A Omnibus La7 le parole chiave di Italiani di Frontiera per parlare di disuguaglianze e opportunità

Levataccia ma ne valeva la pena, partecipare domenica 28 gennaio a Omnibus, La7. Il titolo, “Disuguitalia, la ricchezza di (pochi) aumenta“, proprio in linea con la conduzione del bravo Marco Fratini, capace come pochi di combinare competenza e leggerezza. E per la prima volta un’ora e mezzo davanti a una telecamera e un cameraman da solo (conduttore e ospiti erano a Roma), ma full immersion “social” con i preziosi amici dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour che commentavano in diretta (e mi hanno pure suggerito precisazioni…). Si parlava di economia, dati e statistiche, non proprio il mio forte… così ho fatto tesoro della lezione di Paolo Villaggio, che diceva di esser padrone solo di quattro argomenti… ma di saper portare qualsiasi discussione in un minuto sul suo cavallo di battaglia… il Vietnam! Così, io son riuscito a parlare di Federico Faggin e della metafora della “torta finita” sull’invidia sociale per chi ha successo. Poi di talenti all’estero, del patrimonio che sperperiamo non dando spazio in patria al loro potenziale… e alla fine pure dei nostri Tour a Silicon Valley organizzati con Paolo Marenco (a proposito, il prossimo a fine aprile!) e persino di “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“,  il nostro nuovo spettacolo per la regia di Alessio Mazzolotti… citando Olivetti e Montessori! Grazie ai tanti amici di Italiani di Frontiera che hanno avuto la pazienza di seguire i 90 minuti della trasmissione, sommergendomi di commenti e appezzamenti.. Ah, la puntata è già online…

Quando Andy Grove leggenda Intel profetizzò: “Sarai un fallito” a Federico Faggin, padre del microchip… e la moglie Elvia gli rese giustizia

Ungherese classe 1936, cresciuto nella Budapest occupata dai nazisti, era emigrato negli USA per diventare una delle più importanti personalità di Silicon Valley. Andrew “Andy” Grove, ma il suo vero nome era  Andrés Graf, è morto lunedì 21 marzo 2016 all’età di 79 anni dopo una lunga battaglia con il cancro e il morbo di Parkinson. Come ricorda in un profilo a lui dedicato Forbes, , in 37 anni di carriera a Intel (presidente dal 1979, CEO dal 1987 al 1998 ma ancora presidente fino al 2005) Grove è stato negli anni Ottanta  il personaggio chiave che ha trasformato Intel da azienda di chip di memoria a produttrice di microprocessori, con un fatturato passato da 1,9 a 26 miliardi di dollari, dominando il mercato dei personal computer assieme a Microsoft. Grove era considerato un’icona a Silicon Valley e a lui, dice ancora Forbes, si sarebbe rivolto Steve Jobs per chieder consiglio nel 1997 quando dovette decidere se tornare nella Apple che aveva fondato ma dalla quale era stato cacciato. Ma Grove fu anche il manager che prese molto male la decisione di uno dei suoi ingegneri più brillanti di lasciare nel 1974 Intel, profetizzandogli un futuro fallimentare… “Cosa farai se te ne andrai da Intel?… Non lascerai nulla in eredità ai tuoi figli. Fallirai. Fallirai in ogni cosa che farai“. L’ingegnere che non si fece convincere a restare si chiama Federico Faggin, vicentino classe 1941, riconosciuto come uno dei padri del microchip, che allora dirigeva un gruppo di un’ottantina di persone, più della metà del settore Ricerca e Sviluppo di Intel ma che era intenzionato a lanciare una propria azienda, dopo aver realizzato nel 1971 per Intel il primo microprocessore al mondo: il 4004, sul quale era stampata la sua sigla, “FF”. Un’invenzione che nel 2010 gli è valsa il prestigioso riconoscimento premio consegnato da Barack Obama, la National Medal of Technology and Innovation. Forse la ricostruzione di  quello sfogo proposta da Tim Jackson in Inside Intel, Andy Grove and the Rise of the World’s Most Powerful Chip Company  è un po’ romanzata. Ma il diretto interessato ha confermato il tono di quel confronto. “Andy Grove non mi sopportava. Non credeva all’idea del microprocessore e quando fu evidente che era un successo temeva gli facessi ombra. Fu molto duro con me, mi minacciò. E così sono uscito da lì e mi sono fatto la mia azienda, Zilog“, ha ricordato Faggin in un’intervista lo scorso anno di Riccardo Luna su Repubblica, in occasione di una puntata di RNext, “The Innovation Game” su Repubblica TV, cui ho avuto l’onore di partecipare come ospite al suo fianco. “Il mio capo e Andy Grove non erano convinti affatto che quello era un progetto che valeva la pena di esser fatto, era un progetto per un cliente giapponese. Sono stato io che ho forzato la mano con il management Intel  perchè lo mettessero sul mercato generale, loro pensavano andasse bene solo per chi faceva calcolatrici da tavolo. Io ho detto no, non avevano capito e io ho insistito: questo è stato il lancio del microprocessore“. Faggin ha ricordato che Intel all’epoca era una ditta di memorie, che considerava solo  un dispositivo che permetteva di vendere più memorie il microprocessore, al quale lui invece aveva deciso di dedicare interamente la sua prima ditta, visto che ne vedeva il futuro… “Mi hanno fatto capire che mi avrebbero cancellato dalla storia. C’è voluto molto sforzo e devo ringraziare mia moglie Elvia…“, ha ricordato Faggin. Perchè merito di Elvia, che diventata giornalista si era poi dedicata alle pubbliche relazioni per le aziende del marito, è stato quello di aver raccolto interviste e una documentazione corposa, dimostratasi fondamentale, quando Intel a più riprese tentò di cancellare o sminuire il ruolo cruciale che Faggin aveva svolto per un’invenzione pietra miliare dell’industria hi tech. Un vero e proprio “tentativo di riscrivere la storia” del microchip, facendo sparire il nome di Faggin dalle comunicazioni interne e dalle dichiarazioni esterne. Sino ad arrivare ad allestire una mostra interna rievocativa in cui all’inizio Faggin non compariva nemmeno, e che definiva inventore del microchip Ted Hoff, il cui ruolo venne ridimensionato soltanto dopo le azioni intraprese da Faggin. Hoff venne allora “declassato” da inventore ad autore dell’architettura  del microprocessore 4004. Ma la foto di Faggin nel museo venne sostituita con un’immagine in cui compariva più anziano, con una didascalia nascosta da una calcolatrice, con a fianco un’immagine molto più grande di Hoff. E se Intel dovette a malincuore rivedere il ruolo di Faggin, come ricorda Angelo Gallippi in “Federico Faggin. Il padre del microprocessore” (2011, Tecniche Nuove), fu grazie ai documenti raccolti da Elvia, che negli anni svolse pure un incessante lavoro di “controinformazione” scrivendo sistematicamente  a riviste specializzate negli USA e in Italia per far correggere omissioni e versioni di comodo che il colosso USA aveva interesse a diffondere su una pagina storica per l’informatica e l’innovazione di cui il marito era stato protagonista. Qui sotto l’intervista integrale di Riccardo Luna a Faggin (con una mia osservazione sul ponte fra Italia e Silicon Valley, 27’50”, che ha dato spunto a Faggin per spiegare come il successo rapidissimo della Cina sia dovuto al contributo di quasi un milione di scienziati e manager che avevano studiato e lavorato all’estero, ai quali sono stati fatti ponti d’oro per farli tornare).   Nessuno come Federico Faggin  con le sue profonde osservazioni  sugli ostacoli culturali che frenano talento e innovazione in patria ha contribuito a orientare Italiani di Frontiera come percorso di viaggio di andata e ritorno a Silicon Valley che indaga su potenziale e barriere da abbattere in Italia. Per questo è stato un piacere e un onore posare con lui ed Elvia a Roma, con una copia del mio libro, di cui è fra i protagonisti, e una riproduzione del “suo” microprocessore, realizzato con una stampante 3D.   AGGIORNAMENTO Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista online CheFuturo!, dov’è stato il più letto della settimana. In una mail dalla California, Elvia Faggin mi ha ringraziato per aver rievocato questa vicenda,  citando in occasione

Machiavelli, Olivetti, Montessori e la modernità… mi tocca dar ragione a Ostellino!

Aiutooo! Qualcosa di grave mi sta succedendo. Dopo aver apprezzato una battuta di Vittorio Feltri (chi l’avrebbe mai detto?) sull’insopportabile volgarità di Lucianina Litizzetto… per la prima volta concordo pure con Piero Ostellino, principe della chiacchiera dotta, uno che ha sempre evitato le notizie (è stato “solo” che direttore, al Corriere) e ora pontifica costantemente sullo stesso quotidiano, sempre in nome del liberalismo. Solo che questa sua recente riflessione mi ha colpito, perché coincide con una parte del percorso di Italiani di Frontiera, che spiega ad esempio perché grandi maestri capaci di pensare il futuro, come Adriano Olivetti e Maria Montessori, siano stati così emarginati in patria. E cioè, che a frenare l’Italia sulla strada della modernità siano coincidenze fra pensiero cattolico e comunista, con una serie di stereotipi consolidati e ancora diffusi, nella società non solo nella classe politica, che ormai fanno a pugni con la realtà. Italiani di Frontiera osserva come Adriano Olivetti e Maria Montessori fossero appunto “Out of the Box” rispetto a questi stereotipi. Ostellino traccia un percorso simile ma parte dall’emarginazione in Italia di Niccolò Machiavelli, pioniere del pensiero politico moderno. “Perché nei nostri licei e nelle nostre università non si studiano, non si analizzano e, spesso, manco si leggono le opere di Machiavelli? Perché molti italiani neppure sanno chi egli è stato per il pensiero politico della Modernità?…La risposta sta, forse, nel fatto che, in Italia, fra la prassi religiosa e morale della Chiesa della Controriforma che, se necessario, indulge volentieri al realismo, ma evita contemporaneamente di parlarne, e la prassi politica e moralistica del comunismo, ambiguamente oscillante fra parlamentarismo praticato e rivoluzionarismo promesso, ci sono state più affinità e coincidenze di quanto si creda. Il realismo di Machiavelli era in contraddizione sia con l’utopismo marxiano, sia con la togliattiana doppiezza politica del Pci; oggi, lo è anche rispetto al trasformismo dei suoi eredi”. A dire il vero nelle scuole si studia eccome Machiavelli. Ma è quella tradizione di pragmatico realismo che sembra esser stata emarginata dalla politica ma forse pure dalla società, afflitta da un eccesso di ideologismo litigioso che spesso si accontenta di affermare se stesso, meglio se contrapponendosi agli altri. E di difendere il consenso attorno a quell’identità. Risolvere i problemi (Problem Solving)? No non è la cosa più importante… Qui l’editoriale di Ostellino sul Corriere della Sera: Il diritto al lavoro per legge, l’illusione che fa male agli italiani.

Dodici video d’ispirazione per un fantastico 2014, con gli auguri di Italiani di Frontiera

Sì, ci sono pure rabbia e denuncia, ma soprattutto abbondano fantasia, creatività e slanci d’altruismo, utili pure quando si tratta di fronteggiare il peggio. Condivisione e Ascolto  ci rendono più forti e più intelligenti, dice in un bellissimo video di qualche tempo fa la regina Rania di Giordania. Così il modo migliore per iniziare il 2014 è quello di  scegliere dodici video che mi hanno particolarmente ispirato, e condividerli con gli amici di Italiani di Frontiera, che ha vissuto un 2013 straordinario per incontri, eventi e riconoscimenti, in tutt’Italia e all’estero. Mentre alcune delle sue parole chiave stanno diventando sempre più preziose ed attuali, in una crisi che richiede nuovi valori, nuovi modi di pensare e di esprimersi. Poche le occasioni di essere orgoglioso di appartenere alla categoria dei giornalisti italiani. Ma ne segnalo almeno due. L’iniziativa semplice ma straordinaria di un gruppo di colleghi di Modena, che di fronte alla valanga di ributtanti insulti rovesciati online da simpatizzanti del Movimento 5Stelle su una veterana del giornalismo, messa alla berlina nel blog di Beppe Grillo, hanno deciso di “metterci la faccia” e leggerli tutti, quegli insulti. In un video prodotto da Officine Tolau, prezioso per capire che occorre Reagire al Peggio: non ci sarà rinnovamento senza scuotersi di dosso l’assuefazione a violenza verbale, volgarità, voglia di sopraffazione, che non saranno mai un’energia innovativa ma solo un’eredità fascista, di cui dovremo liberarci una volta per sempre, per guardare avanti.    Mentre festeggiavamo mesi fa a cena a Seregno il successo del Massimo Banzi Day, (organizzato da IdF  con il co-fondatore di Arduino, tornato nella sua ex scuola ITI Fermi di Desio per incontrare studenti, professori ed ex compagni) è circolato il terribile video di uno dei più bravi giornalisti d’inchiesta italiani, Fabrizio Gatti dell’Espresso,  girato poco prima proprio da quelle parti. Un’intervista segnata dal Coraggio di Denunciare,  sfociata in drammatico confronto con un imprenditore brianzolo, su intrecci di interessi torbidi con la malavita organizzata. Qui l’inchiesta integrale su l’Espresso.   Eppure oggi più che mai la Rete rappresenta uno strumento eccezionale, per far circolare belle idee e valori positivi, conciliando magari Creatività e Solidarietà. Fra i tanti, quello che mi ha più colpito è forse The Tutu Project, del fotografo Bob Carey. Dopo aver scoperto che ridere giovava alla salute della moglie Linda, malata di tumore al seno, Bob ha deciso di farsi fotografare in giro per il mondo in pose buffe con addosso solo un tutù rosa. L’effetto virale di quelle foto che fanno ridere e commuovere è stato strepitoso e ha sostenuto una raccolta fondi. Come le immagini, anche la musica può più di tante parole, Far Volare Idee ed Emozioni. Proponendo magari l’Inno alla Gioia di Beethoven con un’esibizione a sorpresa, un  Flash Mob, nella piazza di una cittadina spagnola…   E rinuncia oltre che alle parole anche ai colori Paperman di John Kahrs, prodotto da Walt Disney Animation Studios, bellissimo cortometraggio animato che sa Raccontare con Poesia una storia d’amore metropolitano, inseguendo un foglio di carta…   Le conferenze TED sono da sempre fonte di idee e spunti preziosi. Quella che più mi ha più colpito di recente è di Giles Duley, fotografo di guerra che dopo aver testimoniato per anni gli orrori dei conflitti, in Afghanistan viene dilaniato da una mina che gli fa perdere le gambe e un braccio. Con una forza d’animo e una leggerezza non comuni, Giles riflette sul come Raccontare e Diventare parte della Storia raccontata gli abbia offerto una nuova prospettiva e una nuova consapevolezza della propria missione. Ma il web aiuta anche a riflettere su come Reagire a Pregiudizi Diffusi e stereotipi di cui dovremmo liberarci. Grazie magari allo slancio di persone comuni. Come questo soldato americano, involontario protagonista di una Candid Camera organizzata dall’emittente Abc nel programma “What Would You Do?” (Cosa fareste?). Un giovane attore entra in un fast food e comincia a provocare prendendo di mira un ragazzo dietro al bancone, all’apparenza musulmano, dandogli del terrorista e disprezzando gli islamici. Molti sono sconcertati ma un cliente gli dà pure ragione… fino a quando entra un soldato, che lo prende di petto intimandogli di andarsene. “Sei libero di comprare le patatine da un’altra parte come lui è libero di praticare la sua religione dappertutto. Questa è la ragione per cui io indosso la divisa. Così ognuno può vivere liberamente in questo Paese“. E dopo l’addio ad uno dei grandi protagonisti del Novecento, capace come nessun altro di Combattere le Discriminazioni, merita ricordare lo storico Discorso d’insediamento di Nelson Mandela a Pretoria, il 10 maggio 1994. “…Dall’esperienza di uno straordinario disastro umano durato troppo a lungo, deve nascere una società di cui tutta l’umanità sarà fiera” (qui una sintesi in italiano su Corriere.it) Conduttrice di un’emittente tv americana, Jennifer Livingston ha saputo reagire alla grande ad un’altra forma di odiosa discriminazione, dopo che uno spettatore le aveva scritto criticandola come modello negativo per la comunità, perché lei è sovrappeso. Jennifer ha deciso di rispondere pubblicamente ed è stata sommersa da messaggi di solidarietà. La lucidità con cui ha esaminato e saputo Opporsi a Disprezzo e Bullismo, che trasudavano da quel messaggio, è stata eccezionale. “Le parole di quest’uomo non significano nulla per me, ma mi fanno arrabbiare molto perché ci sono tanti bambini che non sanno difendersi e che ricevono ogni giorno email anche peggiori di questa che ho ricevuto io. Se tu sei a casa e stai parlando della giornalista grassa, è probabile che i tuoi bambini ti stiano ascoltando e la prima cosa che faranno una volta a scuola è chiamare grasso qualcun altro”. La traduzione del suo bellissimo intervento su attualissimo.it Ancor più eclatante e spettacolare, sul palco di un concerto, la capacità di Reagire con Ironia, della cantante Amanda Palmer (protagonista di una toccante conferenza TED  sull’Arte di Chiedere, in cui rievoca i suoi inizi come artista di strada). Infastidita da un articolo dedicato interamente  non alla sua musica ma al fatto che le fosse uscito un capezzolo durante la performance, lei ha scritto una fulminante canzone satirica prendendo in giro il giornale: “Caro Daily Mail… Lì sul palco facevo una serie di cose tra le quali persino cantare canzoni (come di

Giornalismo, social media e reputazione: un quadro nuovo che Michele Serra non capisce

Italiani di Frontiera è un esperimento di nuovo giornalismo, realizzato da un giornalista… “diversamente giovane”. Con il nuovo sito appena lanciato, IdF inaugura da oggi una nuova sezione, dedicata a “Giornalismo Vecchio e Nuovo”. Perchè spunti e contributi su come si fa questo mestiere, in Italia e all’estero, vanno di pari passo con la crescita di questo progetto.   A dire il vero, qualche anno fa IdF aveva pubblicato una riflessione proprio sul mestiere, con un post intitolato “Il giornalismo italiano un fortino d’altri tempi”, ripreso da Eleonora Voltolina su La Repubblica degli Stagisti, che aveva riscosso molto interesse. L’occasione per parlare di questo mestiere e di nuovi media viene invece dall’editoriale pubblicato oggi su Repubblica da Michele Serra, nella sua rubrica. Un esempio prezioso, per comprendere come a mio avviso una delle firme del giornalismo italiano, utilizzando un metro di valutazione tradizionale, dimostri di non capire proprio come il nuovo quadro composto dai social media abbia consolidato non solo modalità di informazione ma anche valori del tutto diversi. L’editoriale l’avevo già commentato a caldo sui social media. Ecco il testo. “Dondolando sull’Amaca su Repubblica di oggi, Michele Serra nella sua rubrica non ha perso l’occasione di dispensare buon senso, senza prima capire. Lui si indigna per il licenziamento (e solidarizza con lei) di una giovane manager cacciata per un tweet “simpaticamente” razzista, in un’America che tollera il Ku Klux Klan. Che nel web ci sia spesso una propensione al linciaggio è vero. Sfugge purtroppo al Maestrino che su una vetrina planetaria una “piccola” cazzata s’ingigantisce perché la reputazione globale è diventata il valore principale, nel nuovo mondo che lui deve ancora scoprire. Ma soprattutto, che se la battuta infelice sfugge a una che di professione fa la manager di comunicazione (!), la sua azienda ha avuto la prova eclatante di avere assunto un’incompetente in grado di provocarle enorme danni alla reputazione. Lo so è strano ma ci sono ancora posti dove gli incompetenti vengono cacciati. Oh quanto bene farebbe al Maestrino vedere questo video TED  in cui Rachel Botsman spiega che reputazione e affidabilità sono oggi il capitale più importante, “moneta della nuova economia”. Rachel Botsman (TED): La fiducia la moneta della nuova economia    

Essere i più bravi ma avere “solo” 23 anni: cosa insegna la storia di Walter Bonatti all’Italia di oggi

«In fondo, Walter deve ricordarsi che quando l’abbiamo portato con noi era ancora un balilla». Il Walter in questione, all’epoca aveva 23 anni. E “balilla” stava per ragazzino, che deve saper stare al suo posto. Un piccolo mondo antico, di “veci” e “bocia”. Che in Italia ancora non è del tutto tramontato. Ventitré anni è l’età che avevano Sergei Brin e Larry Page nel 1996, quando si preparavano a cambiare il nostro mondo, lanciando l’anno dopo Google. La stessa età che aveva Mark Zuckerberg, nel 2007, quando annunciò il lancio di Facebook Platform, piattaforma di sviluppo per programmatori ideata per creare applicazioni interne a Facebook, che aveva tenuto a battesimo a vent’anni. Ventitré anni aveva pure Fabrizio Capobianco, oggi presidente di Funambol, azienda ponte fra Italia e USA di grande successo a Silicon Valley, quando come giovane ingegnere girava per le aziende italiane a metà anni Novanta, ripetendo come un mantra che il futuro del business era su Internet. «Non mi rispondevano che non era vero. Mi dicevano: cosa vuoi sapere tu, che hai 23 anni?», ricorda Fabrizio, oggi alla ribalta anche con una nuova startup, TOK.tv. In un paese che ancora non sa scrollarsi di dosso il vizio suicida di mortificare i propri talenti, pure con insensate gerarchie anagrafiche, è a Walter, che 23 anni li aveva nel 1954, che vogliamo rendere omaggio. Oggi, 13 settembre, a due anni dalla sua morte. Era il migliore, il più forte, oltre che il più giovane, Walter Bonatti (1930-2011),  straordinario scalatore ed esploratore bergamasco, quando fu tra i protagonisti di un evento storico: la conquista della vetta del K2 da parte di una spedizione italiana. Ma in quelle pagine destinate ad entrare nei libri, nella storia che aveva emozionato e restituito orgoglio ad un Paese ancora segnato dal disastro della guerra, Walter era entrato con una macchia… L’articolo completo su CheFuturo!

Eleonora Voltolina ed i talenti precari di “Se potessi avere mille euro al mese”

“Sottoimpiegati, sottopagati, sottorappresentati. Ecco l’impietosa fotografia di una fetta significativa dell’Italia del nuovo millennio, composta prevalemntemente (ma non solo) di giovani”… Inizia così “Se potessi avere mille euro al mese. L’Italia sottopagata”, l’ultimo libro di Eleonora Voltolina, giornalista fondatrice di Repubblica degli stagisti. Ho conosciuto Eleonora quando era ancora alla scuola di giornalismo dell’Ordine di Milano, l’ho ritrovata agguerrita giornalista del web, capace di realizzare un progetto di monitoraggio e prezioso servizio sul fenomeno dei giovani precari, cui ha dedicato le sue capacità e la sua passione (una vera forza della natura…). Lo sccorso anno Eleonora è stata chiamata dalla Commissione lavoro della Camera per un’audizione sulla condizione occupazionale giovanile, nell’ambito di una indagine sul mercato del lavoro in ingresso e sulle principali difficoltà dei giovani. A livello europeo ha contribuito a stilare la Carta europea per la qualità di stage e praticantati, presentandola a Parigi in occasione della Youth Employment Conference. Quest’anno ha sottoscritto un protocollo d’intesa tra la “Repubblica degli Stagisti” e l’Anci per la promozione di tirocini di qualità nei Comuni italiani. Il suo lavoro è spesso finito in interrogazioni parlamentari ed è stato fonte d’ispirazione per istituzioni e partiti politici nell’elaborazione di iniziative legislative in materia. Ci siamo ritrovati su due strade parallele, io e lei, per parlare di talento italiano, di come in patria sia spesso mortificato, con una discriminazione in più per i giovani. Con Eleonora e un gruppo di straordinari amici abbiamo fondaot un anno fa l’associazione ITalents, presieduta da Alessandro Rosina, dalla fuga alla rete dei talenti, perchè chi è in Italia non si senta un talento sprecato, chi è all’estero non debba sentirsi un talento esiliato. Questo ponte, per una nuova identità italiana che spazzi via stereotipi e cattive abitudini, è anche la scommessa di Italiani di Frontiera. Oh se abbiamo bisogno di gente in gamba come Eleonora…      

Da neolaureata rischiava d’esser mandata oltre frontiera: dopo 4 anni Sima è finalmente cittadina italiana

  LA STORIA (APRILE 2012) Per una volta, Italiani di Frontiera parla di chi la frontiera deve sfidarla… perchè rischia di essere mandata oltre confine. Come tanti suoi compagni da qualche mese Sima Travasso, residente a Sesto San Giovanni,  studentessa brillante, neolaureata al Politecnico di Milano in architettura con una tesi sull’arte e la natura, affronta l’incognita della precarietà. Che per lei è però più dammatica. Sima infatti non è nata in Italia, ci è arrivata dall’India quando aveva solo un anno. Abbastanza perchè la legge le imponga dopo i 18 anni di poter restare solo per studiare o lavorare. Dunque la mancanza di un posto fisso per lei equivale a un’imminente espulsione dal Paese in cui vive sin da piccola, dove abita la sua famiglia. In questo video, Sima racconta la sua storia, la fatica di capire regole e burocrazia dalle quali dipende il suo futuro, nella speranza che il suo caso possa aprire una riflessione su quanti, come lei, sono cresciuti e si sentono parte di un Paese che li tratta da stranieri. Il video è stato realizzato in collaborazione con La Repubblica degli Stagisti,  testata giornalistica online nata per approfondire la tematica dello stage in Italia e dare voce agli stagisti, fondata da Eleonora Voltolina, amica di IdF e tra i fondatori di ITalents, che ha appena pubblicato per Laterza il bel libro Se potessi avere mille euro al mese, dedicato alla precarietà giovanile, che ha ispirato al Sima la sua riflessione. AGGIORNAMENTO 2012 Che forza, la rete di amici di Italiani di Frontiera! Poche ore dopo la pubblicazione nei giorni scorsi di questo post, il caso sembra avviato a soluzione! Monica Chittò, data per favorita nella corsa alla poltrona di sindaco di Sesto San Giovanni alle elezioni del mese prossimo  (è assessore alla Cultura della giunta uscente, un grazie a Francesco Locatelli, esperto di web e collaboratore di Monica) intende proporre la cittadinanza onoraria per Sima, la giovane neolaureata di origine indiana protagonista della storia, che vive nel suo comune e in base alla legge rischia di venire presto espulsa. Il caso di Sima è stato rilanciato persino sul sito della sezione italiana di Unicef  (grazie a Marta Fiasco, Programmi per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza Ufficio Coordinamento delle Campagne Unicef), che da tempo si batte contro queste discriminazioni. Non solo: grazie al caso segnalato da Italiani di Frontiera, Sima potrebbe diventare presto testimonial di una campagna nazionale per denunciare il paradosso vissuto da tanti giovani figli di immigrati, che rischiano di venire espulsi dopo gli studi perchè non sono nati in Italia. AGGIORNAMENTO 2016 Era la vigilia di Pasqua 2012 quando Italiani di Frontiera ha segnalato il caso di Sima. Che solo in questo 2016 ha festeggiato la Pasqua finalmente da cittadina italiana. Lo scorso gennaio infatti, Sima ha ufficialmente ottenuto la cittadinanza con una breve cerimonia nel Comune di Sesto San Giovanni (dove nel frattempo Monica Chittò  che si era interessata al suo caso è diventata sindaco) firmando i documenti assieme a Elena Iannizzi, assessore all’Ambiente e qualità urbana, politiche giovanili, cooperazione internazionale, pace e diritti umani. Sima nel frattempo, anche se la sua situazione di precarietà l’ha costretta a lungo in passato ad accettare lavori sottopagati e con scarse tutele, ha continuato la sua brillante carriera lavorando in diversi studi di architettura. Proud of you Sima! aaa aa

Addio a Walter Bonatti, scalatore eccezionale, vittima di una vergognosa menzogna “all’italiana”

Addio a Walter Bonatti. Scalatore ed esploratore eccezionale, vero Italiano di Frontiera, per più di mezzo secolo Bonatti fu vittima di un vergognoso caso “all’italiana”, in cui ipocrisia, invidia e conformismo si mescolarono, in una ricostruzione falsa e lacunosa della straordinaria impresa della conquista italiana del K 2 nel 1954, che lo mise sotto accusa. Aveva 24 anni quando solo per la sua forma eccezionale, Bonatti era sopravvissuto ad una notte all’addiaccio a 8mila, dopo che i compagni temendo volesse raggiungere per primo la vetta, avevano spostato il bivacco. Il diario ufficiale della spedizione lo accusò ingiustamente di aver consumato le bombole d’ossigeno che aveva dovuto portare ai compagni. Soltanto nel 2008 vide definitivamente riconosciuta la verità. Ricordiamoci di Bonatti, che non smise mai di combattere per quella verità,  e di quella vergognosa menzogna ufficiale, durata troppo tempo.  “Mi ero convinto che la vita ha senso viverla con il massimo impegno, cercando di realizzare tutto quello che si ha dentro. … capivo che molte mie idee sarebbero suonate strane ad un certo tipo di interlocutore, ma in tal caso il problema sarebbe stato suo … No, mi dicevo, non puo’ essere bello un mondo dove le paure e gli entusiasmi spaventano i più, tesi come sono al risparmio di sè e dei propri sentimenti”. (Walter Bonatti). Grazie a Diego Zucca per la segnalazione.    

Giorno di tragedia per la Norvegia, di vergogna per il giornalismo

Riflessione amara sul giornalismo, dopo la strage di Oslo. Il sito indipendente dell’Istituto di Studi Arabi Jadaliyya propone una impietosa analisi di come è stata data la notizia, anche da importanti e autorevoli media internazionali, come New York Times e Financial Times: puntando subito il dito contro i fondamentalisti islamici. Prima che si scoprisse che l’autore dell’eccidio era un norvegese, fondamentalista antislamico.  Un giorno di tragedia per la Norvegia, un giorno di vergogna per il giornalismo,  scrive Jadaliyya. Urge una riflessione davvero seria su come fare informazione, dopo tutto quel che sta emergendo anche sul caso Murdoch. Ha ancora senso accertare i fatti oppure l’informazione deve rassegnarsi ad essere manipolata e usata come strumento al servizio del potere, politico e finanziario e le idee ad essere frutot di preconcetti e non di conoscenza della realtà? Per la cronaca, dopo le storiche prime pagine di ieri di Giornale (poi corretta in ribattuta di corsa) e Libero, che attribuivano l’attentato ad estremisti islamici, oggi il direttore di Libero Maurizio Belpietro ha cercato di giustificare l’errore. “Dunque abbiamo offerto una lettura sbagliata ma con quale ragione”. Uno dei motivi di speranza, dall’informazione in Rete, è che nulla potrà essere nascosto e gli errori rimbalzeranno oltre una singola pagina. E che sarà sempre più dura, per chi non si adegua a questa regola, che impone trasparenza e umiltà.  E non sa nemmeno scusarsi. Ne avevo parlato su Facebook lo scorso anno, a proposito del Vaticano e degli abusi sessuali…