Mensile Diario elogia il progetto IdF “Catalogo dell’ottimismo creativo e intelligente”

“Il catalogo dell’ottimismo creativo e intelligente di un’Italia apolide e generosa… e il pubblico assorbe adrenalina, dimentica la crisi e riorienta i pensieri“. Parole niente male, quelle usate da Manuela Gandini, giornalista, curatrice e critica d’arte contemporanea, per descrivere i contenuti della presentazione multimediale di Italiani di Frontiera, nel suo lungo pezzo dedicato a questo progetto, pubblicato sul numero di agosto del mensile Diario, da pochi giorni in edicola. “Presente e passato assumono lo stesso peso e si fondono. Campi di battaglia e laboratori informatici, istituti di ricerca, banche, terremoti musica e brands formano un unico affresco che pullula di gente out of the box, fuori dagli schemi“, si legge ancora nell’articolo. Un grazie a Diario ed a Manuela in particolare, che nel suo articolo appassionato oltre all’autore ed al curatore del progetto, Moreno Gentili, ha ricordato tra gli Italiani di Frontiera di oggi Cesare Marino, Enrico Beltramini, Roberto Crea, Federico Faggin, Guido Radaelli e Francesco Lemmi, dopo aver rievocato le storie, tra quelli di ieri, di Amadeo Peter Giannini, Carlo Camillo di Rudio e Carlo Gentile.

“Yes we could!”, IdF con Cesare Marino ospite della fantastica H-Farm, tra campagna e hi tech

Yes we could! Si’ che potremmo essere un Paese fantastico. Dove le radici di un passato unico non sono ingombrante eredita’ ma solide fondamenta, inimitabile vantaggio competitivo per pensare il futuro con creativita’. Un Paese dove fior di imprenditori e investitori da Silicon Valley potrebbero venire non per turismo ma per studiare come si fa. Passeggiando tra casali immersi nella campagna per immaginare opportunita’ e business di domani… Per Italiani di Frontiera e’ giunta l’altro ieri l’occasione a lungo attesa, una presentazione nella fantastica H-Farm fondata da Riccardo Donadon, oggi venture partner assieme a Maurizio Rossi. Incubatore di idee e business, a cui fornisce risorse e una location davvero unica, H-Farm e’ un complesso agricolo fantasticamente ristrutturato nelle campagne di Ca’ Tron di Roncade. Qui la galleria fotografica. Atmosfera genuinamente veneto-californiana, H-Farm e’ la prova di come passato e futuro potrebbero essere coniugati, in Italia. A patto di superare, pregiudizi e modi di pensare anacronistici che sono purtroppo realta’ quotidiana. E con i quali ovviamente anche Riccardo, Maurizio e i loro giovani talenti, pur muovendosi in uno scenario globale (con uffici a Mumbai e Seattle) devono costantemente fare i conti. Una giornata indimenticabile per IdF anche per la partecipazione all’incontro di Cesare Marino, grande amico di questo progetto che ha conquistato tutti con le sue esperienze di antropologo tra gli indiani d’America, di Carlo Felice Dalla Pasqua, amico e collega del Gazzettino, nonche’ blogger della prima ora.E di mamma Gina, Barbara, Claudio e Paolo, ramo mestrino della famiglia dell’autore, che assieme a Pola hanno visitato ammirati H-Farm con la preziosa guida di Alice e Tomas, poi hanno finalmente visto per la prima volta cosa e’ uscito dai nostri sei mesi a Silicon Valley.

Carlo Gentile fotografo napoletano del West: sul web il libro di Marino con le sue immagini

Tra i personaggi piu’ originali rievocati da questo blog, Carlo Gentile (1835-1893), fotografo napoletano del West ha anche un delle storie piu’ toccanti. Il bimbo indiano che adotto’ dopo averlo riscattato dal suo rapitore, da lui battezzato col nome di Carlos Montezuma, divenne infatti un eminente intellettuale, figura storica dei diritti civili dei nativi americani. Eternamente grato a Gentile, che invece mori’ in disgrazia. Ora il libro uscito negli Usa nel 1998 scritto da Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution e partner di Italiani di Frontiera, che rievoca la figura di Gentile, e’ disponibile con lunghi estratti su Google Books. Con una serie di bellissime foto scattate da Gentile. Qui il link a “The Remarkable Carlo Gentile” su Google Books.

IdF in vetrina al prestigioso evento del Project Management Institute a San Donato

Per la prima volta Italiani di Frontiera ha tenuto banco per un’ora, fra relatori di grande prestigio e davanti ad una platea eccezionalmente qualificata. La risposta e’ stata straordinaria. Occasione, l’evento organizzato venerdi’ scorso 10 aprile in una sede Eni a San Donato Milanese dal PMI Project Management Institute Rome Chapter, dedicato a Formazione e Meritocrazia. Grazie al suo presidente Aldo Gebbia, manager Saipem e amico di Italiani di Frontiera, quello che per autorevolezza avrebbe potuto essere un punto d’arrivo per il progetto, ne e’ stato invece il punto di partenza, con i migliori auspici. Qui la galleria fotografica dell’evento (foto di Alessandro e Roberto Bonzio). Dopo relatori del calibro di Roger Abravanel, autore del celebre “Meritocrazia” (Garzanti), che ha ispirato l’incontro, dell’ammiraglio di divisione Cristiano Bettini, Capo di Stato Maggiore della Squadra Navale della Marina Militare, di Hans Bekker, manager di Shell Global Solutions e docente della Delft University in Olanda, Italiani di Frontiera e’ stato presentato con un video di interviste ed una conferenza-diario di viaggio personalizzato, tra immagini, riflessioni e divagazioni. L’accoglienza e’ stata sbalorditiva e fa ben sperare per lo sviluppo di questo progetto. Un grazie particolare ad Aldo, che ha gia’ proposto di replicare la presentazione a Roma, e a tutti i manager che con la loro attenzione ed i loro consensi hanno infuso nuova carica a questo lavoro. Un grazie speciale anche ad Eugenio Alberti Shatz, artista ed esperto di comunicazione, ed Enrico Beltramini, docente della Cattolica e imprenditore a Silicon Valley ( qui, si puo’ scaricare gratis il suo bellissimo libro Hippie.com La new economy e la controcultura californianai cui consigli sono stati indispensabili per dare alla presentazione quel taglio personale che si e’ rivelato efficace.

Ricercatori italiani “riscrivono” la storia delle origini degli indiani d’America

Uno studio internazionale guidato dai genetisti dell’Università di Pavia e pubblicato sulla rivista Current Biology, ha proposto una riscrittura della storia delle origini degli indiani d’America, sostenendo che i primi asiatici arrivarono in America non in un solo gruppo come creduto sinora ma da due diverse migrazioni. Qui l’articolo riportato da Yahoo dal notiziario AdnKronos. Secondo lo studio, Un gruppo sarebbe arrivato in America dall’attuale stretto di Bering seguendo la costa del Pacifico, arrivando dopo una decina di generazioni fino alla punta meridionale del Sud America. Un secondo, sempre dalla Beringia, sarebbe penetrato nel Nord America attraverso il corridoio di terra a est delle Montagne Rocciose tra i ghiacciai canadesi. Grazie per la segnalazione a Daniela Rota (sue le foto nel post su Costantino Beltrami).

Gli “Italindiani” del West di IdF in un reportage sul mensile Geo

Prima uscita sulla carta stampata per Italiani di Frontiera. L’ultimo numero del mensile Geo in edicola pubblica infatti un reportage che raccoglie le straordinarie biografie raccolte da Cesare Marino, parte integrante di questo progetto. Carlo Camillo di Rudio conte bellunese sopravvissuto a Little Big Horn, Carlo Gentile fotografo napoletano, Costantino Beltrami esploratore bergamasco sul Mississippi,Paolo Andreani che percorse invece l’Hudson, e Giorgio Pocaterra, cowboy vicentino del Novecento, sono i protagonisti del servizio, che propone anche alcune delle foto di Daniela Rota dei manufatti indiani raccolti da Beltrami e conservati in un museo di Bergamo. L’articolo sugli italiani fra gli indiani fa parte di uno speciale Usa che comprende anche un reportage sui bianchi del profondo Sud firmato da Paolo Pontoniere, giornalista italiano da 20 anni a San Francisco, tra gli amici di Italiani di Frontiera. Grazie per l’editing a Paola Vozza e Irene Merli, photo editor e redattrice di Geo, e in particolare a Fiona Diwan e Marco Restelli, che mesi fa come direttore e vicedirettore di Geo hanno creduto nel progetto.

Giorgio Pocaterra, un vicentino cowboy romantico del Novecento in Canada

Primi anni del Novecento, l’epopea del Far West negli Usa si è appena conclusa, ma l’ovest canadese è ancora selvaggio e scarsissimamente popolato. Un uomo bianco nella boscaglia ha appena tagliato alcuni tronchi per il suo ranch e si riposa preparandosi a fumare, quando si accorge di essere circondato da indiani, piu’ incuriositi che minacciosi. Reagisce con un sorriso offrendo loro del tabacco. La tensione si scioglie e se li fa amici. Scoprirà piu’ tardi che l’esclamazione con la quale loro avevano reagito, nella loro lingua significava “Questo bianco non ha paura di nulla!”. Quel rancher, nel profondo ovest canadese, era vicentino. Si chiamava Giorgio Pocaterra, nato il 22 settembre a Piovene Rocchette, paesino all’ingresso della Valdastico, nel 1882. Un’altra storia straordinaria di “Italindani” scoperta da Cesare Marino, antropologo dello Smithsonian Institution e partner di Italiani di Frontiera, che si ripromette di ricostruirla nei particolari. Rampollo di buona famiglia, dopo gli studi in Inghilterra Pocaterra seguì l’istinto d’avventura alimentato da ragazzo con le escursioni alpine con il Cai ed i romanzi di Emilio Salgari e James Finemore Cooper, alla conquista dell’ovest canadese. Cowboy romantico del Novecento, Pocaterra aprì un ranch che fu pioniere dell’agriturismo, per turisti di citta’. E visse a contatto profondo con gli indiani, con un rispetto ed un’ammirazione per la loro civiltà che forse mancava ai ranchers anglocanadesi. Figlio di un alto funzionario della fiorente industria laniera vicentina, dice Marino, Pocaterra crebbe seguendo il padre nelle escursioni montane ed eccellendo da studente negli sport, dal ciclsmo al calcio al rugby. Fu mandato a studiare a Berna, poi in Inghilterra a Bedford, Yorkshire. Ma il futuro nel settore tessile gli stava stretto. Così, affascinato dai libri letti sul Far West, per lui divenne decisivo l’incontro a Berna con un reverendo canadese della provincia di Manioba. Partì da Liverpool sbarcando in Nuova Scozia nel marzo 1903. Sognava l’Ovest ma con pochi soldi in tasca la vita fu durissima e arrivato nel Manitoba finì a spalare letame dei maiali. Ma senza cedere, puntoa verso le Montagne Rocciose e le raggiunse l’anno successivo, insediandosi in una casetta colonica ed avviando poi un vero ranch per l’allevamento . Ma non disdegnava escursioni nei territori circostanti dove pochi bianchi si avventuravano, E fu li’, ricorda Marino, il suo primo incontro con un gruppo di indiani Stoney, inizio di una profonda amicizia con i nativi americani, di cui apprese a fondo e con grande rispetto usi, costumi e lingue. Con loro andava a caccia e fu durante una battuta in un ambiente micidiale che salvo’ la vita a due figli di un capo, portandoli al sicuro. Guadagnandosi riconoscenza eterna, ed un nome indiano: Figlio della Montagna. Dopo anni Giorgio tornò in Italia, incontrando in un ristorante milanese una cantante lirica, Norma Piper, che veniva da Calgary e divenne sua moglie. Con lei tornò nell’ovest canadese, non senza difficoltà. Negli anni Cinquanta, ricorda ancora Marino, Pocaterra fu interprete per la troupe del regista Raoul Walsh che girava in quella regione “Saskatchewan” (1954) con Alan Ladd e Shelly Winters. Poi fece del suo “Buffalo Head Ranch” che gli è sopravvissuto, la meta di un’altra attività pionieristica: l’agriturismo, meta di facoltosi turisti di citta’ in cerca di emozioni nel selvaggio West. Pocatera morì il 12 marzo nel 1972. Non prima di aver registrato lunghe testimonianze orali sulla sua avventurosa vita, che si possono ascoltare ancor oggi in Rete, sul sito della comunità italiana dell’Alberta.

Un fotografo napoletano nel Far West: Carlo Gentile, padre adottivo del bimbo indiano che divenne Carlos Montezuma

Sconosciuto ai più in Italia, in alcuni documenti e anche su Internet il suo nome è stato spesso storpiato: Carlos Gentile. Viene citato appena, Carlo Gentile (1835-1893), come figura di secondo piano nelle biografie di Carlos Montezuma (1866-1923), storico pioniere dei diritti civili dei nativi americani. Ma Gentile, fotografo napoletano sulla Nuova Frontiera americana, fu un personaggio straordinario, innovatore tanto ingegnoso e ardito quanto sfortunato. Come racconta la sua toccante biografia, che Cesare Marino ha raccolto in un libro, “The Remarkable Carlo Gentile. Italian Photographer of the American Frontier”. Una storia, quella di Gentile, che Marino ha iniziato a tracciare partendo dal 1866. Quando il napoletano, spirito intrepido e fotografo di talento da tempo in America, al momento di tornare in Italia scoprì che la sua preziosa collezione di foto scattate in dieci anni passati nel West, con le quali era convinto di fare fortuna nel Vecchio Continente, era andata perduta al primo scalo, Vancouver. Disperato, ripieg su San Francisco, aprendovi uno studio, nella centralissima Kearney Street. Forse nessuno lo ricorderebbe oggi, se un bambino indiano della tribù degli Yavapai, nato proprio in quel 1866, non avesse incrociato la sua strada. Aveva cinque anni Wassaja (pronuncia Uassagia), “colui che che fa un gesto con la mano”, nel 1871 quando in un’Arizona in subbuglio tra febbre dell’oro, invasione di coloni e mai sopite rivalità tribali, Gentile impietosito lo riscattò per 30 dollari da un banda di indiani Pima che l’avevano rapito, lo adottò facendolo battezzare col nome di Carlos Montezuma, ispirandosi all’imperatore azteco. Col bimbo, Gentile va a scattare foto in New Mexico e Arizona. Poi a Chicago i due lavorano con William Cody, Buffalo Bill, che riempie i teatri con un uno spettacolo rozzo, “Scouts of Prairie”, precursore di quel “Wild West Show” con cui girera’ il mondo, Italia compresa. Carlos e’ l’unico vero indiano, tra i protagonisti accanto a un’italiana, la ballerina della Scala Giuseppina Morlacchi, che interpreta la bella principessa indiana, mentre Gentile fa da fotografo alla compagnia. Gli anni successivi, a New York, sono decisivi per la formazione del ragazzo. Non è facile la vita per un indiano, nella grande città dell’est. Gentile gli insegna ad esprimersi con poche parole, comunicare più con i gesti e le espressioni. E ad essere cortese. Ma anche a farsi valere senza paura davanti a prepotenze e discriminazioni razziali, che anche lui come italiano ha subito. Una lezione che il ragazzo non dimenticherà, rivelandosi eccezionalmente dotato. Gentile vuole che continui a studiare e per questo lo affida dopo dodici anni ad un predicatore, mentre lui continua a girare l’America come fotografo. Carlos ripagherà le sue aspettative: nel 1884 è il primo nativo americano a laurearsi in Scienze, poi in Medicina. Diventerà una figura storica nella battaglia per i diritti dei nativi americani, eternamente riconoscente al padre adottivo. Al quale invece, la sorte ha voltato le spalle. Tra incendi che devastano i suoi archivi, disastri finanziari che minano le sue iniziative, nel campo della fotografia e della stampa per gli italiani d’America. E una salute sempre più precaria. Gentile muore a 58 anni il 27 ottobre 1893, secondo alcune fonti suicida, scrive Marino. Montezuma si prenderà cura della vedova e di un suo figlioletto, probabilmente a sua volta adottato. Figura carismatica e leader rispettato, Montezuma (al quale una studiosa di origine italiana ha di recente dedicato una biografia) continuerà a proclamare di dovere tutto al suo padre adottivo. Sino alla sua morte, per tubercolosi, nel 1923. Nell’Arizona in cui era nato e dove aveva voluto tornare sentendosi alla fine. E da dove un fotografo napoletano incontrato per caso l’aveva riscattato, insegnandogli a conoscere il mondo. Nel 2014 un documentario intitolato “Carlos Montezuma: Changing is not Vanishing”, in cui compare anche Cesare Marino, è stato realizzato da University of Illinois, che aveva avuto tra i suoi studenti Montezuma.

Amici di IdF: Arianna e Stefano giornalisti nomadi nel “Far West” australiano

Tra gli Amici di Italiani di Frontiera, Arianna Dagnino e Stefano Gulmanelli hanno un posto speciale, per come hanno saputo ispirare un progetto di giornalismo autonomo all’estero, col loro esempio. Di giornalisti e nomadi della comunicazione. Capaci di andare alla scoperta di continenti (ora sono in Australia), con famiglia, senza posto fisso e nota spese. E senza prendersi troppo sul serio. Come conferma la scherzosa foto di famiglia con Leonardo e Morgana (ideale per un primo d’aprile). Di solito, vestono un po’ meno vintage… Espresso, Repubblica e Nova Sole 24 Ore sono tra i giornali sui quali potete trovare i loro pezzi. Questo il loro blog personale, mentre all’esperienza australiana e’ dedicato il blog giornalistico Oceaneide sul sito di La Stampa. Arianna e Stefano sono esperti di tecnologie e nuove tendenze, che sanno scovare in diversi aspetti della vita sociale, politica e culturale dei Paesi che visitano. Inseguire il visto per restare in Australia non e’ stato uno scherzo, spiegano. Ma alle cose difficili sono abituati. Hanno vissuto qualche anno in Sudafrica nella non proprio ospitalissima Johannesburg. E stanno gia’ programmando, una volta lasciata l’Oceania, di volare in Canada, dove sono gia’ stati lo scorso anno come documenta il loro blog di viaggio. Al nomadismo intellettuale di cui sono alfieri hanno dedicato un sito e (un altro???) blog.

Carlo Camillo di Rudio: un Forrest Gump dell’Ottocento il conte bellunese scampato a Little Bighorn

Un “Forrest Gump dell’Ottocento”, una biografia incredibile, dal Risorgimento all West, quella di Carlo Camillo di Rudio, bellunese sopravvissuto dopo mille avventure pure al massacro di Little Bighorn, 25 giugno 1876. Una storia che inizia il diciotto marzo del 1848: a Milano si accese la scintilla della ribellione antiaustrica. cominciavano le celebri Cinque Giornate. Per  Carlo Camillo di Rudio, all’epoca solo un ragazzo, fu l’inizio di una Odissea semplicemente incredibile, che lo trasformò in un Forrest Gump dell’Ottocento, dal Risorgimento italiano al Far West. Onnipresente, capace di uscire indenne da mille peripezie. Prima di emigrare in America, combattere con i nordisti nella Guerra di Secessione, entrare nel Settimo Cavalleria di Custer e… salvarsi a Little Bighorn! Una storia avvincente, scoperta da Cesare Marino che l’ha meticolosamente ricostruita in “Dal Piave a Little Big Horn” (1996 Alessandro Tarantola editore, nuova edizione 2010 con mia prefazione). E che Italiani di Frontiera vuole ricordare, dopo aver scelto proprio Di Rudio come personaggio simbolo. Rampollo di una nobile famiglia bellunese, nel 1848 di Rudio ha 16 anni ed è cadetto al collegio austriaco di Milano, quando la citta’ e’ sconvolta dalle Cinque Giornate. Il destino di diventare ufficiale al servizio dell’imperatore non fa per lui. Uscendo dalla città in rivolta, con l’esercito che ripara verso Verona e il Quadrilatero, per due volte è sconvolto dalle atrocità dei soldati croati che marciano al suo fianco, che uccidono due donne italiane in stato di gravidanza. Così, nottetempo, decide col fratello di vendicare quelle violenze ammazzando uno dei due aguzzini. E passa con i patrioti. Tarchiato, temperamento focoso, di Rudio inizia una vera Odissea risorgimentale. Dall’effimera Repubblica di Venezia con i Cacciatori delle Alpi a quella di Roma, dove conosce Mazzini, con i garibaldini. Sfugge ai francesi attraversando a piedi tutta la Francia travestito da sacerdote. Arriva a Londra e sopravvive solo grazie alla sua tempra ad una pugnalata quasi letale di un compatriota, che lo accusa ingiustamente di essere il responsabile del tradimento di Pier Fortunato Calvi, che preparava l’insurrezione del Cadore, arrestato  impiccato. Di Rudio guarisce e a Londra  si sposa. Ma tornato in Italia, scopre che gli austriaci lo fanno passare per una loro spia e amareggiato dalla diffidenza dei compatrioti ripiega su Parigi. Dove nel 1858 si fa coinvolgere da Felice Orsini nel fallito attentato a Napoleone III. Strage di soldati e di cavalli ma l’imperatore e’ salvo ed i congiurati vengono catturati la notte stessa. Condannato alla ghigliottina, di Rudio è già sul patibolo quando in extremis la pena gli viene commutata in ergastolo, da scontare alla Cayenna. Sembra che la moglie inglese abbia fatto intercedere per lui la stessa regina Vittoria… Di lì, incredibilmente, riesce a fuggire dopo poco più di un anno, con un’evasione di gruppo in cui e l’unico a sopravvivere ad un’epidemia. Tornato dalla moglie in Europa, per la sua fama di repubblicano sfegatato (la famiglia per questo verrà provata dei suoi beni) gli viene vietato di tornare nel Regno d’Italia. Allora decide di imbarcarsi per New York, dove arriva nel 1864 con in tasca una lettera di presentazione di Mazzini. C’è la Guerra Civile e si arruola nell’esercito nordista, ufficiale al  comando di un reparto di soldati di colore, un incarico che molti ufficiali nordisti consideravano un disonore. A fine conflitto, di Rudio entra nel prestigioso Settimo Cavalleria. George Armstrong Custer lo stima ma diffida della sua fama di aristocratico rivoluzionario del Vecchio Mondo. Sarà la sua salvezza: il 25 giugno 1876 a Little Bighorn, di Rudio non è nel gruppo di Custer, che viene sterminato, Di quel gruppo l’unico a sopravviere sarà il trombettiere mandato in extremis a chiedere rinforzi: John Martin, alias Giovanni Martini, italiano ovviamente, emigrato salernitano). All’ultimo momento, Custer  ha affidato Di Rudio al reparto del comandante Reno, che su un altro fronte della battaglia, pur se decimato riuscirà a ripiegare. Al conte bellunese uccidono però il cavallo e lui riesce a mettersi in salvo solo dopo un giorno e mezzo trascorso nascosto nella boscaglia, dove assiste al macabro rituale della mutilazione dei cadaveri da parte delle squaw pellerossa. Per questo sarà testimone chiave nell’inchiesta sul massacro. Ed è in quei documenti d’archivio che Cesare Marino l’ha scovato, ricostruendo la sua straordinaria storia. Congedato, di Rudio riuscirà a godersi finalmente la pensione, con moglie e figlie, riverito come una celebrità nella comunità italiana in California. Ma nel 1908 ai giornalisti che lo intervistano nel cinquantenario dell’attentato di Parigi, dà una notizia che ha un effetto devastante: uno dei tre che lanciarono ordigni contro Napoleone III è rimasto sconosciuto, lui all’epoca vide Felice Orsini consegnar una bomba ad un giovane Francesco Crispi, che morto nel 1901 era stato successivamente uno dei politici italiani più potenti!  Di Rudio si spegne il 1 novembre 1910. “Charles C. DeRudio major, 7 Cavalry, November 1, 1910”, e’ scritto sulla sua lapide. Al cimitero militare sulla collinetta del Presidio, a San Francisco, a poca distanza dal Golden Gate Bridge. Su quella tomba il 1 novembre 2010 Italiani di Frontiera ha organizzato una cerimonia, nel centenario della morte del patriota bellunese, con Cesare Marino suo biografo, il console generale d’Italia a San Francisco dell’epoca, Fabrizio Marcelli, e un manipolo di preziosi amici fra i quali Franco Folini, imprenditore fra i protagonisti di IdF, Phi Pasquini fotografo eccentrico, che ha catturato con una serie di bellissime immagini la  suggestione straordinaria di quell’evento. In una sequenza di incredibili coincidenze, fra la storia del conte e quanto accaduto a noi in quei giorni, la data è pure entrata nella storia di San Francisco, visto che quel giorno i Giants hanno rivinto le World Series di baseball dopo oltre 50 anni…