Auguri Venezia! Anche se scavi e Big Data, dice Diego Calaon, confermano che quel compleanno fu una scelta di “marketing”…

  Tantissimi auguri Venezia! Secondo la leggenda, la Serenissima “nacque” il 25 marzo 421 e val la pena di festeggiarla, anche se ormai sappiamo che quella data di 1600 anni fa fu una scelta a tavolino, di “marketing” dei secoli successivi e come ha scritto Gian Antonio Stella sul Corriere, sintetizzando saggi usciti di recente, Attila aveva allora quindici anni e dunque pure la fuga in laguna per salvarsi dagli Unni devastatori, arrivati in realtà trent’anni dopo, non regge come “atto fondativo” della città lagunare. In realtà i primi insediamenti precedono le invasioni barbariche furono il frutto di uno spostamento graduale, di costante adattamento a cambiamenti ambientali in corso. Lo ha spiegato in uno speciale del TGR Veneto ancora una volta uno dei protagonisti di Italiani di Frontiera, Diego Calaon archeologo di Ca’ Foscari incrociato qualche anno fa a Stanford, dove ha approfondito la sua ricerca grazie alla prestigiosa borsa di studio Marie Curie e tornato ora agli scavi di Torcello. La nascita di Venezia dunque, come ha spiegato Diego al TGR  Rai, fu frutto non di una repentina fuga ma avvenne “Con un trasferimento lento. Così, ce lo dice l’archeologia, una periferia nella città di Altino, Torcello, diventa un luogo commerciale con più persone quasi della città dell’origine… Tanti nuovi inizi accogliendo sempre elementi diversi dall’esterno, rielaborandoli in una maniera del tutto peculiare e diventando in qualche modo un centro di pensiero tecnologico e pratico oltre che culturale”. Una storia avvincente e carica di significati simbolici. Non solo perchè smentisce una versione agiografica che da sempre in tutto il mondo è stata insegnata come versione suggestiva della nascita della Serenissima. Ma perchè individua la vera origine della città in un processo graduale di adattamento al cambiamento ambientale, di conoscenza, adozione e modifica di soluzioni innovative.   Innovazione nell’uso di tecnologie anche alla base del lavoro di Diego. Che come aveva spiegato in questa intervista realizzata durante il suo soggiorno a Stanford, combinando agli scavi il confronto fra un’infinità di fonti reso possibile dall’uso di Big Data sta di fatto riscrivendo la storia delle origini di Venezia.

In quel quadro che tutti conoscono, una storia drammatica di emigrazione dal Veneto alla California. Che pochi conoscono

Quest’anno avrebbe compiuto un secolo. Ma se n’è andata nel giugno 2014, trent’anni dopo aver svelato, con un viaggio dalla nativa California al Veneto terra dei suoi sfortunati genitori, un mistero incredibile e suggestivo. Riguardava la sua famiglia, l’emigrazione italiana con i suoi drammi. Era racchiuso in un’immagine che tutti conosciamo, ignorandone i segreti. A 64 anni, nel 1984, per la prima volta a Venezia da dove i suoi erano partiti, suor Angela Marie Bovo, nata a Oakland, California, finalmente capì. Capì chi erano i genitori che lei e i suoi nove fratelli avevano perso. Capì il significato di quella strana posa nell’ultima foto della vecchia mamma, che strana lo era da tanto tempo, quasi mezzo secolo trascorso in ospedali psichiatrici, la mente sconvolta dal trauma di un marito morto lasciandola con dieci bocche da sfamare, in un Paese in cui lei non apriva bocca perché non ne parlava la lingua. E capì grazie a un quadro, che tutti conosciamo. Come i fratelli, Angela Marie Bovo era cresciuta in orfanotrofio, prima di prendere i voti e farsi suora. Ma non aveva mai rinunciato a cercar di scoprire le proprie radici. Qual era la storia di quella mamma, partita giovanissima col marito dall’Italia e impazzita dopo una tragedia familiare? E c’erano ancora parenti oltreoceano che potessero aiutarla a scoprire quella storia? Nata nel 1920, Angela Marie Bovo aveva preso i voti a diciannove anni e per 35 anni si era dedicata all’insegnamento nel Nord della California. Ne aveva 64 quando finalmente realizzò il suo sogno: arrivare a Venezia, da dove i suoi erano partiti, con in mano i loro documenti, per tentare di ricostruire la loro storia. Riuscendo alla fine  a scoprire che due vecchie zie, ormai ottantenni, erano ancora vive. L’incontro, fra abbracci e lacrime, nella casa di Venezia in cui anche sua madre, Angela Cian, era vissuta, prima di sposarsi e partire col marito Antonio Bovo per la California. Su una parete, una delle immagini più popolari della Madonna, un dipinto riprodotto infinite volte su stampe, santini, libri sacri. “Questa è tua madre”, disse una delle zie. Suor Angela Marie annuì, pensando alla Madonna. Ma quella invece era la sua vera mamma. Aveva undici anni, Angela Cian, quando il pittore Roberto Ferruzzi (1853-1934) nato in Dalmazia da genitori italiani l’aveva incontrata a Luvigliano (Padova) sui Colli Euganei dove viveva. Colpito dalla sua grazia mentre accudiva il fratellino Giovanni, le aveva chiesto di posare col bimbo in braccio, per un quadro diventato un simbolo di maternità. Il dipinto vinse la Biennale di Venezia del 1897, in origine era intitolato “La Zingarella” ma ed ebbe un tale successo popolare come immagine della madre di Gesù che lo stesso pittore lo ribattezzò “Madonnina”. Passato più volte di mano per cifre consistenti, il quadro sarebbe andato disperso nell’oceano con una nave affondata dai tedeschi nella seconda guerra mondiale. Ma prima era stato riprodotto dai Fratelli Alinari, che fecero la sua fortuna con infinite stampe diffuse ovunque con titoli diversi. Arrivata in California nell’anno del terremoto che distrusse San Francisco (1906), un equilibrio psichico precipitato con la morte del marito nell’anno della Grande Crisi (1929), Angela Cian non aveva raccontato a nessuno di quel quadro, dopo che i genitori l’avevano rimproverata ritenendo sconveniente che da ragazzina avesse fatto da modella. Suor Angela Marie capì che nella mente sconvolta della mamma il ricordo di quel quadro non si era perso, quando vide a casa della sorella l’ultima foto scattata alla madre ricoverata. Si era alzata da una panchina in silenzio, si era coperta con un velo e davanti all’obbiettivo si era messa nella stessa posa di quel quadro. Una rivelazione, una scoperta, su una mamma che non parlava una parola d’inglese. Impossibile da realizzare, in Italia, per lei che non parlava una parola d’italiano. Se non fosse stato per un colpo di fortuna. Aver trovato in un convento veneziano una giovane americana che si era appassionata alla sua ricerca aiutandola a districarsi delle una giovane americana in grado di aiutarla a districarsi nell’archivio dell’anagrafe, sino alla scoperta  delle due vecchie zie. Quel mistero, racchiuso nell’immagine forse più popolare della Madonna, impersonata in realtà da una bambina, fu svelato grazie a una suora nata in America, che aveva scoperto d’esser figlia di quella Madonnina italiana. E a una giovane americana trapiantata a Venezia, dell’ordine delle  Suore di Carità Maria Bambina.  fonte principale: https://ecatholic2000.com/wp/madonna-of-the-streets-by-jacqueline-galloway/

Il Columbus Day e l’assurdo revisionismo contro la festa che celebra la fine delle discriminazioni degli italoamericani

Negli USA la campagna contro Cristoforo Colombo sembra inarrestabile: molti stati hanno convertito il Columbus Day in Indigenous Day e pure a San Francisco nei giorni scorsi la statua del navigatore affacciata sulla Baia è stata imbrattata da un vandalo con vernice rossa con una scritta contro la colonizzazione. Ai tanti che negli USA hanno ormai consolidato l’idea che Cristoforo Colombo sia responsabile del genocidio dei nativi americani, verrebbe da dire: guardatevi in tasca. Potreste trovarvi, nelle banconote da venti dollari, l’effigie del responsabile di quello che lo storico Robert V. Remini ha definito “Uno dei peggiori crimini della storia degli Stati Uniti”. A firmare il 28 maggio 1830, l’Indian Removal Act, che legittimò l’esproprio delle terre e la deportazione degli indiani, fu Andrew Jackson, popolare presidente democratico fra 1829 e 1837 e proprietario di schiavi. Che sulle banconote dovrebbe venir sostituito  per la prima volta da una donna: Harriet Tubman, attivista antischiavista, come annunciato dall’ex presidente Obama, cambio previsto per il 2020 ma che l’amministrazione Trump ha deciso di rinviare. L’ottusa tendenza a valutare una persona di 500 anni con criteri del XXI secolo, rimovendo la portata della sua eccezionale impresa, non è diffusa solo in un Paese in cui a scuola si studia solo la storia americana ma coinvolge purtroppo pure diversi italiani, in patria e negli USA. A loro tocca ricordare, come ha fatto il New York Times  in un lungo articolo ripreso dal Corriere della Sera, che il Columbus Day fu istituito nel 1892 dal presidente Benjamin Harrison per ricucire lo strappo diplomatico con il governo italiano, dopo che a New Orleans l’anno prima erano stati linciati 11 italo-americani ingiustamente accusati di aver partecipato all’omicidio del capo della polizia David Hennessy. Celebrazione che fu Franklin Delano Roosvelt nel 1937 a trasformare in festa federale. Come ricorda The New York Times,  l’ondata di immigrati che stava arrivando da tutta Europa aveva generato il panico. Bisognava porre un argine, anche se questo poteva portare ad adottare politiche più restrittive per identificare cosa significasse essere «bianco» e quindi degno di cittadinanza. E già in Italia «i settentrionali avevano a lungo sostenuto che i meridionali — in particolare i siciliani, di pelle più scura — fossero un popolo “incivile” e di razza inferiore, troppo africani per far parte dell’Europa». Argomenti trattati anche da Gian Antonio Stella (che ha firmato la prefazione al mio libro “Italiani di Frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley“) in «L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi». Con discriminazioni in scuole, sale cinematografiche, sindacati e chiese, gli italiani venivano spesso considerati ” non abbastanza bianchi”, disposti a lavorare on condizioni degradanti simili a quelle degli afroamericani. La strada per un pieno riconoscimento dell’integrazione e dei diritti degli italoamericani fu lunga e dolorosa e il Columbus Day è stata per anni la festa che celebrava l’inclusione e del rispetto di etnie diverse. Qualcosa da ricordare soprattutto a quei connazionali che purtroppo in patria e negli USA hanno frettolosamente aderito al revisionismo spicciolo che sta demonizzando il Columbus Day.

Adriano Celentano, un fenomeno unico per capire il rapporto controverso dell’Italia con la modernità

  Quando nel 1962 esordirono a Londra dei ragazzi inglesi che 55 anni dopo sono un fenomeno unico di longevità col marchio Rolling Stones, in Italia un giovanissimo cantante aveva già raggiunto una popolarità tale da esser chiamato a interpretare se stesso, figura iconica della modernità trasgressiva rappresentata dal rock, in una pietra miliare della storia del cinema e del costume italiano: La dolce vita (1960) di Federico Fellini. Adriano Celentano ha compiuto 80 anni e chiedersi come sia riuscito da cantante, attore, personaggio televisivo, predicatore mediatico a rappresentare una figura così potente per 60 anni nell’immaginario popolare di generazioni diverse forse aiuta un po’ a capire l’Italia stessa. Ci abbiamo provato con una lunga telefonata, io che da anni mi occupo di cultura dell’innovazione con Italiani di Frontiera e un amico come Davide Bennato, docente universitario ed eccentrico esperto di sociologia dei media ai quali ha dedicato numerosi saggi (in arrivo uno sulla bellissima serie tv Black Mirror), per un articolo comparso su Linkiesta. Roberto – “C’è un modo di pensare diffuso che frena l’innovazione in Italia, di diffidenza verso ogni cambiamento, temuto addirittura come minaccia a un’identità proiettata in un Piccolo Mondo Antico ideale e mai esistito come la Padania… quando ho cercato di dargli un nome mi è venuto spontaneo chiamarla “Sindrome del ragazzo della via Gluck”. Ma chi l’ha detto che si stava meglio quando ci si lavava giù nel cortiile??? Celentano è stato sempre cantore di questa nostalgia dei bei tempi andati, idealizzati…”. Davide – “Celentano è riuscito a traghettare la cultura dell’Italia contadina del dopoguerra nel nuovo mondo della rivoluzione dei consumi e dei linguaggi giovanili, intercettando la modernità senza comprenderla fino in fondo. Sancire la nostalgia di un’arcadia perfetta nelle canzoni che si oppongono a un’Italia di operai (Il ragazzo della via Gluck) o nella cinematografia che irride alla modernità borghese (Il bisbetico domato, Castellano e Pipolo, 1980), intuire tanti cambiamenti nelle forme culturali, come nell’uso del collettivo creativo attraverso il Clan o anticipando la sensibilità rap in Prisencolinensinainciusol. Ma il Clan sembrava il progetto di un gruppo di amici del bar più che una factory warholiana, il rap una presa in giro della fonetica delle canzoni anglosassoni famose, un po’ come fanno i bambini quando cantano senza sapere le parole. Intuizioni frutto del buonsenso tipico della gente di campagna, più che figlie di una riflessione sul contemporaneo”. Roberto – “Intercettare la modernità senza comprenderla a fondo… Davide non ci crederai ma ho appena chiesto un parere sul Celentano nella musica a un altro vecchio amico, Giò Alajmo, per 40 anni giornalista musicale del Gazzettino e oggi blogger della testata online Spettakolo… Ecco il suo prezioso contributo: ‘Antimodernista Celentano? Certo. Ma anche un rivoluzionario, per quel che ha seminato ed è stato raccolto da altri, più che per quel ha fatto. Ha portato semi nuovi, quelli del rock che altri han fatto germogliare, pur provenendo da un mondo vecchio, con una visione del mondo da vecchio contadino, popolaresca, mistica, farcita di luoghi comuni, l’anti intellettuale per eccellenza. Ma dopo tutto, cosa aveva fatto Elvis Presley? Non capiva il mondo nuovo, era legato a un mondo tradizionale, quello del country, si era impossessato della musica dei neri che erano ancora segregati, non era Dylan ma la sua negazione. Eppure lui ha ispirato il nuovo in Dylan, come nei Beatles, che sono stati i veri innovatori. Come se una generazione che era un passo indietro, di fatto… avesse precorso i tempi, propiziando il nuovo. Come è successo al beat italiano, che viveva di cover del rock anglosassone ma così facendo alla fine ha favorito la nascita di musica nuova come il progressive di Area o Premiata Forneria Marconi…’ Incredibile come Giò sia in linea con le tue osservazioni”. Davide – “La modernità kitsch di Celentano sta in questo suo messaggio: non c’è elemento della contemporaneità caotica e industriale che non possa essere ricondotto alle forme della saggezza popolare proveniente dalle campagne. La sua innovatività nel sancire caparbiamente la sua non appartenenza al moderno… usando proprio il linguaggio del moderno. La legittimità dell’ignorante è quella di chi sa che può affrontare il mondo con l’umiltà della saggezza contadina e non con l’arroganza di chi si crede esperto grazie ad un uso – ingenuo – di Google. Sono questi gli elementi che rendono Celentano un personaggio assolutamente coerente, dal rock di 24 mila baci al contadino ruspante e un po’ ingenuo di Serafino (film diretto da Pietro Germi nel 1968). Senza dubbio un maestro, soprattutto perché questo suo ribadire la semplicità è stato molte volte controverso e controcorrente. Come giustificare senza sarcasmo un film come Joan Lui (scritto e diretto da Celentano nel 1985) in cui un predicatore cantante e ballerino si comporta come un redivivo Gesù per affrontare i mali dell’Italia? Un flop commerciale assoluto frutto di una tensione religiosa che strideva nell’Italia dell’edonismo reaganiano. Oppure come giudicare le sue apparizioni televisive come conduttore di Fantastico 8, celebri per le sue lunghe pause silenziose diventate un marchio di fabbrica di successo, in una televisione rumorosa e sincopata, che lo resero inquietantemente simile al vecchio telepredicatore del film Quinto Potere di Sidney Lumet (1976)”.   Roberto – “Certo che oggi Il re degli ignoranti titolo scelto da Celentano per un album e un libro (1991) diventa un quarto di secolo dopo un tema purtroppo di straordinaria attualità: l’ignoranza esibita con orgoglio, l’incompetenza celebrata come titolo di merito, ostentando l’approccio istintivo e irrazionale anche a temi delicati e complicati, chiave di interpretazione semplificatoria di una realtà complessa è più che mai d’attualità. Mette i brividi rileggere oggi i tentativi di scienziati, giornalisti o ministri che negli anni hanno tentato di contestare, dati alla mano, affermazioni infondate che il Molleggiato ha dispensato con toni da predicatore e una spaventosa potenza mediatica su giornali e in trasmissioni di grande ascolto, in materia di aborto, di trapianti, di cure farlocche come il caso stamina. Anche su questo Celentano ha precorso i tempi. Non c’è verso di opporsi alle fake news

Vincenzo Di Nicola dal successo di GoPago ceduta ad Amazon all’avventura italiana nei Bitcoin con Conio Inc.

Serendipity pura, altro che coincidenze… E dunque, dopo qualche anno finalmente ci rivediamo, con , protagonista fisso degli storytelling Italiani di Frontiera con la sua foto sulla tomba del conte di Little Bighorn sulla collina del Presidio a San Francisco, con tricolore e bandiera stellestresce. L’aveva scattata subito dopo aver ceduto ad Amazon la sua GoPago, che mi aveva raccontato qualche anno prima, quando l’aveva appena avviata, nel 2011, a San Francisco, durante il primo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour … E che giorno scelgo, per andare a scoprire la sua nuova avventura, a Milano, Conio Inc, all’avanguardia nel campo dei Bitcoin? Ma quello del secondo compleanno della startup, con tanto di torta… Ottima occasione per incrociare la giovane, bella squadra di Vincenzo e conoscere il suo partner d’eccezione, Christian Miccoli, già manager di Ing Direct e ceo di CheBanca! Forse ho (finalmente) capito i Bitcoin ma fra tre insaziabili curiosi, abbiamo parlato un sacco di storia e Digital Humanities… conquistati pure loro dallo straordinario lavoro sulle origini di Venezia di Diego Calaon, archeologo di Ca’ Foscari a Stanford. Molte sorprese in arrivo! Dopo la visita, Vincenzo pubblica questo bel commento: “Grazie Roberto: bella coincidenza esserci reincontrati in un giorno speciale. Abbiamo lavorato tantissimo a fari spenti in questi 2 anni, quasi da trincea, e abbiamo ancora molto da costruire: la strada e’ tutta in salita, ma e’ un’occasione unica per far uscire l’Italia dalla periferia della tecnologica digitale mondiale e urlare finalmente la nostra voce. E ogni aiuto, consiglio, supporto e’ veramente benvenuto”.

Un protagonista di Italiani di Frontiera (dietro Bob Dylan) nel collage dei Beatles che 50 anni fa cambiò la storia delle copertine di dischi

In quella famosissima immagine che compie cinquant’anni, proprio dietro Bob Dylan, in alto a destra, c’è un italiano che pochi conoscono, fra i protagonisti di Italiani di Frontiera… Il primo giugno 1967, usciva uno dei dischi più famosi della storia del rock. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, uno dei primi concept album, Grammy Award 1967 come miglior album dell’anno, 32 milioni di copie vendute, addirittura al primo posto nella classifica Rolling Stone dei 500 migliori album di tutti i tempi. Come ricorda il sito OpenCulture, quello straordinario collage di personaggi dell’epoca e del passato, realizzato dagli artisti Peter Blake e Jann Haworth, ha cambiato per sempre la storia delle copertine di dischi (fu pure la prima ad aprirsi a libro), premiata nel 1968 con un Grammy come miglior copertina di album, sarebbe stata suggerita dallo stesso Paul McCartney, assemblando un pubblico ideale di personaggi del presente e del passato ammirati dai Beatles.   Pochi sanno che in quel collage compare pure un italiano dalla storia singolare. In alto a destra, proprio dietro a Bob Dylan, spunta il profilo di Sam Rodia, emigrato negli Usa di origine avellinese, autore di un’impresa incredibile: fu lui a costruire, da solo, nell’arco di trent’anni, le bizzarre Watts Towers alla periferia di Los Angeles, oggi monumento nazionale. Per questo la sua storia viene raccontata anche nel libro e in molti storytelling Italiani di Frontiera…

Quel “Nido del cuculo” a Menlo Park. Il filo rosso tra cultura psichedelica e Silicon Valley, da Ken Kesey a Stewart Brand a Steve Jobs

Martedì scorso erano 40 anni. Il 29 marzo 1976 Jack Nicholson ritirò l’Oscar di miglior attore per la sua straordinaria interpretazione di Randle Patrick McMurphy, protagonista di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (One Flew Over the Cuckoo’s Nest), girato l’anno prima da Milos Forman, uno dei tre film ad aver vinto tutti e cinque gli Oscar principali, inserito in tutte le classifiche fra i cento migliori film della storia del cinema. La vicenda del paziente ribelle e anticonformista, che sovverte le regole opprimenti dell’ospedale psichiatrico fondato su terapie coercitive, insegna ai ricoverati una trasgressione alla ricerca della felicità in un crescendo dal drammatico finale, fu un enorme successo. In sintonia con la cultura antiautoritaria dell’epoca, che qualche anno prima con un salutare terremoto aveva iniziato a rigenerare la Mecca del Cinema che insensibile ai cambiamenti in corso sembrava in crisi irreversibile. Una rivoluzione preannunciata nel 1967 dall’inquietudine di film come Gangster Story e Il Laureato ma simboleggiata da un’altra pellicola con Nicholson fra gli interpreti, Easy Rider  (1969). Un’epoca rievocata da  un libro di Peter Biskind e un  documentario di Kenneth Bowser, col titolo”Easy Riders, Raging Bulls. Come la generazione Sesso-Droga-Rock’n Roll ha salvato Hollywood“. Oggi  “Cuckoo’s Nest Club” (Club Il nido del cuculo) è il nome di un circolo che raccoglie investitori, amministratori delegati, imprenditori e artisti nell’ambito di Boot Up World, un ecosistema globale per startup con una bellissima sede nel cuore di Silicon Valley, Menlo Park (che abbiamo visitato di recente con imprenditori e manager in uno degli Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour). E questo aiuta a capire che quel film fu molto più che un inno antiautoritario, in sintonia con l’epoca, più di una forte denuncia sugli abusi patiti dai malati psichiatrici. C’è davvero un filo rosso che collega la storia di trasgressione frutto della controcultura dell’epoca all’ambiente della New Economy. E parte dalla stessa figura dell’autore del libro da cui fu tratto il film di enorme successo. Ken Kesey (1935-2001), che scrisse One Flew Over the Cuckoo’s Nest all’inizio degli anni Sessanta, è stato una figura cruciale della cultura psichedelica, a cavallo fra Beat Generation e movimento hippie. Alla Stanford University, dov’era entrato dopo laurea con una borsa di studio in scrittura creativa, aveva partecipato da volontario come cavia a un programma segreto finanziato dalla CIA sull’uso di sostanze psicotrope fra le quali l’LSD. Lo studio si svolgeva al Menlo Park Veterans Hospital che si trova su Willow Road, la stessa strada del Cuckoo’s Nest Club. Kesey ci lavorava anche come assistente nel turno di notte e quell’esperienza, lunghe chiacchierate con  i pazienti mentre a volte era sotto effetto di allucinogeni, fu cruciale per l’ispirazione che ne trasse per il suo libro. Kesey proseguì per conto proprio gli esperimenti con l’LSD, sulla scia di quella trasgressione che i poeti della Beat Generation avevano avviato anni prima, fra viaggi esistenziali alla riscoperta di sé, libertà nei costumi sessuali e nell’uso di droghe. Gli Acid Test di Kesey erano feste a base di allucinogeni e performance multimediali, colonna sonora ideale la musica del gruppo di culto di San Francisco, i Greatful Dead di Jerry Garcia. Un’esperienza che il gruppo fondato da Kesey, i Merry Pranksters (Gli Allegri Burloni), considerati i precursori degli hippy, decise di esportare con un bizzarro Tour Coast to Coast da San Francisco a New York su uno scuolabus riadattato dai colori sgargianti. Al volante una figura leggendaria della Beat Generation, quel Neal Cassady che con la sua furiosa sregolatezza aveva ispirato a Jack Kerouac “On the Road“. Fu Cassady a presentare Kerouac e Allen Ginsberg a Kesey, che a sua volta li introdusse a Timothy Leary, psicologo e filosofo destinato a diventare un po’ il profeta dell’LSD per una generazione, al punto da ispirare la canzone “Come Together” a John Lennon. L’esperienza delle feste psichedeliche e del viaggio dei Merry Pranksters venne immortalata nei reportage raccolti in un libro memorabile,  Electric Cool-Aid Acid Test, di un eccentrico esponente del Nuovo Giornalismo destinato a diventare autore di best seller: Tom Wolfe. Considerato da Wolfe l’esponente più contenuto e riflessivo di quel bizzarro gruppo, Stewart Brand è il personaggio chiave che lega controcultura californiana e mondo Hi Tech. Studi di biologia a Stanford, anche Brand aveva partecipato agli esperimenti segreti sull’LSD e nel 1963 fu lui a promuovere una campagna per indurre la NASA a rende pubbliche le immagini della Terra scattate dallo spazio. Una battaglia dal forte valore simbolico: vederlo per la prima volta come un tutt’uno sospeso nello spazio diede l’idea della fragilità del pianeta, della necessità di rispettarne gli equilibri e valutare le conseguenze ambientali di ogni gesto umano, un primo segnale di consapevolezza ecologica, che Brand aveva coltivato con un profondo e costante interesse per la cultura dei nativi americani. Nel dicembre 1968 Brand fu a fianco di Douglas Engelbart, ingegnere e inventore, alla guida dell’Augmentation Research Center,  in quella che fu definita La Madre di tutte le presentazioni, in cui Engelbart a San Francisco prefigurò un quadro completo di quello che sarebbe diventato il computer del futuro, mostrando pure per la prima volta una scatoletta di legno con filo e rotella: era il primo mouse! Quello stesso anno, Brand lanciò una bizzarra pubblicazione, Whole Earth Catalog in cui veniva presentata una serie sterminata di utensili, attrezzi, apparecchi elettronici, chiedendo ai lettori di commentarne l’uso con recensioni. Quei volumi che mettevano a disposizione informazioni e chiedevano in chiave interattiva di condividerle, su oggetti e congegni utilizzabili per il faidate, collegarono in qualche modo la controcultura delle comuni hippy al mondo della tecnologia, una sorta di “Internet sulla carta” prima che esistesse il web.   Non è un caso che proprio Brand abbia consacrato quella  combinazione fra utopia e tecnologia in un articolo storico sulla rivista Time del primo marzo 1995, intitolato “Dobbiamo tutto agli hippy”: “Dimenticate le proteste contro la guerra. Woodstock e persino i capelli lunghi. La vera eredità della generazione Anni Sessanta è la rivoluzione del computer“. Brand ha continuato a intrecciare utopia e tecnologia, dando vita l’anno successivo a The Long Now Foundation, una fondazione che per

Haappy Bday Italiani di Frontiera, mentre il ponte di idee e business fra Italia e Silicon Valley è oggi più importante che mai

Tanti auguri Italiani di Frontiera! Quest’anno il compleanno di IdF cade in un momento davvero particolare, a riprova che il ponte fra Italia e Silicon Valley non è mai stato così importante. Nei giorni scorsi, dopo un incontro fra il ceo Chuck Robbins, l’amministratore delegato di Cisco Italia Agostino Santoni e il premier Matteo Renzi, Cisco ha annunciato un maxi investimento con finanziamenti strategici per 100 milioni di dollari in tre anni in Italia. Due giorni dopo Apple ha annunciato che il primo centro europeo di sviluppo app iOS sarà aperto a Napoli, con la prospettiva di creare seicento nuovi posti di lavoro. Non bastasse, un bell’articolo pubblicato su La Stampa da un amico di Italiani di Frontiera, Mauro Zanetti Aprile,  racconta la visita del viceministro Carlo Calenda, appena nominato nuovo ambasciatore presso l’UE, ospite alla JP Morgan Annual Healthcare Conference a San Francisco, dove Mauro vive. E Calenda  ha annunciato un ruolo da protagonista dell’Italia a Silicon Valley con l’apertura nella città californiana e non a New York dell’ufficio di attrazione di investimenti. Annuncio straordinario nel corso di un evento organizzato da altri preziosi amici di IdF: il  console generale d’Italia a San Francisco Mauro Battocchi e i dinamici imprenditori e manager connazionali di  BAIA. Sono passati otto anni da quel 22 gennaio 2008 in cui chiudendo casa a Sesto San Giovanni, i Bonzios si trasferirono per sei mesi a Palo Alto con qualche idea e molte incognite: 1) Sopravvivere per sei mesi con un’avventura di famiglia faidate che non si sapeva bene dove avrebbe portato 2)  Affrontare e risolvere i tanti problemi piccoli e grandi posti da vita quotidiana, mentalità, organizzazione sociale così diverse dall’Italia. 3) Approfittarne per conoscere, intervistare e in molti casi diventare amici di tanti fantastici connazionali che vivono nella culla mondiale dell’innovazione. 4) Individuare dei fili che collegassero tante storie individuali di oggi e di ieri alla storia dei territori: quello californiano, quello italiano. Nessuno si aspettava che tutto questo diventasse alla fine un progetto multimediale che gira tutto il Paese con puntate all’estero, un nuovo lavoro con un format giornalistico inedito che offre pure una chiave di interpretazione delle potenzialità e dei problemi dell’Italia. Ma soprattutto, che questa esperienza generasse un impressionante network di amici, appassionati, sostenitori, molti dei quali professionisti eccellenti che la frontiera la affrontano tutti i giorni in patria. Alcuni di loro sono stati compagni di avventura dal 2011 negli Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour (prossima partenza a fine aprile), che hanno rafforzato questo ponte fatto di scambi di esperienza e idee con decine di eccezionali imprenditori, manager e scienziati italiani che vivono nella Bay Area. Italiani di Frontiera, che nel frattempo è diventato pure un libro, pubblicato da EGEA con prefazione di Gian Antonio Stella, è così cresciuto come progetto  da richiedere una profonda trasformazione, nella formula, nel modello di business, nella strategia. L’avventura è solo iniziata. Ed è bellissima. Intanto un grazie di cuore a tutti.

Il surf, uno sport metafora che la California scoprì grazie a tre principi hawaiani 130 anni fa, mentre veniva fondata Stanford

Navigare e cavalcare le onde, due metafore ricorrenti, anche negli storytelling di Italiani di Frontiera. Navigazione come sfida all’ignoto, elevata a simbolo della condizione umana, magistralmente evocata da Joseph Conrad. Il flusso e lo scorrere come visione di un mondo in costante cambiamento, in cui sfuma la distinzione fra Reale e Virtuale, la differenza fra Intelligente e Smart si fa irrilevante, c’è un primato dell’Interazione sulle Cose, come rilevato in una splendida conferenza ad un recente evento Cisco da Luciano Floridi, filosofo ad Oxford. Che ha citato un prezioso frammento di Eraclito: Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo”. l surf simbolo d’intraprendenza che consente di sfidare forze indomabili, come quelle dell’oceano, ma oggi pure simbolo del pensiero laterale, percorsi trasversali e collegamenti eccentrici che consentono di “catturare” significati che sfuggono al pensiero lineare. Sinonimo di coraggio, libertà individuale ed anticonformismo, il surf è diventato pure un simbolo per la California. Che lo scoprì però solo 130 anni fa… Estate 1885,  Santa Cruz 120 chilometri a sud di San Francisco sta conoscendo un inatteso boom turistico. Cinque anni prima è stata conclusa la South Pacific Coast Railroad e la località balneare è una meta molto più facilmente raggiungibile, per chi vuole sfuggire alla calura dell’entroterra californiano ma anche da tutto il Paese. Uno dei grandi magnati della ferrovia è Leland Stanford, che proprio nella primavera di quel 1885 assieme alla moglie Jane ha fondato poco più a nord, a Palo Alto, l’Università che aprirà i battenti nell’ottobre 1891, dedicata alla memoria del figlio Leland Junior, morto a sedici anni l’anno prima a Firenze, durante un viaggio in Europa, a causa del tifo contratto in Grecia. In questo dramma umano e nella costruzione della celebre Università, gli italiani e i veneziani in particolare giocheranno un ruolo speciale, come raccontato i questo post. A descrivere l’atmosfera eccitata di Santa Cruz invasa da turisti è un quotidiano vivace ma dalla vita effimera, il Santa Cruz Daily Surf. Quella parola “surf” di etimologia incerta (sembra indicasse in origine le coste dell’India) che definisce la cresta dell’onda che diventa schiuma infrangendosi su spiagge o scogli, sta per entrare nell’uso comune con un altro significato. Fra i turisti che affollano la località infatti ci sono tre cadetti  della Saint Mathew’s School, accademia militare di San Mateo (non lontano da dove oggi sorge l’aeroporto di San Francisco).  Sono tre giovani principi delle Hawaii: David Kawananakoa, Edward Keliiahonui e Jonah Kuhio Kalanianole. Secondo la leggenda, sono saliti sulle montagne di Santa Cruz per ritagliarsi con legno di sequoia tre tavole particolarmente lunghe, riservate nella tradizione hawaiana all’aristocrazia. I tre rimasti orfani erano stati adottati dallo zio,  il re hawaiano David Kalakaua e sua moglie la regina consorte Esther Julia Kapi’olani e affidati alla tutela di una cugina che viveva in California, dove loro studiavano.    Secondo le cronache, le esibizioni dei tre giovani sulle loro lunghe tavole destarono un’enorme impressione sulla folla di turisti che non avevano mai visto nulla del genere. E per anni si parlerà di quello spettacolo, che ha gettato il seme di un nuova disciplina, destinata a caricarsi di significati simbolici, nella sfida giocosa e coraggiosa a una forza terribile, quella dell’oceano.  Ai tre giovani hawaiani, ricordati da una targa bronzea, nel 130° anniversario di quella esibizione, Santa Cruz ha dedicato dal mese scorso una mostra. I tre erano destinati a lasciare un segno pure nella storia delle Hawaii. Mentre Edward tornato alle isole malato di scarlattina morì nel 1887, David erede al trono non diventò mai re. Nel 1893 un colpo di stato propiziato dagli Stati Uniti mise fine alla monarchia instaurando una repubblica filoamericana. Due anni dopo, Jonah finì in carcere, per aver partecipato a un tentativo d’insurrezione per ripristinare la monarchia. Impossibile opporsi alla potenza americana: Jonah trovò un suo modo per “cavalcare” l’onda in politica, diventando esponente del partito repubblicano e delegato rappresentante delle Hawaii al Congresso USA. Ma era ancora in carcere, oltreoceano, quando un giornale di Santa Cruz aveva rilevato come quella prima esibizione del 1885 di cui era stato protagonista avesse tenuto a battesimo un nuovo sport, scrivendo: “I ragazzi che vanno a nuotare a Seabright Beach usano tavole da surf per cavalcare le onde, proprio come gli hawaiani”.

Addio a John Renbourn: tanti anni fa l’avevo accompagnato a Venezia, la sua musica ha accompagnato IdF

  Nooo! E’ morto John Renbourn! Fondatore dei Pentangle, una leggenda del folk progressivo, grandissimo chitarrista ch ho sempre adorato. Tanto tempo fa, lo avevo portato per Venezia dopo un suo concerto, una passeggiata indimenticabile, raccontandogli una storia su un personaggio incrociato in una calle… qualche anno dopo, l’avevo ritrovato  per caso su un treno in Friuli… lui tornava da un concerto  a Gorizia e mi aveva subito ricordato quella storia veneziana… presentandomi a un’altra leggenda che era con lui, il chitarrista Bert Jansh. Non immaginavo che tanti anni dopo, sarebbe stato lui ad accompagnare me, con la musica che adoro (dal su lp The Hermit) in molti degli storytelling Italiani di Frontiera​. Colto, garbato, capace di innovare riscoprendo antiche tradizioni… Fortunato chi ti ascolterà fra le nuvole, John. Qui sotto, una delle sue canzoni che più ho amato: prima la suona, poi spiega come suonarla. Si intitola Lord Franklin, è dedicata all’esploratore scomparso cercando il leggendario passaggio a Nordovest. Un personaggio di frontiera…