieri più poveri di Roma,  specializzandosi in neuropsichiatria infantile, con studi di laboratorio su batteri e malattie diffuse nei quartieri poveri. I  diritti delle donne, il successo del Metodo  Maria fu pioniera nel campo dell’emancipazione femminile, rappresentando l’Italia nel 1896 al Congresso Internazionale delle Donne a Berlino, dove i suoi interventi appassionati la resero celebre (e dove frequentò poi corsi di perfezionamento), ruolo che svolse cinque anni dopo anche al congresso a Londra. Nel 1898 considerata un’autorità nel campo a meno di trent’anni, divenne direttrice della scuola ortofrenica di Roma, portando bambini con handicap mentali a raggiungere progressi e risultati considerati all’epoca impossibili. Nel frattempo si legò a un luminare della psichiatria, Giuseppe Montesano, con il quale ebbe un figlio, Mario, che segnò la fine della loro relazione. Partorì di nascosto affidando il bimbo ad una famiglia laziale, continuando però a mantenerlo e a seguirlo facendosi credere sua zia, ottenendo poi l’incarico di sua tutrice legale alla morte dei genitori adottivi. Nel 1907 aprì la prima Casa dei Bambini a San Lorenzo, Roma, uno dei luoghi più difficili della Capitale, con un alto tasso di povertà, mortalità infantile e pessime condizioni igienico-sanitarie. La Casa  fu sistemata e arredata in maniera tale che il bambino potesse sentirla sua,  la prima scuola nata, non per i bambini con handicap, ma per i figli degli abitanti del quartiere. Il successo del metodo  fu tale che presto si estese a tutto il Paese e all’estero. Durante un congresso in America nel 1913 Montessori venne presentata come “la donna più interessante d’Europa” e i suoi metodi divennero modelli mondiali nell’istruzione dei bimbi di tutte le idee. . Gli anni del fascismo, i viaggi Nel 1926 Montessori organizzò il primo corso di formazione nazionale per insegnanti in grado ad utilizzare il suo metodo, con oltre 180 insegnanti provenienti da tutt’Italia. Mussolini inizialmente sostenne le sue scuole, indicandola assieme a Guglielmo Marconi come simboli del genio italiano nel mondo. Ma la vocazione a un’educazione libertaria, il rigore scientifico del metodo presto si scontrarono con i principi del fascismo e l’idealismo dominante. E lei fu costretta a lasciare l’Italia nel 1934, mentre tutte le scuole che insegnavano secondo il suo metodo vennero chiuse sia in Italia che in Germania. Continuò a viaggiare tra conferenze in tutto il mondo, inaugurazioni di sue scuole e incontri con grandi protagonisti dell’epoca. Allo scoppio della seconda guerra mondiale Maria si trovava con il figlio Mario divenuto suo collaboratore in India, dove fu internata perchè cittadina di un paese nemico. Tornò in patria nel 1946 per riaprire la sua Opera Nazionale che il fascismo aveva chiuso, per poi trasferirsi da amici nei Paesi Bassi. Nel 1951 rifiutò a causa dell’età la richiesta ufficiale   di riformare l’ordinamento scolastico del Ghana. Morì il 6 maggio del 1952 a Noordwijk, nell’Olanda meridionale, dov’è sepolta. Una maestra troppo controcorrente per l’Italia Si stima che nel mondo vi siano 65mila istituti Montessori e scuole Montessori, 4.500 solo negli Stati Uniti dove sono famosissime, 800 nel Regno Unito, 1100 in Germania, mentre nei Paesi Bassi sono montessoriane un terzo delle scuole pubbliche, mentre in Italia non superano le 200. Come mai dopo la caduta del fascismo il metodo Montessori restò marginale in Italia rispetto all’enorme successo riscontrato in tutto il mondo? Forse perchè considerato un insegnamento contrapposto a quello dominante di stampo cattolico tradizionale, vicino al Modernismo cattolico ed al Socialismo, scomodissimo, almeno sino al Concilio Vaticano II, nello sconfessare il peccato originale e ritenere i bambini non solo innocenti ma persino figure messianiche, profetiche. “Per le sue idee trasgressive, in Italia Montessori è rimasta una esule del pensiero dai pensieri dominanti. A Roma per il centenario della prima Casa dei Bambini nel 2007, c’erano 1.150 stranieri, solo una sessantina di italiani quasi tutti addetti ai lavori”, dice Luciano Mazzetti, già docente universitario, presidente del Centro Internazionale Montessori.