Maria Montessori, la lezione senza tempo di una grande Italiana di Frontiera fuori dagli schemi

  Cos’hanno in comune  grandi protagonisti dell’innovazione che ha cambiato le nostre vite come Sergei Brin e Larry Page (Google) , Mark Zuckerberg (Facebook) , Jeff Bezos (Amazon), Steve Wozniak (Apple), Bill Gates (Microsoft), Jimmy Wales (Wikipedia)…?  Sono stati tutti alunni del metodo Montessori… Il 31 agosto 1870, nasceva a Chiaravalle (Ancona) Maria Montessori.  Educatrice, visionaria, fra le prime italiane laureate in medicina, con una pedagogia ispirata a intercettare, incoraggiare e coltivare il talento dei bambini è stata una figura di livello mondiale nel campo della scuola. E non solo. Oltre centocinquant’anni dopo, in Italia sono pochissimi i suoi connazionali consapevoli di quanto la lezione di questa donna straordinaria sia d’ispirazione, oggi più di ieri, per immaginare il domani, non solo nel mondo della scuola. E mentre  molti dei grandi protagonisti dell’innovazione mondiale a Silicon Valley e dintorni sono usciti da scuole montessoriane, in Italia lo spazio irrisorio che cultura popolare e memoria collettiva hanno riservato a giganti di statura mondiale come Maria Montessori o Adriano Olivetti  deve far riflettere sul loro esser stati personaggi scomodi, “Italiani di Frontiera Out of the Box”, troppo fuori dagli schemi rispetto alle matrici culturali principali, quella cattolica e quella socialista-comunista, per non essere emarginati e sottovalutati dai contemporanei. Un buon motivo per ricordarli, scoprendo la loro straordinaria attualità.     E se inseguendo il filo rosso dell’innovazione e del talento globale finissimo col riscoprirne le radici proprio in casa nostra? Sessant’anni fa, il 6 maggio 1952, si spegneva in Olanda Maria Montessori, straordinaria scienziata, pedagogista ed educatrice. Instancabile, a 82 anni, dopo aver girato il mondo – dove forse è ancor oggi la figura femminile italiana più celebre – sognava di portare anche in Africa il suo progetto all’insegna dell’educazione creativa e libertaria che partito dallo studio dei bimbi con problemi psichici è diventato un progetto pedagogico per tutti i bambini. Quanto ha influito questa idea di educazione “fuori dagli schemi” sul pensiero innovativo che sta ridisegnando il mondo? Nulla di meglio che crescere in un ambiente intellettuale fertile come Stanford, per creare qualcosa che ha cambiato la nostra vita, deve aver pensato Barbara Walters, star della TV Usa, quando chiese qualche anno fa agli inventori di Google quanto fosse stato importante per il loro successo esser figli di professori del celebre ateneo californiano. Ma Sergei Brin e Larry Page risposero che più dell’università, per loro era stato determinante l’asilo. E cioè l’esperienza fatta da tutti e due da bambini col metodo Montessori. Lì avrebbero imparato a “non seguire regole e ordini, essere automotivati, domandarsi che succede nel mondo, fare le cose in modo un po’ diverso”. Un principio da loro espresso in questa intervista poi approfondito, ad esempio durante una conferenza. La lista degli alunni illustri del metodo è lunga e comprende altre star della New Economy, mentre le prime scuole Montessori negli Usa poterono contare su sostegno e finanziamenti di giganti dell’innovazione di ieri, come  Alexander Graham Bell e Thomas Edison. Negli USA si parla persino di “Montessori Mafia” non in termini spregiativi, per riconoscere piuttosto l’esistenza di una elite intellettuale e imprenditoriale che forgiata ieri da quel metodo didattico sta plasmando oggi il nostro futuro.   Se n’è occupato nel suo blog per Forbes, Steve Denning, autorità internazionale nel campo della formazione e della conoscenza. Già direttore dell’omonimo dipartimento alla Banca Mondiale (e autore di un recente libro di successo, in italiano “Guida dei Leader per un management radicale: Re-inventare il posto di lavoro per il 21 Secolo”) con un lungo post arricchito da contributi, contrapponendo il modello Montessori, fucina di futuri leader, agli schemi tradizionali di un insegnamento troppo basato sulle risposte ai test, che dovrebbe invece rivedere gli stessi criteri di valutazione e puntare ad un obbiettivo principale: stimolare quell’apertura mentale che consenta il “Lifelong Learning”, continuare a imparare, una volta lasciati i banchi, per tutta la vita. Un punto di vista in linea con quello di Ken Robinson, tra i maggiori esperti mondiali di educazione, autore di una strepitosa conferenza TED “La scuola uccide la creatività?” (update: quasi 67 milioni di visualizzazioni ad agosto 2020, mese in cui Sir Robinson è scomparso, ndr) seguita poi da altre, come “Provochiamo una rivoluzione nell’apprendimento”. Ma è il momento di chiedersi: come mai un nome che all’estero è sinonimo di educazione d’eccellenza, che negli USA in particolare sembra oggi più che mai incubatore della nuova élite, in Italia per molti ancora è forse solo un volto comparso sulle banconote da mille lire (quanti sapevano chi era?) e il nome di una fiction televisiva interpretata da Paola Cortellesi? Se il futuro va davvero affrontato liberandosi da schemi e stereotipi, allora Montessori offre uno spunto in più di riflessione. “Perché i contenuti del suo insegnamento furono forgiati con un percorso intellettuale tanto coraggioso e rigorosamente controcorrente in patria da esser pagato in prima persona“, spiega Luciano Mazzetti, già docente universitario, presidente del Centro Internazionale Montessori. “Ha osato gettare lo sguardo nella biologia e nel sesso maschile, diceva. A riprova delle resistenze affrontate da studentessa di fine Ottocento all’Università”, ricorda Mazzetti. Montessori scontò in Italia le conseguenze dell’intervento durissimo fatto ad un raduno di pioniere del femminismo a Londra, rivendicando diritto di voto, di lavoro e dignità per le donne, non più solo madri, moglie sorelle. E quando cercò all’estero gli ispiratori per il suo lavoro con i bambini disabili, l’Accademia italiana reagì considerandolo un vero affronto. Il suo rigore scientifico inoltre mal si conciliava con l’Idealismo dominante, mentre negli anni Trenta ruppe con Mussolini. Il Duce finì per farla spiare dall’Ovra, dopo averla blandita per un po’ ritenendola parte delle “tre M italiane esportabili” (Mussolini, Marconi, Montessori). Nel dopoguerra poi, il metodo Montessori era considerato contrapposto a quello dominante di stampo cattolico tradizionale, semmai vicino al Modernismo cattolico ed al Socialismo. Scomodissimo, almeno sino al Concilio Vaticano II, nello sconfessare il peccato originale e ritenere i bambini non solo innocenti ma persino figure messianiche, profetiche. “Per le sue idee trasgressive, in Italia Montessori è rimasta una esule del pensiero dai pensieri dominanti. A Roma per il centenario della prima Casa dei Bambini nel 2007, c’erano 1.150 stranieri, solo una sessantina di italiani quasi tutti addetti ai lavori”, dice ancora Mazzetti. Abituato, come gli è successo di

Addio a Dario Barezzi, prezioso amico e regista eccentrico, vero Italiano di Frontiera in patria

Di cosa c’è bisogno, oggi più che mai, per immaginare un futuro migliore, più equilibrato, consapevole, innovativo? Secondo me, di generosità, altruismo, passione, creatività, curiosità, conoscenza, memoria… unite a un pizzico di follia. E a un sano senso dell’umorismo. Sono le doti di cui era ricchissima una persona preziosa, alla quale oggi, abbiamo dato l’addio al Niguarda, con Germano Lanzoni, (per anni irresistibile  Disturbatore Anonimo degli eventi Italiani di Frontiera, prima del successso come Milanese Imbruttito) e altri amici. Autore, produttore e regista televisivo, Dario Barezzi ha lasciato un segno profondo in chi ha avuto la fortuna di incrociarlo. Dario l’avevo conosciuto sul palco di un evento di cui era regista. Era stato assai generoso anche con Italiani di Frontiera, invitandomi più volte in Rai per presentarmi ai suoi amici più cari. Coltissimo e folle, non c’è stata volta in cui risentendoci lui non mi abbia preannunciato… il suo imminente trasferimento in California! Sarebbe stato divertente portarcelo, col suo fisico impotente che rendeva ancora più spiazzante la leggerezza, il distacco con cui dava prova di una profondità d’intelligenza e di animo stupefacenti. Oggi con in sottofondo le note di Nino Rota per Fellini, in primo piano la sua sedia da regista e il suo megafono, ci siamo ritrovati per rendergli omaggio. Al momento di ricordarlo all’aperto, il diluvio che imperversava pochi secondi prima si è interrotto. E uno dei suoi amici più cari ha colto il nesso col film che più amava Dario, “Frankenstein Junior”: “Potrebbe andar peggio, potrebbe piovere…” E invece magicamente la pioggia era sparita. Dario sapeva eccome lanciare segnali unici. Continuerà a farlo, amico indimenticabile, emozionandoci lieve da una nuvola. Grazie ad Astrid Fiorella, che mi ha fatto conoscere Dario, che come me adorava. E che mi ha dato la triste notizia della sua scomparsa. +2 Mi piace Commenta Condividi

Italiani dopo il virus. Ne usciremo migliori

  Primavera, di Sandro Botticelli (1478-1482 circa) Nei giorni in cui la vita dell’Italia sotto gli occhi del mondo è sconvolta da un’emergenza sanitaria senza precedenti, è il momento di pensare a come saremo domani. Perchè questo drastico cambiamento della vita sociale sta già plasmando l’Italia del futuro. E dopo il virus, assieme al loro Paese anche gli italiani saranno diversi. Spesso ispirati da eventi traumatici come guerre, cataclismi, migrazioni di massa, i grandi cambiamenti sociali e culturali procedono per strappi. Noi stiamo vivendo uno di questi momenti: costretti ad abbandonare consuetudini, a ripensare noi stessi, ne usciremo con una consapevolezza, una percezione della realtà, una visione del mondo diversi. Il cambiamento non sarà indolore ma rappresenta pure una gigantesca opportunità, per vedere finalmente dissolversi false certezze, cattive abitudini e modi di pensare inadeguati, che hanno frenato un Paese bellissimo ma troppo spesso ripiegato su se stesso e incapace di valorizzare il proprio straordinario passato,  i suoi migliori  talenti  per essere protagonista del futuro. Cultura e creatività sono il patrimonio oggi più importante, per interpretare la complessità e inventare il futuro. Un futuro che è dietro l’angolo. E’ il momento di immaginarlo assieme. Con fiducia e ottimismo. #italianidopoilvirus è l’hashtag con cui raccoglieremo riflessioni, idee e ispirazione sull’Italia di domani. Sicuri che #neusciremomigliori. Ecco il primo contributo. All’inizio del secolo scorso un terribile terremoto seguito da un incendio distrusse quella che è oggi una delle città più ricche del mondo, culla mondiale dell’innovazione. Il via a una ricostruzione miracolosa di quella città, San Francisco, lo diede il figlio di immigrati italiani, capace di “vedere il futuro”, con scelte così fuori dagli schemi da esser considerate semplicemente folli e suicide dai suoi colleghi. Piccolo banchiere, dalle macerie della Bank of Italy che aveva da poco fondato per servire gli immigrati italiani, Amadeo Peter Giannini estrasse un sacco con due milioni di dollari mettendoli a disposizione di persone che non avevano più nulla, nessuna garanzia materiale da offrire se non l’energia per ripartire. Prestiti offerti per strada su un tavolaccio posato su due barili, sulla base di “una firma e una faccia”. Quella scommessa sugli altri, inconcepibile per gli uomini d’affari del tempo, fu azzardata ma vincente e trasformò un immane disastro in grande opportunità, dando il via alla rapida rinascita di San Francisco, dove la banca di Giannini divenne presto la più grande del mondo: Bank of America. In una città in cui assieme agli edifici era crollata pure l’illusione di una crescita vertiginosa e infinita sulla scia della Corsa all’Oro, la rinascita fu ispirata dal coraggio di una persona capace di rischiare guardando agli altri con fiducia e in modo nuovo. Che diede un gigantesco contributo al progresso civile e culturale continuando a scommettere sugli altri, finanziando tra gli altri il un giovane cineasta per un film “di un certo successo” (Charlie Chaplin in “Il Monello“), l’autore di un’opera di altissima tecnologia che aveva esaurito i fondi (Walt Disney con “Biancaneve e i sette nani“) , la costruzione durante la Grande Depressione di un gioiello dell’ingegneria come il Golden Gate Bridge, due giovani neolaureati di Stanford che con la loro azienda gettarono le basi di Silicon Valley  (Bill Hewlett e David Packard) Oggi che la nostra quotidianità è sconvolta dall’emergenza CoronaVirus, quella storia ha un significato particolare. Perché mentre intuiamo che le conseguenze economiche della crisi sanitaria sono devastanti, rischiamo di trascurarne un aspetto cruciale: i suoi risvolti sociali e culturali, con conseguenze ancora più profonde sul nostro futuro. Che potranno essere anche benefiche, perché gli eventi traumatici, persino le tragedie e le guerre, provocano shock che costringono a ragionare e guardare le cose con occhi nuovi. E oggi forse stiamo assistendo pure al crollo, come macerie da rimuovere, di stereotipi e cattive abitudini di cui sinora non siamo riusciti a liberarci.   “Quello che il CoronaVirus spazzerà via senza pietà sono i pensieri senza respiro di chi è contro la scienza, le opinioni manipolatorie, smentite dalla misura dei fatti, il dilettantismo che uccide le persone, non solo le competenze, le fake news che per la prima volta vengono battute dalla velocità del vero, la volontà del popolo a cui nessuno affiderà la propria salute… E quando finirà, perché finirà, nulla sarà davvero più come prima. E ci ritroveremo in un mondo più consapevole, responsabile e felice di esserne uscito. Come in un dopoguerra senza guerra: quei momenti unici in cui si costruisce davvero il futuro”, dice Francesco Morace, sociologo fondatore del Future Concept Lab. Certo dobbiamo fare i conti pure con commenti sconcertanti di intellettuali “rallegrati” dalla comodità di muoversi in strade o treni semideserti, con giudizi scontati di “apocalittici” che considerano l’epidemia una punizione divina meritata dall’uomo: accadeva nelle pestilenze dei secoli scorsi, accadde pure col terremoto del 1906 a San Francisco, che per ricchezza generata dalla Corsa all’Oro era città del vizio, della violenza, della corruzione. Invece siamo davvero all’alba di un’era nuova. Eravamo quasi rassegnati alla lenta decadenza delle democrazie occidentali come la nostra e delle loro elite, sempre più fragili e meno funzionali, in tempi di populismo e strapotere dei social, rispetto a dittature e democrazie autoritarie. L’epidemia ci ha confermato invece che siamo parte di un Villaggio Globale in cui la società aperta è un valore, tentare di isolarsi è un’illusione, cercare di occultare, di opporsi alla trasparenza ha conseguenze devastanti a livello planetario. All’improvviso, invocare muri e barriere per proteggersi dagli “altri”, ci fa scoprire… che gli “altri” discriminati da muri e barriere possiamo essere noi, come ha scritto in un’illuminante riflessione Marco Tarquinio, direttore di L’Avvenire.   “Questo shock del CoronaVirus ha avuto come principale effetto positivo quello di ripensare il nostro atteggiamento nei confronti dell’attuale organizzazione sociale”, osserva Davide Bennato, docente di Sociologia dei Media digitali.  “Consideravamo ovvio procedere verso una società maggiormente individualizzata. Ci sembravano ‘naturali’ dal punto di vista economico un lavoro poco stabile, un welfare con limitate tutele dello Stato sociale sostituite da servizi a pagamento, una politica di ‘tutti contro tutti’ come espressione della contemporaneità. ‘Naturale’ considerare le

Progetto italiano con team globale per kit che monitora di notte il bimbo malato vince Hackathon mondiale di Microsoft

Grandi, grandissimi Francesca Fedeli e Roberto D’Angelo! Per cinque anni hanno dovuto vegliare a turno di notte il loro bimbo di otto anni che soffre di crisi epilettiche potenzialmente letali dall’età di tre. Roberto che è “Director of program management on the Commercial Software Engineering” di Microsoft a Milano ha elaborato un progetto per uno specifico kit (testato con successo proprio dal figlio di Francesca e Roberto) al quale ha lavorato a lungo con colleghi di tutto il mondo, presentato al Global Hackathon annuale dell’azienda, 6860 progetti in gara da i da tutto il pianeta. Un team di esperti di Intelligenza Artificiale con caratteristiche eterogenee di genere, lingua, abilità, “Una comunità di genitori con un bisogno preciso, quello di allontanare la paura della malattia dalla loro quotidianità” hanno consentito a Fightthestroke di conquistare il Gran Premio 2019 dell’Hackathon promosso da Microsoft, ma anche i premi speciali AI for accessibility e Health AI”. L’annuncio su Fightthestroke.org  e nella pagina notizie del sito Microsoft. Nel frattempo, Francesca e Roberto hanno ritrovato il sonno… Grazie a Luca Prasso, veterano della grafica digitale, già a DreamWorks, vecchio amico di Italiani di Frontiera oggi a Google, per la segnalazione.

Alessandro Palmisano (TrenDevice): rivoluzionare l’azienda… grazie all’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour

Era stato fra i partecipanti di uno dei primi Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour (2013). Solo qualche tempo fa ho scoperto che in quel periodo, la sua azienda rischiava di chiudere rapidamente e che l’idea giusta, per reinventarsi come imprenditore cambiando completamente modello di business, gli era venuta proprio da ispirazioni e stimoli raccolti in quel viaggio. Si trattava “semplicemente” di guardare le cose da una prospettiva diversa, ragionare “Out of the Box” e trovare un’opportunità proprio dove sembravano esserci solo criticità. Oggi la sua azienda, TrenDevice, sta crescendo a pieno ritmo e sta affrontando con successo una campagna di crowdfunding. Per questo ho chiesto ad Alessandro Palmisano: racconta questa bella storia. Con una sorpresa: fargli rivedere per la prima volta le immagini del suo commento entusiasta e anche un po’ profetico, all’aeroporto di  San Francisco, al termine di quel 2013, su quanto si portava a casa da quell’avventura. Con un pizzico di orgoglio, per quanto Italiani di Frontiera riesce ad esser prezioso, per imprenditori visionari… Non bastasse, Alessandro Palmisano ha appena raccolto la sua esperienza in un libro, “Aziende al bivio” firmato assieme a Luca Morandini (con cui cura il podcast Digitalizzaredavvero), raccontando la trasformazione di una PMI italiana “tra passaggio generazionale e digital transformation”.

Dal Politecnico di Milano a Boston, Paolo Ciuccarelli e la sfida “italiana” alla complessità con il design

  Seduti all’ombra tra bizzarre statue in legno di Papua Nuova Guinea, in un giardino dell’Università di Stanford, ascoltavamo rapiti Giovanna Ceserani, Associate Professor del Dipartimento di Studi Classici dell’Università californiana raccontare di un progetto suggestivo e complicato che aveva curato, la digitalizzazione degli archivi del Grand Tour, i viaggi che nel ‘700 e ‘800 colti e facoltosi turisti stranieri compivano come percorso di formazione in Italia. Un problema complesso, fra tecnologia e cultura umanistica, risolto con la collaborazione… di un mio amico del Politecnico di Milano! Era stata una grande sorpresa, durante uno dei primi Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour nel 2013, scoprire che la celebre università, nel cuore di Silicon Valley, era ricorsa per quel lavoro al talento di un giovane docente, Paolo Ciuccarelli, fondatore a Milano nel 2010 di una delle realtà d’avanguardia mondiale nel campo della visualizzazione, il Density Design Lab. Paolo Ciuccarelli non lo sentivo da un po’, qualche mese fa l’ho chiamato ricordandogli  quell’episodio che mi aveva tanto colpito, per scoprire che anche lui, “talento di frontiera in patria” stava per partire, biglietto di sola andata, destinazione Boston, dove oggi dirige il Center for Design al College of Arts, Media and Design della prestigiosa  Northeastern University, dove  proprio in quel 2013 avevo conosciuto e intervistato un altro fuoriclasse dell’innovazione, Alessandro Vespignani. Italiani di Frontiera è un’avventura tutta all’insegna delle coincidenze e dell’unire i puntini. Così per una preziosa chiacchierata su design, visione e talento prima della sua partenza, Paolo Ciuccarelli aveva scelto un luogo di grande valore simbolico: la piccola mostra dedicata a Olivetti al Museo del Novecento, mescolando riflessioni sul suo percorso professionale a osservazioni sulla splendida grafica della pionieristica azienda di Ivrea.   Paolo  come’è iniziato il tuo percorso verso i dati e la loro rappresentazione visuale? “Per me non è stato lineare, tutto è partito da punti di svolta casuali, imprevedibili… la scoperta del concetto di complessità, un’idea per me completamente nuova e difficile da capire… fu grazie a un professore in un corso tradizionale ad architettura e a un libro, “La sfida della complessità” (Feltrinelli, autori vari) che è cambiato definitivamente il modo in cui ho guardato il mondo fuori e il mio mondo, da studente, poi ricercatore e oggi da professore. Come spesso accade, non capisci subito il valore di questi punti di svolta, iniziai a capire vedendo le prime rappresentazioni visuali di Internet da un’Università di Londra a fine anni Novanta:, quei diagrammi, quelle reti…fu una sorta di corto circuito: riconobbi che erano l’immagine della complessità”. Cosa ti ha spinto ad affrontare questa sfida, rendere “comprensibile” la complessità? “Una presa di coscienza che ha una valenza non solo intellettuale ma anche necessariamente etica ed estetica. Questi due inaspettati punti di svolta, complessità, linguaggio visuale, uniti alla scoperta di un altro scienziato delle reti, Albert Laslo Barabasi (“Link. La scienza delle reti”, Einaudi, oggi Barabasi lavora nella stessa università in cui insegna Paolo ndr) e racconta la scienza delle reti in modo molto divulgativo. Mi convinse a far diventare questa la missione della mia attività di ricerca poi del laboratorio: Density Design ha prima la complessità nell’anima, presa di coscienza della complessità. I dati arrivano dopo…”. Qual è stata questa tua missione? “L’idea della complessità così strana difficile da raccontare…spero di continuare a dare una dimensione di concretezza, visibilità azionabilità a questa complessità, attraverso le interfacce che il design sa costruire. Ma l’obbiettivo è di allargare l’impatto delle cose che fai”. E come sta cambiando? “Finora ho lavorato sempre sulla dimensione visuale, l’ambizione è di spostare oltre l’orizzonte ma in realtà è tornare indietro: lavorare attraverso design del prodotto, dei sistemi dell’architettura, non solo visualizzazione: mettere la complessità non solo in mano a chi deve decidere ma ai cittadini, a chi è coinvolto in questa complessità. Superando un po’ la frustrazione di far solo capire a chi deve decidere cosa sta succedendo. Però ti manca quell’impatto di azione proprio del design fisico, dell’architettura: costruire uno spazio, modificare i comportamenti delle persone. Mi piacerebbe capire se c’è possibilità partendo dai dati di agire concretamente nello spazio e orientare il comportamento delle persone a prescindere dalla loro consapevolezza…”. Affrontare questa nuova sfida “da italiano” è un vantaggio? “A me piace pensare che un po’ lo sia. Sicuramente nel tempo abbiamo costruito come italiani un nostro modo di fare rappresentazione dei dati: ci chiamano ‘Gli Italiani’, è nata una sorta di scuola di trasformazione dati attraverso il design, riconosciuta come italiana. Con attori importanti, con una loro visione della cosa che è quella che forse ci si aspetta, di grande integrazione tra componente scientifica e umanistica, una grande spinta verso un umanesimo nei dati che non c’era ma sta diventando di grande attualità, complice paradossalmente una delle più grandi innovazioni”. Quale? E abbiamo davvero qualcosa di speciale, nel fronteggiare la complessità? “Big Data e algoritmi non hanno fatto che metterci davanti questa complessità. Con tutte le sue incertezze, le sue ambiguità, le sue sfumature, cosa che non riesci ad affrontare con il paradigma scientifico da solo. E questo ha aperto il campo a questa italianità, che significa ricombinare, ricucire dimensione umanistica e scientifica facendo leva in particolare su quella umanistica, cambiare il paradigma scientifico attraverso un approccio più orientato verso l’umanesimo. Secondo me da italiani siamo stati un po’ più in grado di farlo di altri. E questo è poi il motivo per cui alcuni di noi sono andati negli Stati Uniti. Questo credo sia il motivo per cui ci vado anch’io”. Qui l’intervista su Startup Italia Qui sotto  il video con alcuni spezzoni dell’intervista, nel bel montaggio per Startup Italia di Alessandro Di Stefano

“Pionieri. Esploratori. Non guardiani” IdF con Federico Faggin l’8 giugno nel paese di Leonardo, per ricordarci chi siamo

  “Ci siamo dimenticati chi siamo. Pionieri, esploratori, Non guardiani“. Le parole del protagonista del film Interstellar sembrano descrivere un Paese come il nostro, in cui oggi l’italianità aperta all’innovazione, protagonista col proprio talento in patria e nel mondo, sembra occultata nei media e social media da una costante evocazione di conflitti e paure, quasi ci fosse bisogno di muri, rivali da combattere, cambiamenti da esorcizzare per definire se stessi. Di questa “italianità” rimossa invece c’è un grande bisogno, a livello globale, di fronte a cambiamenti sempre più rapidi e una complessità che i Big Data hanno amplificato. Perchè “gli italiani hanno una capacità unica di affrontare e risolvere problemi complessi. Un dono naturale, creativo, frutto di un ricco retaggio culturale”. Ad affermarlo è Federico Faggin, tra i padri del microchip, ideatore della tecnologia touch, scienziato e imprenditore da tempo trapiantato a Silicon Valley. Proprio Faggin  il prossimo sabato 8 giugno sarà protagonista di un evento promosso da Italiani di Frontiera, con diversi partner, a Vinci, pochi chilometri da Firenze,  dal forte valore simbolico: il più importante inventore vivente nella patria di Leonardo, a 500 anni dalla scomparsa del genio toscano, per presentare la sua attesa autobiografia uscita da poche settimane, “Silicio (Mondadori), testimonial ideale di un progetto che in nome di questa italianità mira a lanciare iniziative di respiro internazionale di promozione del talento innovativo, del territorio, delle sue aziende, sviluppato grazie a una partnership con l’agenzia”da Vi Travels’” di Stefania Tielli. Un’iniziativa che avrà un Media Partner di prestigio, Startup Italia, piattaforma e magazine dell’innovazione, che pochi giorni dopo, 12 giugno, terrà a Firenze il suo Open Summit Curiosità inesauribile, straordinaria multidisciplinarietà, capacità di far tesoro del passato per “leggere” il futuro, attenzione ai risvolti etici della propria opera: gli ingredienti che Leonardo sintetizzò in modo irripetibile caratterizzano  l’apertura mentale di molti connazionali che oggi affrontano con successo la frontiera dell’innovazione, Un’identità che secondo Faggin ieri come oggi  si realizza nella capacità unica di osservare problemi complessi da angolazioni diverse, trovando soluzioni creative che hanno spesso anche un valore artistico ed estetico. Nei video qui sotto, alcune delle riflessioni che ci guideranno, in un weekend dedicato alla scoperta del talento, nei luoghi che diedero i natali al più grande dei talenti. Per ispirare e ispirarsi, per guardare al futuro con fiducia. Da pionieri, esploratori. Non guardiani.   Federico Faggin e la capacità degli italiani di affrontare la complessità (Palo Alto, marzo 2019)   Tra scienza e spiritualità: Federico Faggin e la consapevolezza della materia (presentazione  di “Silicio”, Milano Università Bicocca 6 maggio 2019)   Fabio Parodi, da Olivetti a LinkedIn: italiani a loro agio nella complessità anche quando ha le sembianze del caos (Redwood City Agosto 2017)   Renzo Piano: la cultura ci ha dato una sottile, invisibile capacità di affrontare la complessità delle cose (Vieni via con me, Raitrè 2010)      

Federico Faggin: quel dono unico degli italiani nell’affrontare la complessità

Gli italiani hanno una capacità unica di affrontare e risolvere problemi complessi. Un dono naturale, creativo, frutto di un ricco retaggio culturale. Un italiano “vede la dimensione del problema in un modo un po’ diverso rispetto ad altre culture. La vede come complessità ma anche come un aspetto umano, un aspetto di eleganza, un aspetto tecnologico, un aspetto di sistema. Generalmente questo modo di vedere la realtà porta a un’articolazione del problema che è nuova…” Tra i padri del microchip, ideatore della tecnologia touch,  Federico Faggin è il principale inventore italiano, da tempo trapiantato a Silicon Valley. Nei giorni in cui esce in Italia la sua attesa autobiografia “Silicio” (Mondadori) e mentre si celebrano i 500 anni dalla morte di Leonardo, Faggin offre una straordinaria riflessione sull’identità degli italiani. Identità che ieri come oggi  si realizza nella capacità unica di osservare problemi complessi da angolazioni diverse, trovando soluzioni creative che hanno spesso anche un valore artistico ed estetico. Una capacità che Faggin fa propria individuando un valore di espressività artistica pure nel primo microchip da lui disegnato in buona parte da solo e a mano. Uno spunto di riflessione  di straordinario valore, su un “essere italiani”  che non ha bisogno di muri, barriere, eterne rivalità di campanile o nemici da combattere per affermarsi, in una videointervista in esclusiva realizzata al terine di un Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour a Palo Alto il 23 marzo 2019, per Italiani di Frontiera  che ha in Faggin uno dei principali protagonisti e ispiratori, oltre che un prezioso amico.  

A Omnibus La7 le parole chiave di Italiani di Frontiera per parlare di disuguaglianze e opportunità

Levataccia ma ne valeva la pena, partecipare domenica 28 gennaio a Omnibus, La7. Il titolo, “Disuguitalia, la ricchezza di (pochi) aumenta“, proprio in linea con la conduzione del bravo Marco Fratini, capace come pochi di combinare competenza e leggerezza. E per la prima volta un’ora e mezzo davanti a una telecamera e un cameraman da solo (conduttore e ospiti erano a Roma), ma full immersion “social” con i preziosi amici dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour che commentavano in diretta (e mi hanno pure suggerito precisazioni…). Si parlava di economia, dati e statistiche, non proprio il mio forte… così ho fatto tesoro della lezione di Paolo Villaggio, che diceva di esser padrone solo di quattro argomenti… ma di saper portare qualsiasi discussione in un minuto sul suo cavallo di battaglia… il Vietnam! Così, io son riuscito a parlare di Federico Faggin e della metafora della “torta finita” sull’invidia sociale per chi ha successo. Poi di talenti all’estero, del patrimonio che sperperiamo non dando spazio in patria al loro potenziale… e alla fine pure dei nostri Tour a Silicon Valley organizzati con Paolo Marenco (a proposito, il prossimo a fine aprile!) e persino di “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy“,  il nostro nuovo spettacolo per la regia di Alessio Mazzolotti… citando Olivetti e Montessori! Grazie ai tanti amici di Italiani di Frontiera che hanno avuto la pazienza di seguire i 90 minuti della trasmissione, sommergendomi di commenti e appezzamenti.. Ah, la puntata è già online…

Adriano Celentano, un fenomeno unico per capire il rapporto controverso dell’Italia con la modernità

  Quando nel 1962 esordirono a Londra dei ragazzi inglesi che 55 anni dopo sono un fenomeno unico di longevità col marchio Rolling Stones, in Italia un giovanissimo cantante aveva già raggiunto una popolarità tale da esser chiamato a interpretare se stesso, figura iconica della modernità trasgressiva rappresentata dal rock, in una pietra miliare della storia del cinema e del costume italiano: La dolce vita (1960) di Federico Fellini. Adriano Celentano ha compiuto 80 anni e chiedersi come sia riuscito da cantante, attore, personaggio televisivo, predicatore mediatico a rappresentare una figura così potente per 60 anni nell’immaginario popolare di generazioni diverse forse aiuta un po’ a capire l’Italia stessa. Ci abbiamo provato con una lunga telefonata, io che da anni mi occupo di cultura dell’innovazione con Italiani di Frontiera e un amico come Davide Bennato, docente universitario ed eccentrico esperto di sociologia dei media ai quali ha dedicato numerosi saggi (in arrivo uno sulla bellissima serie tv Black Mirror), per un articolo comparso su Linkiesta. Roberto – “C’è un modo di pensare diffuso che frena l’innovazione in Italia, di diffidenza verso ogni cambiamento, temuto addirittura come minaccia a un’identità proiettata in un Piccolo Mondo Antico ideale e mai esistito come la Padania… quando ho cercato di dargli un nome mi è venuto spontaneo chiamarla “Sindrome del ragazzo della via Gluck”. Ma chi l’ha detto che si stava meglio quando ci si lavava giù nel cortiile??? Celentano è stato sempre cantore di questa nostalgia dei bei tempi andati, idealizzati…”. Davide – “Celentano è riuscito a traghettare la cultura dell’Italia contadina del dopoguerra nel nuovo mondo della rivoluzione dei consumi e dei linguaggi giovanili, intercettando la modernità senza comprenderla fino in fondo. Sancire la nostalgia di un’arcadia perfetta nelle canzoni che si oppongono a un’Italia di operai (Il ragazzo della via Gluck) o nella cinematografia che irride alla modernità borghese (Il bisbetico domato, Castellano e Pipolo, 1980), intuire tanti cambiamenti nelle forme culturali, come nell’uso del collettivo creativo attraverso il Clan o anticipando la sensibilità rap in Prisencolinensinainciusol. Ma il Clan sembrava il progetto di un gruppo di amici del bar più che una factory warholiana, il rap una presa in giro della fonetica delle canzoni anglosassoni famose, un po’ come fanno i bambini quando cantano senza sapere le parole. Intuizioni frutto del buonsenso tipico della gente di campagna, più che figlie di una riflessione sul contemporaneo”. Roberto – “Intercettare la modernità senza comprenderla a fondo… Davide non ci crederai ma ho appena chiesto un parere sul Celentano nella musica a un altro vecchio amico, Giò Alajmo, per 40 anni giornalista musicale del Gazzettino e oggi blogger della testata online Spettakolo… Ecco il suo prezioso contributo: ‘Antimodernista Celentano? Certo. Ma anche un rivoluzionario, per quel che ha seminato ed è stato raccolto da altri, più che per quel ha fatto. Ha portato semi nuovi, quelli del rock che altri han fatto germogliare, pur provenendo da un mondo vecchio, con una visione del mondo da vecchio contadino, popolaresca, mistica, farcita di luoghi comuni, l’anti intellettuale per eccellenza. Ma dopo tutto, cosa aveva fatto Elvis Presley? Non capiva il mondo nuovo, era legato a un mondo tradizionale, quello del country, si era impossessato della musica dei neri che erano ancora segregati, non era Dylan ma la sua negazione. Eppure lui ha ispirato il nuovo in Dylan, come nei Beatles, che sono stati i veri innovatori. Come se una generazione che era un passo indietro, di fatto… avesse precorso i tempi, propiziando il nuovo. Come è successo al beat italiano, che viveva di cover del rock anglosassone ma così facendo alla fine ha favorito la nascita di musica nuova come il progressive di Area o Premiata Forneria Marconi…’ Incredibile come Giò sia in linea con le tue osservazioni”. Davide – “La modernità kitsch di Celentano sta in questo suo messaggio: non c’è elemento della contemporaneità caotica e industriale che non possa essere ricondotto alle forme della saggezza popolare proveniente dalle campagne. La sua innovatività nel sancire caparbiamente la sua non appartenenza al moderno… usando proprio il linguaggio del moderno. La legittimità dell’ignorante è quella di chi sa che può affrontare il mondo con l’umiltà della saggezza contadina e non con l’arroganza di chi si crede esperto grazie ad un uso – ingenuo – di Google. Sono questi gli elementi che rendono Celentano un personaggio assolutamente coerente, dal rock di 24 mila baci al contadino ruspante e un po’ ingenuo di Serafino (film diretto da Pietro Germi nel 1968). Senza dubbio un maestro, soprattutto perché questo suo ribadire la semplicità è stato molte volte controverso e controcorrente. Come giustificare senza sarcasmo un film come Joan Lui (scritto e diretto da Celentano nel 1985) in cui un predicatore cantante e ballerino si comporta come un redivivo Gesù per affrontare i mali dell’Italia? Un flop commerciale assoluto frutto di una tensione religiosa che strideva nell’Italia dell’edonismo reaganiano. Oppure come giudicare le sue apparizioni televisive come conduttore di Fantastico 8, celebri per le sue lunghe pause silenziose diventate un marchio di fabbrica di successo, in una televisione rumorosa e sincopata, che lo resero inquietantemente simile al vecchio telepredicatore del film Quinto Potere di Sidney Lumet (1976)”.   Roberto – “Certo che oggi Il re degli ignoranti titolo scelto da Celentano per un album e un libro (1991) diventa un quarto di secolo dopo un tema purtroppo di straordinaria attualità: l’ignoranza esibita con orgoglio, l’incompetenza celebrata come titolo di merito, ostentando l’approccio istintivo e irrazionale anche a temi delicati e complicati, chiave di interpretazione semplificatoria di una realtà complessa è più che mai d’attualità. Mette i brividi rileggere oggi i tentativi di scienziati, giornalisti o ministri che negli anni hanno tentato di contestare, dati alla mano, affermazioni infondate che il Molleggiato ha dispensato con toni da predicatore e una spaventosa potenza mediatica su giornali e in trasmissioni di grande ascolto, in materia di aborto, di trapianti, di cure farlocche come il caso stamina. Anche su questo Celentano ha precorso i tempi. Non c’è verso di opporsi alle fake news