Patrick Consorti: a Silicon Valley per imparare a far business. Consapevoli dei propri punti di forza

Dall’Italia a Silicon Valley per imparare a fare business. Ma senza complessi di inferiorità, consapevoli dei propri punti di forza.. Un confronto fra Sardegna e Bay Area, la consapevolezza di quali sono questi punti di forza “mano destra” (cultura, capacità di socializzare, costi contenuti, molteplicità di talenti, creatività) sforzandosi di combinarli con i potenziali punti deboli “mano sinistra” (rischio, velocità, flessibilità, velocità di crescita, rapporto col danaro). Più una performance che una lezione, quella del mio amico Patrick Consorti, non solo il valore dei contenuti ma la capacità di proporli in modo vivace e creativo, interattivo. “Ok hai un minuto per convincermi: perchè dovrei investire sulla tua startup in Sardegna?” Grande Patrick, nella sessione a a Galvanize San Francisco del progetto TalentUpSardegna ASPAL – Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro. di Regione Autonoma della Sardegna. Un progetto organizzato da Fondazione Giacomo Brodolini, come partner Italiani di Frontiera e l’inarrestabile Paolo Privitera, con i video e le foto di Enrica Cavalli.

Inventori del Futuro: dieci storie di Italiani di Frontiera

Inventori del Futuro è il nuovo format di eventi multimediali interattivi per gli studenti prodotto da Italiani di Frontiera. Video, testimonianze, storie di ieri e di oggi per ispirare i più giovani a diventare con fiducia protagonisti del domani. #InventoridelFuturo         1 – Cristina Dalle Ore astronoma  trevigiana alla NASA che ha collaborato alla missione della sonda New Horizons su Plutone   2 – Roberto Crea chimico calabrese tra gli autori del brevetto dell’insulina artificiale, pietra miliare di tutte le biotecnologie   3 – Ezio Valdevit dal Friuli a Silicon Valley, ex Olivetti pioniere dello Storage Network   4 – Enza Sebastiani  videomaker ad Apple, un video per Steve Jobs   5 – William Kamkwamba sul palco delle conferenze TED. “Il ragazzo che catturò il vento” (2009).   href=”https://italianidifrontiera.com/2014/03/01/da-uno-sgabuzzino-a-cena-a-casa-zukerberg-andrea-vaccari-e-glancee-che-aveva-raccontato-a-idf/”>   6 – Andrea Vaccari da uno sgabuzzino a cena a casa Zukerberg, oggi in Facebook con Glancee   7 –  Roberto Busa gesuita vicentino pioniere dell’informatica Umanistica con IBM e l’Index Thomisticus                                               8 – Lorenzo Thione dal motore di ricerca Bing di Microsoft a un musical a Broadway   Il trailer del musical “Allegiance” di cui Thione è stato fra gli autori e produttori  9 – Federico Faggin padre del microchip e della tecnologia touch: le sue straordinarie riflessioni sull’Italia, la sua battaglia contro il tentativo di Intel di cancellarlo dalla storia del microchip che aveva firmato, la sua intuizione sulla consapevolezza che non ci renderà mai uguali alle macchine.         Il concetto di consapevolezza, nell’uomo e nella materia, nella conferenza di Faggin a Campus Party, Fiera Milano 21 luglio 2017. 10 – Diego Calaon archeologo tra Ca’ Foscari e Stanford: riscrivere la storia di Venezia con i Big Data          Videointervista a Diego Calaon nel campus di Stanford

A Silicon Valley con Italiani di Frontiera. Diario di viaggio di Luca Vignaga, manager HR

Vecchio amico di Italiani di Frontiera, Luca Vignaga direttore Risorse Umane di Marzotto entra a buon diritto nel nostro gruppo di “fulminati sulla via di Silicon Valley”. Patito di IdF,  dopo infiniti incroci ha partecipato al Silicon Valley Study Tour 2015 con Paolo Marenco, diventando  prezioso partner nella promozione e organizzazione di un Tour in collaborazione con AIDP, Associazione Italiana Direttori Personale, di cui è vicepresidente, realizzato tra agosto e settembre. Non solo ha partecipato al Tour con una carica inesauribile, ha intervistato molti degli speaker, stilando poi a caldo un diario di viaggio, ricco di spunti preziosi non solo per i professionisti delle Risorse Umane come lui. E’ un primo importante passo per Italiani di Frontiera, che d’ora in poi sempre più spesso accoglierà contenuti e contributi di amici di IdF. Grazie Luca!      di Luca Vignaga “L’aereo che mi porta da San Francisco a Philadelphia sta a metà del viaggio e il sonno non arriva. È l’occasione giusta per scrivere le prime sensazioni del mio secondo viaggio in Silicon Valley. Nell’Agosto del 2015 avevo deciso di andare a capire che cosa ci fosse di tanto particolare in questa terra arsa, con una storia imparagonabile alla nostra, ma che ha disegnato, fin dagli anni ’30, tutte le più grandi trasformazioni che oggi fanno parte del nostro bagaglio giornaliero. Una terra che già dieci anni fa gli economisti davano per finita, pronta ad essere traslocata in una altra parte del mondo, magari in qualche zona del Far East. E invece questa terra arsa continua a produrre innovazione. Per quale motivo? In quel viaggio mi ero chiesto quanto questo tipo di esperienza fosse utile al mio mestiere di HR e, tornato in Italia, mi ero convinto che potesse avere un senso costruire un percorso in Silicon Valley dedicato a noi HR. Con Paolo Marenco dell’Associazione La Storia nel Futuro, Roberto Bonzio di Italiani di Frontiera e Jeff Capaccio di SVIEC (Silicon Valley Italian Executive Council), siamo passati dall’idea al progetto. Facile è stato poi trovare in AIDP (Associazione Italiana per la Direzione del Personale) un partner dell’iniziativa, tanto che il progetto e diventato realtà in questi giorni con una pattuglia di undici persone dalle esperienze e obbiettivi più diversi. Pianeta innovazione – La Silicon Valley non ha una storia, ma ha una “sua” storia. Affonda le sue radici nei cercatori d’oro di metà dell’800, nei movimenti beat e della contro cultura americana. Senza considerare questo, come spesso ci ha sottolineato Roberto Bonzio, la nostra impareggiabile guida durante il viaggio, non si può entrare in questo mondo. Oggi è una striscia nel nord della California che concentra gran parte della ricerca e dell’innovazione del pianeta. Una striscia fatta di una montagna di soldi dove i cercatori d’oro del XXI secolo si dannano per trovare start up che devono crescere con un picchi di intensità pari solo all’eccitazione che si prova quando ci si innamora. Una striscia dove l’apice dell’iceberg è fatto da aziende come Apple, Facebook, Uber, Airbnb che stanno sulla bocca di tutti; realtà in grado di confondere un po’ le idee perché se certamente queste aziende stanno cambiando la nostra vita, non sono quelle che la cambieranno in profondità. Le Università di Berkeley e Stanford, parte integrante di questo territorio, con i loro laboratori di ricerca, sono i veri giacimenti dell’innovazione. Questione di ossigeno – Qui la guerra è all’ultimo sangue, ed è una guerra non tanto di talenti, ma di manodopera. Certo non sono operai quelli che cercano: sono principalmente ingegneri, softwaristi, designer. È una guerra combattuta con salari folli (e conseguente costo della vita), fatta di ambienti di lavoro che vogliono assumere l’atmosfera della propria casa e benefit che arrivano a non stabilire il numero delle ferie che si può prendere durante l’anno. In realtà, quello che è rilevante non lo si vede ad occhio nudo, lo capisci mettendo insieme i vari racconti. Sì perché la differenza in questa densità di competenze è l’ossigeno che permea tutto questo perimetro. Nelle aziende che abbiamo visitato, nei molteplici incontri che abbiamo avuto, capisci che la differenza la fa la voglia di futuro che c’è in questo luogo. Nessuno si preoccupa in quale posto di lavoro sarà domani perché sa che questa paura non deve tenerla con sé. Da qui una spinta all’imprenditorialità individuale e collettiva che non riesci a misurare. Muoversi in questo ecosistema è come entrare in un acceleratore di particelle (la metafora mi viene facile visto che abbiamo visitato lo SLAC, uno dei più grandi acceleratori al mondo) che ti fa vedere come potrebbe essere il futuro: nanotecnologie, realtà virtuale/aumentata, robot/machine learning, alcune delle grandi trasformazioni che oggi stanno diventando applicazioni quotidiane in grado di cambiare la nostra vita in modo radicale. Italiani di frontiera – Certo, visitare Stanford University, gli Headquarters di Linkedin, Google, Airbnb, e incontrare i colleghi di queste realtà, ti fa comprendere come nella loro people value proposition nulla è lasciato al caso. E’ però negli incontri con Fabrizio Capobianco, inventore di Funambol e ora di Tok.tv, Riccardo di Blasio COO di Cohesity, Marco Palladino ventottenne startupper di Mashape, Flavio Bonomi con la sua Nebbiolo Technologies e Vittorio Viarengo Executive di importanti aziende della Silicon Valley (da VMWare a MobileIron), che capisci come le organizzazioni del futuro potranno riorientarsi. Ho sempre mal sopportato la definizione che ci è stata attribuita di HR Business Partner perché noi o siamo dentro al business o non facciamo il nostro mestiere, quindi non siamo partner di nessuno. Infatti un giro di questo tipo ti porta a fare non solo considerazioni legate agli strumenti HR che usiamo, ma ad essere costruttori del futuro delle nostre aziende. Flashback – Philadelphia è annunciata, per poi ripartire destinazione Venezia; devo chiudere il tavolino. Il tempo per una prima razionalizzazione di questo primo “Italiani di Frontiera Silicon Valley HR tour”, per il momento è finito; in un flashback mi arrivano tutte assieme le immagini di questa intensa settimana che non ci ha lasciato respiro tra meeting, ma anche momenti serali altrettanto interessanti e, in questo caso, divertenti. Come al solito quando vivi così ad alta quota i tuoi compagni di viaggio sono fondamentali per dare tridimensionalità ad una esperienza di questo

Da Pisa a San Francisco, così Andrea Calcagno fa “Volare” grandi marchi col WiFi della sua Cloud4Wi

  “Da Pisa a San Francisco la strada è lunga ma Cloud4Wi sembra volare…” La mia era solo una battuta, prima di scoprire che proprio  Volare fosse il nome del prodotto lanciato dalla startup trapiantata a San Francisco dopo una lunga esperienza professionale in Italia dove era mantenuto una parte dei suoi sviluppatori . Che nei giorni scorsi ha ricevuto altri otto milioni di dollari da due fondi americani e dal fondo italiano United Ventures, che la sostiene dall’inizio. Incrociato qualche mese fa a un evento BAIA a San Francisco, durante l’ultimo Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour, Andrea Calcagno, calabrese con laurea in Ingegneria a Pisa, davanti a una birra mi aveva invitato a visitare la piccola sede con una forte identità made in Italy, in cui si sperimenta con successo un sistema di raccolta dati sulla clientela attraverso il WiFi che oggi è stato adottato da alcuni dei più celebri marchi del pianeta. Una delle cose più importanti per una catena commerciale, spiega Andrea, è riuscire a capire identità, interessi e gusti di chi entra  in negozio, anche se non compra. E lavorare su un cliente magari solo potenziale. Cloud4Wi riesce a farlo senza questionari né moduli da compilare,  offrendo un wi-fi free che permette alle aziende di raccogliere informazioni come email, cellulare, sesso, età, interessi e altro, di analizzare il comportamento dei visitatori e clienti all’interno dei negozi,  coinvolgerli con promozioni e comunicazioni. Definendo attraverso il WiFi il loro profilo, le aziende possono  proporre poi ai clienti promozioni e offerte mirate, con la possibilità di utilizzare con questo bacino di utenti strumenti di analytics e sviluppare strategia di marketing sui social. – Com’è nata l’idea di questa avventura? Da San Francisco, Andrea ha risposto a tempo record  “Circa 30 mesi fa stavamo lavorando a ridisegnare l’esperienza e servizi che si possono erogare sulle reti wi-fi e abbiamo capito che poteva essere una opportunità globale. A quel punto con il mio Co-Founder e CTO, Davide Quadrini, abbiamo fatto una scommessa: giocare questa partita scegliendo la strada più ambiziosa ma anche più difficile, trasferendoci da Pisa a San Francisco dopo aver fatto gli imprenditori per 10 anni in Italia. Questo è stato reso possibile grazie a un team molto coeso rimasto in Italia, persone che ci hanno seguito e all’intervento di United Ventures che ha creduto in noi, grazie a Massimiliano Magrini, nostro Board Member”. – Come mai avete chiamato la vostra piattaforma  “Volare”? “E’ il titolo della canzone di Modugno del 1958… anno simbolo della rinascita dell’Italia del dopoguerra  e una delle canzoni più note in tutto il mondo!” – Ma cosa c’era stato, prima dello sbarco a San Francisco? “Sono un calabrese che ama la sua terra e le sue origini, dopo un percorso universitario in Pisa alla Facoltà di ingegneria come fuori sede, dopo un’esperienza davvero significativa a livello umano e professionale in Tilab (ex CSELT Centro Studi e Laboratori Telecomunicazioni) ho dato vita con alcune persone che fanno parte del progetto Cloud4Wi al primo Spin-Off dell’Università di Pisa nel 2013 e sviluppato altre iniziative imprenditoriali. E’ stato dopo dieci anni passati in Italia  dedicando il mio tempo all’innovazione e mercati complessi come quelli Telco e Enterprise che ho deciso che era il momento di dare vita ad un progetto globale”. – Perchè i vostri servizi sono così interessanti per grandi aziende, molte di fascia alta? “Dopo un 2014  dedicato alla business intelligence, abbiamo capito che il wi-fi è una parte molto importante della trasformazione digitale per catene di ristoranti e centri commerciali. Da qui la scelta di focalizzare la nostra azione e soluzioni in un verticale molto ricco ma molto complesso. Grazie a dei partner specializzati e una soluzione unica nel suo genere, abbiamo acquisito più di 20 Brand nei top 200 Retailer mondiali con progetti globali e progetti nazionali negli Stati Uniti, Inghilterra, Italia, Russia, Sud Africa e Messico. Per alcuni, la nostra piattaforma eroga servizi wi-fi da Hong Kong a Los Angeles. Marchi Burger King, MacDonald, Armani, Zegna, Prada, Bulgari, Liverpool, Clarks, Aldi, Ikea, Ferrovie dello Stato e tanti altri utilizzano la piattaforma Volare”. – E l’impegno in campo finanziario? “Lo scorso ottobre abbiamo ritenuto fosse il momento giusto per arrivare a ottenere nuovi fondi che ci consentissero di realizzare il secondo step per la compagnia: quello di accelerare la crescita in alcuni mercati, ampliare il management e consolidare team e prodotto. Abbiamo lavorato non solo a raccogliere nuovi fondi ma a scegliere il Venture Capital che potesse rappresentare un completamento importante in Silicon Valley.  In questo finanziamento da 8 milioni oltre all’impegno di United Ventures che conferma Cloud4Wi come un suo investimento chiave, abbiamo ottenuto l’intervento di Opus Capitale e il coinvolgimento diretto di Gill Cogan, nostro Board Member, uno dei padri dei VC in Silicon Valley. Ma per il successo di una start-up i soldi non sono sufficienti. Serve molto di più”. – C’è qualcosa di personale, legato al tuo passato, a un momento d’ispirazione particolare, che è poi evoluto in questo progetto?  “Sicuramente l’ambizione di giocare ad alto livello una partita alla pari e di volere uscire da un contesto come quello Italiano”. – C’è stata una persona in particolare alla quale sei riconoscente?  “No, sono state molte. Sono le persone che hanno creduto e credono nel progetto. Sicuramente il mio co-founder e CTO Davide Quadrini è stato una figura chiave. Sono riconoscente a Massimiliano Magrini e United Ventures, che si sono presi il rischio e la responsabilità di credere in noi,  al team di WiTech, primo spin-off e dell’Università di Pisa, azienda fondata con Davide e altri, che ci hanno permesso di iniziare questa avventura come loro spin-out”. – Quali gli ostacoli più grossi e quali le opportunità inattese sulla vostra strada? Gli ostacoli fanno parte della nostra quotidianità e ora è il momento di implementare la nostra seconda fase di vita, conquistando una leadership in mercati chiave attraverso un processo di crescita in termine di team, prodotto e cultura aziendale. – Cosa ti aspettavi e cosa ti ha invece sorpreso dell’avventura a Silicon Valley? “Mi

Italiani i più pessimisti al mondo, dice indagine di fine 2015 WIN/Gallup. No, non stiamo peggio di tutti: abbiamo bisogno di una Rivoluzione Culturale

Questo post è stato pubblicato su Linkiesta con il titolo: L’Italia dei musi lunghi. Siamo più pessimisti di greci, iracheni e palestinesi Ma è mai possibile che il record portato a casa nell’ultimo giorno dell’anno sia quello di popolo più pessimista del pianeta? Possibile che riusciamo a formulare per il nostro futuro previsioni più negative di altri alle prese con situazioni forse più gravi come iracheni, greci e palestinesi? Eppure la 39° Indagine di fine anno 2015 sulla felicità nel mondo diffusa alla mezzanotte del 30 dicembre da WIN/Gallup International e condotta interpellando un campione di 66.040 persone di 68 Paesi, assegna proprio all’Italia una scomoda maglia nera. A dirsi felici quest’anno sono stati il 66% degli interpellati (in lieve calo dal 70% del 2014). A dichiararsi infelice è stato il 10% (in aumento del 4% rispetto al 2014), cosa che ha indotto i ricercatori a definire un “indice netto” di felicità globale del 56%. A guardare con ottimismo alle prospettive economiche del 2016 è il 45% degli interpellati, più 3% sul 2014, più del doppio del 22% dei pessimisti. Ma se l’indice di felicità vede in testa Colombia (85%), Figi e Arabia Saudita (82%) , in coda Iraq (- 12%) Tunisia (7%) e Grecia (9%), è la classifica che combina ottimismo e felicità a penalizzarci: in testa Bangladesh (74%), Cina (70%) e Nigeria (68%). In coda, prima dei pessimisti/infelici proprio gli italiani  (-37%), peggio di irakeni (-35%), greci (- 28%) e palestinesi dei Territori Occupati (-27%), con un indice globale del 54% di ottimisti contro un 16% di pessimisti. Ora, pur muovendoci su un terreno scivoloso, visto che sventolare la bandiera dell’ottimismo è stato per anni monopolio dai leader politici, passando agevolmente di mano da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi, lo vogliamo dire che questo primato dei musi lunghi è davvero esagerato? Possiamo finalmente provare a domandarci se in un mondo sempre più complicato, oltre a problemi e difficoltà innegabili, che non sono però un’esclusiva del BelPaese, forse questo guardare al futuro sempre a tinte fosche non è realismo impietoso ma ha anche una matrice culturale? E forse l’avventura di Italiani di Frontiera, che gira tutta l’Italia e torna periodicamente a Silicon Valley, incontrando persone fantastiche di qua e di là dell’oceano, aiuta a capirne le ragioni. ALLINEARSI ALL’OPINIONE RICORRENTE Attento studioso dei nuovi fenomeni sociali, vecchio amico di IdF e compagno di viaggio un paio d’anni fa in uno degli Italiani di Frontiera Silicon Valey Tour, Davide Bennato, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi e Sociologia dei media digitali all’Università di Catania sottolinea a questo proposito l’importanza della cosiddetta Spirale del Silenzio. Una teoria che analizzando il potere persuasivo dei mass media, tv in particolare, gli riconosce la forza di enfatizzare i messaggi prevalenti. In sostanza, un singolo interpellato per un’indagine sarebbe indotto ad allinearsi a quello che è il messaggio che ritiene condiviso dalla maggioranza, in questo caso una prospettiva negativa per il proprio Paese. Difficile confutare il fatto che siano le cattive notizie a dominare nell’informazione quotidiana, rimbalzando da tutto il pianeta. E certo individuare e denunciare problemi, drammi e disservizi è doveroso e sacrosanto. Ma c’è molto altro, in questa esasperata propensione nostrana al pessimismo, che forse alla fine dell’anno, con i buoni propositi per il 2016, dovremmo finalmente affrontare senza timore di impantanarsi in duelli fra gufi e iperottimisti. POCO PROBLEM SOLVING, TROPPO “PROBLEM CREATING” Nel Paese che diede i natali a un personaggio capace di coniugare come nessun altro cultura umanistica, scienza e tecnologia, un certo Leonardo, che continua a sfornare oggi straordinari talenti capaci di affrontare con successo le mille sfide dell’innovazione e della conoscenza, combinando competenze diverse, per questo corteggiati e contesi in tutto il mondo, ebbene in questo Paese nel 2015 che volge al termine l’attenzione e l’ammirazione per chi risolve problemi è crea soluzioni è scostante, distratta, infinitamente minore rispetto a quella che si dedica a chi i problemi li denuncia, magari urlando, spesso col dito accusatorio puntato contro qualcun altro, che ha tutte le coppe e a cui spetta trovare soluzioni. Mentre il mondo dell’innovazione, da quello delle startup al movimento dei makers, corre celebrando la cultura del “problem solving”, noi siamo ancora zavorrati al “problem creating”, rivoli infiniti di potere e sottopotere che sopravvivono grazie alla complicazione e a ostacoli insulsi che nascondono microrendite di posizione. Con una parte di intellettuali e opinion makers specializzati solo nel criticare e denunciare (compito prezioso, ci mancherebbe) ma spesso del tutto indifferenti, se non diffidenti, nei confronti di chi crea costantemente soluzioni, attraverso nuovi prodotti o nuovi sistemi che migliorano la nostra quotidianità, specie se queste soluzioni sono fuori dagli schemi o contraddicono pregiudizi ideologici. Forse è per questo che nella vetrina dei media chi grida, chi celebra quella che Julio Velasco, allenatore e guru, ha ben definito “cultura degli alibi” (è sempre colpa di qualcun altro”) la fa da protagonista, mentre chi inventa o risolve non merita attenzione.  Questa propensione a veder nero nasconde una crisi profonda e irreversibile. Non dell’Italia, che non è affatto votata a una decadenza senza speranza come troppi sostengono. Ma di modelli culturali attraverso i quali, per troppo tempo, troppe persone hanno interpretato il mondo. E che a mio giudizio stanno franando. IL FAMILISMO AMORALE CHE ANCORA CI AFFLIGGE Questi modelli sono alla base di quello che negli anni Cinquanta un celebre studio di Edward C. Banfield definì familismo amorale e del quale non ci siamo ancora liberati. L’idea cioè di poter favorire con vantaggi di breve termine i membri della propria cerchia, a scapito degli altri, con l’idea che tutti si comportino allo stesso modo. Uno sperpero che in un mondo sempre più Villaggio Globale non ci possiamo più permettere. In un Paese che a oltre 150 anni dall’unità ancora fatica a riconoscersi in un’identità condivisa, in valori quali meritocrazia, senso civico e responsabilità individuale, retaggio della cultura protestante, le due matrici culturali principali che permeano la società, quella cristiano cattolica e quella socialista comunista, ci hanno assuefatti a diffidare dell’iniziativa individuale e a

Lavorare nell’azienda che cresce più rapidamente al mondo: Vittorio Viarengo racconta la sua avventura a MobileIron

Quella in cui lavora oggi è l’azienda hi tech americana che secondo Deloitte è cresciuta più rapidamente negli ultimi cinque anni, in pratica la più veloce in tutto il mondo. Tra i  protagonisti di Italiani di Frontiera, Vittorio Viarengo, ingegnere genovese oggi a MobileIron,  è pure uno degli ospiti fissi dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour (che riparte a fine aprile con la prima edizione 2015), evangelist impareggiabile per verve ed eccentricità nello svelare i segreti della Bay Area. In questa intervista esclusiva, Vittorio svela invece i segreti dell’azienda in cui lavora, spiegando come è riuscita a registrare una crescita senza confronti, anche nella culla mondiale dell’innovazione. – Quali sono in sintesi le cifre del boom e del record di MobileIron? “E’ l’azienda cresciuta più rapidamente al mondo fra 2009 e 2013. Da 0 a 100 milioni di fatturato in 4 anni (Microsoft ci ha messo 9 anni ad arrivare a 50). Da 0 a 7500 clienti in meno di 5 anni. Una delle migliori piccole e medie aziende per cui lavorare. Siamo andati in Borsa lo scorso giugno, stiamo ancora crescendo del 50% anno su anno: per noi il problema più grosso è trovare personale da assumere…”. – Cosa fa MobileIron? E quale tendenza ha intercettato, per avere un tale successo? “I dispositivi mobili stanno cambiando radicalmente il mondo sia nella nostra vita privata che in azienda. È la più grossa trasformazione tecnologica dall’avvento del web. La piattaforma MobileIron mette in sicurezza i dati aziendali su qualsiasi smartphone e tablet moderno. In un mondo dove ormai ci sono più di 500 milioni di dispositivi mobile inutilizzati in azienda, MobileIron permette ai dipendenti di essere produttivi sul lavoro utilizzando lo smartphone o tablet che preferiscono e allo stesso tempo fornisce al team IT gli strumenti necessari per proteggere dati e applicazioni aziendali. Il modello di sicurezza mobile introdotto da MobileIron fin dal 2009 (mobile device management o MDM) sarà adottato anche da Microsoft Windows 10 e Gartner prevede che nel 2020 questo sarà il modello di sicurezza e gestione dominante nelle aziende di tutto il mondo”. – Quali le caratteristiche che più distinguono l’azienda dalle altre di Silicon Valley? “Direi che invece abbiamo molte caratteristiche in comune con le migliori aziende qui intorno: siamo fanatici nel cercare le persone migliori e creare un ambiente dove possano dare il meglio di loro stessi, abbiamo creato un prodotto “disruptive” (dirompente) che sta cambiando il modo in cui i dipendenti lavorano in azienda, utilizzando il loro smartphone o tablet preferito, lavoriamo con intensità e senso di grande urgenza. E tutti i giovedì con un pranzo gratis c’è un Company meeting, per parlare di cosa va bene e di cosa va male (intellectual honesty0 TUTTI i giovedi’ (con free lunch). – Ma dietro ai numeri ci sta di sicuro un modo di pensare… ci sono alcune parole chiave? “I nostri valori aziendali che pratichiamo a partire dall’executive team. Usiamo questi valori per valutare le persone che assumiamo, promuoviamo e licenziamo: Customer First (Prima il cliente) Intellectual Honesty (Onestà Intellettuale) Tenacity (Tenacia) Teamwork with Low Ego (Spirito di squadra con basso egocentrismo) Learning (Imparare) Practicality (Praticità)”. – C’è qualcosa di “Italian Style” che caratterizza il tuo ruolo professionale in azienda? “Certamente. Anche se ormai sono molto americanizzato, porto comunque con me tradizioni e cultura che permeano la mia vita lavorativa. Per esempio, in un mondo dove si lavora molto e a ritmi vorticosi, mi assicuro che  membri del mio team abbiano occasione di ricaricare le pile nel fine settimana ed in vacanza. Cucino spesso per il mio team e cerco di forzarli a fare la pausa pranzo e mangiare in compagnia e non di fronte al loro computer. E poi non può mancare la macchina per l’espresso. Qui sto ancora cercando di educare I colleghi e colleghe a vedere la pausa caffè come un’occasione di socializzazione, ma con scarso successo. Loro preferiscono portarsi il caffe’ alla scrivania e berlo mentre lavorano…”. – Cosa di questa esperienza ti sentiresti di indicare come modello, per le aziende italiane? “Faccio sempre fatica a dare consigli ad aziende al di fuori della Silicon Valley perchè non ho esperienza diretta nel lavorare altrove (manco dall’Italia da 17 anni). Però penso che creassi una ditta altrove applicherei comunque alcune formule di cui parlo del mio seminario sull’innovazione che tu conosci bene: assumi gente brava e togliti dai piedi, dai spazio specialmente ai giovani, non punire chi sbaglia perché prende dei rischi e prova soluzione nuove, abbandona ogni speranza a vantaggio di piano concreti”. – E cosa invece ritieni dovrebbe essere di ispirazione per il nostro Paese, quali suggerimenti ad esempio per il capo del governo italiano, al quale hai dedicato di recente un video? “Tutto quello che volevo dire a Renzi, l’ho registrato nel video messaggio… Se fallisce nello snellire la burocrazia in Italia, sarà difficile attrarre investimenti privati e far ripartire l’occupazione. Lui lo sa. Tutti lo sanno. Devono solo mettere da parte ideologie anacronistiche e ‘get stuff done’. E se l’Italia non investe nei giovani, non c’e’ futuro. Punto”. – Di cosa dovremmo finalmente liberarci? “E’ difficilissimo cambiare la cultura di una azienda privata, figuriamoci di un Paese con una storia di 3000 anni. Se proprio devo scegliere due cose direi: 1 – L’abitudine di piangersi addosso e sperare nel fallimento altrui 2 –Il puntare su passione, inventiva e talento, quando invece occorre focalizzarsi molto di più sulla pianificazione e l’esecuzione. C’e’ una nuova scuola di pensiero che sostiene che il talento non esista  e che non si debba seguire le proprie passioni bensì diventare bravissimi nel proprio campo, che di conseguenza diventerà una passione. Io ci credo molto in base alla mia esperienza personale e ne ho fatto la filosofia di vita: il fare invece dello sperare”. – Quale dote nascosta e magari mortificata vedi, nell’Italia in crisi, che potrebbe trasformarsi in carta vincente? “Ogni secondo che perdiamo a lamentarci di quello che non funziona, è un secondo perso nel lavorare ad una soluzione”.   Qui la videointervista in cui Vittorio racconta a Italiani

IdF in Franciacorta per un seminario inedito con top manager internazionali Pirelli

  Sfidare le Frontiere, Think out of the Box, Credere nelle proprie Folli Idee, Sognare e raccontare il sogno… Le parole chiave di Italiani di Frontiera saranno il filo conduttore di un evento con un formato inedito: un seminario di due ore organizzato in collaborazione con Adecco, in programma oggi lunedì 27 ottobre in Franciacorta con un gruppo di manager internazionali Pirelli. Una narrazione con una formula sperimentale per IdF, con storie e idee che daranno spunti a Giuliano Menassi, Senior Vice President Manufacturing del gruppo milanese, per un workshop davanti ad un gruppo di eccellenza, i Country Manager di una ventina di Paesi. Un lavoro a quattro mani… al quale se ne aggiungeranno altre due, quelle di Orazio Attanasio, fido compagno di avventure su tanti palchi, che accompagnerà alla chitarra il seminario organizzato in collaborazione con Adecco (grazie Fabrizio Mori HR Training Manager) , che promette di essere davvero Out of the Box…

IdF Tour incontra Vittorio Viarengo (MobileIron), poi dal garage alla sede del colosso HP

  E’ da sempre uno degli speaker di maggior impatto, per i partecipanti ai Tour del passato, Vittorio Viarengo, ingegnere Out of the Box passato da VmWare a MobileIron, che l’ha chiamato a occuparsi di qualcosa che non aveva mai fatto: marketing. Lasciare un colosso affermato per rimettersi in gioco in una startup lanciatissima, accettare la sfida, capire a fondo la filosofia e i segreti di Silicon Valley… Siamo tornati pure con l’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2014 da Vittorio, che si era raccontato in una breve intervista a IdF lo scorso anno.   I contenuti sempre di forte impatto dello speech di Vittorio si possono ritrovare in un video realizzato in occasione della recente visita a San Francisco del premier Matteo Renzi,  I segreti della Silicon Valley, girato rivolgendosi direttamente a Renzi, una sintesi di quella che è la sua presentazione classica, pur sempre in progress.   Partenza per una meta d’obbligo, nei Tour, il garage di Hewlett e Packard, Palo Alto Addison Avenue, dove i due ingegneri neolaureati a Stanford, negli anni Trenta lanciarono le basi di quello che è oggi un colosso, un po’ in difficoltà. Mitragliata di foto davanti a quella che è considerato il vero luogo di nascita della Silicon Valley…… poco dopo entriamo (per me è la prima volta) nella sede del colosso HP. Colosso alle prese con una vera crisi di crescita, ci spiega con due colleghi Andrea Fabrizi, ingegnere romano che dirige una sezione che si occupa di Big Data e Analytics. In una valle in cui giganti come Google e Facebook hanno una storia recente e sono cresciuti all’insegna della velocità,, HP ha sofferto il fatto di abbinare a profitti ancora colossali di attività consolidate una strategia poco omogenea, seguendo i due settori del business rivolto ai consumatori e quello per le aziende, questo il motivo che l’ha indotta proprio nei giorni scorsi a una separazione storica fra le due divisioni.  

Dopo il viaggio a Silicon Valley, il Tour prosegue a caccia di idee innovative in libreria

Finito da poco l’Italiani di Frontiera Slicon Valley Tour 2014, mi rendo conto che oggi più che mai questo percorso fra Italia e Silicon Valley è un ponte di andata e ritorno. Storie di persone che dall’esperienza nella culla mondiale dell’innovazione hanno tratto ispirazione per affrontare nuove avventure in patria, un flusso sempre più intenso di suggestioni e conoscenze che coinvolge sempre più persone che il viaggio ancora non l’hanno fatto. E allora, come condividere più a fondo questa esperienza con chi non c’è stato, come coltivarla e nutrirla con chi è appena tornato? Ecco le letture che Italiani di Frontiera si sente di suggerire. Nessun libro esamina in profondità le ragioni che fanno di quell’angolo della California il territorio di sperimentazione del pensiero occidentale (dalla contestazione all’ecologismo, dalla New Age alla riscoperta delle religioni orientali) meglio del bellissimo  Hippie.com, la New Economy e la controcultura californiana  (Vita e Pensiero, Enrico Beltramini), scritto da un prezioso amico di IdF. Non si capisce Silicon Valley e la sua propensione alla ricerca e al cambiamento senza ripercorrere la storia del territorio, dalla Corsa all’Oro alla ricostruzione dopo il terremoto del 1906 all’Utopia di un’America diversa inseguita da Beat Generation e movimento hippie. Divertente, nello spiegare in modo brillante come la controcultura abbia segnato a fondo anche il mondo della ricerca scientifica rigenerandola, Come gli hippie hanno salvato la fisica (Castelvecchi, David Kaiser) Per i maniaci (come il sottoscritto) disposti a inseguire quelle suggestioni di controcultura fra le strade in pendenza di North Beach, quartiere italiano che ne fu la culla, preziosa la- Guida Beat di San Francisco (Cooper, Bill Morgan), con una straordinaria introduzione di Lawrence Ferlinghetti che da sola spiega benissimo l’utopia che ispira l’anima della città. E chi incarna la figura di un ex hippie trasformatosi in imprenditore visionario, meglio del fondatore di Apple? Silicon Valley è ovviamente lo sfondo della biografia  Steve Jobs (Mondadori, Walter Isaacson), ricchissima, meticolosa, a tratti persino impietosa nel descrivere i risvolti meno piacevoli del carattere di un personaggio geniale e controverso. Silicon Valley insegna l’importanza del pensiero controcorrente. E il best seller che spiazza, esortando a dimenticare analisi e previsioni e guardare al futuro con la flessibilità necessaria per adattarsi all’imprevedibile è Il cigno nero come l’improbabile governa la nostra vita (Il Saggiatore, Nassim Nicolas Taleb). Cigno nero come metafora di quel che esiste ma non conosciamo, visto che prima di arrivare in Australia, gli europei pensavano che i cigni fossero solo bianchi…   E controcorrente rispetto alle previsioni sono anche le dinamiche che consentono di conquistare il mercato. Non le campagne pubblicitarie ma il passaparola virale,  spiega Contagioso, perché un’idea e un prodotto hanno successo e si diffondono (Sperling & Kupfer, Jonah Berger), il libro raccomandato anche da  un Italiano di Frontiera di successo di recente protagonista di due venti IdF a Como e Milano: Lorenzo Thione. Da un giovane ricercatore italiano di Berkeley, una riflessione che allarga invece l’orizzonte a una scala globale, su come l’innovazione sia motore di occupazione. E’ stato considerato Libro di Economia dell’Anno 2013 dalla rivista Forbes,  La nuova geografia del lavoro (Mondadori, Enrico Moretti), raccomandato da un altro vecchio amico di IdF, Leandro Agrò. “Capire perché le differenze economiche tra città e regioni, anziché diminuire — com’era nelle attese di molti -, continuano ad aumentare, e perché le imprese e i lavoratori più creativi si siano concentrati in determinati luoghi e non in altri, è di vitale importanza per decifrare e orientare il futuro della nostra economia”, scrive Moretti. Uno dei pilastri di Silicon Valley è la cultura del fallimento, ripete IdF: rischiare, fallire e riprovare.. non c’è innovazione senza questo percorso. E’ quel che analizza uno dei libri che più  hanno segnato questo progetto, il bellissimo Elogio dell’errore, perché i grandi successi iniziano sempre con un fallimento (Sperling & Kupfer, Tim Harford), al centro di questa bellissima conferenza TED . Due titoli infine di due dei più celebri guru del pensiero innovativo.  In un batter di ciglia (Mondadori, Malcolm Gladwell) fra mille aneddoti indaga sul potere del pensiero intuitivo, scelte azzeccate in momenti critici che sono ispirate da una conoscenza d’istinto, spesso vincenti su meccanismi di decisione più elaborati  farraginosi. Nell’era dell’economia della connessione, i consigli alla prudenza non hanno più senso, occorre uscire dalla comfort zone, essere rapidi, guardare lontano, rischiare e volare alto,  dice Quel pollo di Icaro, Come volare alto senza bruciarsi le ali (Mondadori, Seth Godin). Un motivo in più, per programmare un viaggio a San Francisco? Forse sì. Con in tasca la guida più essenziale, Top 10 San Francisco (Mondadori), prezioso compendio di luoghi, storie e persone, anche per chi è già tornato. O sogna di andrai in giorno. Possibile chiudere questa galleria senza una… cavalcata nel West, con la biografia di uno dei personaggi simbolo di Italiani di Frontiera, con le rocambolesche avventure di Carlo Camillo di Rudio, conte bellunese sopravvissuto a Little Bighorn e sepolto a San Francisco, davanti al Golden Gate Bridge? E dunque Dal Piave al Little Bighorn (Alessandro Tarantola editore, Cesare Marino), con introduzione del sottoscritto. Nei giorni scorsi siamo tornati su quella tomba, durante un tour in bicicletta sul ponte sino a Sausalito (foto in alto il ritorno con il ferry), per render omaggio al conte, prima di portare in dono il bel libro di Cesare Marino (con mia introduzione) a un altro prezioso amico di IdF, Mauro Battocchi, console generale d’Italia a San Francisco.

Vigilia del Silicon Valley Tour: una giornata con Silvia Giordani, che studia … il “dopo silicio

  “Per fare scoperte di un certo calibro bisogna rischiare”. San Francisco, nuvole, pioggia… e straordinarie coincidenze. Cosa poteva esserci di migliore, per trascorrere la vigilia dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2014 di una giornata con un’Italiana di Frontiera che sta preparando l’era… del dopo silicio.. e che per caso in questi giorni è proprio a San Francisco? Silvia Giordani è una ricercatrice bergamasca con un curriculum “da urlo”. Laurea in chimica farmaceutica all’Università di Milano, dottorato all’Università di Miami, poi tre anni alla Scuola di Fisica del Trinity College a Dublino, un anno All’Università di Trieste, poi ritorno a Dublino alla guida di un centro di ricerca in nanotecnologie. Nel frattempo, una sfilza di pubblicazioni e di premi internazionali (fra i quali L’Oréal UK & Ireland Fellowship For Women in Science e Rotary International Paul Harris Fellow Award). Da sei mesi Silvia è tornata in Italia, alla guida di un laboratorio dell’Istituto Italiano di Tecnologia a Genova, dove si occupa di nanotecnologie basate sul carbonio. Nuova frontiera nel campo della medicina ma non solo, visto che sui nuovi materiali lavora da anni anche l’industria dei computer, nella convinzione che ormai la curva costante di miglioramento delle prestazioni del silicio nei microprocessori sia vicina all’apice. Il bello è che dopo esserci conosciuti a Orientagiovani Confindustria 2012 a Firenze dove eravamo entrambi speaker, davanti a mille studenti nel Nuovo Teatro dell’Opera, con Silvia tutti i tentativi di incontrarci di nuovo erano falliti… ma stavolta è bastato Facebook e la coincidenza di trovarla proprio a San Francisco, al termine di un convegno internazionale sui materiali che ha seguito da relatrice. Silvia è una “spacciatrice” di idee, ha una vera e propria… incontinenza di progetti scientifici, e non solo nei campi in cui lavora… ma è soprattutto un mentore straordinario. Anche durante gli anni di Dublino ha perseguito il suo progetto di formazione e promozione di giovani di talento tenendo periodicamente lezioni nell’ITIS di Bergamo in cui si era diplomata, poi portando alcuni dei ragazzi più promettenti al suo fianco in grandi eventi, sino a trasformare una di loro in speaker in una conferenza internazionale davanti ad una platea sterminata! Brava Silvia, si chiama “Give Back”, è la base per costruire il futuro ma in Italia ancora troppo pochi l’hanno capito. Ma Italiani di Frontiera ha qualche idea in proposito, per coinvolgere pure Lorenzo Thione, Vincenzo Di Nicola, Vito Lomele…   Con Silvia lunga passeggiata sotto la pioggia, poi pranzo thailandese con il grande Franco Folini, Top IdF Friend, fra i primi intervistati da Italiani di Frontiera nel 2008 e visita alla sua Novedge. Poi camminata in centro città, Chinatown e North Beach fino ad uno dei locali più suggestivi, il leggendario Caffè Trieste, tempio della Beat Generation, per incontrare Giacomo Ghiraldo, da poco incrociato alla conferenza IdF a Padova  e Diego Echecopar, fondatore di SV Links che si occupano a loro volta di portare imprenditori a Silicon Valley, soprattutto dal Sudamerica. Il gran finale con un risotto nella “tana” di Italiani di Frontiera a San Francisco, la casa di Felice Bonardi e Sabrina Bellotti, ingegneri software di inesauribile curiosità che con le idee e i progetti di Silvia hanno trovato pane per i loro denti… Giornata da incorniciare, Silvia dopo un giro turistico della città domani torna in Italia ma di sicuro la collaborazione con IdF è appena cominciata… E domani intanto arriva la mia banda… l’Italiani di Frontier Silicon Valley Tour 2014 sta per partire! Con Silvia Giordani, Sabrina Bellotti e Felice Bonardi