“Steve Jobs. L’uomo che ha inventato il futuro”: così Jay Elliot ha presentato a IdF il suo libro

Di libri su Steve Jobs ne sono usciti tanti. Il suo pero’, dice, ha il merito di esser futto non di un’inchiesta a distanza ma di una lunga esperienza diretta, per anni al fianco di quello che ritiene il modello di leader per le nuove generazioni. Parola di Jay Elliot, californiano, gia’ Senior Vice President di Apple, in Italia la primavera scorsa per presentare il suo “Steve Jobs. L’uomo che ha inventato il futuro” (Hoepli). A Milano, dopo un affollato incontro con gli studenti in Bocconi e una presentazione alla Fnac, Elliot si era concesso per un’intervista in esclusiva a Italiani di Frontiera nella sede di Hoepli. Per parlare dei segreti del marketing di Jobs, di cosa della sua immagine pubblica corrisponda alla realta’ e cosa no, della sua prima impressione quando conobbe quel ragazzino che pensava di saperla lunga ed aveva molte idee simili alle sue in materia di personal computer. Infine, della Apple di domani, dopo Jobs. E  di giovani, innovazione e futuro. Una riflessione sul dopo Jobs ancor più preziosa oggi, a pochi giorni dalla scomparsa del fondatore di Apple.

Federico Faggin: il video del premio da Obama, in tv l’intervista in esclusiva per IdF

Federico Faggin, decano degli Italiani di Frontiera e  Top Friend di IdF (grazie per gli incoraggiamenti e le parole di apprezzamento Federico!) e’ stato premiato nelle settimane scorse dal presidente Usa Barack Obama per l’eccezionale contributo come scienziato, come uno die padri del microchip, assieme ai suoi ex colleghi di Intel. Antenna Tre Nord Est giovedi’ scorso ha dedicato la puntata della trasmissione “Versus” al tema della fuga dei cervelli, ospitando il sottoscritto e montando per l’occasione un video inedito, con le immagini, dal sito della Casa Bianca, della premiazione di Faggin, ed estratti dell’intervista in esclusiva a Faggin fatta da IdF in occasione dell’avventura in California.

Faggin premiato da Obama, su IdF le sue straordinarie riflessioni sull’Italia

Federico Faggin, tra i padri del microchip, inventore del touchpad, forse il più noto degli italiani di Silicon Valley, è stato premiato dal presidente Barack Obama con la prestigiosa Medaglia nazionale per la tecnologia e l’innovazione. La notizia rimbalzata sui media italiani, occasione per un’intervista oggi  sul Corriere della Sera. Nessuno come Federico Faggin, incontrato più volte da IdF, era stato lucido nell’analisi dei meccanismi culturali che penalizzano lo sviluppo e chi fa innovazione in Italia. Lo sa bene chi ha assistito ad una delle conferenze di Italiani di Frontiera, in cui compare in un video. In realtà Faggin aveva toccato moltissimi temi nelle lunghe chiacchierate con l’autore di IdF.  Elogiando alla fine la non facile sintesi del suo penisero… Grazie  e complimenti, Federico! Vale la pena per questo di rileggere le preziose riflessioni di Faggin,  che  aveva parlato di conflitti ed egoismi in questo post,  di familismo e nepotismo in quest’altro.

Amici di IdF: Andrea Vaccari under 30 pioniere negli Usa della sociologia digitale

Quando l’avevo incrociato per la prima volta, a Roma a Frontiers of Interaction 2009, l’avevo scambiato per uno studente di belle speranze. Poi mi aveva raccontato con semplicità il suo curriculum, che faceva spavento. Ora Andrea Vaccari, origine veronese svelata da una dolce cadenza,  di anni ne ha 27, e dopo la laurea Summa Cum Laude al Politecnico di Milano in Computer Engineering,  le esperienze da assistente allo stesso Politecnico, poi oltreoceano alla University of Illinois a Chicago, dove ha conseguito un pH.D. in Computer Science, di ricercatore al Massachussetts Institute of Technology a Cambridge (Usa), e al Santa Fe Institute di Santa Fe (Nuovo Messico), ha aggiunto nei mesi scorsi un breve periodo come Software Engineer nella sede Google di New York, prima di tornare all’Università a Chicago. Andrea l’ho incrociato di  nuovo quest’anno a Roma, a Frontiers edizione 2010. Nel video, racconta la sua esperienza d’avanguardia nel campo della sociologia digitale. Esplorando e studiando i comportamenti sociali  attraverso l’utilizzo che facciamo delle nuove tecnologie, dai telefonini al web.

Mind The Bridge 2009-2010: ecco i progetti che andranno a Silicon Valley

Valletta d’eccezione per l’annuncio online da San Francisco di Marco Marinucci sui finalisti di Mind The Bridge 2009-2010. Congratulazioni da Italiani di Frontiera ai progetti che sbarcheranno a Silicon Valley. Auguri di successo anche a tutti gli altri. Un bravo a Marco, che sa abbinare energia mostruosa a leggerezza e ironia. Mica è da tutti…

IdF oggi a Mind The Bridge, l’evento live in streaming. Intervista a Marco Marinucci

Il grande giorno e’ arrivato. Oggi Italiani di Frontiera e’ di scena al prestigioso evento ponte fra Italia-Silicon Valley, Mind The Bridge, nella sede del Corriere della Sera. La presentazione, alle 14.30, con una conferenza multimediale introdotta da Moreno Gentili, curatore del progetto, per la prima volta proporra’ anche lo spot della web tv Italiani di Frontiera, in cantiere in collaborazione con i fantastici ragazzi di Shado.tv, di H-Farm. Tutto l’evento si potra’ seguire online in streaming dal vivo sul sito dell’evento. Concorso di idee con start up italiane in cerca di investitori, le migliori selezionate parteciperanno ad un roadshow oltreoceano davanti ai venture capitalist Usa. Poi convegni e tavole rotonde sui temi dell’impresa, dell’innovazione e dei capitali di ventura. Qui l’annuncio di ieri su Reuters. Ieri sera, pur provato dalle fatiche della vigilia, Marco Marinucci, ingegnere di Google, grande amico di Italiani di Frontiera, ideatore e animatore di Mind The Bridge, ha trovato il tempo per rispondere a qualche domanda. – Quali le principali novità dell’edizione 2009? Avere una partnership su un media primario (RCS/Corriere). L’obiettivo della nostra fondazione e’ avere un impatto rilevante sul sistema Italia. Quindi dobbiamo raggiungere le masse, non solo gli addetti ai lavori. La nostra partnership strategica con il Corriere ci permette questo. Al Venture Camp dello scorso anno abbiamo seminato tra un centinaio di addetti ai lavori. Quest’anno siamo stati costretti a chiudere le prenotazioni all’evento dopo 4 giorni a 340 riservati, con altre migliaia che seguiranno i lavori in streaming su internet. Avrebbero potuto essere 2 o 3 volte tanto. Vuol dire che i temi che trattiamo sono sempre piu’ prioritari in Italia. – Come si è trasformato Mind The Bridge dalla prima edizione? “Ci siamo strutturati. Dopo aver creato una Fondazione con sede a San Francisco, ho creato un Board e una squadra che segue il progetto in Italia. Nel frattempo gli alumni, le startup che sono passate nei cicli precedenti, sono diventate a loro volta gli ambasciatori del progetto, disseminando quello che hanno appreso, nello spirito del “give back”. La viralita’ del progetto era uno dei nostri obbiettivi primari. La seconda novita’ importante e’ offrire uno spazio ed un istanza piu’ lunga in Silicon Valley, attraverso i programmi del MTB Gym“. – La cosa più difficile che hai dovuto fare come organizzatore? “Incastrare una ventina di speaker eccezionali, che fossero allineati con lo spirito della nostra iniziativa, “disruptive” ma, al tempo stesso, costruttiva. Ora il passo successivo, sara’ critico. Cambiare il mind set e potenzialmente le policy perche’ il panorama imprenditoriale italiano possa rinnovarsi radicalmente”. – La sorpresa più bella? “La qualita’ dei progetti che si sono presentati e la risposta dell’audience. Il terreno e’ fertile”. – Come ti immagini di essere sabato, alla fine di tutto? “Tu che dici? Uno straccio, che altro! Ma, come si dice, stanco ma felice della bella giornata”.

Sul NY Times invenzione dell’italiana Wide Tag per monitorare il rumore con iPhone

Il principio di fondo si chiama Internet delle Cose. E cioe’: viviamo in un mondo ormai disseminato di sensori e rilevatori, che interagendo possono darci un monitoraggio prezioso. E’ l’idea sulla quale e’ nata WideTag, start up italiana attiva anche a Silicon Valley. Finita nei giorni scorsi sul New York Times grazie alla sua applicazione per iPhone WideNoisein grado di monitorare l’inquinamento acustico, rilevando i decibel di rumore con il telefonino. Un semplice sensore acustico applicato al microfono del cellulare, puo’ diventare il punto di partenza per un controllo dell’inquinamento acustico a vasto raggio, di un quartiere o di una citta’, nell’interazione tra gli utenti che attivano questa applicazione. Ma la prospettiva e’ di poter estendere questi monitoraggi in tempo reale ai campi piu’ disparati, dall’inquinamento atmosferico ai consumi energetici alle situazione del traffico. Amministratore delegato di WideTag e’ Leandro Agro’, grande amico di Italiani di Frontiera, che ha fondato la societa’ assieme a David Orban e Roberto Ostinelli. Qui l’intervista per Reuters a Leandro, che e’ anche tra gli animatori e organizzatori dello splendido Frontiers of Interaction, che nell’edizione 2009 (rievocata in questo video) ha ospitato a Roma una presentazione di IdF.

Costretti a lasciare Roma per gli Usa da caso di nepotismo, fanno importante scoperta genetica

Per proseguire le loro ricerche avevano dovuto lasciare Roma per gli Usa, dopo aver subito il nepotismo di un primario che, secondo quanto da loro denunciato, li aveva costretti per anni addirittura ad inserire illegittimamente il nome del figlio tra i firmatari delle loro pubblicazioni scientifiche. Ora Antonio Iavarone e Anna Lasorella, marito e moglie, ricercatori napoletani oggi alla Columbia University di New York, hanno annunciato la scoperta del gene che svolge un ruolo chiave nello sviluppo delle cellule staminali e che e’ coinvolto anche nel piu’ aggressivo fra i tumori del cervello, spiegata in un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Developmental Cell. Qui la loro storia in un articolo sul sito di Repubblica, qui altri articoli correlati, nella pagina di Google News. Qui invece l’articolo con la loro denuncia del 2000, dopo aver lasciato il laboratorio nel reparto di oncologia pediatrica del Policlinico Gemelli a Roma. Qui l’intervista ai due ricercatori sul Corriere della Sera. Qui infine un articolo del Corriere della Sera del 2006 su una loro precedente scoperta. Grazie per la segnalazione a Giuseppe Taibi, gia’ protagonista di un post di Italiani di Frontiera.

Marco Battaglia fisico a Berkeley: studiare la materia con vista sul Golden Gate

Come si lavora ad un progetto proiettato nel futuro studiando un passato lontanissimo, in un ufficio con vista sul Golden Gate? All’inizio la produttività crolla nel pomeriggio: quando il sole scende dietro al ponte dandogli i riflessi dorati che gli sono valsi quel nome. E si resta affascinati. Poi ci si abitua, anche se ogni tanto, per un the, si invitano a godere di quello spettacolo naturale studenti normalmente costretti in stanze senza finestre. Perche’ e’ nella natura umana il saper tesaurizzare sui vantaggi. dice Marco Battaglia, padovano cresciuto a Milano. E’ un ufficio dell’Universita’ di Berkeley, quello in cui lavora come fisico sperimentale con specializzazione in fisica delle particelle elementari. Docente a Berkeley dal 2003, Battaglia (attualmente a Ginevra per un anno di permesso sabbatico) e’ membro dello staff scientifico associato al Lawrence Berkeley National Laboratory, il piu’ grande laboratorio nazionale che conduce attività in fisica sia delle particelle sia in altri campi, gestito in collaborazione fra l’Università dellla California e il Department of Energy, l’organismo federale che finanzia attivita’ di ricerca e sviluppo in fisica fondamentale. MAESTRI – Ne ho avuti piu’ di uno. Il primo, Peter Weilhammer, direttore del gruppo di rivelatori alla divisione di fisica sperimentale nel Cern. Entrai nel suo gruppo come Summer Student in un momento particolarmente affascinante ma anche di grande responsabilità mentre si testava un grosso rivelatore. Ogni tanto andavo nel suo ufficio e gli chiedevo un po’ di tempo alla sera, per poter discutere di fisica. La cosa che mi affascinava di lui era che alla fine della conversazione mi chiedeva sempre: “Quando sei entrato da questa porta avevi dei dubbi, ho risposto ai dubbi che avevi?”. E io dicevo di sì, poi tornavo un’ altra volta. Mi è rimasto molto vicino anche se poi ho preso altre strade. UGO AMALDI SCIENZIATO E UMANISTA – La figura fondamentale nella mia formazione di fisico è stata quella di Ugo Amaldi, figlio di Edoardo, il fondatore del Cern. Erede di una dinastia e grandissimo fisico, Ugo Amaldi era a capo dell’esperimento Delphi quando ero al Cern. Un giorno entrai insieme a lui per caso in ascensore. Lui mi guardo’ e mi fece una domanda riguardo un’analisi di cui avevo presentato dei risultati qualche giorno prima. C’erano circa 350 persone attive al Cern nello stesso esperimento, rimasi sconcertato dal fatto che sapesse cosa avevo fatto vedere ad un meeting molto ristretto qualche giorno prima. Mi disse che gli era piaciuta e di andare direttamente nel suo ufficio a parlargli. Cosi’ incominciai. Da allora lo incontrai settimanalmente, è sempre stata per me una figura di riferimento e lo è ancor oggi. Quel che ho sempre amato di lui è la capacità di unire l’attenzione per la fisica e per la natura all’attenzione per l’uomo. Questo fatto che il fisico è una persona globale, non uno al di fuori della società e del contesto umano solo perchè studia dei fenomeni difficili da capire per la maggior parte delle persone. La sua capacità di portare il rigore scientifico anche nel modo di confrontarsi con le persone, soprattutto nel proprio gruppo. Ho passato tantissimo tempo con lui a discutere di temi dalla fisica alla relazione tra religione, fede e scienza. Questo mi ha fatto capire come un grande scienziato risulti essere anche una grande persona. E’ qualcosa che spero di aver dentro e che cerco di trasmettere anche ai giovani studenti. Essere persone complete che guardano al di là della scienza a cui si dedicano è qualcosa che ha a che fare con l’umanesimo. UNIVERSITA’ ITALIANA E AMERICANA – Laureato a Milano, ho poi fatto il dottorato all’Universita’ di Helsinki in Finlandia mentre stavo al Cern. E adesso insegno a Berkeley. Secondo la mia esperienza, l’università italiana sforna fisici ottimi, perchè la preparazione in Italia è estremamente ampia, con conoscenze ad ampio raggio, molto più’ che in quella americana, che forma alcune eccellenze ma proprio per questo dall’inizio porta le persone a specializzarsi, a sapere moltissimo ma di un campo piuttosto ristretto. Ad un corso in parte dedicato alla relativita’, ho suggerito agli studenti un bellissimo libretto di Albert Einstein, “Il significato della realatività”, dove ne parla quasi in termini filosofici. Perche’ devo leggerlo?” mi hanno chiesto diversi, saputo che non era oggetto di esame. APERTURA MENTALE DEGLI ITALIANI – Gli studenti italiani che vengono a lavorare con noi sono generalmente preparati meglio, hanno magari una carenza di profondità su un certo argomento ma l’ampiezza delle loro conoscenze gli permette poi di sopperire studiando un po’ più in quel determinato argomento. Mentre uno studente americano sa tutto di un tema di suo interesse ma di quelli adiacenti generalmente non sa nulla. Per questo, uno studente italiano conoscendo tanti argomenti spesso puo’ raggiungere una sintesi, unire idee da diversi punti e arrivare ad una risposta, cosa che agli studenti americani manca. E questo e’ un aspetto importante. QUASI UN PADRE QUI IL PROFESSORE – Io dei miei studenti conosco i dettagli personali. Se uno di loro ha dei problemi familiari viene da me, come suo docente, a chiedere consiglio e sostegno. Anche se non ha i soldi per pagare l’affitto alla fine del mese, o la retta al campus. Viene e mi chiede: “Può aiutarmi?”. Alcuni chiedono aiuto anche in un momento di crisi. Vengono dicendo: “Non credo in quello che faccio, mi aiuta?”. Effettivamente lo studente americano dà molto, perchè negli anni di studi fa poche cose aldilà di studiare. Però richiede anche molto. E dato l’entusiasmo che ha, noi siamo anche tenuti a dar loro molto. Mi sono sentito davvero in dovere di aiutare molti ragazzi che avevano dei problemi. E capita regolarmente che miei studenti vengano e mi dicano: io voglio fare questa carriera, mi puoi aiutare a fare i passi giusti per arrivare fin là’? STUDENTI ITALIANI “ABBANDONATI” – Purtroppo, dove l’università italiana manca è proprio nel seguire i propri studenti fino a destinazione. L’università americana fa molto per formare i proprio studenti e aiutarli ad avere un profilo in cui poi riescano con