Aggregare i contenuti online, la scommessa di Michele Ursino con Foldier

Una pizza con un gruppo di ragazzi a Genova, durante una temporanea trasferta da Silicon Valley. Un piccolo capitale raccolto fra amici e parenti. Scommettendo su un nuovo software che potrebbe risolvere i problemi di molti utenti, che al computer oggi si trovano a dover riordinare contenuti diversi, sparsi non piu’ sul desktop ma in applicazioni Internet tra loro scollegate. La scommessa e’ quella di Michele Ursino, uno dei soci fondatori di Baia (Business Association Italy America), giovane imprenditore bolognese da anni in California, che ha ideato Foldier, un programma ancora in fase di sperimentazione, per coordinare i diversi contenuti oggi sparsi su applicazioni Internet. ESORDIO CON LA COMPUTER GRAPHIC – Dopo sei anni di lavoro a San Francisco ho voluto fare qualcosa di speciale, ho capito che era il momento di aprire una mia azienda. Ero arrivato nel 1999 lavorando per Actify di cui ero vicepresidente engineering e capo della ricerca e sviluppo e sono rimasto oggi collaboratore. Ma l’esordio negli Usa, dopo i dottorato di ricerca al Politecnico di Milano, l’avevo fatto a Washington nel 1997, lavorando alla HT Medical, una societa’ di prodotti per la salute, per la quale come esperto di computer graphic avevo lavorato ad un programma di simulazione per consentire ai chirurghi di fare pratica con interventi chirurgici virtuali. “Vengo e lavoro gratis per sei mesi. Se vi piace quel che faccio, mi tenete”, avevo detto. E cosi’ e’ andata. SUPERARE LE BARRIERE DELLA RETE – Dopo gli anni di Actify, del quale sono rimasto collaboratore, a fine 2006 ho iniziato Foldier, senza fondi o connessioni particolari, raccogliendo un finanziamento di meno di 100.000 dollari fra parenti e amici. L’idea e’ nata dopo aver riscontrato la frustrazione provocata in chi usa il computer dallo spostamento in corso di funzioni dal desktop alla Rete. Prima era solo la posta elettronica, ora anche diverse applicazioni di lavoro e aziendali. Un sistema sempre piu’ potente ma con contenuti sempre piu’ scollegati fra loro. Di qui l’idea di superare queste barriere e realizzare un sistema per l’utente medio, che organizzi tutti i dati che si tengono online su sistemi diversi, da Flickr a Facebook. Per ora e’ un prototipo, ma e’ un software molto ambizioso. Sono convinto che Foldier sia un sistema semplice e intuitivo per organizzare i propri dati. E se non dovesse riuscirci, magari qualcun altro che ci riuscira’. PONTE ONLINE CON L ITALIA – Io lavoro con un gruppo di ragazzi di Genova, incredibili per passione, iniziativa e voglia di fare, un esempio di quelle risorse che in Italia ci sono ma non riescono ad esprimersi. Mentre qui, gli sviluppatori sono le vere star, sono pagatissimi e intoccabili. Una pizza assieme a Natale, un accordo di collaborazione: loro mi aiutano a sviluppare il prodotto da Genova. Ora ogni domenica sera lo passo al computer, discutendo con loro attraverso Skype per due o tre ore del lavoro da fare. LAVORARE SU INTERNET – Internet procede a ondate, di novita’ e di societa’ nuove: Amazon, Yahoo e magari fra cinque anni altri nomi nuovi che si inseriranno. Certe grosse societa’ che fanno fatica a cambiare marcia, (in un campo che di novita’ vive). Microsoft e’ una delle poche che ci riesce, mentre Yahoo ad esempio non ha capito in tempo l’importanza delle inserzioni pubblicitarie legate alla ricerca online (che ha fatto la fortuna di Google). TALENTO ITALIANO – Quando sono venuto qui mi aspettavo gente straordinaria, visti i prodotti che vengono realizzati. Un po’ alla volta capisci che qui sono bravi ma noi italiani non siamo da meno. E che in Italia il capitale umano c’e’ ma non viene sfruttato. Una volta un venditore italiano di Actify mi ha detto: Si vede che questo software e’ fatto da italiani.. ha stile”… Non so se sia vero, certo e’ che altri, come gli indiani, che forse sono meno fantasiosi. Gli italiani sono bloccati dal passato, che gli americani non hanno, e che sembra svilire ogni novita’. Vengo da Bologna, una citta’ con un centro bellissimo.. ma il resto invecchia. I francesi questo blocco non ce l’hanno, hanno un passato ma per loro non e’ motivo per fermarsi.Qui il resto del post

Marco Marinucci, esperienza da ingegnere Google per favorire un ponte con l’Italia

Tra i pochissimi italiani a Google, societa’ principe di Internet, Marco Marinucci, ingegnere genovese, non ha mai tagliato i ponti con l’Italia. E’ lui anzi uno degli animatori di Mind the Bridge, l’iniziativa mirata a favorire opportunita’ a Silicon Valey per progetti italiani, di cui abbiamo parlato di recente, in questo post ed in quest’altro. Con Italiani di Frontiera, Marinucci ha parlato del suo lavoro in un’azienda che sembra incarnare lo spirito stesso di Silicon Valley. E di spunti che dovrebbero essere d’esempio per l’Italia, per un salto di qualita’ che richiede di cambiare il modo di pensare. Qui il sommario DA GIUNTI A GOOGLE – Sono a Google dal 2005. Fossi arrivato l’anno prima, sarei milionario, come tutti i dipendenti piu’ anziani, che hanno ottenuto stock option andate alle stelle. E molti, anche se milionari, sono ancora qui a lavorare. Originario di Genova, ho fatto li’ l’Universita’ (Ingegneria Elettronica) e a Madrid (MBA). Prima di Google, ero gia’ a Silicon Valley. Lavoravo per l’editore Giunti al progetto Giunti Labs, dopo aver lavorato in precedenza in Francia a Sophia Antipolis nella piccola Silicon Valley in Costa Azzurra. FILOSOFIA GOOGLE – Qui a Google, mi occupo di content partnerships, con progetti come Google Books (ricerca tra i libri) e Google Scholar (ricerca tra articoli scientifici). Il profitto e’ arrivato dopo ma non e’ mai stato l’obbiettivo principale della societa’, che e’ evidentemente una societa’ commerciale ma con una missione nobile: “l’organizzazione dell’informazione nel mondo, in maniera che sia utile ed universalmente accessibile”. E’ stato il principio dei due fondatori , Sergei Brin e Larry Page, che sono partiti con un progetto sviluppato all’Universita’ di Stanford, dove non hanno piu’ finito il loro dottorato, e lo e’ ancor oggi che ci sono circa 20.000 dipendenti e un fatturato lo scorso anno di oltre dieci miliardi di dollari. In questo percorso, persone da tutto il mondo (di italiani siamo solo una dozzina) vengono scelte in base alla loro capacita’ di poter ampliare questo sistema di diffusione della conoscenza. Ed e’ una selezione lunghissima. Per me e’ durata nove mesi, con una trentina di colloqui con persone diverse ed alla fine una presentazione generale al senior management. MEZZI E CONTENUTI – Noi cerchiamo di sviluppare prodotti sempre nuovi per questa diffusione della conoscenza, diffusione “democratica” e senza preclusioni per i contenuti stessi, dei quali per questo non ci occupiamo, a differenza di altri motori di ricerca che spesso sono caduti nella tentazione di mescolare le due cose. Vogliamo evitare che si possano discriminare in base alle scelte o al gusto individuale. ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO – Non ci sono orari, lavoro estremamente flessibile ma ci sono obbiettivi trimestrali che si verificano assieme ai propri capi. Google e’ una societa’ aperta, la sede ha una palestra, sauna, piscina, asilo, ristoranti gratuiti. Ogni venerdi’ pomeriggio riunione raduno con Page e Brin. Partecipano quasi tutti i dipendenti nella sede e molti altri in videoconferenza. Ognuno puo’ porre domande o inserirsi negli appuntamenti con i due capi. MARKETING – Non c’e’ pubblicita’ per i nuovi prodotti Google ma si conta sulla diffusione del passaparola. Se il prodotto funziona lo si vede da solo e va avanti. Altri invece vengono accantonati dopo un po’ se i nostri utenti non reputano essere innovativi. Una diffusione virale, come indicato nel libro “The Tipping Point”. Come e’ successo ad esempio a Orkut, uno strumento di social netwoking ideato da un ingegnere turco e che porta il suo nome, diventato la principale rete di questo genere in India e Brasile. (120 milioni di utenti nel mese scorso secondo Wikipedia). NEGATIVITA’ ITALIANA – Questo spirito positivo e’ proprio agli antipodi, rispetto a quanto si avverte in Italia, dove si percepisce una negativita’ diffusa che va oltre la situazione politica ed economica. E’ stata la generazione dei nostri genitori con alle spalle la fame e la guerra a fare le cose migliori, non certo la nostra. Basta passare la frontiera e andare in Spagna ed avere la sensazione opposta. La percezione che li’ “si puo’ fare” quello che in Italia si e’ rassegnati a non tentare. RISCHIO E FALLIMENTO – Perche’ per innovare bisogna provare e magari sbagliare. Ricerca e innovazione vanno di pari passo con il rischio. Bisogna tentare strade nuove senza paura di fallire. Lo sanno i venture capitalist, che investono su idee diverse sapendo che alcune (poche) frutteranno ed altre (la gran maggioranza) falliranno. E nel mondo del lavoro qui e’ cosi’, si rischia si accetta di poter fallire. Pazienza, si ricomincia da un’altra parte. Questo sembra inaccettabile in Italia, dove il fallimento non e’ un tappa di un percorso ma una disfatta. E la bancarotta di una societa’ e’ sinonimo di bancarotta fraudolenta… UNIVERSITA’ – Non credo sia l’Universita’ il problema dell’Italia. Le nostre come insegnamento sono generalmente qualificate, anche se sono poco aperte all’estero e non hanno quell’interscambio col mondo delle aziende che significa opportunita’ di lavoro ed occasioni di sbocco professionale. BUSINESS PLAN – La base sulla quale si progetta qui un lavoro ed una nuova impresa, come farla nascere e come svilupparla e’ il business plan. Ma chi lo sa fare, in Italia? Nelle aziende non si usa, nelle Universita’ non lo si insegna. ESEMPI DA SEGUIRE – I Paesi da tenere come punto di riferimento ed esempio per il loro ruolo nello sviluppo tecnologico, sono India e Israele soprattutto. Hanno promosso il loro hi tech (in Israele con un impegno da parte del governo), ora hanno un’immagine consolidata nella Silicon Valley, dove le aziende di questi due Paesi sono presenti con il marketing e la ricerca di investimenti, mentre i prodotti vengono sviluppati in casa loro. E Israele e’ gia’ ad una seconda fase. ESEMPI ITALIANI – Ma ci sono anche aziende italiane sviluppate secondo questo modello. Penso a Funambol, che ha marketing e finanza qui, mentre sviluppa i suoi prodotti in Italia. E’ questa la strada giusta. UN PONTE CON L’ITALIA – Pochi giorni fa abbiamo concluso la prima edizione di Mind the Bridge. Un concorso

Roberto Crea pioniere del biotech ricorda la sua impresa per l’insulina sintetica

Un pioniere delle biotecnologie che a 29 anni, arrivato in California con le conoscenze giuste al momento giusto, diede un contributo fondamentale ad una invenzione di portata storica: l’insulina sintetica, rampa di lancio per un settore oggi in primo piano. Trent’anni dopo, Roberto Crea, chimico calabrese trapiantato sulla West Coast, ha collezionato cinque nuove aziende avviate ed una trentina di famiglie di brevetti. Ne ha parlato con Italiani di Frontiera, rievocando con stupefacente umiltà quella prima impresa straordinaria. Deciso pero’ a non fermarsi. JEANS E MAGLIETTA – Un tipo alla mano in maglietta e jeans, con cui chiacchieravo appena arrivato in California, al City of Hope Medical Center di Duarte (Pasadena). Credevo fosse un addetto alle pulizie del mio nuovo laboratorio. “Ah, vedo che ha già conosciuto il professore“, mi dissero. Quel “tipo alla mano” era Herb Boyer, luminare mondiale nel campo del Dna, il fondatore di Genentech, considerata la societa’ che ha aperto la strada di un nuova nuova disciplina e un nuovo business: le biotecnologie. E’ questa l’immagine che mi e’ rimasta impressa, del mio arrivo in California. Partito dalla Calabria, nel 1972 mi ero laureato in Chimica all’Università di Pavia ed avevo fatto una specializzazione a Leiden, in Olanda, doveva avevo svolto un lavoro di gruppo sulla sintesi del Dna, quando mi proposero di venire qui. Boyer che si e’ meritato oltre a vari premi una copertina su Time, aveva fondato Genentech nel 1976, assieme ad un venture capitalist, Bob Swanson, un giovane di 28 anni… Capitale iniziale: cinquecento dollari ciascuno. DA MILLE A 100 MILIARDI DI DOLLARI – Oggi la società ha piu di 10.000 dipendenti e vale piu di cento miliardi di dollari, ha prodotto dodici farmaci tra cui I farmaci piu’ efficaci anticancro ed ha inoltre una quarantina di prodotti in fase di sviluppo. Per me era subito diventato un mondo magico, di scienza e di successi, di incontri con straordinarie personalita’ scientifiche. Arrivai con le conoscenze giuste, al momento giusto. Non mi immaginavo che queste conoscenze potessero avere uno sbocco o una ricaduta industriale cosi grande e cosi rapida. Invece scoprii che qui, quel che si impara sui libri spesso diventa business. Arrivammo a produrre l’insulina umana di sintesi, grazie anche ad una scoperta, un problema che ero riuscito a risolvere con il mio intuito. Fu un’invenzione di portata straordinaria, anche perche’ il diabete era una malattia destinata a diffondersi dopo di allora, con il benessere dei giorni d’oggi e una vita media piu’ lunga. Io avevo solo 29 anni, forse non mi resi nemmeno conto di quanto fosse importante quello che avevamo fatto in un piccolo laboratorio di un ospedale. COMBATTERE IL DIABETE – A quei tempi, l’insulina si produceva con un procedimento laboriosa e costoso, estraendola dal pancreas di animali. Alcuni laboratori lavoravano gia’ su prelievi da pancreas umano per isolare il gene dell’insulina. Conoscevamo i meccanismi di riproduzione delle cellule batteriche e alcuni laboratori cercavano, attraverso un sistema complesso, di prelevare il Dna dell’insulina dalle cellule umane e reinserilo modificato nei batteri attraverso gli “anelli di congiunzione” dei batteri, i plasmidi. Ma Genentech aveva capito che c’era un’altra strada per ottenere lo stesso risultato: utilizzare un gene completamente sintetico, cioe’ prodotto nel mio laboratorio. Modificando questi anelli che trasportano geni nei batteri con l’aggiunta del gene dell’insulina e reinserendoli, il procedimento sarebbe stato molto piu’ rapido e originale. CINQUE MESI INVECE DI 10 ANNI – Restava da sviluppare la tecnologia piu’ efficace per effettuare questo progetto . Genentech affido’ a me l’incarico di sviluppare un nuovo metodo di sintesi chimica per aprire questa nuova frontiera. Ed e’ quello che sono riuscito a realizzare all’inizio della mia carriera in California. In cinque mesi, quando nessuno al mondo avrebbe mai scommesso che ci saremmo riusciti in meno di dieci anni. Per la prima volta, alla Genentech riuscimmo a trovare la soluzione ad un problema medico di importanza mondiale, la produzione in quantita’ illimitate dell’insulina umana da batteri. Con grande beneficio per I sofferenti di diabete, visto che prima anche l’insulina animale scarseggiava, ma anche con risvolti eccezionali per la nuova industria delle biotecnologie. La produzione dell’insulina fu salutata come una pietra miliare della scienza mondiale e fu, allo stesso tempo, il via ad un settore, quello delle biotecnologie, destinato a creare benessere a livello medico e sociale, e che ha oggi un fatturato d’affari di 60 miliardi di dollari l’anno. Con circa quattordici mila aziende, la meta’ delle quali piccole o addirittura “start up”. IN 20 ANNI 5 AZIENDE E 30 BREVETTI – Nel corso degli ultimi venti anni, Io ne ho fondate cinque assieme alla stesura di una trentina di famiglie di brevetti. E cosi, specializzandomi in start up o piattaforme tecnologiche per la creazione di prodotti, sono riuscito a creare delle aziende che una volta avviate vengono acquistate da grandi società farmaceutiche. Ed ancora …non è finita qui!

Enzo Torresi pioniere dell’hi tech: Olivetti a Silicon Valley, storia appassionante e amara

Alle origini della presenza italiana nel cuore delll’hi tech mondiale, mentre Silicon Valley stava diventando tale. Il contributo eccezionale e’ di Enzo Torresi, oggi partner fondatore di EuroFund, societa’ di venture capital, pioniere e memoria storica dell’ingegno made in Italy  oltreoceano. Che per Italiani di Frontiera ha rievocato la vicenda della presenza Olivetti a Silicon Valley, coincisacon la prima parte della sua straordinaria carriera. Storia appassionante, di intuizioni, grandi professionisti, sviluppo internazionale. Una storia purtroppo con un epilogo amaro. DALLA SICILIA A TORINO – Siciliano di origine, mi laureai a Torino nel 1969. In quel periodo c’era molta crescita e molti meno laureati in elettronica. Eravamo pochissimi, io ebbi 23 offerte di lavoro appena laureato. Il Politecnico forniva i nostri nomi a tutte le aziende: Olivetti Siemens, Telettra e Fiat, quelli che avevano una componente elettrotecnica… Andai subito a lavorare a Ivrea. Avevo lavorato negli ultimi due anni di Universita’ con una societa’ che faceva brevetti. Avevo perso mio padre a 24 anni ed ero l’unico che poteva fare qualcosa per la famiglia. Accelerai moltissimo il numero di esami per laurearmi il prima possibile… Questo torinese che mi dava il lavoro, quando mi arrivo’ l’offerta dell’Olivetti disse che l’avrebbe raddoppiata purche’ restassi con lui. Io lo mandai a quel paese, perche’ aveva dimostrato quanto poco mi avesse pagato sino ad allora. Studiavo, poi lavoravo di pomeriggio e fine a notte tarda per 120.000 lire al mese. INGRESSO ALL’OLIVETTI – L’Olivetti me ne offri’ 220.000. Io mi trasferii a Ivrea e qui avvenne una cosa molto strana. Il mio capo a Ivrea era un americano della Xerox, che Olivetti aveva assunto come capo della ricerca. A Ivrea aveva 400 persone, altre 40 nel New Jersey, a Tenafly. Questo americano Phd era un radioamatore. Io ero cinque livelli sotto di lui e un giorno per caso ci incontrammo in un corridoio e  gli dissi che ero radioamatore come lui, Guardando nei nostri registri trovammo le rispettive sigle: ci eravamo gia’ parlati senza sapere chi fossimo. Questo piccolo evento risulto’ molto importante per la mia carriera, perche’ lui mi favori’ molto. “Dottor Torresi, io la portero’ nel mio laboratorio nel New Jersey che e’ molto importante perche’ penso che qui sarebbe sprecato…“, mi diceva. COINCIDENZA FORTUNATA NEGLI USA – A quei tempi a Ivrea in mille facevano progettazione, in 400 facevamo ricerca. Resistetti li’ dieci mesi, dopo di che lui mi mise su un aereo mandandomi con una scusa all’Universita’ del Rhode Island, dove feci un corso di due mesi post graduate sulla fisica dei dispaly a cristali liquidi. In due mesi di Kingston mi resi conto che quel che volevo fare io era negli Stati Uniti. Lui alla fine di questa permanenza mi mando’ nel laboratorio del New Jersey, dove avvenne un altro caso fortuito. Il capo dei capi della ricerca e sviluppo, ingegner Perotto venne negli Usa per approvare il budget 1971. E io mi trovavo li’ in queste due settimane di permanenza… Io avevo lavorato per un po’ con i colleghi americani per fare una dimostrazione di questo display, uno schermo sul quale dovevamo far apparire inumeri di una calcolatrice elettronica. In questa riunione in cui presentavamo il nuovo prodotto del gruppo di ricerca mi disse: “Per sbrigarci perche’ non me lo racconta lei cosa state facendo, invece di questi americani, che ho dfficolta’ a capire cosa dicono?“. Io feci tutta la presentazione, poi la dimostrazione, l’indomani lui prima mi partire mi disse: “Sa, tutti stanno pensando di farla venire in questo laboratorio ad aiutarli in questo progetto dei  cristalli liquidi perche’ ha fatto buona impressione a tutti“. Tornai a Ivrea e raccattai tutto… avevo un figlio di un mese, Marco, ero appena sposato. E nel dicembre 1970 mi trasferii permanentemente in America.  Non so se sia stata una fuga dei cervelli ma di fatto io mi dissi con mia moglie che sarei stato infelice a Ivrea e volevo cogliere questa opportunita’ che mi si presentava. TEST PREVENTIVI SUI CHIP USA – Dopo due anni di lavoro, Olivetti vendette questi brevetti a Timex e Motorola. Il gruppo americano venne sciolto e io corsi il rischio di tornare in Italia.  Ma in quel periodo  in California stavano nascendo diverse aziende di semiconduttori: Intel, Motorola, Texas Instruments…. Io proposi di fare di mestiere il residente Olivetti presso queste societa’ di semiconduttori, con cui stavamo stabilendo importanti rapporti per trasformare in elettroniche macchine da scrivere e calcolatrici che allora Olivetti faceva con lamiere stampate. Tutti concordarono che ci fosse bisogno di una persona negli Usa. All’inizio mi diedero un ufficio a New York, da dove dovevo fare il pendolare con San Francisco. Dopo un mese mi trasferirono  a Mountain View,  dove affittarono un appartamento. Io avevo tre uffici dedicati: uno a Intel, uno alla  National Semiconductors e uno alla Texas Instruments. Era il 1973. Dopo due anni, tutti consideravano positivamente il mio esempio. All’epoca all’Olivetti, prima dell’arrivo di Carlo De Benedetti, c’erano Marisa Bellisario e l’ingegner Ottorino Beltrami. Ci fu un successo di progettazione alla Fairchild, che fece un chip  molto grande tutto in silicio, che sostituiva tutte le componenti meccaniche di una calcolatrice, rispetto alle vecchie macchine elettromeccaniche. Olivetti mise in produzione questa macchina, tutti parlavano di questa idea di mandare un residente presso queste aziende e mi diedero carta bianca per fare altre attivita’. SCONTRI CON INTEL – Olivetti stava iniziando a comprare grandi quantita’ di prodotti, memorie statiche da Intel soprattutto, e da Texas Instruments. Io proposi di fare un laboratorio per collaudare tutti i semiconduttori che partivano da Silicon Valley per Ivrea, come avevamo fatto in un primo test. Mi dissero ok e fecero fare un investimento di 500.000 dollari di allora per comprare due grosse macchine di collaudo dei semiconduttori. A questo punto, il gruppo divenne di venticinque persone. Il nostro mestiere era quello di confrontare i risultati dei test con le specifiche tecniche dei prodotti di Ivrea. Quindi (se risultavano incompatibilita’) potevamo anche rifiutare una spedizione. Cosa che io feci un paio di volte, con Intel, suscitando reazioni risentite e quasi grane diplomatiche. Ma se il chip di memoria che ci consegnavano non passavano lo screening di Cupertino, veniva rigettato. Per Olivetti questo fu un grosso risparmio: in tempi normali si sarebbero accorti di incompatibilita’  solo quando il chip era gia’ arrivato a Ivrea, e Intel poi rifiutava di riconoscere vi fossero problemi, scaricando la responsabilita’ sui tecnici di  Ivrea… cosi’ invece noi controllavamo e dicevamo loro: venite a vedere il test di Cupertino, dieci minuti di macchina e vi

Da Padova alla Nasa: Cristina Dalle Ore astronoma tra galassie e sistema solare

Dall’Universita’ di Padova alla Nasa, passando per University of California e Harvard. Con una passione non proprio “da business”: l’astronomia. Cristina Dalle Ore, trevigiana, prima “Italiana di Frontiera” di questo blog, oggi ricercatrice alla National Aeronautics and Space Administration, ha due consigli da dare ad una ragazza che volesse seguire la sua strada: prepararsi a lavorare due volte meglio degli uomini, non rinunciare ad inseguire le proprie passioni, usando Internet come porta d’accesso. Per conoscere quello che c’e’ nel mondo sul proprio argomento di studio preferito. E per contattare direttamente e senza timori reverenziali i massimi esperti mondiali in materia. Pronte all’occorrenza a partire. DA PADOVA IN CALIFORNIA – Sono nata a Treviso, ho studiato all’Universita’ di Padova, dove all’ultimo anno di Astronomia, chiesi al mio professore Francesco Bertola, uno dei grandi studiosi di galassie, di fare la tesi all’estero. Volevo avere una carta in piu’ rispetto ai miei compagni: i laureati in astronomia sono pochi ma i posti pochissimi. In piu’ Luciano che poi ho sposato, era gia’ a Stanford, e mi faceva piacere raggiungerlo… Bertola mi mando’ proprio all’Universita’ di California, da Sandra Faber, una professoressa che era uno degli scienziati piu’ prestigiosi in astronomia, con tutte le raccomandazioni di un padre… Una settimana prima della partenza, venni convocata, il professore deluso mi disse che ormai partivo solo perche’ aveva dato la sua parola e che delle donne non ci si puo’ mai fidare… una mia compagna era andata a dirgli che volevo soltanto raggiungere il mio ragazzo!  Io non negai che lui fosse li’. Ma ho altre motivazioni, dissi. PARTIRE DA ZERO – Era il gennaio 1982, non dimentichero’ mai quel primo week end in California. Luciano venne a prendermi all’aeroporto. Poi mi diede una vecchia Rabbit ed una cartina per arrivare da Palo Alto a Santa Cruz…. e partii. Io parlavo un inglese come gli indiani nei film: “io andare..io mangiare…” e col computer, avevo solo scritto a Padova “Hallo world” con un programma in Word.. ma non mi sono abbattuta, ed ho e cominciato a lavorare. Dormivo poco, alla sera un mal di testa assurdo… e facevo solo astronomia. Il mio inglese e’ migliorato solo grazie alla tv e alla pazienza di professori e di studenti. Il linguaggio della scienza e’ comune, avevo capito cosa dovevo fare, avevo una strada e mi affascinava. La tesi di laurea fu un progetto di ricerca in parte pubblicato, sulla metallicita’ nelle galassie ellittiche, uno studio di spettroscopia fatto senza sapere quasi nulla di atmosfere stellari e spettroscopia. Sei mesi di lavoro da pazzi ma i risultati potevano stare in qualcosa di simile a una tesi. A luglio tornai in Italia per completare e tradurre. Con una lettera della professoressa che diceva che avevo fatto un lavoro eccezionale, superando barriere di lingue, imparando a programmare e completando il progetto in un tempo limitato.. e raccomandandomi di fare domanda per il Phd a Santa Cruz.  Per me e’ stato un motivo di rivalsa, rispetto alle compagne. E il professore era  felicissimo… HARVARD ALL’IMPROVVISO – Sono tornata in California, mi aveva chiamato anche Stanford ma ho detto no per seguire la professoressa di Santa Cruz. Dopo due anni, stavo scegliendo la tesi, ancora su spettroscopia e modelli di atmosfere stellari, quando Luciano ebbe un’offerta di lavoro a Boston. Era il 1987, non volevo andarci. E invece la professoressa di Santa Cruz entusiasta mi raccomanda a due professori di Harvard! Ho iniziato a lavorare li’ alla mia tesi, con due relatori agli antipodi. Per uno era fondamentale l’osservazione al telescopio, l’altro era un teorico per eccellenza. AD UN PASSO DAL MOLLARE TUTTO – Otto anni per finire la tesi, dopo due o tre credevo che non sarei mai arrivata da nessuna parte. Uno mi diceva una cosa, l’altro il contrario. Un giorno di disperazione ho camminato da Harvard al Mit, sono andata al dipartimento di  architettura ed ho chiesto un programma per trasferirmici… invece ho finito la tesi, nove ore prima della nascita di Giuseppe, secondo dei miei tre figli…, ed alla laurea sono andata con lui che aveva pochi mesi. ARRIVO ALLA NASA – Quando Luciano ha annunciato che doveva tornare in Calfornia, ho chiamato una compagna che a Santa Cruz aveva avuto molta pazienza…. ora lavorava alla Nasa e lei mi ha detto: perche’ non vieni qui… voleva dire mollare le galassie per il sistema solare… La mia fortuna e’ stata di aver lavorato con gente di altissimo livello. Il colloquio l’ho fatto con suo marito Dale Cruikshank… ancora oggi il mio capo. Non solo persone eccezionali,  ma di pazienza rara e capacita’ straordinarie. Estremamente gentili, e’ facile lavorarci assieme, lasciano un sacco di flessibilita’. Ora loro sono al quartier generale Nasa a Washington. ARCHEOLOGIA DEL SISTEMA SOLARE – Oggi lavoro soprattutto sullo studio dei  bordi del sistema solare, per capire la composizione chimica del sistema e la sua storia. Ci interessa perche’ e’ cosi’ lontana dal Sole che speriamo sia meno contaminata dagli ultravioletti. Speriamo di riuscire a individuare gli elementi primordiali che hanno formato il sistema solare. E’ come guardare alla sua preistoria, una sorta di archeologia del sistema solare, in oggetti  che sono a 40 volte la distanza tra Terra e Sole. Sono solo gigantesche rocce, c’e’ bisogno di telescopi potentissimi. Quando la luce si riflette su un corpo, porta con se’ l’impronta di quella che e’ la composizione del corpo stesso. E’ studiando questa luce attraverso modelli computerizzati che  si determina la sua composizione, visto che diversi materiali riflettono la luce in modo diverso. SCIENZIATO E DONNA – Mi ha aiutato molto aver lavorato per anni con una donna. “Cristina ricordati sempre che essendo una donna, non devi fare bene. Devi fare due volte bene rispetto agli uomini”. Aveva ragione, devi essere una persona molto aggressiva.  Io ho fatto compromessi perche’ ho scelto di avere figli, rinunciando alla carriera accademica, anche se insegno sporadicamente all’Universita’. Ho un sacco di interessi: mi piace fare mosaici, disegnare, cucinare, giardinaggio. Mentre la carriera accademica e’ molto sacrificata e

Sam Rodia e le bizzarre Watts Towers di Los Angeles, che costruì da solo in 30 anni

  Era l’aprile 1977, quando il National Register of Historic Places inseriva nel suo elenco di luoghi storici da tutelare uno dei piu’ bizzarri monumenti degli Stati Uniti: le Watts Towers, nell’omonimo distretto di Los Angeles.  Un intreccio di 17 diverse strutture, la piu’ alta delle quali supera i 30 metri, costruite con materiali di scarto: pezzi di ferro decorati con cemento, cocci, ceramiche e conchiglie. A realizzarle, da solo nel tempo libero, in trent’anni di lavoro tra gli anni Venti e Cinquanta, un immigrato italiano, Sam Rodia (1879-1965). La sua storia e’ stata raccontata in un documentario, “I Build the Tower”. “Perche’ le ho costruite? Non so dirlo. Perche’ un uomo realizza i pantaloni? Perche’ fa delle scarpe?”, diceva Rodia, nato a Ribottoli (Avellino) nel 1879. Che dal documentario emerge come una figura controversa, tra genio e follia, che ha proiettato nella sua bizzarra opera un sentimento di riscatto umano e sociale, iniziando a lavorarci dopo un periodo di forte sbandamento in cui era diventato un vagabondo alcolizzato . Ostinandosi a proseguire nella sua opera malgrado l’ostilita’ di molti, tra cui i vicini, che ne fecero bersaglio di atti vadalici. Specie durante la seconda guerra mondiale, quando era stata fatta circolar la voce che quelle strane costruzioni nascondessero antenne radio per comunicare con i nemici giapponesi. Quando nel 1954 Rodia abbandono’ le Torri per far ritorno nella zona di San Francisco dove nel 1906 da ragazzo era sopravvissuto al terribile terremoto, la sua opera fu ad un passo dall’essere demolita perche’ considerata pericolante. Ma l’ordinanza non venne per fortuna eseguita. Le Watts Towers non furono sfiorate dai violenti disordini razziali scoppiati nel quartiere, ormai un ghetto di neri americani, nel 1965.  Ormai erano considerate un simbolo di liberta’ e spirito d’iniziativa individuale dalla comunita’. Diventando monumento nazionale 12 anni dopo. Anche se pochi conoscono la sua storia, quasi tutto senza saperlo hanno visto il suo volto. Morto a Martinez, California, il 17 giugno 1965, Simon Rodia è stato immortalato infatti nella celebre foto di gruppo della copertina forse piu’ famosa della storia del pop, quella di Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band dei Beatles, dove spunta in alto a destra proprio dietro a Bob Dylan..                     A suo modo, Rodia e’ diventato un’icona pop. Ha ispirato libri e  programmi tv, a lui e’ anche intitolato un festival jazz. Mentre la sua frase “I Build the Tower” e’ stata anche trasformata in tormentone da una canzone rap. E una citazione alle Watts Towers compare anche in una canzone dei Red Hot Chili Peppers.

Duecento anni dalla nascita di Antonio Meucci. Ma un altro italiano semisconosciuto, arrivo’ al telefono…

Oggi ricorre il secondo centenario della nascita di Antonio Meucci, padre del telefono, nato a Firenze il 13 aprile 1808. Se n’e’ ricordato anche Google, con un originale logo dedicato all’inventore toscano emigrato in America Qui e Qui alcune delle biografie che ricordano la figura di Meucci ed il suo lungo sfortunato braccio di ferro con Graham Bell, inventore scozzese e imprenditore di successo, per veder riconosciuto il proprio contestato primato nell’invenzione dell’apparecchio che ha cambiato le nostre vite. Un primato che il Parlamento Usa gli ha riconosciuto solo nel 2002. Anche se in un recente libro, molto interessante, “Hacker, scienziati e pionieri”, scaricabile gratis sul sito di Stampa Alternativa, l’autore Carlo Gubitosa ricorda che un altro italiano, ignoto ai piu’, era arrivato al telefono tra 1865 e prima di Meucci (1871) e Bell (1876): si chiamava Innocenzo Manzetti, era valdostano. Ed i suoi meriti sono oggi ancora misconosciuti, a differenza di Meucci, come ricorda “Il laboratorio delle meraviglie”, un libro a lui dedicato ed uscito nei giorni scorsi.

Un fotografo napoletano nel Far West: Carlo Gentile, padre adottivo del bimbo indiano che divenne Carlos Montezuma

Sconosciuto ai più in Italia, in alcuni documenti e anche su Internet il suo nome è stato spesso storpiato: Carlos Gentile. Viene citato appena, Carlo Gentile (1835-1893), come figura di secondo piano nelle biografie di Carlos Montezuma (1866-1923), storico pioniere dei diritti civili dei nativi americani. Ma Gentile, fotografo napoletano sulla Nuova Frontiera americana, fu un personaggio straordinario, innovatore tanto ingegnoso e ardito quanto sfortunato. Come racconta la sua toccante biografia, che Cesare Marino ha raccolto in un libro, “The Remarkable Carlo Gentile. Italian Photographer of the American Frontier”. Una storia, quella di Gentile, che Marino ha iniziato a tracciare partendo dal 1866. Quando il napoletano, spirito intrepido e fotografo di talento da tempo in America, al momento di tornare in Italia scoprì che la sua preziosa collezione di foto scattate in dieci anni passati nel West, con le quali era convinto di fare fortuna nel Vecchio Continente, era andata perduta al primo scalo, Vancouver. Disperato, ripieg su San Francisco, aprendovi uno studio, nella centralissima Kearney Street. Forse nessuno lo ricorderebbe oggi, se un bambino indiano della tribù degli Yavapai, nato proprio in quel 1866, non avesse incrociato la sua strada. Aveva cinque anni Wassaja (pronuncia Uassagia), “colui che che fa un gesto con la mano”, nel 1871 quando in un’Arizona in subbuglio tra febbre dell’oro, invasione di coloni e mai sopite rivalità tribali, Gentile impietosito lo riscattò per 30 dollari da un banda di indiani Pima che l’avevano rapito, lo adottò facendolo battezzare col nome di Carlos Montezuma, ispirandosi all’imperatore azteco. Col bimbo, Gentile va a scattare foto in New Mexico e Arizona. Poi a Chicago i due lavorano con William Cody, Buffalo Bill, che riempie i teatri con un uno spettacolo rozzo, “Scouts of Prairie”, precursore di quel “Wild West Show” con cui girera’ il mondo, Italia compresa. Carlos e’ l’unico vero indiano, tra i protagonisti accanto a un’italiana, la ballerina della Scala Giuseppina Morlacchi, che interpreta la bella principessa indiana, mentre Gentile fa da fotografo alla compagnia. Gli anni successivi, a New York, sono decisivi per la formazione del ragazzo. Non è facile la vita per un indiano, nella grande città dell’est. Gentile gli insegna ad esprimersi con poche parole, comunicare più con i gesti e le espressioni. E ad essere cortese. Ma anche a farsi valere senza paura davanti a prepotenze e discriminazioni razziali, che anche lui come italiano ha subito. Una lezione che il ragazzo non dimenticherà, rivelandosi eccezionalmente dotato. Gentile vuole che continui a studiare e per questo lo affida dopo dodici anni ad un predicatore, mentre lui continua a girare l’America come fotografo. Carlos ripagherà le sue aspettative: nel 1884 è il primo nativo americano a laurearsi in Scienze, poi in Medicina. Diventerà una figura storica nella battaglia per i diritti dei nativi americani, eternamente riconoscente al padre adottivo. Al quale invece, la sorte ha voltato le spalle. Tra incendi che devastano i suoi archivi, disastri finanziari che minano le sue iniziative, nel campo della fotografia e della stampa per gli italiani d’America. E una salute sempre più precaria. Gentile muore a 58 anni il 27 ottobre 1893, secondo alcune fonti suicida, scrive Marino. Montezuma si prenderà cura della vedova e di un suo figlioletto, probabilmente a sua volta adottato. Figura carismatica e leader rispettato, Montezuma (al quale una studiosa di origine italiana ha di recente dedicato una biografia) continuerà a proclamare di dovere tutto al suo padre adottivo. Sino alla sua morte, per tubercolosi, nel 1923. Nell’Arizona in cui era nato e dove aveva voluto tornare sentendosi alla fine. E da dove un fotografo napoletano incontrato per caso l’aveva riscattato, insegnandogli a conoscere il mondo. Nel 2014 un documentario intitolato “Carlos Montezuma: Changing is not Vanishing”, in cui compare anche Cesare Marino, è stato realizzato da University of Illinois, che aveva avuto tra i suoi studenti Montezuma.

Arrigo Benedetti, fra hi tech e passione per la cucina italiana… di San Francisco

Impegno nell’alta tecnologia e passione dichiarata per la cucina italiana. Motivo di approfondimento e ricerca, forse piu’ a San Francisco che in Italia. Arrigo Benedetti, ingegnere elettronico alla KLA-Tecor Corporation, e’ uno degli animatori di Italians by the Bay, folto gruppo di circa 500 tra studenti, docenti e professionisti italiani della Baia che attraverso una mailing list si incontrano periodicamente a San Francisco. Non si resta solo qui per il lavoro e l’hi tech, dice Arrigo. ma per la qualita’ della vita. Che per lui, di radici emiliane, ha nella gastronomia uno dei fattori chiave. DA BOLOGNA A PASADENA – Sono di Modena, stavo facendo il dottorato di ricerca dopo la laurea in Ingegneria Elettronica all’Universita’ di Bologna nel 1994, quando mi hanno proposto di venire qui. Era il 1997, sono venuto e ci sono rimasto. Postdottorato al Computer Vision Laboratory Caltech di Pasadena. Nel 2002 sono rimasto per alcuni mesi in una start up, Evolution Robotics, poi mi sono trasferito qui nella Bay Area, KLA-Tencor Corporation, societa’ in cui lavoro tutt’ora. Facciamo sistemi di misura di precisione, usati per l’industria dei semiconduttori, in grado di rilevarne i difetti. UNIVERSITA’ CENTRALE – Credo che il punto centrale di questo sistema di lavoro e ricerca siano le Universita’. Qui sono aperte a studenti di tutto il mondo, che in genere si laureano e poi rimangono qui… l’Italia dovrebbe fare qualcosa del genere… comunque non condivido l’astio diffuso nei confronti della comunita’ universitaria italiana… certo ho conosciuto personaggi scadenti che non meritavano il posto che occupavano in Universita’ italiane. Ma anche tanta gente in gamba… ho fatto pubblicazioni con ricercatori italiani nel campo della computer vision (visione computazionale) molto bravi. GLI ITALIANI A SAN FRANCISCO – All’inizio eravamo la sezione di San Francisco di Italiansonline.net. Tre anni fa abbiamo creato una nostra mailing list autonoma, Italians by the Bay, per scambiarci informazioni ed annunciare eventi. Oggi conta 500 iscritti, in media giovani professionisti dall’hi tech all’Universita’, e alcuni studenti… molti italiani di qui pero’ non vogliono avere contatti con altri connazionali… da una parte si finisce sempre a parlare di passaporti visti… green card, concorsi italiani… sempre gli stessi discorsi.. dall’altra, perche’ escludere a priori persone che italiane non sono? Posso trovarmici bene, sia con un italiano che con un americano con un cinese… PASSIONI ITALIANE ON THE BAY – All’inizio si viene a San Francisco per l’Universita’, i grossi centri di ricerca che ci sono. Ma poi vivendoci per degli anni, sono altre le cose che ti ci fanno restare. Aspetti della vita culturale e sociale. Per me ad esempio, la possibilita’ di coltivare una passione, per la cucina, per la quale trovo quasi piu’ interesse qui che in Italia, dove e’ una tradizione ma non cosi’ coltivata. Ad esempio, tutto quello che so sui vini italiani l’ho imparato dai distributori di vini italiani di Los Angeles che ogni anno vanno al VinitaIly a Verona, hanno una societa’ di importazione ed un negozio a Santa Monica…. RICERCA ANCHE IN CUCINA : Perche’ qui non ci si limita a bere e mangiare bene, c’e’ una ricerca anche nella gastronomia ed e’ piu’ facile che in Italia imparare a cucinare bene… con la possibilita’ di accedere a prodotti di primissima qualita’. La fattoria Mariquita Farm vincino a Santa Cruz ad esempio, ogni due settimane propone “Mistery box”, un sacco di verdure varie “a sorpresa”, raccolte la notte prima e venduto a 25 dollari, che al supermercato costerebbero circa il doppio. AI sabato invece al piano terra del Ferry Building all’Embarcadero, c’e’ uno spazio per piccoli produttori locali, caseifici, macellerie, insaccati, dove i contadini vendono a vendere prodotti… L’AMERICA STA CAMBIANDO – Tornare in Italia? Per ora no. Ma l’America sta cambiando molto velocemente. E non in meglio. C’e’ una forte divisione tra citta’ e provincia, una divisone politica, sociale e culturale… tolta New York, Los Angeles, Chicago, Miami, il resto non e’ molto significativo… E si avverte una pressione, quasi a trasformare in enclave e parchi divertimento queste citta’… Quanto a San Francisco, e’ sospesa tra e tendenze piu’ radicali e progressiste del suo passato e quelle piu’ chic, quasi volesse essere la Boston dell’ovest… proietta di se’ l’immagine di capitale interna, che invece non e’… Un grande evento culturale, penso alla mostra di Basquiat, finisce a Los Angeles e non a San Francisco. Non dimentichiamo che negli anni Trenta, quando Los Angeles era una grande citta’ con la metropolitana che arrivava sino al mare, San Francisco era poco piu’ di un paese di pescatori…

Prima di Silicon Valley: Frederick Marrazzo racconta gli italiani di ieri

Quando Palo Alto e dintorni non erano ancora Silicon Valley ma un giardino fertilissimo, che forniva frutta e verdura a mezza America, gli immigrati italiani furono protagonisti del suo straordinario sviluppo agricolo. Interi gruppi di famiglie trapiantati in una zona che ricordava per clima e geografia il loro Belpaese. Valori forti e forte voglia di riscatto sociale, dalla miseria della madrepatria e dalle discriminazioni del Nuovo Mondo. Di questo parla “Italians in the Santa Clara Valley”, bellissimo libro di memorie e immagini di Frederick W. Marrazzo , giovane storico e giornalista di origine italiana. Con Italiani di Frontiera Frederick ha parlato del suo lavoro di ricerca, che continua fra video e interviste. Qui il video di YouTube. PRIMI ITALIANI DELLA BAY AREA – I primi italiani arrivati nella Bay Area sono stati probabilmente i missionari gesuiti, alcuni individualmente, dal 1840 in modo piu’ sistematico, importanti per lo sviluppo dell’educazione e della scienza. Ne ha parlato un libro pubblicato a Stanford lo scorso anno IMMIGRATI – Gli immigrati sono arrivati sulla scia della corsa all’oro attorno al 1850. Magari non facevano i cercatori ma si occupavano di servizi per i cercatori, dai negozi ai ristoranti. Questi primi italiani erano in prevalenza di origine settentrionale ed abbastanza facoltosi da tentare di avviare una piccola impresa in proprio. Le vere grandi ondate di immigrazione sono pero’ arrivate tra 1880 e 1920, da tutte le parti d’Italia ma in prevalenza da Genova e Milano. Della comunita’ italiana a San Francisco, il 70% proveniva dal Settentrione. Emigrati che con l’ascesa di Mussolini al potere furono sostenitori del fascismo. PRIMA DI SILICON VALLEY – Chi si stabiliva nella valle di Santa Clara, che comprende Palo Alto e l’attuale Silicon Valley, era attratto soprattutto dalle possibilita’ offerte dall’agricoltura, con una terra ed un clima che ricordavano l’Italia. La viticoltura fu iniziata dai francesi ma a svilupparla, dal 1890, furono gli italiani. Che facevano ogni tipo di lavoro: lattonieri, tornitori, spazzini, autisti, erano una forza lavoro. E furono la manodopera per eccellenza, soprattutto nell’industria conserviera, frutta e verdura in scatola, dal 1890 sino a dopo la seconda guerra mondiale, quando molti posti di operaio furono lasciati ai nuovi immigrati, i messicani. Fu uno sviluppo in alcune zone “a clan”, cioe’ famiglie o gruppi di compaesani concentrati in un’area. Come i Locatelli di Bergamo a Santa Cruz, per loro simile alla loro citta’. O la famiglia calabrese dei Filice a Gilroy, diventata capitale della coltivazione d’aglio e sede del Garlic Festival, fondato Rudy Melone, figura di grande educatore. Oppure le famiglie di Trabia paesino del Palermitano, trapiantate in blocco nella contea di Santa Clara. Agli italiani la valle ricordava i loro i villaggi in Italia, per il paesaggio ed il clima mite… fu il passaparola a spingere molti italiani dalla costa est molto piu’ urbanizzata a venire qui: “Andate a ovest”…, forse volevano anche uscire dai ghetti di Little Italy. E forse per questa situazione diversa non c’e’ stato qui un grosso sviluppo di mafia, solo alcun bande criminali ma non cosi’ radicate come a est. I PRESTITI DI GIANNINI – Molti italiani furono abbastanza intelligenti da comprare la terra da lavorare quando costava poco. E Amadeo P. Giannini, banchiere di origine italiana nato a San Jose’, che fu tra i fondatori di Bank of America, ebbe un importante ruolo, concedendo crediti per acquistare terreni. Che gli italiani comprarono per coltivarli. Non pensavano certo che sarebbero diventati un investimento. DISCRIMINAZIONI E STEREOTIPI – Non era facile per gli italiani, che erano oggetto di discriminazioni. E durante la seconda guerra mondiale la situazione e’ diventata ancora piu’ dura. C’erano restrizioni, assurde: una legge impose che gli italiani non potessero vivere a meno di cinque miglia dalla costa, non potessero possedere radio ne’ segnalatori luminosi… una paranoia: si aspettavano forse potessero aiutare uno sbarco di Mussolini sulle coste del Pacifico? Ci furono anche internamenti, di cui pochi sanno. Un dramma dimenticato, al quale Lawrence DiStasi, (storico di origine italiana che ho intervistato nel mio programma tv Cronaca) ha dedicato un libro, “Una storia segreta”. La propaganda di guerra invitava a non parlare “le lingue dei nemici” e questi sono forse stati shock che hanno spinto molti immigrati a rinnegare le proprie origini, a non insegnare ai figli l’italiano e magari nemmeno la storia di famiglia. C’e’ stata una frattura col proprio passato. Forse ancor oggi molti non si vogliono mescolare a quello che dell’Italia conoscono solo attraverso stereotipi, su malavita e famiglie mafiose, come nei telefilm dei Sopranos. Che non sono il modo migliore per conoscere le proprie origini. Ed e’ per questo motivo che ho scritto questo libro… CONTRIBUTO ITALIANO ALL’AMERICA – Durante la seconda guerra mondiale, proprio gli italoamericani sono stati il maggior gruppo etnico, come contributo di uomini al fronte. Nel dopoguerra, con il baby boom ed il consumismo, gli italiani si sono integrati di piu’, volevano diventare americani a tutti gli effetti. Nel boom sono stati protagonisti nel mondo dell’edilizia, con grandi imprese di costruzioni come De Mattei Construction, Nibbi Brothers, Sovrato Deveplopment, Ferma Corporaton dei fratelli Ferrari. E mentre ad occupare molti dei posti piu’ umili, nelle imprese di pulizie e nei cantieri, sono arrivati i nuovi immigrati, i messicani, molti italiani sono arrivati al successo, come professionisti, medici, artisti a Hollywood… Ma sono rimasti molto frammentati, come il loro Paese d’origine… non rappresentano ad esempio una forza come gruppo di pressione o di opinione, a differenza di altre etnie. Cosa sarebbe la California senza i prodotti introdotti dagli italiani? Aglio, broccoli, le alici, lo sviluppo dei pomodori, il vino diventato con loro un’industria… Molti di questi prodotti oggi vengono dalla valle di Fresno, a sud di San Jose’. Qui nella valle di Santa Clara orti e frutteti sono diventati Silicon Valley. E anche l’ultima industria dell’inscatolamento, la Del Monte, e’ stata chiusa nel 1999 e spostata a Fresno. Ma gli italiani hanno dato alla California molto piu’ del loro prodotti agricoli e degli edifici che hanno costruito: hanno dato soprattutto i loro valori ed