Amici di IdF, Piero Bocchiaro: le “mele marce” un alibi, spesso il conformismo acritico alla radici del male

La tesi delle “poche mele marce” per spiegare in molti casi comportamenti riprovevoli, alla prova dei fatti si rivela solo un comodo alibi, per attribuire a personalità deviate il male. Di cui invece si dimostrano spesso capaci persone assolutamente normali. Complici il conformismo, la deresponsabilizzazione, l’obbedienza acritica. E’ quanto sostiene Piero Bocchiaro, ricercatore e autore di “Psicologia del male”, Laterza. Qui l’articolo di Reuters. L’analisi di Piero oltre che interessante e’ pertinente ad alcuni dei temi di Italiani di Frontiera. Perchè conferma che il coraggio di andare a volte controcorrente  e non piegarsi al conformismo, in alcuni casi può addirittura fare la differenza tra comportamento criminale e gesto eroico. Nel suo libro, Piero parla di Hannah Arendt e del suo straordinario libro denuncia,  La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. Delle gesta eroiche di Giorgio Perlasca, l’italiano che durante la seconda guerra mondiale salvò la vita a cinquemila ebrei ungheresi. Dell’incredibile Esperimento Milgram,  che dagli anni Sessanta dimostro’ come l’obbedienza acritica poteva portare a comportamenti crudeli. E di  Philip Zimbardo, studioso italoamericano figlio di immigrati siciliani, già suo docente, professore emerito alla Stanford University e autore del celebre  Stanford Prison Experiment. Zimbardo e’ protagonista di una splendida conferenza sul sito Ted.com, sul tema Come le persone diventano mostri… o eroi. Sullo stesso sito, in un’altra  breve dissertazione, capolavoro di sintesi, Zimbardo parla invece di come vivere con un giusto rapporto con il tempo . Oggi Zimbardo e’ concentrato sul suo Heroic Imagination Project, un progetto per promuovere la consapevolezza di valori e comportamenti che all’occorrenza sappiano opporsi al conformismo nel nome di principi civici e di solidarieta’. Per promuovere quella che Piero definisce “Un’idea democratica dell’eroismo”.

Crimini ed emigrazione, qualche dato: no, non abbiamo esportato solo pacifici gentlemen

“Noi andavamo a lavorare, non ad ammazzare”, ha detto un ministro italiano parlando di immigrazione, per distinguere gli italiani che un tempo emigravano da chi emigra oggi, per venire in Italia. E’ accaduto nei giorni scorsi a Pontida e le dichiarazioni del ministro delle Riforme per il Federalismo Umberto Bossi, leader della Lega Nord, hanno scatenato polemiche e contrapposizioni, innanzitutto con il presidente della Camera Gianfranco Fini, che assieme a lui ha firmato proprio una legge sull’immigrazione. Non la politica ma l’emigrazione e la memoria storica sono fra i temi di Italiani di Frontiera. Nella convinzione che presente e futuro si affrontino al meglio conoscendo il passato nei fatti, non nei luoghi comuni. Ecco allora qui (immigrati in cella per delitti gravi), qui (italiani arrestati per omicidio) e qui (italiani nelle carceri di New York alcuni dati interessanti su emigrazione italiana negli Usa e criminalità, tratti dal sito del bellissimo libro di Gian Antonio Stella “L’Orda. quando gli albanesi eravamo noi”. Piccola curiosità, spulciando tra le pagine dello stesso libro. Cos’hanno avuto in comune le uccisioni di Antonio Canovas Castillo primo ministro spagnolo (1897), “Sissi” Elisabetta d’Austria (1898), Sadi Carnot presidente francese (1894), Umberto I re d’Italia (1900), i tentati omicidi di Napoleone III (1858), Franklin Delano Roosvelt (1933), l’attentato dinamitardo a Wall Street con 33 morti (1903), quelli in Argentina con 20 morti (fra anni Venti e Trenta)? Sono stati tutti opera di italiani. Uno di questi fatti di sangue, la strage a Parigi da cui scampò Napoleone III, vide tra gli attentatori uno degli Italiani di Frontiera raccontati da questo progetto, Carlo Camillo di Rudio. No, forse non abbiamo esportato soltanto pacifici gentlemen…

Da Elvia e Federico Faggin le parole migliori per gli auguri di Buon Natale 2008

A pochi giorni da un 2009 che l’Unione Europea si appresta a celebrare come Anno europeo della Creativita’ e dell’Innovazione, le parole migliori, per gli auguri di Buon Natale da Italiani di Frontiera sono arrivate da Elvia e Federico Faggin, gia’ protagonisti di un recente post. Preziosa testimonianza di solidarieta’ praticata nel modo migliore, condividendo le conoscenze con i meno fortunati, superando ogni frontiera. Assieme ad Elvia (sua la foto qui sopra) e Federico (che lasciata da poco Foveon, acquisita il mese scorso da Sigma, si appresta ad affrontare nuove sfide), gli auguri a tutti dall’autore di Italiani di Frontiera. Siamo recentemente tornati da una visita al “Lycée Technique Alessandro Rossi” a Ngozi nel Burundi. Questo liceo è una versione africana dell’Istituto Tecnico Industriale Alessandro Rossi di Vicenza, scuola che ha fornito al Veneto molti dei suoi imprenditori. L’iniziativa di fondare WITAR (Istituto Tecnico Alessandro Rossi nel mondo) risale all’anno 2003 quando Federico, ex alunno del “Rossi” di Vicenza, nominato presidente dell’associazione, ha dato l’impulso iniziale, mettendo insieme il team operativo, e raccogliendo i fondi per avviare il Lycée che ora sta fiorendo e conta piu’ di cinquecento alunni. Visitando la regione siamo arrivati fino alla diocesi di don Bruno, sperduta sulle colline di Bugwana a nordest di Ngozi, senza elettricita’ ne’ telefono. Nella vecchia chiesa sono rimasta colpita dalla Via Crucis dove l’artista indigeno ha interpretato a modo suo le figure dei carnefici rappresentadoli in divisa militare. Ho fatto varie foto e ho scelto questa immagine, dal forte simbolismo, per gli auguri di quest’anno: Auguri affettuosi di Pace, Salute ed Ogni Bene nel 2009 a tutti voi! Elvia e Federico.

Christiana Rattazzi, manager dell’ambiente a poco piu’ di vent’anni

Ad appena 22 anni, al primo impiego, un posto di responsabilita’ in un’azienda innovativa come SunPower, nel campo dell’energia solare. La storia professionale iniziata da poco di Christiana Rattazzi, nata negli Usa da famiglia italiana, e’ un esempio dell’intraprendenza e della straordinaria versatilita’ della Bay Area. Capace di puntare su persone dotate, valutandole in base alle loro potenzalita’, senza pregiudizi di sesso e nemmeno di eta’. Figlia di un veterano di Silicon Valley e imprenditore seriale, Gianluca, (e’ stato tra i primi protagonisti di Italiani di Frontiera, in questo post), dal padre Christiana ha ereditato anche la passione per l’automobilismo. Oltre a quella per le sfide. GLI STUDI – Mi sono laureata in Neuroscienze e Biologia comportamentale alla Emory University nel maggio 2007, ottenendo anche il premio Wall of Fame, riconosciuto allo studente che ha dato il maggior contribuito all’Universita’ in termini di leadership ed esempio. Dopo il primo grado, pensavo di frequentare medicina, che a differenza che in Italia costituisce un secondo grado di laurea. Ma mentre preparavo gli esami di ammissione mi sono accorta che i miei interessi stavano orientandosi verso un’altra direzione. Il fatto di parlare quattro lingue, avere una cultura europea e americana, essere interessata al mondo imprenditoriale e saper gestire persone (come avevo fatto all’Universita’ con club e attivita’ studentesche) mi ha indotto a tornare sulla decisione di studiare medicina, per tentare la strada dell’impresa. IL LAVORO – Ho iniziato a fare colloqui per posizioni di marketing connesse al mio campo (sanita’ e biotecnologie) ma sono arrivata ad un’azienda di punta nel campo dell’energia rinnovabile, SunPower. Impressionata dalle conseguenze planetarie della crisi petrolifera e dell’effetto serra, ho capito che ci sono aziende che fanno di questi problemi energetici e ambientali la propria missione primaria. Ed ho capito che come con medicina, anche con SunPower mi sarei occupata di migliorare la qualita’ della vita delle persone e delle future generazioni. In piu’ la qualita’ delle persone incontrate li’ ed il fatto che l’azienda, lanciatissima (vendite decuplicate fra 2005 e 2007) avesse una grossa percentuale di attivita’ in Europa mi hanno fatto propendere per questa strada. PUNTARE IN ALTO – Mi avevano offerto un primo impiego nel marketing ma volevo mettere alla prova le mie capacita’ ad un livello maggiore di responsabilita’. Cosi’ mi sono proposta per un posto di Creative Services Manager (che inizialmente non era disponibile per un neoassunto) ma alla fine, dopo prove e colloqui, l’ho ottenuto. Nel dipartimento di Corporate Marketing, lavoro con clienti interni ed agenzie esterne per realizzare prodotti innovativi adatti all esigenze di questi interlocutori. Sono estremamente riconoscente a questa societa’ che mi ha dato fiducia, e anche se l’orario e’ pesante ed i compiti gravosi, sono molto soddisfatta di quanto realizzato e delle sfide future, mentre l’azienda continua a crescere a rotta di collo. SunPower ha anche aperto una serie di uffici in Italia, attraverso una recente acquisizione, e potrebbe essere un’opportunita’ per contribuire a ridurne la dipendenza dal petrolio. RADICI E VALORI – Ho viaggiato molto e mi sento cittadina del mondo, a proprio agio in qualsiasi posto mi trovi, in particolare in Europa e Usa. E credo che i miei genitori abbiano cresciuto me ed i miei fratelli con i valori migliori offerti dall’Italia e dagli Stati Uniti. Penso che il mondo si stia muovendo nella giusta direzione verso un’uguaglianza fra uomini e donne, anche se rimangono ancora delle disparita’. Ci sono sempre piu’ donne in posti di responsabilita’ dalla politica all’impresa negli Usa. E credo che l’Italia stia procedendo nella stessa direzione.

In memoria di Pippa Bacca, artista uccisa mentre sfidava le frontiere

Ci sono tanti motivi per sfidare le frontiere: spirito d’avventura, voglia di scoprire l’ignoto, ricerca di un futuro migliore. Pippa Bacca, giovane artista milanese, aveva deciso di farlo per un ideale di pace. Un viaggio carico di valori simbolici: con un’amica, in autostop vestendo abiti da sposa, da Milano all’Oriente, per testimoniare un messaggio di fratellanza e comprensione tra popoli e culture diverse, documentando online la sua esperienza. La sua nobile missione, iniziata l’ 8 marzo, e’ finita tragicamente. Due mesi fa, l’11 aprile, dopo che da qualche giorno in Turchia Pippa non dava notizie, alla periferia di Istanbul e’ stato ritrovato il suo corpo e poco dopo arrestato l’assassino reo confesso, che prima di strangolarla l’ha violentata. Italiani di Frontiera le rende omaggio con ammirazione. E un motivo in piu’ per ricordarla, aver scoperto solo dopo la sua tragica fine che Pippa, nipote del celebre Piero Manzoni, era figlia di un nostro caro amico, di cui aveva certo ereditato la vitalita’. Questo il link alla pagina su Pippa di Wikipedia. Sul sito del suo progetto Brides on Tour, foto, resoconti e un’intervista (anche in inglese) a Silvia Moro che l’aveva condiviso con lei.

Francesco Cantatore (AnsaldoBreda): solo la passione fa metter radici negli Usa

Si arriva negli Stati Uniti per il business. Ci si resta solo con il cuore. Francesco Cantatore, vicepresidente di AnsaldoBreda, racconta con la sua esperienza due mondi del lavoro diversissimi, fra Italia e Stati Uniti. E spiega perche’ e’ convinto che solo una forte passione possa far mettere radici oltreoceano a un italiano. GLI USA E UN PRESENTIMENTO – Mio padre, saputo della mia partenza per gli Usa (giugno 2001), volle a tutti i costi accompagnarmi all’aeroporto. Non c’e’ bisogno, dicevo, ho viaggiato tantissime volte e parto solo per sei mesi… niente da fare. Non lo dimentichero’ mai. Taciturno e pensoso sul taxi, in una Genova grigia, sotto la pioggia… Mi guardava in modo diverso dal solito. Lui, che quando ero bambino a Bari, dove sono nato, ci raccontava dell’emozione di New York e dei suoi grattacieli, vista dalla nave con la quale lui all’epoca navigava trasportando in Italia gli aiuti del Piano Marshall… “So che questo sara’ un viaggio particolare”, disse. Aveva capito che stavolta non sarei tornato. Una parte del suo cuore si staccava, perche’ l’America faceva per me. Il ricordo di questo suo presentimento e’ legato a quello della mia partenza. Una vibrazione fortissima…mi emoziono ancor’oggi, a ripensarci. MEZZA EUROPA PRIMA DEGLI USA – Subito dopo la laurea in Ingegneria elettronica a Genova, alla fine degli anni Ottanta, sono stato assunto dalla Ansaldo, per il settore nucleare. Girare tantissimo (Repubblica Ceca, Russia, Ucraina, Bulgaria) ha rafforzato la mia propensione a viaggiare aprendosi a culture, a influssi e storie diverse dalla tua. Esperienza molto interessante, professionalmente ma anche dal punto di vista umano. In Russia ad esempio, alla fine dell’epoca di Gorbaciov, con l’ultimo barlume di comunismo e l’inizio della nuova Russia. Con colleghi e clienti, i contatti erano molto basati su rapporti umani. Li’ non fai business ad un certo livello se non passi giorni e notti a bere, parlare conoscersi. Poi ho accettato un posto di direttore in America per la Marconi. “Sei mesi-un anno. Quando hai creato la struttura, rientri e vai da un’altra parte”, mi dicevano. RESTARE PER AMORE – Ricordo il mio arrivo a Pittsburgh, Pennsylvania. Prima riunione. Poi il sabato, mi alzo e in due ore finisco il giro della citta’… resto un po’ sgomento: se ho girato tutto in due ore… domenica sera due colleghi italiani della Marconi mi invitano a cena.. a quella cena c’e Courtney, oggi mia moglie (nella foto). E’ scattato subito qualcosa e’ cambiato presto tutto nell’essere qui, nella professione. La molla che ti da’ la motivazione e la forza per radicarti viene dall’amore: per una donna, la natura, il lavoro, la cultura, una persona… quelli che sono venuti e poi se non sono andati via non l’avevano. Magari erano venuti per una passione venale come i soldi, o alcuni professori per una motivazione accademica, avere nel curiculum un anno a Stanford o Berkeley. DAL BOOM AI TAGLI – Alla Marconi ero direttore ufficio acquisti per Nordamerica, un budget di centinaia di milioni di dollari all’anno. All’epoca c’erano 56mila dipendenti di cui 4.000 in America. Una crescita cosi’ veloce che la struttura aziendale non era adeguata. Ho vissuto gli anni piu’ difficili, arrivando a bolla gia’ pronta a scoppiare… Ho dovuto affrontare per esempio la cultura del licenziamento: in America sai che puoi essere licenziato in qualsiasi momento. Nel frattempo pero’ come professionista avevo un mercato. Ed ho trovato un altro posto, alla AnsaldoBreda. Obiettivo: rilanciare l’azienda, per tutto il 2005. Poi la nuova sfida a San Francisco. Vendiamo treni per metropolitane, come in Italia. Vendita e manutenzione, per ora, in futuro anche produzione. Abbiamo gia’ due fabbriche a Boston (in chiusura) e Pittsburg California… per servire San Francisco e Los Angeles. Un centinaio di dipendenti, fatturato di decine di milioni di dollari… Nel piano di sviluppo anche l’obbiettivo di realizzare qualcosa di particolare che non e’ stato fatto in Italia. MENTALITA’ SUL LAVORO – Ci sono differenze abissali, nella mentalita’ sul lavoro, tra Stati Uniti e Italia. A partire dal valore del tempo. In America, una riunione alle 8 inizia alle 8 e se e’ fissata un’ora di durata, un’ora dura. Hai un’agenda con i punti da trattare. Se non si raggiunge un accordo, ci si rivede un altro giorno per continuare, e non si tira invece per le lunghe. Perche’ magari dopo c’e’ un’altra riunione e puo’ essere piu’ produttivo fare cosi’… C’e’ un valore del tempo ed il rispetto per quello degli altri… GERARCHIA E CONTRIBUTI – In Italia la gerarchia nella catena di comando si sente moltissimo. Se in una riunione sei col tuo capo o il capo del tuo capo, lui parla, tu parli solo se interpellato. In America invece c’e’ un senso di rispetto ma se il tuo capo dice qualcosa di sbagliato, puoi farglielo capire anche nel corso della riunione e lui non si offende, Questo e’ un concetto di un’importanza straordinaria… In quante milioni di riunioni magari il 10% di quegli errori potevano essere evitati se l’ultimo ingegnere avesse potuto dire la sua? Questo fa parte di valori fondamentali in America: certo c’e’ chi guadagna di piu’ ma tutti contano… in Marconi ogni due mesi c’era un evento, Town Hall, l’amministratore delegato fa una presentazione tutti sono presenti o collegati, alla fine chiunque poteva intervenire e a volte porre domande imbarazzanti. Una volta, uno si e’ alzato dicendo che i gabinetti del suo ufficio erano costantemente sporchi. L’amministratore delegato non si e’ messo a ridere ma gli ha risposto seriamente che il giorno dopo avrebbe chiamato il responsabile per chiedere spiegazioni. E nessuno ha riso. Perche’ di fondo c’e’ un apprezzamento generalizzato delle idee degli altri. Si vuole dare un messaggio unificante, i manager devono poi implementare quello che l’amministratore delegato dice… e fai in qualche modo branding. IN AZIENDA TUTTI SANNO – Le comunicazioni in azienda, sono un’altra enorme differenza tra l’Italia e Usa. Se chiedi in Italia a qualsiasi dipendente quali sono le indicazioni di lungo e medio termine nell’azienda in ci lavora… sai queste cose?

Da Padova alla Nasa: Cristina Dalle Ore astronoma tra galassie e sistema solare

Dall’Universita’ di Padova alla Nasa, passando per University of California e Harvard. Con una passione non proprio “da business”: l’astronomia. Cristina Dalle Ore, trevigiana, prima “Italiana di Frontiera” di questo blog, oggi ricercatrice alla National Aeronautics and Space Administration, ha due consigli da dare ad una ragazza che volesse seguire la sua strada: prepararsi a lavorare due volte meglio degli uomini, non rinunciare ad inseguire le proprie passioni, usando Internet come porta d’accesso. Per conoscere quello che c’e’ nel mondo sul proprio argomento di studio preferito. E per contattare direttamente e senza timori reverenziali i massimi esperti mondiali in materia. Pronte all’occorrenza a partire. DA PADOVA IN CALIFORNIA – Sono nata a Treviso, ho studiato all’Universita’ di Padova, dove all’ultimo anno di Astronomia, chiesi al mio professore Francesco Bertola, uno dei grandi studiosi di galassie, di fare la tesi all’estero. Volevo avere una carta in piu’ rispetto ai miei compagni: i laureati in astronomia sono pochi ma i posti pochissimi. In piu’ Luciano che poi ho sposato, era gia’ a Stanford, e mi faceva piacere raggiungerlo… Bertola mi mando’ proprio all’Universita’ di California, da Sandra Faber, una professoressa che era uno degli scienziati piu’ prestigiosi in astronomia, con tutte le raccomandazioni di un padre… Una settimana prima della partenza, venni convocata, il professore deluso mi disse che ormai partivo solo perche’ aveva dato la sua parola e che delle donne non ci si puo’ mai fidare… una mia compagna era andata a dirgli che volevo soltanto raggiungere il mio ragazzo!  Io non negai che lui fosse li’. Ma ho altre motivazioni, dissi. PARTIRE DA ZERO – Era il gennaio 1982, non dimentichero’ mai quel primo week end in California. Luciano venne a prendermi all’aeroporto. Poi mi diede una vecchia Rabbit ed una cartina per arrivare da Palo Alto a Santa Cruz…. e partii. Io parlavo un inglese come gli indiani nei film: “io andare..io mangiare…” e col computer, avevo solo scritto a Padova “Hallo world” con un programma in Word.. ma non mi sono abbattuta, ed ho e cominciato a lavorare. Dormivo poco, alla sera un mal di testa assurdo… e facevo solo astronomia. Il mio inglese e’ migliorato solo grazie alla tv e alla pazienza di professori e di studenti. Il linguaggio della scienza e’ comune, avevo capito cosa dovevo fare, avevo una strada e mi affascinava. La tesi di laurea fu un progetto di ricerca in parte pubblicato, sulla metallicita’ nelle galassie ellittiche, uno studio di spettroscopia fatto senza sapere quasi nulla di atmosfere stellari e spettroscopia. Sei mesi di lavoro da pazzi ma i risultati potevano stare in qualcosa di simile a una tesi. A luglio tornai in Italia per completare e tradurre. Con una lettera della professoressa che diceva che avevo fatto un lavoro eccezionale, superando barriere di lingue, imparando a programmare e completando il progetto in un tempo limitato.. e raccomandandomi di fare domanda per il Phd a Santa Cruz.  Per me e’ stato un motivo di rivalsa, rispetto alle compagne. E il professore era  felicissimo… HARVARD ALL’IMPROVVISO – Sono tornata in California, mi aveva chiamato anche Stanford ma ho detto no per seguire la professoressa di Santa Cruz. Dopo due anni, stavo scegliendo la tesi, ancora su spettroscopia e modelli di atmosfere stellari, quando Luciano ebbe un’offerta di lavoro a Boston. Era il 1987, non volevo andarci. E invece la professoressa di Santa Cruz entusiasta mi raccomanda a due professori di Harvard! Ho iniziato a lavorare li’ alla mia tesi, con due relatori agli antipodi. Per uno era fondamentale l’osservazione al telescopio, l’altro era un teorico per eccellenza. AD UN PASSO DAL MOLLARE TUTTO – Otto anni per finire la tesi, dopo due o tre credevo che non sarei mai arrivata da nessuna parte. Uno mi diceva una cosa, l’altro il contrario. Un giorno di disperazione ho camminato da Harvard al Mit, sono andata al dipartimento di  architettura ed ho chiesto un programma per trasferirmici… invece ho finito la tesi, nove ore prima della nascita di Giuseppe, secondo dei miei tre figli…, ed alla laurea sono andata con lui che aveva pochi mesi. ARRIVO ALLA NASA – Quando Luciano ha annunciato che doveva tornare in Calfornia, ho chiamato una compagna che a Santa Cruz aveva avuto molta pazienza…. ora lavorava alla Nasa e lei mi ha detto: perche’ non vieni qui… voleva dire mollare le galassie per il sistema solare… La mia fortuna e’ stata di aver lavorato con gente di altissimo livello. Il colloquio l’ho fatto con suo marito Dale Cruikshank… ancora oggi il mio capo. Non solo persone eccezionali,  ma di pazienza rara e capacita’ straordinarie. Estremamente gentili, e’ facile lavorarci assieme, lasciano un sacco di flessibilita’. Ora loro sono al quartier generale Nasa a Washington. ARCHEOLOGIA DEL SISTEMA SOLARE – Oggi lavoro soprattutto sullo studio dei  bordi del sistema solare, per capire la composizione chimica del sistema e la sua storia. Ci interessa perche’ e’ cosi’ lontana dal Sole che speriamo sia meno contaminata dagli ultravioletti. Speriamo di riuscire a individuare gli elementi primordiali che hanno formato il sistema solare. E’ come guardare alla sua preistoria, una sorta di archeologia del sistema solare, in oggetti  che sono a 40 volte la distanza tra Terra e Sole. Sono solo gigantesche rocce, c’e’ bisogno di telescopi potentissimi. Quando la luce si riflette su un corpo, porta con se’ l’impronta di quella che e’ la composizione del corpo stesso. E’ studiando questa luce attraverso modelli computerizzati che  si determina la sua composizione, visto che diversi materiali riflettono la luce in modo diverso. SCIENZIATO E DONNA – Mi ha aiutato molto aver lavorato per anni con una donna. “Cristina ricordati sempre che essendo una donna, non devi fare bene. Devi fare due volte bene rispetto agli uomini”. Aveva ragione, devi essere una persona molto aggressiva.  Io ho fatto compromessi perche’ ho scelto di avere figli, rinunciando alla carriera accademica, anche se insegno sporadicamente all’Universita’. Ho un sacco di interessi: mi piace fare mosaici, disegnare, cucinare, giardinaggio. Mentre la carriera accademica e’ molto sacrificata e

Prima di Silicon Valley: Frederick Marrazzo racconta gli italiani di ieri

Quando Palo Alto e dintorni non erano ancora Silicon Valley ma un giardino fertilissimo, che forniva frutta e verdura a mezza America, gli immigrati italiani furono protagonisti del suo straordinario sviluppo agricolo. Interi gruppi di famiglie trapiantati in una zona che ricordava per clima e geografia il loro Belpaese. Valori forti e forte voglia di riscatto sociale, dalla miseria della madrepatria e dalle discriminazioni del Nuovo Mondo. Di questo parla “Italians in the Santa Clara Valley”, bellissimo libro di memorie e immagini di Frederick W. Marrazzo , giovane storico e giornalista di origine italiana. Con Italiani di Frontiera Frederick ha parlato del suo lavoro di ricerca, che continua fra video e interviste. Qui il video di YouTube. PRIMI ITALIANI DELLA BAY AREA – I primi italiani arrivati nella Bay Area sono stati probabilmente i missionari gesuiti, alcuni individualmente, dal 1840 in modo piu’ sistematico, importanti per lo sviluppo dell’educazione e della scienza. Ne ha parlato un libro pubblicato a Stanford lo scorso anno IMMIGRATI – Gli immigrati sono arrivati sulla scia della corsa all’oro attorno al 1850. Magari non facevano i cercatori ma si occupavano di servizi per i cercatori, dai negozi ai ristoranti. Questi primi italiani erano in prevalenza di origine settentrionale ed abbastanza facoltosi da tentare di avviare una piccola impresa in proprio. Le vere grandi ondate di immigrazione sono pero’ arrivate tra 1880 e 1920, da tutte le parti d’Italia ma in prevalenza da Genova e Milano. Della comunita’ italiana a San Francisco, il 70% proveniva dal Settentrione. Emigrati che con l’ascesa di Mussolini al potere furono sostenitori del fascismo. PRIMA DI SILICON VALLEY – Chi si stabiliva nella valle di Santa Clara, che comprende Palo Alto e l’attuale Silicon Valley, era attratto soprattutto dalle possibilita’ offerte dall’agricoltura, con una terra ed un clima che ricordavano l’Italia. La viticoltura fu iniziata dai francesi ma a svilupparla, dal 1890, furono gli italiani. Che facevano ogni tipo di lavoro: lattonieri, tornitori, spazzini, autisti, erano una forza lavoro. E furono la manodopera per eccellenza, soprattutto nell’industria conserviera, frutta e verdura in scatola, dal 1890 sino a dopo la seconda guerra mondiale, quando molti posti di operaio furono lasciati ai nuovi immigrati, i messicani. Fu uno sviluppo in alcune zone “a clan”, cioe’ famiglie o gruppi di compaesani concentrati in un’area. Come i Locatelli di Bergamo a Santa Cruz, per loro simile alla loro citta’. O la famiglia calabrese dei Filice a Gilroy, diventata capitale della coltivazione d’aglio e sede del Garlic Festival, fondato Rudy Melone, figura di grande educatore. Oppure le famiglie di Trabia paesino del Palermitano, trapiantate in blocco nella contea di Santa Clara. Agli italiani la valle ricordava i loro i villaggi in Italia, per il paesaggio ed il clima mite… fu il passaparola a spingere molti italiani dalla costa est molto piu’ urbanizzata a venire qui: “Andate a ovest”…, forse volevano anche uscire dai ghetti di Little Italy. E forse per questa situazione diversa non c’e’ stato qui un grosso sviluppo di mafia, solo alcun bande criminali ma non cosi’ radicate come a est. I PRESTITI DI GIANNINI – Molti italiani furono abbastanza intelligenti da comprare la terra da lavorare quando costava poco. E Amadeo P. Giannini, banchiere di origine italiana nato a San Jose’, che fu tra i fondatori di Bank of America, ebbe un importante ruolo, concedendo crediti per acquistare terreni. Che gli italiani comprarono per coltivarli. Non pensavano certo che sarebbero diventati un investimento. DISCRIMINAZIONI E STEREOTIPI – Non era facile per gli italiani, che erano oggetto di discriminazioni. E durante la seconda guerra mondiale la situazione e’ diventata ancora piu’ dura. C’erano restrizioni, assurde: una legge impose che gli italiani non potessero vivere a meno di cinque miglia dalla costa, non potessero possedere radio ne’ segnalatori luminosi… una paranoia: si aspettavano forse potessero aiutare uno sbarco di Mussolini sulle coste del Pacifico? Ci furono anche internamenti, di cui pochi sanno. Un dramma dimenticato, al quale Lawrence DiStasi, (storico di origine italiana che ho intervistato nel mio programma tv Cronaca) ha dedicato un libro, “Una storia segreta”. La propaganda di guerra invitava a non parlare “le lingue dei nemici” e questi sono forse stati shock che hanno spinto molti immigrati a rinnegare le proprie origini, a non insegnare ai figli l’italiano e magari nemmeno la storia di famiglia. C’e’ stata una frattura col proprio passato. Forse ancor oggi molti non si vogliono mescolare a quello che dell’Italia conoscono solo attraverso stereotipi, su malavita e famiglie mafiose, come nei telefilm dei Sopranos. Che non sono il modo migliore per conoscere le proprie origini. Ed e’ per questo motivo che ho scritto questo libro… CONTRIBUTO ITALIANO ALL’AMERICA – Durante la seconda guerra mondiale, proprio gli italoamericani sono stati il maggior gruppo etnico, come contributo di uomini al fronte. Nel dopoguerra, con il baby boom ed il consumismo, gli italiani si sono integrati di piu’, volevano diventare americani a tutti gli effetti. Nel boom sono stati protagonisti nel mondo dell’edilizia, con grandi imprese di costruzioni come De Mattei Construction, Nibbi Brothers, Sovrato Deveplopment, Ferma Corporaton dei fratelli Ferrari. E mentre ad occupare molti dei posti piu’ umili, nelle imprese di pulizie e nei cantieri, sono arrivati i nuovi immigrati, i messicani, molti italiani sono arrivati al successo, come professionisti, medici, artisti a Hollywood… Ma sono rimasti molto frammentati, come il loro Paese d’origine… non rappresentano ad esempio una forza come gruppo di pressione o di opinione, a differenza di altre etnie. Cosa sarebbe la California senza i prodotti introdotti dagli italiani? Aglio, broccoli, le alici, lo sviluppo dei pomodori, il vino diventato con loro un’industria… Molti di questi prodotti oggi vengono dalla valle di Fresno, a sud di San Jose’. Qui nella valle di Santa Clara orti e frutteti sono diventati Silicon Valley. E anche l’ultima industria dell’inscatolamento, la Del Monte, e’ stata chiusa nel 1999 e spostata a Fresno. Ma gli italiani hanno dato alla California molto piu’ del loro prodotti agricoli e degli edifici che hanno costruito: hanno dato soprattutto i loro valori ed

Giacomo Costantino Beltrami, solo tra gli indiani del Mississippi con un ombrello rosso

Un patriota bergamasco deluso, esploratore inquieto, capace di avventurarsi da solo, quasi due secoli or sono, in una zona del Mississippi territorio degli indiani, con coraggio, forza d’animo, ed un ombrello rosso come bizzarro lasciapassare. E di raggiungere il suo scopo: arrivare ad una delle sorgenti del grande fiume. Una storia avvincente, quella di Giacomo Costantino Beltrami (1779-1855), al quale e’ intitolata l’omonima contea del Minnesota. E secondo alcuni, a lui si ispiro’ James Fenimore Cooper per il suo classico d’avventura “L’ultimo dei Mohicani”. A Beltrami, va soprattutto il merito di aver composto una straordinaria collezione di manufatti indiani, di valore inestimabile, ancor oggi conservata.Qui galleria di immagini (foto di Daniela Rota). Magistrato napoleonico, avvilito dal clima della Restaurazione e sfuggito all’impiccagione con l’accusa di cospirazione contro lo Stato Pontificio, Beltrami decise di improvvisarsi esploratore nel Nuovo Mondo, risalendo il Mississippi in una zona ancora selvaggia, sospinto da tormenti esistenziali.Centinaia di miglia in undici mesi, abbandonato quasi subito in un labirinto di acquitrini da guide e interprete. Derubato anche dell’acciarino, cosa che gli impedì di accendersi fuochi per ascugarsi e riscaldarsi la sera.Costretto a trascinare la canoa immerso nell’acqua sino alla cintola, solo, con un fucile, una spada ed un bizzarro ombrello rosso, divenuto suo simbolo, che funzionò da eccentrico lasciapassare con gli indiani, che evidentemente lo ritenevano protetto dagli dei per intraprendere un’avventura così folle, il 31 agosto 1823, nella contea che oggi nel Minnesota porta il suo nome, Beltrami raggiunse una delle sorgenti del fiume intitolandola a Giulia, amica scomparsa e mai dimenticata.Primo bianco arrivato sino a lì, “La sua vera impresa è l’aver percorso quel territorio inesplorato con una sensibilità eccezionalmente moderna: registrando testimonianze di prima mano sul degrado che il contatto con i bianchi sta provocando tra gli indiani, in particolare con l’alcolismo. Ma soprattutto, raccogliendo e inviando in Italia a più riprese armi, utensili, indumenti e decorazioni”, dice Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution, che ha ricostruito la sua storia. E che nel settembre 2013 a cura di Italiani di Frontiera ha guidato una visita d’eccezione a quella collezione a Bergamo, considerata oggi un tesoro anche dagli etnografi d’oltreoceano. Una rivalsa tardiva per Beltrami, la cui impresa fu disprezzata invece dagli studiosi americani suoi contemporanei, forse non privi di pregiudizi xenofobi, nei confronti di quell’esploratore romantico cosi’ lontano dai circoli intellettuali.Gli straordinari oggetti raccolti da Beltrami sono divisi oggi fra la  collezione raccolta al Museo di Scienze Naturali Ettore Caffi di Bergamo, e la collezione creata con passione dallo scomparso conte Glauco Luchetti Gentiloni (foto sotto) curata oggi dalla figlia Marzia, del Museo Beltrami a Filottrano (Ancona), paese delle colline marchigiane, dove Beltrami morì.