A Silicon Valley con Italiani di Frontiera. Diario di viaggio di Luca Vignaga, manager HR

Vecchio amico di Italiani di Frontiera, Luca Vignaga direttore Risorse Umane di Marzotto entra a buon diritto nel nostro gruppo di “fulminati sulla via di Silicon Valley”. Patito di IdF,  dopo infiniti incroci ha partecipato al Silicon Valley Study Tour 2015 con Paolo Marenco, diventando  prezioso partner nella promozione e organizzazione di un Tour in collaborazione con AIDP, Associazione Italiana Direttori Personale, di cui è vicepresidente, realizzato tra agosto e settembre. Non solo ha partecipato al Tour con una carica inesauribile, ha intervistato molti degli speaker, stilando poi a caldo un diario di viaggio, ricco di spunti preziosi non solo per i professionisti delle Risorse Umane come lui. E’ un primo importante passo per Italiani di Frontiera, che d’ora in poi sempre più spesso accoglierà contenuti e contributi di amici di IdF. Grazie Luca!      di Luca Vignaga “L’aereo che mi porta da San Francisco a Philadelphia sta a metà del viaggio e il sonno non arriva. È l’occasione giusta per scrivere le prime sensazioni del mio secondo viaggio in Silicon Valley. Nell’Agosto del 2015 avevo deciso di andare a capire che cosa ci fosse di tanto particolare in questa terra arsa, con una storia imparagonabile alla nostra, ma che ha disegnato, fin dagli anni ’30, tutte le più grandi trasformazioni che oggi fanno parte del nostro bagaglio giornaliero. Una terra che già dieci anni fa gli economisti davano per finita, pronta ad essere traslocata in una altra parte del mondo, magari in qualche zona del Far East. E invece questa terra arsa continua a produrre innovazione. Per quale motivo? In quel viaggio mi ero chiesto quanto questo tipo di esperienza fosse utile al mio mestiere di HR e, tornato in Italia, mi ero convinto che potesse avere un senso costruire un percorso in Silicon Valley dedicato a noi HR. Con Paolo Marenco dell’Associazione La Storia nel Futuro, Roberto Bonzio di Italiani di Frontiera e Jeff Capaccio di SVIEC (Silicon Valley Italian Executive Council), siamo passati dall’idea al progetto. Facile è stato poi trovare in AIDP (Associazione Italiana per la Direzione del Personale) un partner dell’iniziativa, tanto che il progetto e diventato realtà in questi giorni con una pattuglia di undici persone dalle esperienze e obbiettivi più diversi. Pianeta innovazione – La Silicon Valley non ha una storia, ma ha una “sua” storia. Affonda le sue radici nei cercatori d’oro di metà dell’800, nei movimenti beat e della contro cultura americana. Senza considerare questo, come spesso ci ha sottolineato Roberto Bonzio, la nostra impareggiabile guida durante il viaggio, non si può entrare in questo mondo. Oggi è una striscia nel nord della California che concentra gran parte della ricerca e dell’innovazione del pianeta. Una striscia fatta di una montagna di soldi dove i cercatori d’oro del XXI secolo si dannano per trovare start up che devono crescere con un picchi di intensità pari solo all’eccitazione che si prova quando ci si innamora. Una striscia dove l’apice dell’iceberg è fatto da aziende come Apple, Facebook, Uber, Airbnb che stanno sulla bocca di tutti; realtà in grado di confondere un po’ le idee perché se certamente queste aziende stanno cambiando la nostra vita, non sono quelle che la cambieranno in profondità. Le Università di Berkeley e Stanford, parte integrante di questo territorio, con i loro laboratori di ricerca, sono i veri giacimenti dell’innovazione. Questione di ossigeno – Qui la guerra è all’ultimo sangue, ed è una guerra non tanto di talenti, ma di manodopera. Certo non sono operai quelli che cercano: sono principalmente ingegneri, softwaristi, designer. È una guerra combattuta con salari folli (e conseguente costo della vita), fatta di ambienti di lavoro che vogliono assumere l’atmosfera della propria casa e benefit che arrivano a non stabilire il numero delle ferie che si può prendere durante l’anno. In realtà, quello che è rilevante non lo si vede ad occhio nudo, lo capisci mettendo insieme i vari racconti. Sì perché la differenza in questa densità di competenze è l’ossigeno che permea tutto questo perimetro. Nelle aziende che abbiamo visitato, nei molteplici incontri che abbiamo avuto, capisci che la differenza la fa la voglia di futuro che c’è in questo luogo. Nessuno si preoccupa in quale posto di lavoro sarà domani perché sa che questa paura non deve tenerla con sé. Da qui una spinta all’imprenditorialità individuale e collettiva che non riesci a misurare. Muoversi in questo ecosistema è come entrare in un acceleratore di particelle (la metafora mi viene facile visto che abbiamo visitato lo SLAC, uno dei più grandi acceleratori al mondo) che ti fa vedere come potrebbe essere il futuro: nanotecnologie, realtà virtuale/aumentata, robot/machine learning, alcune delle grandi trasformazioni che oggi stanno diventando applicazioni quotidiane in grado di cambiare la nostra vita in modo radicale. Italiani di frontiera – Certo, visitare Stanford University, gli Headquarters di Linkedin, Google, Airbnb, e incontrare i colleghi di queste realtà, ti fa comprendere come nella loro people value proposition nulla è lasciato al caso. E’ però negli incontri con Fabrizio Capobianco, inventore di Funambol e ora di Tok.tv, Riccardo di Blasio COO di Cohesity, Marco Palladino ventottenne startupper di Mashape, Flavio Bonomi con la sua Nebbiolo Technologies e Vittorio Viarengo Executive di importanti aziende della Silicon Valley (da VMWare a MobileIron), che capisci come le organizzazioni del futuro potranno riorientarsi. Ho sempre mal sopportato la definizione che ci è stata attribuita di HR Business Partner perché noi o siamo dentro al business o non facciamo il nostro mestiere, quindi non siamo partner di nessuno. Infatti un giro di questo tipo ti porta a fare non solo considerazioni legate agli strumenti HR che usiamo, ma ad essere costruttori del futuro delle nostre aziende. Flashback – Philadelphia è annunciata, per poi ripartire destinazione Venezia; devo chiudere il tavolino. Il tempo per una prima razionalizzazione di questo primo “Italiani di Frontiera Silicon Valley HR tour”, per il momento è finito; in un flashback mi arrivano tutte assieme le immagini di questa intensa settimana che non ci ha lasciato respiro tra meeting, ma anche momenti serali altrettanto interessanti e, in questo caso, divertenti. Come al solito quando vivi così ad alta quota i tuoi compagni di viaggio sono fondamentali per dare tridimensionalità ad una esperienza di questo

Scoprire Silicon Valley con Italiani di Frontiera: parola ai reduci del Tour 2016 con Magnetic Media

Da Berkeley a Stanford, da Google a IBM, alla scoperta della culla mondiale dell’innovazione con un viaggio di Italiani di Frontiera per la prima volta tutto dedicato a una sola azienda: Magnetic Media Network. Commenti, parole chiave e riflessioni dei reduci dal Tour per scoprire come un’esperienza nella Bay Area fra connazionali d’eccellenza, ispiri professionisti e innovatori nel loro lavoro in Italia. Per la prima volta, in un video tutti i nostri preziosi speaker: Alessandro Ratti e Daniele Filippetti (Berkeley), Francesca Santoro ed Emanuele Pecora (Stanford), Luisa Bozano e Simone Bianco (IBM), Luca Prasso e Giulia Pierangeli (Google), Emilio Billi e Antonella Rubicco (a3Cube), Carlo Tedesco (NetApp), Luca Venturini (BootUp),  Vittorio Viarengo (già a VMWare e MobileIron). Il video a cura di Magnetic Media Network è stato realizzato e prodotto da Stefano Giambellini (Incontroluce), affiancato nelle interviste da Priscilla Cavaliere. Grazie ragazzi, bellissimo lavoro, prezioso per la crescita del Tour e di Italiani di Frontiera.    

Cosa ci ha lasciato l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour: la parola a quattro professionisti e amici

Un giovane imprenditore che ha appena inaugurato la nuova sede di occhiali nel Bellunese, due professionisti veterani del mondo aziendale, il titolare di un’impresa di energie rinnovabili: cosa lascia l’esperienza della scoperta di Silicon Valley dopo uno dei Tour di Italiani di Frontiera. Un grazie a Nicola Del Din, Renato Ciuci, Angelo Bonomi e Silvio Gentile, che confermano come il valore più importante di Italiani di Frontiera sia lo straordinario network delle persone che si riconoscono in questa avventura.

Italiani di Frontiera torna in Brianza, a Meda da Filippo Berto (23 giugno), poi a Desio al Dr Creatur (29 giugno)

  Dopo gli interventi a Lucca (Festival della Crescita), Treviso (H-Farm con Associazione Italiana Direttori Personale) e due eventi Compagnia delle Opere a Bergamo e Sestri Levante, Italiani di Frontiera torna in Brianza con due eventi, a Meda (giovedì 23 giugno alle 19) e Desio (mercoledì 29 giugno alle 21), con due presentazioni multimediali interattive del libro Italiani di frontiera. Dal West al Web: un’avventura in Silicon Valley (EGEA, prefazione di Gian Antonio Stella). Quello di giovedì 23 a Meda con Filippo Berto, uno degli imprenditori più Out of the Box, visionari e innovativi, non solo in Brianza, non solo fra i mobilieri, era un appuntamento che avevo a cuore da tempo. Filippo oltre che un vecchio amico di IdF compare regolarmente negli storytelling IdF, come esempio di Italiano di Frontiera in patria. Dopo tutto, raccontare di storie di ieri e di oggi, da una parte all’altra dell’oceano, ha lo scopo di ispirare proprio chi di Frontiera sa esserlo tutti i giorni in patria, come lui e la sua squadra. Per l’occasione, la brava Valentina Sala, collaboratrice di Filippo, ha anche dedicato una bella intervista a Italiani di Frontiera sul blog aziendale BertoStory.   Mercoledì 29 giugno un vero Tour de force… Alle 12 Italiani di Frontiera è di scena a Palermo nella sede di Mosaicoon di un fantastico Italiano di Frontiera in patria: Ugo Parodi Giusino! Poi di sera  alle 21 ritorno in Brianza, a Desio, altro evento propiziato da un imprenditore Out of the Box, il bravo Martino Marrella, che nel suo locale Dr Creatur Disco Pub-Specialista in Miracoli ospita spettacoli e incontri culturali. Martino ha voluto dedicare una serata a Italiani di Frontiera, in concomitanza con il ciclo di attività di animazione DesiodalVivo promosso dal Comune di Desio, dove è stato appena confermato sulla poltrona di sindaco un altro amico di IdF, Roberto Corti, già nostro ospite al memorabile evento Massimo Banzi Day nel 2013, quando Italiani di Frontiera ha organizzato la giornata  in onore del cofondatore di Arduino, star mondiale dell’hi tech, nella sua ex scuola, l’ITI Fermi Desio.   Nel frattempo è online l’intervista realizzata al termine dell’intervento Italiani di Frontiera al convegno medico “The Bridge” lo scorso maggio al teatro Franco Parenti di Milano  

L’addio a Cisco di Mazzola e Cafiero, fra gli “Olivetti Boys” che hanno fatto storia a Silicon Valley

Inseparabili, sin dai tempi di Olivetti. Al punto che il primo era arrivato negli USA con l’azienda di Ivrea prendendo il posto dell’altro… bloccato in Italia dal servizio militare. Mario Mazzola e Luca Cafiero, veterani di Silicon Valley, hanno lasciato forse come nessun altro un imprinting made in Italy in un colosso della Bay Area che deve a loro molto del proprio successo, Cisco, dal quale secondo le anticipazioni diffuse in questi giorni da The Wall Street Journal e riprese da diversi notiziari si apprestano ora a uscire, a causa di dissensi sul loro ruolo nell’ambito della recente riorganizzazione del gruppo decisa dal CEO Chuck Robbins, che nel giugno 2015 ha preso il posto di John Chambers, per vent’anni alla guida della società di cui oggi è rimasto presidente e che secondo una stima di Business Insider, a questi manager ed al loro team ha erogato nel tempo un totale di 2,38 miliardi di dollari. Per anni, formando una squadra formidabile assieme a due colleghi, soprannominata prima MarioPremLuca, poi MPLS acronimo dei loro nomi (Mario Mazzola, Prem Jain, Luca Cafiero e successivamente Soni Jiandani), Mazzola e Cafiero si sono specializzati in una formula inedita di enorme successo tecnologico e commerciale, ricavandone consistenti profitti: quella dello spin-in. Per quattro volte, a partire dalla loro Crescendo Communications (reti locali ad alta prestazione) acquisita da Cisco nel 1993,  poi Andiamo (dati distribuiti da più reti inun’unica rete), Nuova e infine Insieme Networks, Mazzola e Cafiero hanno creato prodotti di successo sfornati lavorando in autonomia con gruppi selezionati di dipendenti uscendo dal colosso, col dinamismo proprio delle startup nel campo della ricerca e dello sviluppo, in imprese che di fatto erano esterne ma finanziate da Cisco, che alla fine le ha acquisite per cifre consistenti. L’ultima, Insieme Networks, è considerata la base del prodotto di networking Cisco di nuova generazione Nexus 9000, che ha aperto alla società un mercato nei programmable switching systems e relativo software con profitti valutati dal nuovo CEO in due miliardi di dollari l’anno. Una formula inedita pure a Silicon Valley,  che ha generato enormi profitti sollevando pure qualche perplessità. “Ma quanto strano è? Immaginate se Apple mandasse le sue star come Jony Ive, Jeff Williams, Craig Federighi, e Eddy Cue fuori in una startup finanziata da Apple ogni volta che volesse realizzare un nuovo prodotto come un music player, uno smartphone, o uno smartwatch, e poi pagasse loro tre quarti di miliardo di dollari per gestire il prodotto una volta realizzato… Sembra ridicolo giusto? E’ il lavoro di questi ragazzi creare nuovi prodotti per Apple. Non è così per Cisco…” ha scritto Business Insider un paio d’anni fa in una lunga inchiesta di Julie Bort dedicata proprio a questa anomala esperienza Cisco, in cui riportava pure malumori fra i dipendenti Cisco per quella formula: “E’ un incubo quando la persona nell’ufficio accanto al tuo è multimilionario e tu non perchè non sei stato scelto…”. Li chiamavano Olivetti Boys, quel manipolo di ingegneri e manager sbarcati nella Bay Area dai primi anni Settanta, sulla scia del successo dell’azienda di Ivrea. Un’esperienza esaltante, quando con un investimento di mezzo milione di dollari l’azienda lanciò un laboratorio di collaudo a Cupertino per le grosse quantità di chip che acquistava per la fabbrica di Ivrea. Mentre prima quando c’erano problemi i fornitori incolpavano di regola i tecnici  italiani, da allora in poi “…(Se risultavano incompatibilità) potevamo anche rifiutare una spedizione. Cosa che io feci un paio di volte, con Intel, suscitando reazioni risentite e quasi grane diplomatiche. Ma se i chip di memoria che ci consegnavano non passavano lo screening di Cupertino, veniva rigettato. Per Olivetti questo fu un grosso risparmio…” ha ricordato in un’intervista a Italiani di Frontiera Enzo Torresi, che dello sbarco negli USA di Olivetti fu il principale protagonista. in America la casa di Ivrea progettò la macchina da scrivere elettronica e anche l’M 20, considerato il primo personal computer europeo (dopo la celebre P 101 “Perottina” di cui furono realizzati però pochi esemplari). Gli Olivetti Boys erano arrivati ad essere più di 250 al momento della chiusura, 1994-95 nei laboratori di Cupertino e Palo Alto.  Alcuni tornarono in Italia, altri si stabilirono definitivamente nella Bay Area, molti capaci di carriere straordinarie, facendo tesoro di competenze manageriali, tecniche e imprenditoriali maturate con l’esperienza nell’azienda di Ivrea. Come Giacomo Marini (dal successo con Logitech al venture capital),  Enrico Pesatori (passato poi a Penguin Computing),  Francesco Lacapra (oggi startupper con Peaxy), Giamma Clerici (che di Lacapra è stato allievo), Gianluca Rattazzi (imprenditore seriale),  Giacomo Lorenzin ( imprenditore software), Ezio Valdevit (poi a Brocade) e  Silvano Gai, già docente del Politecnico di Torino ed ex manager a Cisco, “incubatole seriale” con la moglie Antonella Caporello per tanti suoi studenti che anni dopo l’hanno seguito a Silicon Valley, come Loris Degioanni, diventando la seconda generazione di italiani emigrati a Silicon Valley. Combinare competenze tecniche e manageriali maturate con Olivetti è stato il punto di forza anche di Mazzola e Cafiero, che un ex collega del loro team aveva definito con Business Insider “l’Anima e la Mente” di quella squadra, di cui “Prem è il Cuore e Sonj la Bocca”. Un imprinting made in Italy a Silicon Valley, per una pagina che si chiude lasciando una ricca eredità di successi, esperienza e nuovi protagonisti. Senza tirarsela troppo però, perchè poche cose infastidiscono Cafiero come l’aria di superiorità ostentata da qualche connazionale nei confronti di altri che nella Bay Area si fanno onore, a cominciare da cinesi e indiani. Convinto che chi fa bene a Silicon Valley non debba ringraziare la cultura del suo Paese d’origine ma la propria intelligenza e le proprie doti.    

Quel “Nido del cuculo” a Menlo Park. Il filo rosso tra cultura psichedelica e Silicon Valley, da Ken Kesey a Stewart Brand a Steve Jobs

Martedì scorso erano 40 anni. Il 29 marzo 1976 Jack Nicholson ritirò l’Oscar di miglior attore per la sua straordinaria interpretazione di Randle Patrick McMurphy, protagonista di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (One Flew Over the Cuckoo’s Nest), girato l’anno prima da Milos Forman, uno dei tre film ad aver vinto tutti e cinque gli Oscar principali, inserito in tutte le classifiche fra i cento migliori film della storia del cinema. La vicenda del paziente ribelle e anticonformista, che sovverte le regole opprimenti dell’ospedale psichiatrico fondato su terapie coercitive, insegna ai ricoverati una trasgressione alla ricerca della felicità in un crescendo dal drammatico finale, fu un enorme successo. In sintonia con la cultura antiautoritaria dell’epoca, che qualche anno prima con un salutare terremoto aveva iniziato a rigenerare la Mecca del Cinema che insensibile ai cambiamenti in corso sembrava in crisi irreversibile. Una rivoluzione preannunciata nel 1967 dall’inquietudine di film come Gangster Story e Il Laureato ma simboleggiata da un’altra pellicola con Nicholson fra gli interpreti, Easy Rider  (1969). Un’epoca rievocata da  un libro di Peter Biskind e un  documentario di Kenneth Bowser, col titolo”Easy Riders, Raging Bulls. Come la generazione Sesso-Droga-Rock’n Roll ha salvato Hollywood“. Oggi  “Cuckoo’s Nest Club” (Club Il nido del cuculo) è il nome di un circolo che raccoglie investitori, amministratori delegati, imprenditori e artisti nell’ambito di Boot Up World, un ecosistema globale per startup con una bellissima sede nel cuore di Silicon Valley, Menlo Park (che abbiamo visitato di recente con imprenditori e manager in uno degli Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour). E questo aiuta a capire che quel film fu molto più che un inno antiautoritario, in sintonia con l’epoca, più di una forte denuncia sugli abusi patiti dai malati psichiatrici. C’è davvero un filo rosso che collega la storia di trasgressione frutto della controcultura dell’epoca all’ambiente della New Economy. E parte dalla stessa figura dell’autore del libro da cui fu tratto il film di enorme successo. Ken Kesey (1935-2001), che scrisse One Flew Over the Cuckoo’s Nest all’inizio degli anni Sessanta, è stato una figura cruciale della cultura psichedelica, a cavallo fra Beat Generation e movimento hippie. Alla Stanford University, dov’era entrato dopo laurea con una borsa di studio in scrittura creativa, aveva partecipato da volontario come cavia a un programma segreto finanziato dalla CIA sull’uso di sostanze psicotrope fra le quali l’LSD. Lo studio si svolgeva al Menlo Park Veterans Hospital che si trova su Willow Road, la stessa strada del Cuckoo’s Nest Club. Kesey ci lavorava anche come assistente nel turno di notte e quell’esperienza, lunghe chiacchierate con  i pazienti mentre a volte era sotto effetto di allucinogeni, fu cruciale per l’ispirazione che ne trasse per il suo libro. Kesey proseguì per conto proprio gli esperimenti con l’LSD, sulla scia di quella trasgressione che i poeti della Beat Generation avevano avviato anni prima, fra viaggi esistenziali alla riscoperta di sé, libertà nei costumi sessuali e nell’uso di droghe. Gli Acid Test di Kesey erano feste a base di allucinogeni e performance multimediali, colonna sonora ideale la musica del gruppo di culto di San Francisco, i Greatful Dead di Jerry Garcia. Un’esperienza che il gruppo fondato da Kesey, i Merry Pranksters (Gli Allegri Burloni), considerati i precursori degli hippy, decise di esportare con un bizzarro Tour Coast to Coast da San Francisco a New York su uno scuolabus riadattato dai colori sgargianti. Al volante una figura leggendaria della Beat Generation, quel Neal Cassady che con la sua furiosa sregolatezza aveva ispirato a Jack Kerouac “On the Road“. Fu Cassady a presentare Kerouac e Allen Ginsberg a Kesey, che a sua volta li introdusse a Timothy Leary, psicologo e filosofo destinato a diventare un po’ il profeta dell’LSD per una generazione, al punto da ispirare la canzone “Come Together” a John Lennon. L’esperienza delle feste psichedeliche e del viaggio dei Merry Pranksters venne immortalata nei reportage raccolti in un libro memorabile,  Electric Cool-Aid Acid Test, di un eccentrico esponente del Nuovo Giornalismo destinato a diventare autore di best seller: Tom Wolfe. Considerato da Wolfe l’esponente più contenuto e riflessivo di quel bizzarro gruppo, Stewart Brand è il personaggio chiave che lega controcultura californiana e mondo Hi Tech. Studi di biologia a Stanford, anche Brand aveva partecipato agli esperimenti segreti sull’LSD e nel 1963 fu lui a promuovere una campagna per indurre la NASA a rende pubbliche le immagini della Terra scattate dallo spazio. Una battaglia dal forte valore simbolico: vederlo per la prima volta come un tutt’uno sospeso nello spazio diede l’idea della fragilità del pianeta, della necessità di rispettarne gli equilibri e valutare le conseguenze ambientali di ogni gesto umano, un primo segnale di consapevolezza ecologica, che Brand aveva coltivato con un profondo e costante interesse per la cultura dei nativi americani. Nel dicembre 1968 Brand fu a fianco di Douglas Engelbart, ingegnere e inventore, alla guida dell’Augmentation Research Center,  in quella che fu definita La Madre di tutte le presentazioni, in cui Engelbart a San Francisco prefigurò un quadro completo di quello che sarebbe diventato il computer del futuro, mostrando pure per la prima volta una scatoletta di legno con filo e rotella: era il primo mouse! Quello stesso anno, Brand lanciò una bizzarra pubblicazione, Whole Earth Catalog in cui veniva presentata una serie sterminata di utensili, attrezzi, apparecchi elettronici, chiedendo ai lettori di commentarne l’uso con recensioni. Quei volumi che mettevano a disposizione informazioni e chiedevano in chiave interattiva di condividerle, su oggetti e congegni utilizzabili per il faidate, collegarono in qualche modo la controcultura delle comuni hippy al mondo della tecnologia, una sorta di “Internet sulla carta” prima che esistesse il web.   Non è un caso che proprio Brand abbia consacrato quella  combinazione fra utopia e tecnologia in un articolo storico sulla rivista Time del primo marzo 1995, intitolato “Dobbiamo tutto agli hippy”: “Dimenticate le proteste contro la guerra. Woodstock e persino i capelli lunghi. La vera eredità della generazione Anni Sessanta è la rivoluzione del computer“. Brand ha continuato a intrecciare utopia e tecnologia, dando vita l’anno successivo a The Long Now Foundation, una fondazione che per

Da Pisa a San Francisco, così Andrea Calcagno fa “Volare” grandi marchi col WiFi della sua Cloud4Wi

  “Da Pisa a San Francisco la strada è lunga ma Cloud4Wi sembra volare…” La mia era solo una battuta, prima di scoprire che proprio  Volare fosse il nome del prodotto lanciato dalla startup trapiantata a San Francisco dopo una lunga esperienza professionale in Italia dove era mantenuto una parte dei suoi sviluppatori . Che nei giorni scorsi ha ricevuto altri otto milioni di dollari da due fondi americani e dal fondo italiano United Ventures, che la sostiene dall’inizio. Incrociato qualche mese fa a un evento BAIA a San Francisco, durante l’ultimo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, Andrea Calcagno, calabrese con laurea in Ingegneria a Pisa, davanti a una birra mi aveva invitato a visitare la piccola sede con una forte identità made in Italy, in cui si sperimenta con successo un sistema di raccolta dati sulla clientela attraverso il WiFi che oggi è stato adottato da alcuni dei più celebri marchi del pianeta. Una delle cose più importanti per una catena commerciale, spiega Andrea, è riuscire a capire identità, interessi e gusti di chi entra  in negozio, anche se non compra. E lavorare su un cliente magari solo potenziale. Cloud4Wi riesce a farlo senza questionari né moduli da compilare,  offrendo un wi-fi free che permette alle aziende di raccogliere informazioni come email, cellulare, sesso, età, interessi e altro, di analizzare il comportamento dei visitatori e clienti all’interno dei negozi,  coinvolgerli con promozioni e comunicazioni. Definendo attraverso il WiFi il loro profilo, le aziende possono  proporre poi ai clienti promozioni e offerte mirate, con la possibilità di utilizzare con questo bacino di utenti strumenti di analytics e sviluppare strategia di marketing sui social. – Com’è nata l’idea di questa avventura? Da San Francisco, Andrea ha risposto a tempo record  “Circa 30 mesi fa stavamo lavorando a ridisegnare l’esperienza e servizi che si possono erogare sulle reti wi-fi e abbiamo capito che poteva essere una opportunità globale. A quel punto con il mio Co-Founder e CTO, Davide Quadrini, abbiamo fatto una scommessa: giocare questa partita scegliendo la strada più ambiziosa ma anche più difficile, trasferendoci da Pisa a San Francisco dopo aver fatto gli imprenditori per 10 anni in Italia. Questo è stato reso possibile grazie a un team molto coeso rimasto in Italia, persone che ci hanno seguito e all’intervento di United Ventures che ha creduto in noi, grazie a Massimiliano Magrini, nostro Board Member”. – Come mai avete chiamato la vostra piattaforma  “Volare”? “E’ il titolo della canzone di Modugno del 1958… anno simbolo della rinascita dell’Italia del dopoguerra  e una delle canzoni più note in tutto il mondo!” – Ma cosa c’era stato, prima dello sbarco a San Francisco? “Sono un calabrese che ama la sua terra e le sue origini, dopo un percorso universitario in Pisa alla Facoltà di ingegneria come fuori sede, dopo un’esperienza davvero significativa a livello umano e professionale in Tilab (ex CSELT Centro Studi e Laboratori Telecomunicazioni) ho dato vita con alcune persone che fanno parte del progetto Cloud4Wi al primo Spin-Off dell’Università di Pisa nel 2013 e sviluppato altre iniziative imprenditoriali. E’ stato dopo dieci anni passati in Italia  dedicando il mio tempo all’innovazione e mercati complessi come quelli Telco e Enterprise che ho deciso che era il momento di dare vita ad un progetto globale”. – Perchè i vostri servizi sono così interessanti per grandi aziende, molte di fascia alta? “Dopo un 2014  dedicato alla business intelligence, abbiamo capito che il wi-fi è una parte molto importante della trasformazione digitale per catene di ristoranti e centri commerciali. Da qui la scelta di focalizzare la nostra azione e soluzioni in un verticale molto ricco ma molto complesso. Grazie a dei partner specializzati e una soluzione unica nel suo genere, abbiamo acquisito più di 20 Brand nei top 200 Retailer mondiali con progetti globali e progetti nazionali negli Stati Uniti, Inghilterra, Italia, Russia, Sud Africa e Messico. Per alcuni, la nostra piattaforma eroga servizi wi-fi da Hong Kong a Los Angeles. Marchi Burger King, MacDonald, Armani, Zegna, Prada, Bulgari, Liverpool, Clarks, Aldi, Ikea, Ferrovie dello Stato e tanti altri utilizzano la piattaforma Volare”. – E l’impegno in campo finanziario? “Lo scorso ottobre abbiamo ritenuto fosse il momento giusto per arrivare a ottenere nuovi fondi che ci consentissero di realizzare il secondo step per la compagnia: quello di accelerare la crescita in alcuni mercati, ampliare il management e consolidare team e prodotto. Abbiamo lavorato non solo a raccogliere nuovi fondi ma a scegliere il Venture Capital che potesse rappresentare un completamento importante in Silicon Valley.  In questo finanziamento da 8 milioni oltre all’impegno di United Ventures che conferma Cloud4Wi come un suo investimento chiave, abbiamo ottenuto l’intervento di Opus Capitale e il coinvolgimento diretto di Gill Cogan, nostro Board Member, uno dei padri dei VC in Silicon Valley. Ma per il successo di una start-up i soldi non sono sufficienti. Serve molto di più”. – C’è qualcosa di personale, legato al tuo passato, a un momento d’ispirazione particolare, che è poi evoluto in questo progetto?  “Sicuramente l’ambizione di giocare ad alto livello una partita alla pari e di volere uscire da un contesto come quello Italiano”. – C’è stata una persona in particolare alla quale sei riconoscente?  “No, sono state molte. Sono le persone che hanno creduto e credono nel progetto. Sicuramente il mio co-founder e CTO Davide Quadrini è stato una figura chiave. Sono riconoscente a Massimiliano Magrini e United Ventures, che si sono presi il rischio e la responsabilità di credere in noi,  al team di WiTech, primo spin-off e dell’Università di Pisa, azienda fondata con Davide e altri, che ci hanno permesso di iniziare questa avventura come loro spin-out”. – Quali gli ostacoli più grossi e quali le opportunità inattese sulla vostra strada? Gli ostacoli fanno parte della nostra quotidianità e ora è il momento di implementare la nostra seconda fase di vita, conquistando una leadership in mercati chiave attraverso un processo di crescita in termine di team, prodotto e cultura aziendale. – Cosa ti aspettavi e cosa ti ha invece sorpreso dell’avventura a Silicon Valley? “Mi

Quando Andy Grove leggenda Intel profetizzò: “Sarai un fallito” a Federico Faggin, padre del microchip… e la moglie Elvia gli rese giustizia

Ungherese classe 1936, cresciuto nella Budapest occupata dai nazisti, era emigrato negli USA per diventare una delle più importanti personalità di Silicon Valley. Andrew “Andy” Grove, ma il suo vero nome era  Andrés Graf, è morto lunedì 21 marzo 2016 all’età di 79 anni dopo una lunga battaglia con il cancro e il morbo di Parkinson. Come ricorda in un profilo a lui dedicato Forbes, , in 37 anni di carriera a Intel (presidente dal 1979, CEO dal 1987 al 1998 ma ancora presidente fino al 2005) Grove è stato negli anni Ottanta  il personaggio chiave che ha trasformato Intel da azienda di chip di memoria a produttrice di microprocessori, con un fatturato passato da 1,9 a 26 miliardi di dollari, dominando il mercato dei personal computer assieme a Microsoft. Grove era considerato un’icona a Silicon Valley e a lui, dice ancora Forbes, si sarebbe rivolto Steve Jobs per chieder consiglio nel 1997 quando dovette decidere se tornare nella Apple che aveva fondato ma dalla quale era stato cacciato. Ma Grove fu anche il manager che prese molto male la decisione di uno dei suoi ingegneri più brillanti di lasciare nel 1974 Intel, profetizzandogli un futuro fallimentare… “Cosa farai se te ne andrai da Intel?… Non lascerai nulla in eredità ai tuoi figli. Fallirai. Fallirai in ogni cosa che farai“. L’ingegnere che non si fece convincere a restare si chiama Federico Faggin, vicentino classe 1941, riconosciuto come uno dei padri del microchip, che allora dirigeva un gruppo di un’ottantina di persone, più della metà del settore Ricerca e Sviluppo di Intel ma che era intenzionato a lanciare una propria azienda, dopo aver realizzato nel 1971 per Intel il primo microprocessore al mondo: il 4004, sul quale era stampata la sua sigla, “FF”. Un’invenzione che nel 2010 gli è valsa il prestigioso riconoscimento premio consegnato da Barack Obama, la National Medal of Technology and Innovation. Forse la ricostruzione di  quello sfogo proposta da Tim Jackson in Inside Intel, Andy Grove and the Rise of the World’s Most Powerful Chip Company  è un po’ romanzata. Ma il diretto interessato ha confermato il tono di quel confronto. “Andy Grove non mi sopportava. Non credeva all’idea del microprocessore e quando fu evidente che era un successo temeva gli facessi ombra. Fu molto duro con me, mi minacciò. E così sono uscito da lì e mi sono fatto la mia azienda, Zilog“, ha ricordato Faggin in un’intervista lo scorso anno di Riccardo Luna su Repubblica, in occasione di una puntata di RNext, “The Innovation Game” su Repubblica TV, cui ho avuto l’onore di partecipare come ospite al suo fianco. “Il mio capo e Andy Grove non erano convinti affatto che quello era un progetto che valeva la pena di esser fatto, era un progetto per un cliente giapponese. Sono stato io che ho forzato la mano con il management Intel  perchè lo mettessero sul mercato generale, loro pensavano andasse bene solo per chi faceva calcolatrici da tavolo. Io ho detto no, non avevano capito e io ho insistito: questo è stato il lancio del microprocessore“. Faggin ha ricordato che Intel all’epoca era una ditta di memorie, che considerava solo  un dispositivo che permetteva di vendere più memorie il microprocessore, al quale lui invece aveva deciso di dedicare interamente la sua prima ditta, visto che ne vedeva il futuro… “Mi hanno fatto capire che mi avrebbero cancellato dalla storia. C’è voluto molto sforzo e devo ringraziare mia moglie Elvia…“, ha ricordato Faggin. Perchè merito di Elvia, che diventata giornalista si era poi dedicata alle pubbliche relazioni per le aziende del marito, è stato quello di aver raccolto interviste e una documentazione corposa, dimostratasi fondamentale, quando Intel a più riprese tentò di cancellare o sminuire il ruolo cruciale che Faggin aveva svolto per un’invenzione pietra miliare dell’industria hi tech. Un vero e proprio “tentativo di riscrivere la storia” del microchip, facendo sparire il nome di Faggin dalle comunicazioni interne e dalle dichiarazioni esterne. Sino ad arrivare ad allestire una mostra interna rievocativa in cui all’inizio Faggin non compariva nemmeno, e che definiva inventore del microchip Ted Hoff, il cui ruolo venne ridimensionato soltanto dopo le azioni intraprese da Faggin. Hoff venne allora “declassato” da inventore ad autore dell’architettura  del microprocessore 4004. Ma la foto di Faggin nel museo venne sostituita con un’immagine in cui compariva più anziano, con una didascalia nascosta da una calcolatrice, con a fianco un’immagine molto più grande di Hoff. E se Intel dovette a malincuore rivedere il ruolo di Faggin, come ricorda Angelo Gallippi in “Federico Faggin. Il padre del microprocessore” (2011, Tecniche Nuove), fu grazie ai documenti raccolti da Elvia, che negli anni svolse pure un incessante lavoro di “controinformazione” scrivendo sistematicamente  a riviste specializzate negli USA e in Italia per far correggere omissioni e versioni di comodo che il colosso USA aveva interesse a diffondere su una pagina storica per l’informatica e l’innovazione di cui il marito era stato protagonista. Qui sotto l’intervista integrale di Riccardo Luna a Faggin (con una mia osservazione sul ponte fra Italia e Silicon Valley, 27’50”, che ha dato spunto a Faggin per spiegare come il successo rapidissimo della Cina sia dovuto al contributo di quasi un milione di scienziati e manager che avevano studiato e lavorato all’estero, ai quali sono stati fatti ponti d’oro per farli tornare).   Nessuno come Federico Faggin  con le sue profonde osservazioni  sugli ostacoli culturali che frenano talento e innovazione in patria ha contribuito a orientare Italiani di Frontiera come percorso di viaggio di andata e ritorno a Silicon Valley che indaga su potenziale e barriere da abbattere in Italia. Per questo è stato un piacere e un onore posare con lui ed Elvia a Roma, con una copia del mio libro, di cui è fra i protagonisti, e una riproduzione del “suo” microprocessore, realizzato con una stampante 3D.   AGGIORNAMENTO Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista online CheFuturo!, dov’è stato il più letto della settimana. In una mail dalla California, Elvia Faggin mi ha ringraziato per aver rievocato questa vicenda,  citando in occasione

Buster Keaton, perchè a 50 anni dalla morte il suo genio rivoluzionario è ancor oggi simbolo di innovazione

  “Davvero bello. Ma è tutto trent’anni troppo tardi…” Alla fine dell’estate 1965, pochi mesi prima di morire, uno dei più grandi protagonisti e innovatori della storia del cinema aveva finalmente goduto del meritato trionfo, una standing ovation alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, che gli aveva dedicato una retrospettiva. L’aveva commentato amaramente con queste parole, affidate alla storica del cinema Lotte Eisner, come ricorda Kevin Brownlow, nel suo “The parade’s gone by”,  un classico dedicato al cinema muto, scrivendo che “Buster Keaton è stato probabilmente il miglior regista di commedie. Al confronto, l’uso che Chaplin faceva del cinema era mediocre”. Cinquant’anni fa, il 1 febbraio 1966, Buster Keaton se ne andava, dopo aver goduto di omaggi e riconoscimenti tardivi da parte di un mondo cui aveva dato un contributo artistico enorme e che pure l’aveva dimenticato per decenni. A decretare il suo tramonto era stata un’innovazione tecnologica, l’avvento del sonoro, combinata a una scelta imprenditoriale sciagurata, “il più grande errore della mia vita“, quella di farsi convincere nel 1928 da Joe Schenk, suo produttore e suo cognato, a vendere i propri studios per affidarsi alla nascente Metro-Goldwin-Mayer, perdendo così ogni autonomia. Proprio mentre si profilava quella rivoluzione che avrebbe decretato il tramonto di tante star del muto. A mezzo secolo dalla sua morte, l’arte di Buster Keaton non merita di essere ricordata solo per la sua capacità di allargare i confini del cinema, muovendo la cinepresa che Chaplin teneva quasi fissa su un’inquadratura, escogitando infinite soluzioni dinamiche, mettendosi costantemente in gioco a costo di rischiare la vita in scene pericolose senza controfigura. In film che stanno per compiere cento anni, la sua  icona è oggi più che mai, nel ventunesimo secolo, metafora dell’uomo alle prese con una modernità complicata che appare incomprensibile e ostile, che pure trova il modo di non subire passivamente, escogitando soluzioni ingegnose. Negli anni in cui un capolavoro come Metropolis di Fritz Lang (1927) prefigurava un futuro da incubo per un’umanità spersonalizzata, prima che Chaplin denunciasse l’alienante automazione finendo negli ingranaggi delle macchine in Tempi Moderni (1936) Buster impersona l’eroe solitario catapultato in cento situazioni impossibili, capace però di uscire indenne da disastri, spesso utilizzando con inventiva le tecnologie. Eppure avrebbe potuto accontentarsi delle sue straordinarie doti di mimo e cascatore. Figlio di attori di vaudeville, la mamma l’aveva partorito durante un ciclone, in Kansas nel 1895, durante una tournée a fianco del grande mago Henri Houdini, che secondo la leggenda gli diede quel soprannome di “Buster” (demolitore ma pure fenomeno) per la capacità di uscire indenne e pure impassibile dalle più incredibili cadute che sin da bambino i genitori gli facevano fare sulla scena. Era nato pochi mesi prima che fosse presentata al pubblico la nuova rivoluzionaria invenzione, la magia delle immagini in movimento, che avrebbe segnato la fine di quel mondo girovago del varietà, portando milioni di persone a stupirsi ed emozionarsi davanti a uno schermo. E sullo schermo Buster esordisce nel 1917 a fianco di Roscoe “Fatty” Arbuckle. Ma lui che sognava di diventare ingegnere si appassiona presto a quel nuovo strumento. “La prima cosa che feci fu fare un migliaio di domande riguardo la cinepresa, poi andai in sala di proiezione per vedere il montaggio. Semplicemente mi affascinava“. Come ha ricordato Nicholas Barber su Independent, in un articolo intitolato Impassibile ma vivo nel futuro: Buster Keaton il rivoluzionario, le tecnologie Keaton le usa per allargare l’orizzonte cinematografico. Come in Sherlock jr (1924) dove interpreta un proiezionista che si addormenta e sogna di finire sullo schermo, trovandosi via via in sequenza in un giardino, su una strada, su una scogliera, nella giungla. Cosa che all’epoca senza effetti speciali e montaggi digitali richiedeva una precisione  meticolosa nei rilievi per ottenere sempre la stessa distanza dalla cinepresa, andando a girare in location diverse. Su una nave abbandonata o su un treno in corsa, Buster affronta stoicamente le avversità facendo dell’inventiva la sua forza, capace di andare oltre i limiti senza timore di sconfinare nel surreale. Sino a farsi precipitare addosso la facciata di una casa, correre già da una collina da cui rotolano centinaia di macigni  o far precipitare nel fiume un vero treno, la scena più costosa della storia del muto, in The General (1926) , con un’ambiziosa ricostruzione della guerra civile americana, per Orson Welles “forse il più grande film mai girato”. Quanto il cinema contemporaneo deve a Buster Keaton , l’ha ben spiegato Tony Zhou, giovane filmmaker e cinefilo di San Francisco in questo montaggio Buster Keaton – The Art of the Gag from Tony Zhou on Vimeo.   Mentre Rick Chaubet si è spinto in un’approfondita analisi del rapporto di Keaton con la meccanica. Botanist or electrician? Buster Keaton’s relation to the mechanical: a critical analysis of some interpretations from Rik Chaubet on Vimeo.     Buster che si  rialza imperturbabile e incolume dalle cadute più micidiali è un simbolo di resilienza,  quasi una metafora del saper rischiare e riscattarsi con successo da un fallimento. Buster che in tanti film compare nella posa di scrutare lontano è il simbolo di chi sa esplorare territori nuovi, oltre gli stessi limiti del mondo materiale, con spirito  visionario. Con tutta l’ammirazione espressa dalle parole di Jim Carrey, “Che genio creativo… che inventore… con un tipo del genere, c’è solo da rilassarsi e dire: ok non ci arriverò mai”.  

Haappy Bday Italiani di Frontiera, mentre il ponte di idee e business fra Italia e Silicon Valley è oggi più importante che mai

Tanti auguri Italiani di Frontiera! Quest’anno il compleanno di IdF cade in un momento davvero particolare, a riprova che il ponte fra Italia e Silicon Valley non è mai stato così importante. Nei giorni scorsi, dopo un incontro fra il ceo Chuck Robbins, l’amministratore delegato di Cisco Italia Agostino Santoni e il premier Matteo Renzi, Cisco ha annunciato un maxi investimento con finanziamenti strategici per 100 milioni di dollari in tre anni in Italia. Due giorni dopo Apple ha annunciato che il primo centro europeo di sviluppo app iOS sarà aperto a Napoli, con la prospettiva di creare seicento nuovi posti di lavoro. Non bastasse, un bell’articolo pubblicato su La Stampa da un amico di Italiani di Frontiera, Mauro Zanetti Aprile,  racconta la visita del viceministro Carlo Calenda, appena nominato nuovo ambasciatore presso l’UE, ospite alla JP Morgan Annual Healthcare Conference a San Francisco, dove Mauro vive. E Calenda  ha annunciato un ruolo da protagonista dell’Italia a Silicon Valley con l’apertura nella città californiana e non a New York dell’ufficio di attrazione di investimenti. Annuncio straordinario nel corso di un evento organizzato da altri preziosi amici di IdF: il  console generale d’Italia a San Francisco Mauro Battocchi e i dinamici imprenditori e manager connazionali di  BAIA. Sono passati otto anni da quel 22 gennaio 2008 in cui chiudendo casa a Sesto San Giovanni, i Bonzios si trasferirono per sei mesi a Palo Alto con qualche idea e molte incognite: 1) Sopravvivere per sei mesi con un’avventura di famiglia faidate che non si sapeva bene dove avrebbe portato 2)  Affrontare e risolvere i tanti problemi piccoli e grandi posti da vita quotidiana, mentalità, organizzazione sociale così diverse dall’Italia. 3) Approfittarne per conoscere, intervistare e in molti casi diventare amici di tanti fantastici connazionali che vivono nella culla mondiale dell’innovazione. 4) Individuare dei fili che collegassero tante storie individuali di oggi e di ieri alla storia dei territori: quello californiano, quello italiano. Nessuno si aspettava che tutto questo diventasse alla fine un progetto multimediale che gira tutto il Paese con puntate all’estero, un nuovo lavoro con un format giornalistico inedito che offre pure una chiave di interpretazione delle potenzialità e dei problemi dell’Italia. Ma soprattutto, che questa esperienza generasse un impressionante network di amici, appassionati, sostenitori, molti dei quali professionisti eccellenti che la frontiera la affrontano tutti i giorni in patria. Alcuni di loro sono stati compagni di avventura dal 2011 negli Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour (prossima partenza a fine aprile), che hanno rafforzato questo ponte fatto di scambi di esperienza e idee con decine di eccezionali imprenditori, manager e scienziati italiani che vivono nella Bay Area. Italiani di Frontiera, che nel frattempo è diventato pure un libro, pubblicato da EGEA con prefazione di Gian Antonio Stella, è così cresciuto come progetto  da richiedere una profonda trasformazione, nella formula, nel modello di business, nella strategia. L’avventura è solo iniziata. Ed è bellissima. Intanto un grazie di cuore a tutti.