Fabrizio Capobianco tornato da Silicon Valley con un progetto di give back per startup in Valtellina

“Il futuro è su Internet!», si sentivano ripetere all’inizio degli anni Novanta manager di grandi aziende da quell’ingegnere poco più che ventenne che guardavano con sospetto, diffidando del suo entusiasmo. «Può essere che lei abbia ragione ma io non posso mettermi in società con uno che ha vent’anni», gli disse a brutto muso il grande capo di una organizzazione del turismo. Trent’anni dopo, alle spalle un’ammirevole avventura imprenditoriale che l’ha visto per due decenni figura di spicco della comunità italiana di Silicon Valley, curando nella Bay Area finanza e marketing alla guida di aziende che hanno continuato a mantenere gli sviluppatori in Italia (Funambol, software open source per telefonini, TOK.tv piattaforma di condivisione contenuti in tempo reale di eventi sportivi), Fabrizio Capobianco da mentore e investitore (è stato fra i primi a scommettere su Mashape diventata poi Kong, uno dei pochissimi unicorni di matrice italiana a Silicon Valley) è tornato nella sua Valtellina. Fabrizio Capobianco alla presentazione a Milano di Liquid Factory Perché? Per dare consistenza a quello che è sempre stato il suo sogno: mettere la sua esperienza unica al servizio del talento imprenditoriale italiano. Con un progetto lanciato in settembre, Liquid Factory, di cui è partner assieme ad altri esperti professionisti di Banca Popolare di Sondrio (StartupItalia ne ha parlato in questo articolo), ha selezionato e sta finanziando startup in grado di fare il grande salto, preparandole a presentarsi con un’idea potenzialmente vincente sullo scenario globale proprio nella Silicon Valley. Fabrizio Capobianco con alcuni dei partner di Liquid Factory La mia intervista a Fabrizio Capobianco su StartupItalia Com’era Silicon Valley trent’anni fa quando è iniziata la tua avventura? Era il 1995. Immagina un ragazzo di 24 anni, ingegnere, che facendo il PhD, per la prima volta in Silicon Valley ha l’occasione di fare il suo ingresso nella Mecca: lavorare alla HP. Entro nel building 4 e… i primi due uffici a destra erano quelli di Bill Hewlett e di David Packard! Ma è vero che la sorpresa è stata scoprire che gli italiani non fossero così indietro, rispetto a quella “Mecca hi tech”? Io vengo da un profilo di umiltà vera, sono arrivato per imparare e infatti poi lì ho imparato tantissimo. Però dal punto di vista tecnico, quando sono arrivato, io avevo lavorato su Java, allora un linguaggio di programmazione che poi è diventato molto comune, nato nel laboratorio della Sun a Menlo Park, dove oggi c’è Meta. Avevo lavorato tanto sull’open source, con un vicino di banco autore di un libro su Linux e device drivers, Alessandro Rubini, una leggenda dell’open source mondiale. Insomma io a Pavia usavo la versione alfa di Java, mentre in HP non lo conoscevano. E usavano strumenti che a me sembravano un po’ antichi. Quindi sono stato io a spiegargli quello che secondo me era il futuro dell’informatica e della programmazione a oggetti. Internet aveva dunque aperto a un ragazzo valtellinese, che aveva studiato e lavorato in un laboratorio a Pavia, la conoscenza mondiale. È così che ho capito che partivamo uguali. La prima sensazione insomma è stata: ok, ci siamo, posso competere, a livello tecnico, non è che loro abbiano delle conoscenze in più, perché ormai le conoscenze che hanno loro ce le posso avere anche io. Passo indietro: avevi cominciato che eri ancora un ragazzino. Sì, quando in Valtellina ho iniziato a usare lo ZX Spectrum, una leggenda di computer da casa. Volevo fare un programma per la Serie A, avevo bisogno di prendere la graduatoria e fare l’ordine della classifica. Ma come prendere una roba e ordinarla, è la prima cosa che ti insegna l’ingegneria, io invece negli anni Ottanta ero ancora al liceo classico. Quindi ho scritto una lettera a una rivista di informatica italiana, che poi mi ha risposto spiegandomi l’algoritmo del ‘quicksort’ (algoritmo di ordinamento ricorso, ndr), che poi quando sono arrivato all’università ho capito come si faceva. Prima non potevo avere accesso a quella conoscenza, diventata disponibile  pochi anni dopo con Internet. Oggi, la nuova versione di OpenAI un minuto dopo ce l’hai in Italia. L’Università a Pavia è stata per te una straordinaria scuola di innovazione. Ma non solo, pure fucina e incrocio di talenti diversi. Sì, io ero al Collegio Borromeo, secondo me uno dei posti migliori d’Italia, perché mi sono trovato a fianco gente con competenze diverse, chi studiava filosofia, sociologia, economia. Una settantina di persone selezionate verso l’alto, perché è difficile entrare. È lì che ho conosciuto Alberto Onetti che studiando economia integrava quel che a me mancava ed è stato poi partner in tanti progetti comuni, compreso ora in Liquid Factory. Poi però oltreoceano hai anche capito quante cose non sapevi Ci sono due parti: tecnologia e business. Dal punto di vista tecnico, ho capito che la nostra ingegneria era forte. Nel laboratorio del professor Virginio Cantoni di Pavia, che faceva visione artificiale e usabilità, eravamo avanti, ma avanti a livello mondiale, non solo a livello italiano ed europeo. Invece a livello di business, io ne sapevo poco. Avevo fatto partire ‘Internet Graffiti’ da qualche mese, lavorando da remoto sul computer di HP e lì ho capito di non sapere. Qualcosa che mi sono portato dietro, sapere di non sapere è una delle prime cose importanti per migliorare. Con Fabrizio Capobianco a Menlo Park, durante uno degli Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour E lì hai scoperto il mondo delle startup… Mi sono reso conto che non avevo la minima idea di cosa fossero un venture capital, una startup, di come fosse nata l’HP, anche se era il ’95. Tutti quelli che avevo intorno, in quel laboratorio, avevano in mente di fare una startup, e molti avevano anche qualche idea forte, chiara di cosa volevano fare, erano lì perché stavano preparandosi a fare la prossima startup. Ho realizzato che  venendo dall’ingegneria, non sapevo nulla di nulla di economia, di come si legge un bilancio, cosa fossero fundraising, marketing, sales. La prima volta che mi han chiesto di presentare un piano del nostro “go to market”, 10 giorni dopo che avevo raccolto cinque milioni, sono andato a ‘googlare’ cosa fosse questo ‘go-to-market’, perché non sapevo proprio di cosa parlare.

“Curiosità”; la parola chiave di IdF nei libri 2024 di amici di Italiani di Frontiera

“Ci salverà la Curiosità” è da tempo lo slogan di Italiani di Frontiera, invito a superare con la mente schemi e barriere del conosciuto, mentre il mondo cambia vorticosamente, Complessità e Intelligenza Artificiale sembrano travolgerci. Un piacere ritrovare proprio la Curiosità al centro dei libri pubblicati quest’anno da preziosi amici. Con “Oltre l’Invisibile” (Mondadori) il leggendario Federico Faggin amico e mentore di IdF prosegue il suo inarrestabile percorso di scoperta della Coscienza, intrecciando scienza e spiritualità con una formula controcorrente rispetto al mainstream pure di Silicon Valley, per affermare che NON siamo nè saremo macchine pensanti ma che è lo spirito a prevalere sulla materia. E il materialismo scientifico è una gabbia di cui liberarsi, facendo tesoro degli orizzonti inaspettati aperti dalla fisica quantistica. Solo Gigi Riva, autore di successo dopo essere stato valente inviato, poteva curiosare tenacemente nel mare di migliaia e migliaia di pagine degli atti giudiziari su uno dei più incredibili truffatori della nostra epoca. “Ingordigia” (Mondadori) non è solo il ritratto di Massimo Bochicchio, scomparso in un incidente stradale dagli aspetti misteriosi alla vigilia, del processo, dopo aver sottratto per anni, da “broker dei vip” decine e decine di milioni di euro a personaggi top della Roma che conta. E’ pure un quadro, sconfortante, di un pezzo di società ricca, potente e pure colta che cede alle lusinghe di un mago della seduzione, accecata da promesse inverosimili pur di accrescere patrimoni già consistenti. Romanzo inchiesta avvincente, quello di Gigi, preparatevi a vederlo presto tradotto in immagini sullo schermo. Riflessioni amare sulla nostra società anche in un curioso romanzo di fantascienza avvincente, come “Il Paese più bello del mondo” scritto e autoprodotto con bookabook dal bravo Luca Zorloni giornalista di WIRED, che immagina un’Italia di città d’arte ridotte a parchi a tema per turisti, dove la suggestione cela l’oppressione di cittadini costretti a lavorare nei parchi sotto la morsa di un feroce regime. Ma online cova la ribellione, di cui sarà eroe una giovane guida turistica veneziana a caccia di un misterioso tesoro segreto che sarà rivelazione… Fantasia come strumento di liberazione pure nell’ultimo libro (anche questo autoprodotto con la sua società Undercats) della bravissima Francesca Cavallo, che dopo il successo mondiale come coautrice di “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, si dedica all’immaginario maschile con “Storie spaziali per maschi del futuro” (non ha trovato editore in Italia ma è già uscito in diverse lingue all’estero), favole che ribaltano stereotipi consolidati sul ruolo del maschio, costretto a rimuovere debolezze e sentimenti, drammaticamente attuali e pertinenti come dimostra la cronaca con femminicidi perpetrati da assassini incapaci di gestire la propria emotività. Fantasia al galoppo pure in “Il gusto del diavolo” (Manni Editori) in cui Paolo Vismara (il prof che tutti sognano per i propri figli) prosegue sul sentiero dei libri precedenti, eccentrico come l’autore, il cui alter ego professor Vis Amai evaso da un istituto di cura, pur di preservare la propria immaginazione stringe un patto con il Diavolo, diventando persino precettore del figlio di Lucifero, lungo un bizzarro sentiero onirico di scoperte e rivelazioni che richiedono la curiosità di chi sa liberarsi dal conformismo quotidiano. E se scoperte e rivelazioni fossero riservate a chi in età matura sa affrontare con occhi nuovi una nuova vita, una volta lasciato il lavoro? E’ quanto invita a fare con “Pensione. Voglio una vita spericolata, i segreti per farlo” (Anteprima Edizioni) Michaela Scotellaro, scrittrice e autrice che col blog “Happy Pensy”, ha dato vita a una consistente community. L’Ikigai (in giapponese “ragione di vita”) aiuta a capire i pilastri della propria essenza, che l’età matura aiuta non solo a focalizzare ma pure a perseguire. Da pensionati, liberati di stereotipi e convenzioni, si può innescare una nuova vita, all’insegna dell’avventura ispirata dalla curiosità. Non è ancora in libreria ma un progetto vicino alla meta dell’autopubblicazione col crowdfunding, sempre con bookabook, e una generosa segnlazione al Premio Calvino per la miglior opera prima, “Giorni di macaia“, il romanzo di Alessio Mazzolotti amico e regista degli spettacoli di IdF, che nell’intreccio fra epoche diverse, dalla Liguria della Resistenza a quella del G8 2001, all’11 settembre, indaga con curiosità sulla narrazione, provando a dare una risposta a una domanda che accompagna Alessio sin da quando ho scoperto i libri: qual è il prezzo da pagare per scrivere una buona storia?

Visionari e astronauti: quel “vedere la Terra nel suo insieme” indispensabile per riuscire a salvarla

Cosa c’entra un personaggio visionario della controcultura anni Sessanta, che tutti conoscono per una sua frase resa celebre da Steve Jobs, con un fenomeno di percezione che gli scienziati studiano oggi, “The Overview Effect“, di cui sono stati testimoni molti degli astronauti che hanno vissuto sulla stazione spaziale orbitante? Un piacere e un onore aver contribuito con un mio articolo al rapporto curato da Beecofarm, tech hub dell’innovazione nel campo dell’agricoltura, su COP29 conferenza ONU sui cambiamenti climatici conclusa nei giorni scorsi in Azerbaijan. L’ho fatto senza entrare nel merito dei mille problemi che affliggono la Terra, non ne ho la competenza, ma con una riflessione sull’importanza di avere una visione d’insieme del pianeta, per una Nuova Consapevolezza. Il rapporto è disponibile sul sito di Beeconfarm Nei primi anni Sessanta, un personaggio bizzarro girava con una giacca di pelle da nativoamericano e un cilindro in testa per le strade di San Francisco, con sulle spalle un cartellocon la scritta “Cosa aspetta la NASA a pubblicare le foto della terra vista dallo spazio?”.A noi, così abituati oggi alle immagini dallo spazio da satelliti e stazione spaziale orbitante,quel tipo può sembrare un personaggio strampalato, mezzo matto, proprio come loconsideravano i suoi contemporanei. Ma l’idea che Stewart Brand aveva in testa era che quando gli abitanti del pianete avrebberovisto quelle foto, finalmente avrebbero capito. Capito che la Terra è un tutt’uno, dovefrontiere e confini non esistono. Quel tutt’uno affascinante con continenti e mari velatidalle nubi visto dallo spazio però è una sfera sospesa e fragile che va tutelata…Solo da pochi anni gli scienziati stanno studiando un singolare fenomeno di percezionechiamato Overview Effect, testimoniato da diversi astronauti che hanno vissuto sullaStazione Spaziale Orbitante, compreso il nostro Paolo Nespoli: vedere per un periodo laTerra da lontano ha portato in molti di loro un irreversibile mutamento di percezione, laconsapevolezza profonda che il nostro pianeta è un tutt’uno ma sospeso e fragile, che perquesto abbiamo un’enorme responsabilità nel tutelarlo. Che l’intuizione di un personaggio bizzarro sia diventata mezzo secolo dopo un fenomeno dipercezione meritevole di essere studiato è una suggestione preziosa, all’apertura di unCOP29 a Baku che dedicato alle sfide climatiche, con un focus particolare sull’impatto delsettore agroalimentare, affronta un’agenda impressionante per la drammaticità dei problemidel pianeta, dall’energia alla pace, dai cambiamenti climatici all’innovazione. Con un capitoloche tratterà del Capitale Umano: siamo fra i principali artefici dei problemi di degrado madobbiamo avere fiducia nel potenziale di questo patrimonio di conoscenza e creatività pertrovare soluzioni a questi problemi. Resta più che mai importante la “visione d’insieme” evocata dall’Overview Effect edall’intuizione di Stewart Brand, vero personaggio all’incrocio fra tecnologia e controculturacaliforniana (la sua biografia racconta che quella “visione” fu frutto di un trip con l’acido…),oggi ultraottantenne che dopo aver realizzato prima di Internet una serie di leggendarivolumi col titolo “The Whole Earth Catalog” che erano davvero un compendio di conoscenza“in stile Internet” ma su carta, come catalogo “della Terra nel suo insieme”, resta un bizzarrovisionario esploratore del futuro con la fondazione “The Long Now” (fondazione del lungopresente). Ma importante è anche la consapevolezza che questa Complessità che l’IntelligenzaArtificiale sembra aver esasperato ci impone di “aprire la mente” e cambiare prospettiva.Non solo negli stili di vita ormai incompatibili con la sostenibilità, pure nel confronto conquesta Complessità. E se proprio l’Intelligenza Artificiale offre nuovi strumenti dielaborazione, la capacità di trovare soluzioni è affidata oggi più che mai alla creatività delPensiero Laterale, capace di uscire dagli schemi, vedere fili rossi che sono generatidall’intuito, per cavalcare un’onda, quella di una conoscenza e di dati sempre più complessi,che affrontata in modo tradizionale rischia di travolgerci. In “Generalisti”. Perchè una conoscenza allargata, flessibile e trasversale è la chiave delfuturo” (LUISS 2020) il giornalista David Epstein ha raccontato una straordinaria galleria dipersonaggi che hanno saputo trovare soluzioni a problemi complessi spesso consideratiirrisolvibili da superspecialisti del settore, proprio unendo i puntini di campi diversi, quellacontaminazione tra settori del sapere che è richiesta oggi per una visione d’insieme.Da anni col progetto Italiani di Frontiera indago sui segreti del talento italiano. Nonpenso proprio che ci sia una qualche nostrana “superiorità genetica” nel fronteggiare lacomplessità, ci mancherebbe. Ma questo unire i puntini, uscire dagli schemi e “vedere” quel che altri no scorgono, non è proprio solo di geni come Leonardo, Marconi o Federico Faggin,mio mentore che ha firmato il primo microprocessore e inventato la tecnologia touch, primadi esplorare oggi ultraottantenne una nuova frontiera fra scienza e spiritualità.Siamo davvero tutti “nani sulle spalle di un gigante”, la storia che ci ha preceduto, come diceRenzo Piano. E’ il momento di esserne consapevoli, nell’affrontare problemi così complessicon un pizzico di fiducia ed eccentricità in più, nel lasciare percorsi tradizionali perinaugurarne di nuovi, inesplorati. Senza dimenticare le parole d’augurio per il domani chescrisse Stewart Brand nell’ultima pagina dell’ultimo volume del suo catalogo, che incopertina aveva sempre immagini della Terra vista dallo spazio.Brand è meno famoso di chi quelle sue parole d’augurio per il domani, ha immortalato, in un celebre discorso algi studenti dell’UNiversità di Stanford nel 2005, un “certo” Steve Jobs: “Stay Hungry, Stay Foolish”.   Il rapporto è disponibile sul sito di Beeconfarm  

“Frontiere. Lezioni sul futuro dagli italiani del West” in scena il 7 novembre al museo Caffi di Bergamo

Possibile? Possibile che le storie di connazionali che sfidarono nei secoli scorsi la frontiera del West siano d’ispirazione per noi, oggi, per sfidare una frontiera, quella della Complessità, che l’Intelligenza Artificiale ha reso ancor più indecifrabile? E’ quanto propone “Frontiere. Lezioni sul futuro dagli italiani del West”, lo spettacolo che dopo l’esordio nel bellissimo monastero di Astino, Italiani di Frontiera riporta ora in scena giovedì prossimo 7 novembre alle 18 a Bergamo, nell’ambito del festival Produzioni Ininterrotte di Crespi d’Adda, in una sede prestigiosa come il Museo Civico di Scienze Naturali di Bergamo EnricoCaffi, che dedica una splendida esposizione permanente alla collezione di manufatti di nativi americani raccolta da Giacomo Costantino Beltrami, esploratore bergamasco giunto nel 1823 dopo un’incredibile avventura alle sorgenti nord del Mississippi, la cui storia fa da filo conduttore al racconto dello spettacolo. A ispirarlo, l’eccezionale lavoro di ricerca di Cesare Marino, curatore del diario di viaggio di Beltrami, antropologo allo Smithsonian Institution di Washington e autorità mondiale nel campo dei nativi americani. Beltrami seppe “vedere” quel che gli altri non vedevano, con la sensibilità di comprendere cultura e doti artistiche dei nativi americani che esploratori e pionieri consideravano esseri inferiori da sterminare o civilizzare a forza, documentandone usi, costumi e la grande spiritualità. Incompreso dai contemporanei in patria e oltreoceano ( dove solo dopo la morte gli venne intitolata una contea nel Minnesota), ispirò con la sua opera grandi scrittori, che ne attinsero a piene piene mani, come James Fenimore Cooper, autore di “L’ultimo dei Mohicani”, classico della letteratura divenuto anni fa film di grande successo. E’ questa capacità da eccezionali visionari, capaci grazie alla cultura umanistica che si portavano dalla madrepatria di cogliere su quella frontiera quel che gli altri non vedevano, percorrendo strade inesplorate, incompresi e spesso disprezzati dai contemporanei come spesso accade agli innovatori, a caratterizzare i protagonisti dello spettacolo. E oggi più che mai, suggestioni ed emozioni da storie di ieri possono aiutarci a immaginare un domani non da esorcizzare ma da vivere da protagonisti. In scena alla tastiera Alessandro Pavesi, all’arpa Adriano Sangineto, in procinto di partire per una tournèe proprio nel West americano! Grazie per questa opportunità a Giorgio Ravasio direttore del festival, a Marco Valle direttore del museo e a Damiano Airoldi, amico impagabile che con la sua  MMN ancora una volta sostiene l’avventura di Italiani di Frontiera. Ingresso gratuito ma occorre registrarsi al museo (a questo indirizzo mail: infomuseoscienze@comune.bergamo.it), con la possibilità di un eccezionale prologo, una visita guidata (alle 17) alla fantastica collezione Beltrami.

Quelle lezioni sul futuro di Jeff Cabili. Dall’università di Stanford all’Ucraina, anche sotto le bombe

    Davanti aveva sessantasei giovani imprenditori. Stava facendo lezione, quando improvvisamente è suonato un allarme e tutti sono dovuti correre in un garage sotterraneo. A continuare il lavoro. Forse in quel momento non ha pensato al garage che nella sua città, Palo Alto, California, è un monumento. Quello di Hewlett e Packard, con una targa dove molti vanno a fotografarsi, perché ricorda che quello è il luogo di nascita di Silicon Valley. O agli altri garage iconici della Bay Area: quello di Los Altos dove Steve Jobs e Steve Wozniak hanno fatto nascere Apple, quello in cui Sergei Brin e Larry Page hanno lanciato Google, a Menlo Park. «Ma quel garage sotterraneo dove allora mi trovavo era invece nella capitale ucraina e veniva usato come rifugio antiaereo. È lì che ho continuato il mio seminario. Stavo parlando di innovazione e comunicazione, in una città in guerra». È un vulcano di simpatia, creatività e competenza, Jeff Cabili. Siamo amici da anni, mi ha affiancato innumerevoli volte alla guida delle nostre visite con l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour a Stanford University, dove lavora da anni. Jeff è sempre fonte di sorprese. Ma nulla mi ha stupito come il racconto della sua coraggiosa, generosa missione nel creare proprio un anno fa, e tornandoci poi lo scorso maggio, un ponte fra Silicon Valley e un Paese devastato dalla guerra, tenendo diverse lezioni a Kyiv e Lviv (è lui a chiedere di usare la grafia ucraina per Kiev, che è il nome russo, e Leopoli) davanti a startupper, studenti, professori, funzionari governativi, uomini d’affari. Continua a leggere su StartupItalia «Ho continuato sotto terra il seminario che stavo facendo per un folto gruppo di startupper ucraini. Un pugno di giovani visionari. E quello spirito d’intraprendenza l’avevo davanti a me: in una città in guerra, ragazze e ragazzi che pensano a creare il futuro e a come ricostruire, mentre il loro Paese è alle prese con bombe e distruzioni». Se con Italiani di Frontiera da anni insisto nel raccontare come il saper combinare competenze diverse è il vero, prezioso segreto del talento italiano nella sfida alla complessità, beh nessuno incarna questo incrocio meglio di Jeff, a cui piace definirsi «un’insalata mista», cosmopolita uscito da un autentico crogiolo di culture, incroci, viaggi. Padre italiano, mamma greca, Jeff è nato in Egitto e cresciuto in Francia, dove si era diplomato in ingegneria chimica al Politecnico di Grenoble. Voleva proseguire gli studi nel campo del business, per questo si  trasferì negli Stati Uniti, entrando nella prestigiosa Wharton School dell’Università della Pennsylvania a Philadelphia. Il suo sogno però era andare in California, lo realizzò trovando il primo lavoro in HP. Era il 1975, quella prima esperienza di un anno era stato trampolino per sviluppare competenze manageriali e di consulenza nel campo dell’internazionalizzazione per diverse aziende europee e sudamericane (con un anno, tra 1986 e 1987 pure a Milano). Un’attività che alla fine gli ha spianato la strada per un posto di prestigio in California: direttore di Business Development per Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina della Stanford Graduate School of Business/Executive Education. Per una decina di anni Jeff ha girato il mondo promuovendo i corsi che l’ateneo riserva a una élite di professionisti di alto livello, occasione straordinaria di formazione e networking globale. Ma non ha mai dimenticato la sua passione per una disciplina così diversa dal business: l’arte di comunicare con e senza le parole: non solo gesti, mimica, postura, anche il modo di usare la voce, che può dare al contenuto delle parole emozioni e significati diversi. Dopo averlo insegnato a lungo a Stanford, questo è diventato il suo lavoro con How2Captivate, società che ha fondato nel 2015. E che realizza in tutto il mondo corsi e seminari di formazione su “Comunicazione Non verbale (Potere del linguaggio del corpo e della Voce)”, “Storytelling” e “Rendere brillante una presentazione”, per professionisti di ogni settore, particolarmente preziosi per gli startupper. L’INTERVISTA A JEFF CABILI Jeff come hai deciso di partire per un’avventura in Ucraina?È stato un modo per aiutare un Paese in guerra, invece di donazioni ho deciso di andarci a mie spese, Kyiv e Lviv, e contribuire a far comprendere come si fa business in Silicon Valley con lezioni per la comunità di imprenditori, per startupper, per studenti, che arrivavano da diverse parti del Paese. In California, è risaputo, c’è un atteggiamento particolare nei confronti del fallimento, che non è considerato qualcosa di negativo ma fonte di esperienza. Un atteggiamento molto positivo, trasformare in bene qualcosa che è male. Beh, è quel che ho trovato in Ucraina, questa resilienza che hanno le persone, sono molto positive, credono che la guerra non sarà un problema insormontabile, per riuscire e avere successo in futuro, pensano già a come ricostruire con un ottimismo fantastico, sicuri di vincere. Ottimismo e resilienza, senza paura. Persone che già parlano del dopoguerra e vogliono esser pronte per quel momento frequentando lezioni e seminari. E un anno fa, camminando per le strade di Kyiv quasi non si notava che il paese fosse  in guerra, i ristoranti erano pieni. Sino a quando suonava l’allarme, e tutti si infilavano nei bunker sotto terra. Cosa ti ha dato più soddisfazione di questa esperienza?A Kyiv ho fatto diversi seminari. Uno di questi era organizzato da associazioni studentesche a UNIT.City, primo parco tecnologico ucraino, il più grande dell’Europa orientale. Mi sono trovato davanti 430 studenti, che alla fine di due ore di lezione si sono alzati tutti in piedi per applaudirmi. E per la prima volta in vita mia ho avuto una standing ovation di più di di 400 persone. Hai fatto diversi corsi anche in Italia e per startupper italiani in California.Due cose ho notato, con startupper italiani ma pure svizzeri e francesi, nella postura e nell’utilizzo della voce. Tendono a stare davanti allo schermo, cosa che nasconde una parte delle slide. Per questo bisogna stare di lato. Poi la voce: molte volte ho sentito presentazioni a bassa voce ma un volume basso comunica poca fiducia mentre si deve parlare a voce alta e comunicare così sicurezza, che è quel che insegno nello stile di Silicon Valley. È importante essere assertivi e mostrare fiducia in se stessi

Giovanni Miani “Leone Bianco del Nilo”. Esploratore temerario e sfortunato da Rovigo all’Africa

“…Ho fatto scavare una fossa per seppellirmi e i miei servi mi baciano le mani dicendo: Dio voglia che tu non muoia… Addio tante belle speranze, sogni della mia vita. Addio all’Italia per la cui libertà anch’io ho combattuto. I posteri vedranno anche che io ho fatto un viaggio storico. E se anche vivo, ci sono forse compensi a tanti patimenti?”. Sono le ultime parole, scritte nel cuore dell’Africa, del diario di un personaggio straordinario e sconosciuto ai più, soprannominato “Il Leone Bianco del Nilo”. Centocinquantadue anni fa, 1872, si concludeva amaramente l’esistenza di Giovanni Miani, che di vite ne aveva vissute tante. Sino ai 14 anni a Rovigo dov’era nato nel 1810, figlio di padre sconosciuto, un marchio di “figlio bastardo” che gli lasciò un’inesauribile voglia di riscatto. Poi a Venezia dove la madre era al servizio di un facoltoso nobile, Pier Alvise Bragadin, che probabilmente era suo padre e che gli consentì un’educazione principesca, lasciandogli pure una cospicua dote. Da quel momento, le vite di Miani sono all’inseguimento tenace di sogni ambiziosi, mai realizzati. Dopo numerosi viaggi in Europa, il progetto di scrivere una storia universale della musica, sostenuto da Gioacchino Rossini, che gli lascerà, vista l’abilità nel disegno, la capacità di illustrare con eleganza strumenti musicali di ogni Paese. Nel 1848, la breve illusione carbonara di liberarsi del giogo austriaco lo vede tra i difensori di Forte Marghera a Mestre. Poi la fuga per evitare la prigionia. Malta, Costantinopoli ed Egitto. Da quei viaggi l’idea di cercare Ophir, mitica regione ricchissima, citata dalla Bibbia, che sarebbe stata alle sorgenti del Nilo. Dopo un viaggio nel 1857, progetta la prima spedizione, francese, finanziata generosamente da Napoleone III. Un’odissea di caldo, fatica, stenti, animali feroci e ostilità di tribù locali, con cui ha violenti scontri. Ma il suo sguardo da italiano colto cattura impietosamente i risvolti del colonialismo. Gli indigeni sanno essere crudeli ma sono esseri umani che conoscono il bene, la cui vita è stata stravolta dal fiorire del commercio di schiavi, da saccheggi e prostituzione che accompagnano il passaggio di esploratori avidi e spietati, che fanno odiare i bianchi. Al ritorno da una seconda spedizione, veste all’orientale, con turbante e barracano, cose che non lo rende simpatico ai veneziani, ai quali dona 14 casse di reperti tra cui armi, tessuti, minerali, antichità, strumenti musicali, in parte ancora esposti al Museo di Storia Naturale. Nel frattempo, due esploratori inglesi, che probabilmente hanno boicottato la sua spedizione, hanno raggiunto il lago, ribattezzato Victoria, sorgente del Nilo, cosa che lo abbatte profondamente. Il suo terzo viaggio lungo il Nilo bianco, sarà l’ultimo, fatale. Si ammala, vien abbandonato dalla sua carovana. Alcuni esploratori di passaggio lo portano in un villaggio dove un anno dopo, sempre più debole, muore. Dopo una vita dedicata a inseguire obbiettivi ambiziosi, mai raggiunti, per cercare il riscatto del “figlio bastardo” che era stato. Grandi avventure, grandi sconfitte, grande capacità di osservare, raccontare, documentare controcorrente le sofferenze di Paesi lontani. In regioni nel cuore dell’Africa che due secoli dopo sono ancor oggi al centro di conflitti, colossali interessi di sfruttamento, povertà, che rimbalzano sino a casa nostra con il dramma dei profughi. Nel 2022, a 150 anni dalla sua morte, Rovigo gli ha reso omaggio ospitando a Palazzo Roverella una bellissima mostra a lui dedicata,”Giovanni Miani. Il Leone Bianco del Nilo”. Qui sotto invece il video dedicatigli nella ricorrenza dai Musei Civici di Venezia, che espongono molti degli oggetti che Miani portò in patria.

Ci salverà la Curiosità… in un podcast gli intrecci di storie di Italiani di Frontiera

    “Pandemia, Guerre, Emergenza Ambientale… la Complessità sembra sempre più un’onda gigantesca che rischia di travolgerci.  Ma con la tavola giusta, quel che stava per schiacciarci può farci volare, scoprendo significati inattesi in percorsi trasversali, fra storie di ieri e di oggi, preziosi per guardare al domani.  Quel surf si chiama Curiosità…”. All’esordio nelle principali piattaforme, nel canale T-Podcast, casa di produzione del gruppo Triboo,  il primo di dieci episodi di Italiani di Frontiera Podcast. Nel primo capitolo, com’è iniziata l’avventura di famiglia, da “Sixth Saint John (Sesto San Giovanni) a Palo Alto California, facendo tutto da soli per sei mesi di Ispirazione che hanno visto nascere Italiani di Frontiera. Poi l’incontro con i primi due protagonisti, Cesare Marino “antropologo degli indiani” allo Smithsonian Institution di Washington, scopritore di straordinarie storie di connazionali sulla frontiera del Far West, Luca Prasso veterano della grafica digitale, prima a DreamWorks oggi a Google. Due personaggi ideali per svelare i segreti del talento italiano: creatività, versatilità, capacità di combinare competenze, oggi più che mai doti ideali per affrontare un mondo sempre più complesso. Le loro sono le prime di una serie di storie, di ieri e di oggi, preziose per chi deve immaginare il domani.   Questo il libro citato nell’episodio, “Generalisti. Perchè una conoscenza allargata, flessibile e trasversale è la chiave per il futuro” ( David Epstein, LUISS 2020) Visione e ottimismo sono da anni gli ingredienti della la narrazione “eccentrica” di Italiani di Frontiera, che propone dieci episodi della prima stagione di podcast e ha ora  in cantiere un nuovo spettacolo, una web tv… e pure un film. (Nella copertina del podcast, elaborazione di un’illustrazione di Susanna Della Sala, realizzata da Sofia Elisa Suanno). Qui sotto, nello studio di registrazione nel quartier generale di Triboo a Milano Bicocca, con la fantastica squadra di T-Podcast: Stefano Dargenio, Noemi Zago e Fabio Donolato.  

Da Belluno a Berkeley, Federico Dallo e il monitoraggio ambientale aperto ai cittadini

Tutto era iniziato con… delle frittelle e una chiacchierata con studenti di un progetto Scuola-Lavoro… ed è finito a UC Berkeley, Università della California. Federico Dallo, bellunese di Feltre, ha vinto una borsa di studio del prestigioso premio Maria Curie e quell’idea di un monitoraggio a basso costo, sperimentato in alta quota, che fornisca strumenti ai cittadini per partecipare attivamente al controllo ambientale, è piaciuta molto all’università californiana. Federico è tra gli speaker del progetto nella Bay Area di San Francisco “Talent Up Sardegna” di ASPAL – Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro della Regione Autonoma della Sardegna, organizzato da Fondazione Giacomo Brodolini, come partner Italiani di Frontiera e Paolo Privitera. Il video è stato registrato a Venezia nel giugno 2021 poco prima della partenza di Federico all’Università Ca’ Foscari, grazie a Ca’ Foscari Alumni.